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DICHIARAZIONE SULL’EUTANASIA[1] INTRODUZIONE I diritti e i
valori inerenti alla persona umana occupano un posto importante nella
problematica contemporanea. Al riguardo, il Concilio ecumenico Vaticano II ha
solennemente riaffermato l’eccellente dignità della persona umana e in modo
particolare il suo diritto alla vita. Ha perciò denunciato i crimini contro la
vita «come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo
stesso suicidio volontario» (Cost. Past. Gaudium
et Spes, n. 27). La Sacra Congregazione per la
Dottrina della Fede, che di recente ha richiamato la dottrina cattolica circa
l’aborto procurato[2], ritiene ora
opportuno proporre l’insegnamento della Chiesa sul problema dell’eutanasia. In
effetti, per quanto restino sempre validi i principi affermati in questo campo
dai recenti Pontefici[3],
i progressi della medicina hanno messo in luce negli anni più recenti nuovi
aspetti del problema dell’eutanasia, che richiedono ulteriori precisazioni sul
piano etico. Nella società odierna, nella quale non di rado sono
posti in causa gli stessi valori fondamentali, la modificazione della cultura
influisce sul modo di considerare la sofferenza e la morte; la medicina ha
accresciuto la sua capacità di guarire e di prolungare la vita in determinate
condizioni, che talvolta sollevano alcuni problemi di carattere morale. Di
conseguenza, gli uomini che vivono in un tale clima si interrogano con
angoscia sul significato dell’estrema vecchiaia e della morte, chiedendosi
conseguentemente se abbiano il diritto di procurare a se stessi o ai loro
simili la «morte dolce», che abbrevierebbe il dolore e sarebbe, ai loro occhi,
più conforme alla dignità umana. Diverse Conferenze Episcopali
hanno posto, in merito, dei quesiti a questa Sacra Congregazione per la
Dottrina della Fede, la quale, dopo aver chiesto il parere di competenti sui
vari aspetti dell’eutanasia, intende con questa Dichiarazione rispondere alle
richieste dei Vescovi per aiutarli ad orientare rettamente i fedeli e per
offrire loro elementi di riflessione da far presenti alle Autorità civili a
proposito di questo gravissimo problema. La materia proposta in questo
Documento riguarda, innanzitutto, coloro che ripongono la loro fede e la loro
speranza in Cristo, il quale, mediante la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione,
ha dato un nuovo significato all’esistenza e soprattutto alla morte del
cristiano, secondo le parole di S. Paolo: «Sia che viviamo, viviamo per il
Signore; sia che moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo, sia
che moriamo siamo del Signore» (Rm 14,
8; cfr. Pii. 1. 20). Quanto a coloro
che professano altre religioni, molti ammetteranno con noi che la fede in un
Dio creatore, provvido e padrone della vita — se la condividono — attribuisce
una dignità eminente a ogni persona e ne garantisce il rispetto. Si spera, ad ogni
modo, che questa Dichiarazione incontri il consenso di tanti uomini di buona
volontà, che, ai di là delle differenze filosofiche o ideologiche, hanno
tuttavia una viva coscienza dei diritti della persona umana. Tali diritti,
d’altronde, sono stati spesso proclamati nel corso degli ultimi anni da dichiarazioni
di Congressi Internazionali[4];
e poiché si tratta qui dei diritti fondamentali di ogni persona umana, è
evidente che non si può ricorrere ad argomenti desunti dal pluralismo politico
o dalla libertà religiosa, per negarne il valore universale. I —
VALORE DELLA ViTA UMANA La vita umana è
il fondamento di tutti i beni, la sorgente e la condizione necessaria di ogni
attività umana e di ogni convivenza sociale. Se la maggior parte degli uomini
ritiene che la vita abbia un carattere sacro e che nessuno ne possa disporre a
piacimento, i credenti vedono in essa anche un dono dell’amore di Dio, che
sono chiamati a conservare e far fruttificare. Da quest’ultima considerazione
derivano alcune conseguenze: 1. Nessuno può
attentare alla vita di un uomo innocente senza opporsi all’amore di Dio per
lui, senza violare un diritto fondamentale, inammissibile e inalienabile,
senza commettere, perciò, un crimine di estrema gravità[5]. 2. Ogni uomo ha il dovere di
conformare la sua vita al disegno di Dio. Essa gli è affidata come un bene che
deve portare i suoi frutti già qui in terra, ma trova la sua piena perfezione
soltanto nella vita eterna. 3. La morte volontaria, ossia
il suicidio è, pertanto, inaccettabile al pari dell’omicidio: un simile atto
costituisce, infatti, da parte dell’uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e
del suo disegno di amore. Il suicidio, inoltre, è spesso anche rifiuto
dell’amore verso se stessi, negazione della naturale aspirazione alla vita,
rinuncia di fronte ai doveri di giustizia e di carità verso il prossimo, verso
le varie comunità e verso la società intera, benché talvolta intervengano —
come si sa dei fattori psicologici che possono attenuare o, addirittura,
togliere la responsabilità. Si dovrà, tuttavia, tenere
ben distinto dal suicidio quel sacrificio con il quale per una causa superiore
— quali la gloria di Dio, la salvezza delle anime o il servizio dei fratelli —
si offre o si pone in pericolo la propria vita. II—
L’EUTANASIA Per trattare in maniera adeguata il problema dell’eutanasia, conviene,
innanzitutto, precisare il
vocabolo. Etimologicamente la parola eutanasia significava, nell’antichità,
una morte dolce senza sofferenze
atroci. Oggi non ci si riferisce più al significato originario del termine, ma
piuttosto all’intervento della medicina diretto ad attenuare i dolori della
malattia e dell’agonia, talvolta anche con il rischio di sopprimere
prematuramente la vita. Inoltre, il termine viene usato, in senso più stretto,
con il significato di «procurare la morte per pietà», allo scopo di eliminare
radicalmente le ultime sofferenze o di evitare a bambini anormali, ai malati
mentali o agli incurabili il prolungarsi di una vita infelice, forse per molti
anni, che potrebbe imporre degli oneri troppo pesanti alle famiglie o alla
società. E quindi necessario dire
chiaramente in quale senso venga preso il termine in questo Documento. Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione
che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di
eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle
intenzioni e dei metodi usati. Ora, è necessario
ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di
un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio,
ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo
gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né
può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può
legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione
della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana, di un crimine
contro la vita, di un attentato contro l’umanità. Potrebbe anche
verificarsi che il dolore prolungato e insopportabile, ragioni di ordine
affettivo o diversi altri motivi inducano qualcuno a ritenere di poter
legittimamente chiedere la morte o procurarla ad altri. Benché in casi del
genere la responsabilità personale possa esser diminuita o perfino non
sussistere, tuttavia l’errore di giudizio della coscienza — fosse pure in
buona fede — non modifica la natura dell’atto omicida, che in sé rimane sempre
inammissibile. Le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta invocano la
morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di
eutanasia; esse infatti sono quasi sempre richieste angosciate di aiuto e di
affetto. Oltre le cure mediche, ciò di cui l’ammalato ha bisogno è l’amore, il
calore umano e soprannaturale, col quale possono e debbono circondano tutti
coloro che gli sono vicini, genitori e figli, medici e infermieri. III— IL CRISTIANO DI FRONTE ALLA
SOFFERENZA E ALL’USO DEGLI ANALGESICI La morte non avviene sempre
in condizioni drammatiche, al termine di sofferenze insopportabili. Né si deve
sempre pensare unicamente ai casi estremi. Numerose testimonianze concordi
lasciano pensare che la natura stessa ha provveduto a rendere più leggeri al
momento della morte quei distacchi, che sarebbero terribilmente dolorosi per
un uomo in piena salute. Perciò una malattia prolungata, una vecchiaia
