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Giovanni Paolo II
INTRODUZIONE 1. Il Vangelo della vita sta al
cuore del messaggio di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso
va annunciato con coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di ogni
epoca e cultura. All'aurora della salvezza, è la nascita di un bambino che
viene proclamata come lieta notizia: "Vi annunzio una grande gioia, che
sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che
è il Cristo Signore" (Lc 2, 10-11). A sprigionare questa "grande
gioia" è certamente la nascita del Salvatore; ma nel Natale è svelato
anche il senso pieno di ogni nascita umana, e la gioia messianica appare così
fondamento e compimento della gioia per ogni bimbo che nasce (cf. Gv 16, 21).
Presentando il nucleo centrale della sua missione redentrice, Gesù dice:
"Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv
10, 10). In verità, Egli si riferisce a quella vita "nuova" ed
"eterna", che consiste nella comunione con il Padre, a cui ogni uomo
è gratuitamente chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santificatore. Ma
proprio in tale "vita" acquistano pieno significato tutti gli aspetti
e i momenti della vita dell'uomo. Il valore incomparabile della
persona umana. 2. L'uomo è chiamato a una
pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena,
poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio. L'altezza di
questa vocazione soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita
umana anche nella sua fase temporale. La vita nel tempo, infatti, è condizione
basilare, momento iniziale e parte integrante dell'intero e unitario processo
dell'esistenza umana. Un processo che, inaspettatamente e immeritatamente,
viene illuminato dalla promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che
raggiungerà il suo pieno compimento nell'eternità (cf. 1 Gv 3, 1-2). Nello
stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la relatività
della vita terrena dell'uomo e della donna. Essa, in verità, non è realtà
"ultima", ma "penultima"; è comunque realtà sacra che ci
viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a
perfezione nell'amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli. La Chiesa
sa che questo Vangelo della vita, consegnatole dal suo Signore {1}, ha un'eco
profonda e persuasiva nel cuore di ogni persona, credente e anche non credente,
perché esso, mentre ne supera infinitamente le attese, vi corrisponde in modo
sorprendente. Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto
alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto
influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta
nel cuore (cf. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio
fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere
sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale
diritto si fonda l'umana convivenza e la stessa comunità politica. Questo
diritto devono, in modo particolare, difendere e promuovere i credenti in
Cristo, consapevoli della meravigliosa verità ricordata dal Concilio Vaticano
II: "Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni
uomo" {2}. In questo evento di salvezza, infatti, si rivela all'umanità
non solo l'amore sconfinato di Dio che "ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16), ma anche il valore incomparabile di ogni
persona umana. E la Chiesa, scrutando assiduamente il mistero della Redenzione,
coglie questo valore con sempre rinnovato stupore {3} e si sente chiamata ad
annunciare agli uomini di tutti i tempi questo "vangelo", fonte di
speranza invincibile e di gioia vera per ogni epoca della storia. Il Vangelo
dell'amore di Dio per l'uomo, il Vangelo della dignità della persona e il
Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo. È per questo che
l'uomo, l'uomo vivente, costituisce la prima e fondamentale via della Chiesa
{4}. Le nuove minacce alla vita umana 3. Ciascun uomo, proprio a
motivo del mistero del Verbo di Dio che si è fatto carne (cf. Gv 1, 14), è affidato
alla sollecitudine materna della Chiesa. Perciò ogni minaccia alla dignità e
alla vita dell'uomo non può non ripercuotersi nel cuore stesso della Chiesa,
non può non toccarla al centro della propria fede nell'incarnazione redentrice
del Figlio di Dio, non può non coinvolgerla nella sua missione di annunciare il
Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura (cf. Mc 16, 15). Oggi
questo annuncio si fa particolarmente urgente per l'impressionante
moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei
popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa. Alle antiche dolorose
piaghe della miseria, della fame, delle malattie endemiche, della violenza e
delle guerre, se ne aggiungono altre, dalle modalità inedite e dalle dimensioni
inquietanti. Già il Concilio Vaticano II, in una pagina di drammatica
attualità, ha deplorato con forza molteplici delitti e attentati contro la vita
umana. A trent'anni di distanza, facendo mie le parole dell'assise conciliare,
ancora una volta e con identica forza li deploro a nome della Chiesa intera,
con la certezza di interpretare il sentimento autentico di ogni coscienza
retta: "Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di
omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario;
tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le
torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l'intimo
dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni
infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la
schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le
ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come
semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte
queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la
civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli
che le subiscono; e ledono grandemente l'onore del Creatore". 4. Purtroppo, questo inquietante
panorama, lungi dal restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove
prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme
di attentati alla dignità dell'essere umano, mentre si delinea e consolida una
nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito
e - se possibile - ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni:
