Natura interdisciplinare della bioetica

Ogni disciplina nascente, soprattutto nella fase in cui è ancora alla ricerca di un proprio statuto epistemologico ben definito, tende a collocarsi in un ambito interdisciplinare, sia perché attende maggiore chiarezza per definire in modo più preciso la propria collocazione, sia per motivi strategici, ossia per fruire dei benefici dell’alleanza (anche sul piano accademico) con una pluralità di discipline a cui si può collegare. La tendenza, col tempo, è quella di abbandonare progressivamente tale collocazione, per definire in modo sempre più preciso la propria identità disciplinare.

La bioetica, in questo senso, non fa eccezione e – fin dalle proprie origini – ha definito la propria identità epistemologica in termini interdisciplinari, ma nel suo caso potremmo dire che vi sono motivazioni per cui tale connotazione mostra caratteri più strutturali e quindi destinati a durare nel tempo.

Chiarificazione dei termini: multidisciplinarità, interdisciplinarità, transdisciplinarità

I termini di cui sopra rappresentano, fondamentalmente, tre livelli operativi – dal punto di vista intellettuale – che hanno una loro fruibilità sia sul piano della ricerca, che sul piano della trasmissione delle conoscenze (piano didattico).

Ad un primo livello possiamo collocare il momento della multidisciplinarità, che consiste nella compresenza di conoscenze, risultati o procedure di ricerca e si traduce nel riscontrare analogie e differenze tra i suddetti elementi di diverse discipline, senza porre in modo formale la domanda circa la specifica fecondità di tale approccio.

In secondo luogo possiamo considerare il momento della interdisciplinarità, propriamente intesa, che consiste nell’evidenziare esplicitamente l’interdipendenza o l’equivalenza di idee, procedure, strutture, per cui si mettono in relazione elementi tratti da diverse discipline confrontandoli tra loro, ma alla luce del posto che formalmente occupano ciascuno nella disciplina di provenienza. Tutto questo può realizzarsi in due modi: a) un’interdisciplinarità esterna a ciascun campo del sapere, nel senso che ogni disciplina si sviluppa in modo autonomo, ma è possibile cogliere – tra le diverse discipline – alcune affinità a livello strutturale e conoscitivo, che vengono lette nella luce di una convergenza conoscitiva su alcune tematiche; b) un’interdisciplinarità di convergenza intima dei diversi campi, in cui la prospettiva interdisciplinare (a livello di ricerca) porta a ripensamenti, ad un "guadagno speculativo", all’interno di ciascuna disciplina.

Ad un terzo livello, infine, possiamo porre il momento della transdisciplinarità, inteso come punto culminante e ideale regolativo che anima tutto il processo, in quanto caratterizzato dal "tendere attivamente" ad un’unità del sapere, ricostruita "dal basso", accogliendo i contributi specifici delle singole discipline: nessuno dei due momenti precedenti, infatti, avrebbe un particolare significato se non si supponesse una loro fecondità conoscitiva ulteriore, se cioè non si presupponesse il fatto che abbia un senso giustapporre, confrontare o integrare conoscenze, sia per raggiungere i singoli obiettivi che sono stati dichiarati, sia in vista di una più generale crescita intellettuale.

L’interdisciplinarità propria della bioetica

La bioetica può essere considerata un esempio tipico di convergenza strutturalmente interdisciplinare, sia per le modalità con cui vengono posti i singoli problemi, sia per il modo in cui le risposte che ciascuno dà alle diverse domande retro-agiscono sui diversi saperi disciplinari.

Quanto alle modalità con cui si pongono le questioni bioetiche è bene ricordare come, perché gli esperti di ciascuna disciplina possano esprimersi in modo competente su un determinato problema, ciascuno di essi deve essere avvertito di come tale problema si collochi anche all’interno delle altre discipline che lo considerano, per poi uscire a sua volta "arricchita" dal confronto.

Prendiamo – a titolo esemplificativo – il caso della clonazione di cellule staminali, in cui il rapporto interdisciplinare tra medicina e bio-tecnologie è abbastanza evidente (le bio-tecnologie offrono un sapere operativo che riguarda le tecniche di clonazione, la medicina colloca tale sapere operativo nel contesto di una determinata procedura di cura), ma ci preme sottolineare come anche le istanze etiche non siano estrinseche alla valutazione interdisciplinare del problema: il moralista ha bisogno di conoscere con precisione i dati medici e bio-tecnologici per esprimere un giudizio etico pertinente e quindi aggiungere una prospettiva problematica nuova agli orizzonti della sua scienza etica, ma anche la ricerca scientifica in senso stretto viene arricchita – in un certo senso – dal giudizio etico. L’affermazione, per esempio, della dignità dell’embrione umano (che si colloca, in ambito filosofico ed etico) retro-agisce sull’atteggiamento dei ricercatori nel "trattare" quel "materiale di ricerca", arricchimento che – in determinati casi – non si traduce nel compiere un atto invasivo in più, ma nell’astenersi dal farlo: può sembrare paradossale, ma anche la scelta di astenersi dal mettere in atto una determinata procedura, perché ci si rende conto di quanto sia invasiva, è un arricchimento per la scienza medica, come nel caso si scoprissero effetti collaterali sproporzionati rispetto ai benefici di un determinato farmaco, giungendo alla decisione di astenersi dall’uso di tale farmaco.

Per questo potremmo dire che l’interdisciplinarità è come iscritta nel "codice genetico" della bioetica e non si configura, quindi, come una scelta di tipo puramente tattico e dal carattere transitorio, ma sembra destinata a durare nel tempo come sua caratteristica strutturale.

Prof. Andrea Porcarelli – Docente di Pedagogia generale e sociale all'Università di Padova, Presidente del Centro di Iniziativa Culturale (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica