I PERCHE’ DELLA BIOETICA

 

 La bioetica è quella “specializzazione” dell’etica che si interessa degli interventi dell’uomo sull’uomo in medicina e in biologia. E’ nata nel dopoguerra dopo che il tumultuoso progresso della medicina e lo sviluppo delle biotecnologie hanno imposto problemi nuovi ed inaspettati. Chi avrebbe mai pensato di trapiantare un organo o di  manipolare la sostanza vivente e la generazione, anche dell’uomo? Di fronte all’enorme potere che si è ritrovato fra le mani più di un uomo di scienza si è chiesto: ciò che si può fare sarà poi, sol per questo, anche moralmente lecito? Soccorrere qualcuno con nuove e potenti tecnologie non sarà causa di conseguenze catastrofiche per tutti? L’etica tradizionale si è trovata impreparata alla risposta. Non conosceva abbastanza gli elementi scientifici di base. La bioetica è sorta e si è sviluppata per rispondere a questa domanda. Questa sua radice “scientifica”, una vera e propria richiesta di aiuto alla filosofia, spiega la presenza fra i suoi cultori, fatto non comune per una disciplina filosofica, di tanti medici e scienziati. Ai quali si sono ben presto aggiunti giuristi e sociologi, a causa delle inevitabili ricadute di ogni scelta morale  su cultura, usi, costumi e legislazione di una comunità. Ne sono derivate conseguenze positive e negative. Fra le prime il vantaggio di un linguaggio più comprensibile all’uomo comune, fortemente interessato alle conseguenze del dibattito, in quanto di esse, buone o cattive che siano, terminale designato. La recente tragica esperienza di  sanguinarie dittature, concepite o imposte “per il bene” dei popoli, lo dimostra. Filosofi ed ideologici avevano “pensato”, i popoli e gli innocenti hanno subito. Fra quelle discutibili, la pretesa di certi operatori “biotecnologici” di essere, in quanto anche e contemporaneamente “cultori di bioetica”, giudici morali del proprio operare, anche se coinvolti dal punto di vista professionale ed economico.

  Qualunque sia il tema considerato: aborto, eutanasia, fecondazioni artificiali, trapianti d’organo non ci si può illudere  che il sì o il no riguardi solo il caso singolo, più o meno pietoso e coinvolgente. Come le onde concentriche che un sasso, gettato nello stagno, provoca , le conseguenze delle decisioni andranno fatalmente lontano. Avventate ed inopportune soluzioni legislative potranno condizionare persino l’equilibrato futuro dell’umanità. Orientare le scelte è quindi compito e responsabilità della bioetica. Non per niente l’inventore del termine, V.R. Potter  la definì “Scienza della sopravvivenza” e “Ponte verso il futuro”. Ma quale futuro? E’ indispensabile perciò che, nel giudizio, prevalga sempre la razionalità, non l’impulso emotivo o il buonismo di maniera.

 Non può stupire che il dibattito bioetico sia spesso intenso ed aspro. Molti temi giungono a coinvolgere le radici più profonde e segrete del conscio e dell’inconscio. Ad alcuni, certe scelte possono apparire incomprensibili . Perché, ad esempio, condannare la fecondazione artificiale di una coppia legittima, che desidera, ma non riesce a generare? Eppure lo ha fatto, e in modo totale e definitivo, anche la Chiesa Cattolica, pure così comprensiva in altri campi, come quando esorta ad accogliere, amandoli, gli extra comunitari, anche quelli più “scomodi”. Che si tratti solo di “cattiveria” gratuita? Cercare di chiarire le cause profonde di certi contrasti insuperabili facilita la comprensione delle ragioni altrui e, nel contempo, può aiutarci ad aprire gli occhi su certe  possibili drammatiche derive di troppo frettolose soluzioni, umanitarie solo in apparenza. Il contrasto deriva dalla drammatica frammentazione di una precedente cultura abbastanza omogenea che, almeno secondo Benedetto Croce, non poteva non dirsi cristiana. Oggi coesistono nella società modelli etici di riferimento diversi e conflittuali che mi sembra possano essere così (grossolanamente) riassunti, per necessità di spazio. Modello liberal-radicale: la libertà di scelta individuale è il valore massimo; moralità è uguale a libertà. Modello pragmatico-utilitarista: massimo valore? L’utilità. E’ morale ciò che è utile e dà piacere. Metodi e mezzi? Subalterni! Modello socio-biologista: non esistono valori assoluti ed immutabili. Uniche certezze? Quelle scientifiche. Le indicazioni per l’etica non possono emergere che dallo studio dell’evoluzione socio-biologica della “specie umana”. Modello personalista. Trova conforto definitivo nel Vangelo. Fra tutti i viventi solo l’uomo, nella sua totalità di corpo, anima e spirito è “persona”. Come tale, tali sono la sua dignità e il suo valore da trascendere cosmo e sfera biologica. La sua vita è sacra, la sua libertà intangibile! Sempre e comunque “fine” (di se stesso), mai “mezzo”.

  Nel dibattito bioetico si confrontano, dunque, concezioni radicalmente diverse dell’uomo, che, peraltro, non possono non tener conto della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (1948), secondo cui ogni essere umano, qualunque ne sia il sesso, il colore della pelle, la razza, l’intelligenza ha gli stessi diritti. Anche rispetto all’età di sviluppo? Anche se si tratta di un feto, o di un embrione. o di un vecchio vecchissimo, magari affetto da Alzeihmer? La domanda è insidiosa e crea problema, specie  rispetto a certe nuove  e inaspettate situazioni legate allo sviluppo biotecnologico. Si consideri, ad esempio, la cosiddetta “procreazione assistita” (vedi). Si è cercata perciò una soluzione nuova e diversa, preferendo al concetto di “essere umano” quello di “persona”, che, nella cultura occidentale, individua icasticamente le ragioni fondamentali ed esclusive per cui, fra tutti i viventi solo gli  umani hanno diritti. Solo essi infatti possono essere considerati “persone”, cioè titolari di diritti. Ma anche su questo punto la distinzione si è fatta ben presto radicale. Per i fautori del personalismo “ontologico” il solo fatto di appartenere alla specie umana conferisce il carattere di persona. Per quelli del personalismo fenomenologico (dal greco fainomai: apparire), per essere considerati tali, occorre saper “manifestare” nei fatti, e non solo di possedere in potenza, le caratteristiche esclusive del genere umano. Fra queste, ad esempio, quella, facilmente verificabile, di essere in grado di  “tematizzare” la morte. Solo gli esseri umani sono in grado di prefigurarsela. Di qui la distinzione fra esseri umani che sono persone, ed “esseri” umani che non lo sono: embrioni. feti, dementi gravi, ma anche neonati o bambini piccoli. Non sapendo ancora, o non potendo più, tematizzare la morte, o esprimere altre peculiari ed esclusive qualità come l’autocoscienza, la capacità di relazione ed altre, costoro non possono essere considerati a pieno titolo “persone” e, non avendo quindi diritti sono logicamente alla mercè del “buon cuore” di coloro che, persone, lo sono (Peter Singer: “Ripensare la vita. La vecchia morale non serve più”, Il Saggiatore Ed. 1996).

 

[Prof. Aldo Mazzoni – Ordinario di microbiologia all’Università di Bologna, coordinatore del Centro di Consulenza Bioetica “A. Degli Esposti” (Bologna)]