larghi strati dell'opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita
in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne
pretendono non solo l'impunità, ma persino l'autorizzazione da parte dello
Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l'intervento
gratuito delle strutture sanitarie. Ora, tutto questo provoca un cambiamento
profondo nel modo di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Il
fatto che le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi
principi basilari delle loro Costituzioni {5}, abbiano acconsentito a non
punire o addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro
la vita è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo
morale: scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate
dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili. La
stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della
vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare
questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice
sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. In un simile contesto
culturale e legale, anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari,
che pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un'attenzione responsabile
ed operosa delle comunità nazionali e di quelle internazionali, si trovano
esposti a soluzioni false e illusorie, in contrasto con la verità e il bene
delle persone e delle Nazioni. L'esito al quale si perviene è drammatico: se è
quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell'eliminazione di tante vite
umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il
fatto che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti,
fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che
tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana. In comunione con tutti i Vescovi
del mondo 5. Al problema delle minacce alla vita umana nel nostro tempo è stato dedicato il Concistoro straordinario dei Cardinali, svoltosi a Roma dal 4 al 7 aprile 1991. Dopo un'ampia e approfondita discussione del problema e delle sfide poste all'intera famiglia umana e, in particolare, alla comunità cristiana, i Cardinali, con voto unanime, mi hanno chiesto di riaffermare con l'autorità del Successore di Pietro il valore della vita umana e la sua inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed agli attentati che oggi la minacciano. Accogliendo tale richiesta, ho scritto nella Pentecoste del 1991 una lettera personale a ciascun Confratello perché, nello spirito della collegialità episcopale, mi offrisse la sua collaborazione in vista della stesura di uno specifico documento {6}. Sono profondamente grato a tutti i Vescovi che hanno risposto, fornendomi preziose informazioni, suggerimenti e proposte. Essi hanno testimoniato anche così la loro unanime e convinta partecipazione alla missione dottrinale e pastorale della Chiesa circa il Vangelo della vita. Nella medesima lettera, a pochi giorni dalla celebrazione del centenario dell'Enciclica Rerum novarum, attiravo l'attenzione di tutti su questa singolare analogia: "Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un'altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani" {7}. Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati. Se alla Chiesa, sul finire del secolo scorso, non era consentito tacere davanti alle ingiustizie allora operanti, meno ancora essa può tacere oggi, quando alle ingiustizie sociali del passato, purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si aggiungono ingiustizie ed oppressioni anche più gravi, magari scambiate per elementi di progresso in vista dell'organizzazione di un nuovo ordine mondiale. La presente Enciclica, frutto della collaborazione dell'Episcopato di ogni Paese del mondo, vuole essere dunque una riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana e della sua inviolabilità, ed insieme un appassionato appello rivolto a tutti e a ciascuno, in nome di Dio: rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità! Giungano queste parole a tutti i figli e le figlie della Chiesa! Giungano a tutte le persone di buona volontà, sollecite del bene di ogni uomo e donna e del destino dell'intera società! 6. In profonda comunione con
ogni fratello e sorella nella fede e animato da sincera amicizia per tutti,
voglio rimeditare e annunciare il Vangelo della vita, splendore di verità che
illumina le coscienze, limpida luce che risana lo sguardo ottenebrato, fonte
inesauribile di costanza e coraggio per affrontare le sempre nuove sfide che
incontriamo sul nostro cammino. E mentre ripenso alla ricca esperienza vissuta
durante l'Anno della Famiglia, quasi completando idealmente la Lettera da me
indirizzata "ad ogni famiglia concreta di qualunque regione della
terra" {8}, guardo con rinnovata fiducia a tutte le comunità domestiche ed
auspico che rinasca o si rafforzi ad ogni livello l'impegno di tutti a
sostenere la famiglia, perché anche oggi - pur in mezzo a numerose difficoltà e
a pesanti minacce - essa si conservi sempre, secondo il disegno di Dio, come
"santuario della vita" {9}. A tutti i membri della Chiesa, popolo
della vita e per la vita, rivolgo il più pressante invito perché, insieme,
possiamo dare a questo nostro mondo nuovi segni di speranza, operando affinché
crescano giustizia e solidarietà e si affermi una nuova cultura della vita
umana, per l'edificazione di un'autentica civiltà della verità e dell'amore. LA VOCE DEL SANGUE DI TUO FRATELLO GRIDA A ME DAL SUOLO Le attuali minacce alla vita
umana. "Caino alzò la mano contro
il fratello Abele e lo uccise" (Gn 4, 8): alla radice della violenza
contro la vita. 7. "Dio non ha creato la
morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per
l'esistenza... Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a
immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del
diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono" (Sap 1, 13-14;
2, 23-24). Il Vangelo della vita, risuonato al principio con la creazione
dell'uomo a immagine di Dio per un destino di vita piena e perfetta (cf. Gn 2,
7; Sap 9, 2-3), viene contraddetto dall'esperienza lacerante della morte che
entra nel mondo e getta l'ombra del non senso sull'intera esistenza dell'uomo.
