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Troppa frenesia intorno ai trapianti Il prof. Massimo
Bondì spiega le ragioni per cui combatte la "predazione di organi"
Madri in affitto, clonazioni, manipolazioni
genetiche, interventi chirurgici al limite del miracoloso (quando riescono ...)
sono divenute espressioni di uso comune e che, forse proprio in conseguenza
della loro attualità, non possono che sollevare discussioni, scontri, derivanti
dalla difficoltà di conciliare la morale con la scienza, soprattutto quando
quest'ultima degenera a indiscriminata rincorsa verso un progresso dai contorni
poco definiti. Si tratta di tematiche di grande spessore che
conseguono al costante tentativo di perseguire obiettivi meritevoli di
approvazione, quali il desiderio della maternità, il miglioramento o
l'allungamento della vita. Ciò che lascia perplessi non è, quindi, tanto lo
scopo ma, talvolta, il modo con cui questi obiettivi vengono perseguiti. Anche il recente dibattito sul tema del trapianto
degli organi - derivante dalla richiesta di un pronunciamento rivolto ai
cittadini italiani - ha creato divisioni ed ha motivato numerose riflessioni e
prese di posizione sul punto. Da una parte rileva la legittima istanza di
salvare vite umane, dall'altra la necessità di non sacrificarne prematuramente
altre. E' apparsa evidente la contrapposizione tra chi, quasi fideisticamente,
ha sposato tout court una filosofia del trapianto, e chi ha mostrato
invece perplessità sottolineando la necessità di giungere ad un giusto
equilibrio tra etica e progresso scientifico. Anche l'Assemblea dei Rabbini d'Italia si è
pronunciata pubblicamente approvando, in conformità alla posizione espressa dal
Rabbinato Centrale di Israele, un documento in cui è ritenuto ebraicamente
lecito un espianto di organi tutte le volte in cui venga accertata, sulla base
di precisi riscontri tecnici, la morte del soggetto donatore; morte che
sopraggiunge nel momento in cui avviene la morte respiratoria ovvero quella
delle cellule nervose che presiedono alla funzione respiratoria. Questa
posizione rabbinica, favorevole e rigorosa al contempo, deriva dalla
considerazione che, secondo l'halakhà, non è ammissibile né l'omicidio
né la violazione dell'integrità del corpo. Sul punto, in ogni caso, a conferma
della delicatezza dell'argomento, sono evidenziabili, pure all'interno del
mondo ebraico, posizioni differenti. Tra le voci che interpretano restrittivamente la
possibilità di procedere all'espianto degli organi (cuore e fegato, in
particolar modo), oltre ad alcune autorità rabbiniche di riconosciuto prestigio
(i "ghedolè Israel"), si deve segnalare la posizione del
professor Massimo Bondì, libero docente di Patologia Chirurgica e Propedeutica
Clinica presso l'Università La Sapienza di Roma e tra i promotori della "Lega
contro la predazione degli organi" (www. antipredazione. org). Shalom lo ha ascoltato. SHALOM: Lei ha, in numerose circostanze, mostrato
perplessità di fronte al tema trapianto-espianto di organi. Quali sono i motivi
del suo dissenso? BONDI: Premetto che il trapianto degli organi, di per sé,
rappresenta un significativo punto d'arrivo per tutta l'umanità. Si tratta di
un tema delicato che soddisfa un'esigenza meritevole che non posso che
condividere: quella di salvare vite umane. Nonostante ciò, devo rilevare che,
allo stato, sono evidenziabili numerosi aspetti problematici. E dico questo
sapendo di parlare di una questione di grande attualità che, a oltre trent'anni
dal primo trapianto di cuore, è entrata nelle mentalità corrente, tanto del
paziente che del medico. SHALOM: Quali sono gli aspetti più delicati? BONDI: I tempi della tecnica chirurgica, oggi, hanno
superato quelli del laboratorio. Avverto un'eccessiva attenzione al
