Bioetica e clinica

 

  Per secoli la pratica medica è stata considerata come il paradigma esemplare della vocazione fra tutte la più ispirata ai valori di umanità e di fraternità nella lotta contro la sofferenza e la morte. Può apparire quindi paradossale, che oggi la stessa “medicina”  si associ al coro generale che invoca: umanizzatela! È tuttavia una triste ed oggettiva constatazione che, di tale umanizzazione, si avverta la necessità. Lo straordinario progresso dell’efficacia dell’intervento medico, supportato dai formidabili progressi delle conoscenze biomediche e dallo sviluppo delle biotecnologie applicative, non è stato privo di conseguenze gravi sul rapporto medico/paziente. Il medico, privato della sua primitiva identità, un po’ sacerdotale, che gli imponeva, come obbligo e punto di onore, il “prendersi cura” del sofferente, nella sua complessità psicosomatica, tende sempre più a trasformarsi in un tecnico, sia pure di alto livello, da cui, come in qualunque campo, si possano pretendere prestazioni, purché siano comunque nelle sue competenze. Il paziente, oggi “cliente”, divenuto giustamente consapevole del proprio diritto a partecipare attivamente al proprio destino, ma immerso in una società vocata al benessere spinto e ad un egocentrismo esasperato, tende però a riversare sull’”operatore sanitario” oneri e pretese di una “qualità della vita”, che vorrebbe essere  dimentica delle sofferenze e della morte. Accanto ai problemi bioetici più importanti di interesse generale, quali eutanasia ed aborto, fecondazione artificiale e trapianti, manipolazione e terapia genetica, distribuzione equa di risorse (sempre fatalmente insufficienti), saranno oggetto di riflessione, in questa sezione, aspetti di interesse clinico più immediato, come, in particolare, modalità e stile dell’assistenza oggi fornita nel pubblico e nel privato. E ciò, tenendo conto dei diversi e spesso contrastanti riferimenti antropologici presenti nella nostra società “complessa”, cioè a dire delle diverse concezione delle ragioni e della qualità vita, che informano il modo di pensare di sanitari e “clienti”. Nel tunnel della sofferenza, accidente irriducibile del vivere, sgorga spontanea in ciascuno di noi, malato, la domanda: perché il medico, oltre che cercare di risolvere tecnicamente i miei mali, e gliene sono grato, non “si prende anche “cura di me” e della mia sofferenza psichica e morale? Come è forte la nostalgia di un rapporto più empatico e veramente “umano”.

 

[Prof. Aldo Mazzoni – Ordinario di microbiologia all’Università di Bologna, coordinatore del Centro di Consulenza Bioetica “A. Degli Esposti” (Bologna)]