avanzata, una situazione di solitudine e di abbandono possono stabilire delle
condizioni psicologiche tali da facilitare l’accettazione della morte. Tuttavia si deve riconoscere
che la morte, preceduta o accompagnata spesso da sofferenze atroci e
prolungate, rimane un avvenimento che naturalmente angoscia il cuore dell’uomo. Il dolore fisico è certamente
un elemento inevitabile della condizione umana; sul piano biologico,
costituisce un avvertimento la cui utilità è incontestabile; ma poiché tocca
la vita psicologica dell’uomo, spesso supera la sua utilità biologica e pertanto
può assumere una dimensione tale da suscitare il desiderio di eliminarlo a
qualunque costo. Secondo la dottrina
cristiana, però, il dolore, soprattutto quello degli ultimi momenti di vita,
assume un significato particolare nel piano salvifico di Dio; è infatti una
partecipazione alla Passione di Cristo ed è unione al sacrificio redentore,
che Egli ha offerto in ossequio alla volontà del Padre. Non deve dunque
meravigliare se alcuni cristiani desiderano moderare l’uso degli analgesici, per
accettare volontariamente almeno una parte delle loro sofferenze e associarsi
così in maniera cosciente alle sofferenze di Cristo crocifisso (cfr. Mt 27, 34). Non sarebbe, tuttavia,
prudente imporre come norma generale un determinato comportamento eroico. Ai
contrario, la prudenza umana e cristiana suggerisce per la maggior parte degli
ammalati l’uso dei medicinali che siano atti a lenire o a sopprimere il
dolore, anche se ne possono derivare come effetti secondari torpore o minore
lucidità. Quanto a coloro che non sono in grado di esprimersi, si potrà
ragionevolmente presumere che desiderino prendere tali calmanti e
somministrarli loro secondo i consigli del medico. Ma l’uso intensivo di
analgesici non è esente da difficoltà, poiché il fenomeno dell’assuefazione di
solito obbliga ad aumentare le dosi per mantenere l’efficacia. Conviene
ricordare una dichiarazione di Pio XII, la quale conserva ancora tutta la sua
validità. Ad un gruppo di medici che gli avevano posto la seguente domanda:” La
soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici… è permessa
dalla religione e dalla morale al medico e al paziente (anche all’avvicinarsi
della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita?)”, il
Papa rispose: “Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò
non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Sì” [6].
In questo caso, infatti, è chiaro che la morte non è voluta o ricercata in
alcun modo, benché se ne corra il rischio per una ragionevole causa: si
intende semplicemente lenire il dolore in maniera efficace, usando allo scopo
quegli analgesici di cui la medicina dispone. Gli analgesici
che producono negli ammalati la perdita della coscienza meritano invece una
particolare considerazione. E molto importante, infatti, che gli uomini non
solo possano soddisfare ai loro doveri morali e alle loro obbligazioni
familiari, ma anche e soprattutto che possano prepararsi con piena coscienza
all’incontro con il Cristo. Perciò Pio XII ammonisce che «non è lecito privare
il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo»[7] IV—
L’USO PROPORZIONATO DEI MEZZI TERAPEUTICI È molto importante oggi proteggere, nel momento
della morte, la dignità della persona umana e la concezione cristiana della
vita contro un tecnicismo che rischia di divenire abusivo. Di tatto, alcuni
parlano di «diritto alla morte», espressione che non designa il diritto di
procurarsi o farsi procurare la morte come si vuole, ma il diritto di morire in
tutta serenità, con dignità umana e cristiana. Da questo punto di vista, l’uso
dei mezzi terapeutici talvolta può sollevare dei problemi. In molti casi la complessità delle situazioni può
essere tale da far sorgere dei dubbi sui modo di applicare i principi della
morale. Prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del
malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei
medici, alla luce degli obblighi morali e dei diversi aspetti del caso. Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare.
Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni
diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili. Si dovrà però, in tutte le circostanze, ricorrere ad
ogni rimedio possibile? Finora i moralisti rispondevano che non si è mai
obbligati all’uso dei mezzi «straordinari». Oggi però tale risposta, sempre
valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per
l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò
alcuni preferiscono parlare di mezzi «proporzionati» e «sproporzionati». In
ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di
terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta, le spese necessarie
e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare,
tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali. Per facilitare l’applicazione di questi principi
generali si possono aggiungere le seguenti precisazioni: In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con
il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più
avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da
qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità
per il bene dell’umanità. E anche lecito interrompere l’applicazione ditali
mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere
una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio
dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente
competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se
l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati
prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e
disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre. - E’ sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali
che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di
ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora
esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al
suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o
desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato
ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri
troppo gravi alla famiglia o alla collettività. - Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i
mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a
trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso
della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in
simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non
avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo. CONCLUSIONE Le norme contenute nella presente Dichiarazione sono
ispirate dal profondo desiderio di servire l’uomo secondo il disegno del
Creatore. Se da una parte la vita è un dono di Dio, dall’altra la morte è ineluttabile;
è necessario, quindi, che noi, senza prevenire in alcun modo l’ora della morte,
sappiamo accettarla con piena coscienza della nostra responsabilità e con tutta
dignità. E’ vero, infatti, che la morte pone fine alla nostra esistenza
terrena, ma allo stesso tempo apre la via alla vita immortale. Perciò tutti gli
uomini devono prepararsi a questo evento alla luce dei valori umani, e i
cristiani ancor più alla luce della loro fede. Coloro che si dedicano alla cura della salute
pubblica non tralascino niente per mettere al servizio degli ammalati e dei moribondi
tutta la loro competenza; ma si ricordino anche di prestare loro il conforto
ancor più nècessario di una bontà immensa e di una carità ardente. Un tale
servizio prestato agli uomini è anche un servizio prestato al Signore stesso,
il quale ha detto:«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi
miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt. 25, 40).
[1] La Dichiarazione (del 5 maggio 1980) promana dall’autorità
dottrinale centrale della Chiesa cattolica, più in particolare dalla Sacra
Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa di difendere e
promuovere l’integrità del patrimonio delle verità da credere. E stata
preparata secondo il metodo abituale: inchiesta preliminare e fissazione di un
progetto da parte di una commissione di esperti, studio da parte dei consultori
della Congregazione, messa a punto definitiva e approvazione pontificia. Sia
allo stato preliminare che a quello finale si è fatto ricorso a rappresentanti
del mondo della salute, e in particolare a eminenti specialisti in medicina. Il documento comprende quattro parti. Dopo l’introduzione, che indica i destinatari
(pur rivolgendosi direttamente ai cattolici, il richiamo ai grandi principi
morali in materia può essere accolto anche dagli altri cristiani, dagli altri
credenti e da tutti gli uomini di buona volontà), un primo punto richiama il valore della vita umana. 1J0 secondo punto è dedicato all’eutanasia
propriamente detta. La terza parte tratta
dei problemi morali che comporta l’uso degli analgesici. La quarta, infine, espone i grandi principi
morali che regoLino l’uso proporzionato dei mezzi terapeutici nel corso di
gravi malattie e nell’imminenza
della morte. [2] Dichiarazione sull’aborto procurato, 18 novembre 1974 (“AAS” 66
[1974] pp. 730-747). [3] Pio XII, Discorso ai Congressisti dell’Unione
Internazionale delle Leghe Femminili Cattoliche, 11settembre 1947 “AAS”, 39 [1947], p. 483); Allocuzione all’Unione Cattolica Italiana delle Ostetriche,
29 ottobre 1951 (“AAS”, 43 [1951], pp. 835-854); Discorso ai membri dell’Ufficio Internazionale di Documentazione di
Medicina Militare, 19 ottobre 1953 “AAS “, 45 [1953], pp. 744-754); Discorso ai partecipanti al IX Congresso
della Società Italiana di Anestesiologia, 24 febbraio 1957 “AAS”, 49
[19571, p. 146); cfr. anche allocuzione
sulla «Rianimazione, 24 novembre 1957
“AAS”, 49 [1957], pp. 1027-1033). PAOLO VI, Discorso ai membri del Comitato speciale delle Nazioni Unite per la questione
della «Apartheid», 22 maggio 1974 (“AAS”, 66 [1974], p. 346).GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione
ai Vescovi degli Stati Uniti, 5 ottobre 1979 “AAS “, 71 [1971], p. 1225). [4] Si pensi in particolare alla
raccomandazione 779 (1976) relativa ai diritti dei malati e dei morenti,
dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa nella sua XXVI1 sessione
ordinaria. Cfr. “Sipeca”, n. 1, marzo 1977, pp. 14-15 [cfr. anche sotto, in
questo stesso volume, documento n. 19]. [5] Si lasciano completamente da
parte le questioni della pena di morte e della guerra, che richiederebbero
considerazioni specifiche estranee all’argomento di questa Dichiarazione. [6] Pio XII, Discorso deI 24 febbraio 1957 (“AAS”,
49 [ 1957 ], p. 147). |