miglioramento delle performances chiururgiche ed una sottovalutazione
delle ricerche e degli studi che potrebbero, in ultima istanza, permettere di guarire
gli organi, evitando, all'origine, il delicato problema degli espianti. Basti riflettere su alcuni dati storici: dopo il
famoso trapianto di Barnard ne sono seguiti, quasi immediatamente, oltre
duecento anche perché, grazie al supporto farmacologico sempre più
perfezionato, sono stati superati abbastanza rapidamente i problemi iniziali
connessi al rigetto. Un altro aspetto che lascia perplessi è quello
legato all'individuazione della morte del donatore. Già negli anni '70, le
Corti americane sono state, a più riprese, chiamate a pronunciarsi su una
domanda non casuale: quando è possibile stabilire che un uomo è effettivamente
morto? Devo dire che, sul punto, molti autori si sono inventati il concetto di
morte cerebrale e ciò proprio in concomitanza con il proliferare della tecnica
espiantologica cui mi riferivo prima. SHALOM: Lei ritiene che il richiamo alla morte
cerebrale rappresenti una tesi priva di supporti scientifici? BONDI: Esattamente. Non lo dico solo io, ma anche gli
autorevoli scienziati di Harvard che hanno redatto nel '92 un rapporto sul
punto. Oggi, non è possibile affermare con certezza quando un uomo sia
realmente morto, o meglio non è possibile - in mancanza di una riprova
anatomica - comprendere se il cervello sia definitivamente e irrimediabilmente
distrutto. SHALOM: La sua affermazione è molto dura anche sotto
il profilo della deontologia medica. BONDI: Io critico, anche deontologicamente, il medico che
affermi la morte cerebrale di un suo paziente, ai fini di un successivo
espianto di organi. Non condivido, in particolare, la frenesia verso il
trapianto che porta a trascurare, in nome della necessità di essere rapidi e di
evitare che gli organi si deteriorino, la tutela della salute del donatore.
Quest'ultimo non è, quando subisce l'espianto, un cadavere vero, rigido di
frigorifero. Al contrario gli organi vengono prelevati in camera operatoria col
soggetto legato al tavolo operatorio, sottoposto ad un vero intervento di
chirurgia, in anestesia generale, a cuore battente, circolazione in atto, respirazione
controllata. SHALOM: Lei critica, quindi, la dilagante cultura
del trapianto? BONDI: Senz'altro. Oggi c'è una richiesta in aumento di
organi. Tutti chiedono organi, potrebbe farlo anche un centenario. Si tratta di
una strada pericolosa che non dovrebbe essere percorsa. Invece sarebbe bene intensificare la ricerca, oltre
che migliorare le terapie, cosa che permetterebbe di evitare la drammatica
decisione, cui il medico è chiamato e che è alla base di ogni espianto,
relativa all'accertamento della morte del paziente donatore. Credo che si debba
perseguire l'obiettivo di creare l'organo in provetta dato che, almeno
in ipotesi, ogni organo può essere, ad eccezione del cervello ovviamente,
creato artificialmente. SHALOM: La sua contrarietà, rispetto alla domanda
pervenuta ad ogni elettore italiano di pronunciarsi in ordine alla donazione
dei proprio organi, è totale? BONDI: Si, e proprio perché ritengo che la richiesta sia
stata mal posta e non dica la verità. Il tesserino inviatoci, richiede un
pronunciamento rispetto ad una domanda non chiara. In particolare, è scritto:
dichiaro di voler donare i miei organi dopo la morte. E ciò, come ho già detto,
non è possibile. Avrebbero invece dovuto spiegare con dovizia di informazioni
che, allo stato attuale, non è certo che chi subisce un espianto, per esempio
di cuore o fegato, sia effettivamente morto. La domanda, quindi, trae in
inganno e suggestiona il cittadino che, inevitabilmente, non può conoscere
tutte le problematiche che la donazione di organi porta con sé. Claudio Morpurgo |