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Il rapporto tra medico e paziente nella medicina
che cambia. Dal paternalismo all’alleanza nella fiducia: la formula
innovatrice dei rapporti fra medico e malato “inventata” da Pellegrino e Thomasma (E.D.Pellegrino - D.C.Thomasma: “Per il bene del paziente. Tradizione e innovazione
nell’etica medica”, Ed. Paoline, 1992) sembrava poter conciliare nel
migliore dei modi il dovere di “beneficità” del medico ed il diritto di
“autonomia” del malato. Un’autonomia in realtà piuttosto relativa, se il malato
è realmente tale. Nella malattia grave viene spesso a mancare la necessaria
lucidità di giudizio; in quella meno grave
può talora emergere la presunzione della pretesa. Comunque sia, è un
fatto che la medicina che cambia, progredendo rapidamente al di là di ogni
previsione in ambito terapeutico e tecnologico, crea esigenze organizzative del
tutto nuove e diverse, in una società in cui valori secolari di riferimento
vacillano, senza trovare ancora adeguati sostituti. Il risultato? La
contraddizione fra possibilità di intervento medico positivo sempre maggiori,
ed una paradossale diffusa invocazione ad “umanizzare” l’atto medico.
Invocazione in verità stupefacente in una società che si definisce, e si crede,
sempre più “umana”, e per di più proprio nell’ambito della professione da
sempre considerata la più umanitaria di tutte.
La stessa identità del medico è scossa e frantumata per ragioni varie e
diverse. Il progresso delle conoscenze biomediche porta ad una specializzazione
spesso esasperata, che individua ormai figure professionali sempre più
diversificate e legate spesso fra di loro soltanto da una più o meno remota
laurea in medicina. Come assimilare infatti, dal punto di vista dell’impegno
etico e della responsabilità personale, chi si dedichi ad esempio all’assistenza
dei malati di AIDS, e chi operi esclusivamente nella chirurgia estetica di
“ringiovanimento”, innesto della capigliatura, naturale o sintetica, compreso,
fatto salvo l’obbligo comune di una professionalità competente? D’altra parte
diventa sempre più difficile trovare un medico che si prenda cura “globale” di
un ammalato nella sua complessità psicofisica e spirituale. Molto più facile
trovare la disponibilità di un “tecnico”, capace di risolvere un “guasto”
organico, magari con interventi di altissima tecnologia, sino al trapianto
multiplo di organi. Va inoltre considerato che, nel rapporto diretto
medico/paziente, l’evoluzione della modalità e della complessità tecnica ed
economica della prestazione medica ha introdotto, per necessità, un terzo e scomodo “convitato di pietra”: la struttura
sanitaria con la sua burocrazia e le sue esuberanti esigenze amministrative. Lo
stesso progresso della biomedicina, con la sua sempre maggiore capacità di
venire incontro non solo alle necessità, ma ai desideri se non ai capricci dei
“clienti”, malati e non malati, (il figlio ad ogni costo, un naso “elegante” e
così via), tende fatalmente a dilatare, praticamente senza limite, il capitolo
spese. Di qui la necessità, per l’ente sanitario, di soluzioni restrittive e di
orientamento, che ostacolano e rendono in molti casi impossibile un efficiente
rapporto di libera alleanza e di
reciproca fiducia fra medico e paziente. Ciò, più che per il “privato”, vale
per il “pubblico”, che ha l’obbligo istituzionale di farsi carico di tutte le richieste dei cittadini, senza
comode scremature. La constatazione dell’efficienza operativa del modello
aziendale ha suggerito poi la sua applicazione anche
in ambito sanitario, dove trova però non pochi ostacoli, per un’equa
realizzazione, proprio nella particolare “qualità” del prodotto elargito: la
salute. Le parole sono pietre: l’uso ripetuto e ormai abituale di termini come:
azienda al posto di ospedale, cliente al posto di ammalato, operatore sanitario invece che medico o
infermiere, non potevano non influenzare alla lunga l’immaginario collettivo,
inducendo, al di là delle migliori intenzioni, una visione sempre più
tecnologica, e quindi materialistica, della funzione sanitaria. Solo che gli
ammalati non sono (non siamo) macchine, che si possano aggiustare o rottamare,
sono (siamo) “esseri umani”, bisognosi di trovare un senso anche nella
malattia; senza perdervi la dignità.
Degradato spesso a “prestatore d’opera” e ad “unità operativa”, liberamente
trasferibile sul territorio in base ad esigenze organizzative anche reali, ma
sovente non concertate e poste (necessariamente?) nelle mani di burocrati, il
medico tende a perdere sempre di più la sua identità, che, con tutti i limiti e
le discordanze della natura umana, è stata, per secoli, quella di accompagnare
il proprio simile nel dramma ineludibile della sofferenza e della morte,
contrastandole con empatia. Questa diminutio
non è avvenuta, purtroppo, senza sue precise responsabilità. All’epoca della
legge sull’aborto, al di là di ogni considerazione etica generale, sembrò a
molti foriera di sgradevoli conseguenze l’accettazione da parte di medici,
dicesi “medici”, di eseguire una prestazione tecnica così grave, dal punto di
vista morale ed esistenziale, su
semplice richiesta di una committente, senza nessuna personale valutazione
clinica di opportunità: il medico declassato ad operatore tecnico “in nome
della legge”. In ambito più generale, la sempre
maggior autonomia pretesa dal paziente, che aspira (giustamente) ad
essere vieppiù corresponsabile del proprio destino, tende però a mortificare
l’altrettanto rispettabile esigenza di autonomia del curante. Per una
dimensione realmente “umana” della società, la riduzione del medico a semplice
“prestatore d’opera”, una specie di
artigiano ad elevata qualifica, se si rivelasse definitiva e stabile, sarebbe
letale. Con una possibile ulteriore riserva: che gli ingranaggi, ad esempio di
un orologio di marca, non hanno interesse per la persona e la personalità
dell’operatore, gli “umani” sì. Molti si dicono convinti che, come sempre è
accaduto sinora, l’umana società saprà trovare infine una soluzione
accettabile. Certo è che, almeno per ora, nonostante i successi della medicina
e le “promesse” dei riformatori, la situazione di medici e pazienti, nel loro
rapporto reciproco, è troppo spesso di sofferenza. Lo dichiarano i malati e le
loro associazioni, lo svela il diffuso e sofferto malessere di tanti vecchi e
giovani “operatori sanitari”, lo conferma, persino, l’ammissione di qualche
burocrate. [Prof. Aldo
Mazzoni – Ordinario di microbiologia all’Università di Bologna,
coordinatore del Centro di Consulenza Bioetica “A. Degli Esposti” (Bologna)] |