La morte vi entra a causa dell'invidia del diavolo (cf. Gn 3, 1.4-5) e del
peccato dei progenitori (cf. Gn 2, 17; 3, 17-19). E vi entra in modo violento,
attraverso l'uccisione di Abele da parte del fratello Caino: "Mentre erano
in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise" (Gn
4, 8). Questa prima uccisione è presentata con una singolare eloquenza in una
pagina paradigmatica del libro della Genesi: una pagina ritrascritta ogni
giorno, senza sosta e con avvilente ripetizione, nel libro della storia dei
popoli Vogliamo rileggere insieme questa pagina biblica, che, pur nella sua
arcaicità ed estrema semplicità, si presenta quanto mai ricca di insegnamenti.
"Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. Dopo un certo
tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì
primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua
offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il
suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei
irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse
tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta;
verso di te è la sua bramosia, ma tu dominala". Caino disse al fratello
Abele: "Andiamo in campagna!". Mentre erano in campagna, Caino alzò
la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino:
"Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono
forse il guardiano di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La
voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi
da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello.
Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e
fuggiasco sarai sulla terra". Disse Caino al Signore: "Troppo grande
è la mia colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi
dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e
chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere". Ma il Signore gli disse:
"Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". Il
Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse
incontrato. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente
di Eden" (Gn 4, 2-16). 8. Caino è "molto
irritato" e ha il volto "abbattuto" perché "il Signore
gradì Abele e la sua offerta" (Gn 4, 4). Il testo biblico non rivela il
motivo per cui Dio preferisce il sacrificio di Abele a quello di Caino; indica
però con chiarezza che, pur preferendo il dono di Abele, non interrompe il suo
dialogo con Caino. Lo ammonisce ricordandogli la sua libertà di fronte al male:
l'uomo non è per nulla un predestinato al male. Certo, come già Adamo, egli è
tentato dalla potenza malefica del peccato che, come bestia feroce, è appostata
alla porta del suo cuore, in attesa di avventarsi sulla preda. Ma Caino rimane
libero di fronte al peccato. Lo può e lo deve dominare: "Verso di te è la
sua bramosia, ma tu dominala!" (Gn 4, 7). Sull'ammonimento del Signore
hanno il sopravvento la gelosia e l'ira, e così Caino s'avventa sul proprio
fratello e lo uccide. Come leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, "la
Scrittura, nel racconto dell'uccisione di Abele da parte del fratello Caino,
rivela, fin dagli inizi della storia umana, la presenza nell'uomo della collera
e della cupidigia, conseguenze del peccato originale. L'uomo è diventato il
nemico del suo simile" {10}. Il fratello uccide il fratello. Come nel
primo fratricidio, in ogni omicidio viene violata la parentela
"spirituale", che accomuna gli uomini in un'unica grande famiglia
{11}, essendo tutti partecipi dello stesso bene fondamentale: l'uguale dignità personale.
Non poche volte viene violata anche la parentela "della carne e del
sangue", ad esempio quando le minacce alla vita si sviluppano nel rapporto
tra genitori e figli, come avviene con l'aborto o quando, nel più vasto
contesto familiare o parentale, viene favorita o procurata l'eutanasia. Alla
radice di ogni violenza contro il prossimo c'è un cedimento alla
"logica" del maligno, cioè dico lui che "è stato omicida fin da
principio" (Gv 8, 44), come ci ricorda l'apostolo Giovanni: "Poiché
questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni
gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello"
(1 Gv 3, 11-12). Così l'uccisione del fratello, fin dagli albori della storia,
è la triste testimonianza di come il male progredisca con rapidità
impressionante: alla rivolta dell'uomo contro Dio nel paradiso terrestre si
accompagna la lotta mortale dell'uomo contro l'uomo. Dopo il delitto, Dio
interviene a vendicare l'ucciso. Di fronte a Dio, che lo interroga sulla sorte
di Abele, Caino, anziché mostrarsi impacciato e scusarsi, elude la domanda con
arroganza: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?" (Gn
4, 9). "Non lo so": con la menzogna Caino cerca di coprire il
delitto. Così è spesso avvenuto e avviene quando le più diverse ideologie
servono a giustificare e a mascherare i più atroci delitti verso la persona.
"Sono forse io il guardiano di mio fratello?": Caino non vuole
pensare al fratello e rifiuta di vivere quella responsabilità che ogni uomo ha
verso l'altro. Viene spontaneo pensare alle odierne tendenze di
deresponsabilizzazione dell'uomo verso il suo simile, di cui sono sintomi, tra
l'altro, il venir meno della solidarietà verso i membri più deboli della
società - quali gli anziani, gli ammalati, gli immigrati, i bambini - e
l'indifferenza che spesso si registra nei rapporti tra i popoli anche quando
sono in gioco valori fondamentali come la sussistenza, la libertà e la pace. 9. Ma Dio non può lasciare
impunito il delitto: dal suolo su cui è stato versato, il sangue dell'ucciso
esige che Egli faccia giustizia (cf. Gn 37, 26; Is 26, 21; Ez 24, 7-8). Da
questo testo la Chiesa ha ricavato la denominazione di "peccati che
gridano vendetta al cospetto di Dio" e vi ha incluso, anzitutto,
l'omicidio volontario {12}. Per gli ebrei, come per molti popoli
dell'antichità, il sangue è la sede della vita, anzi "il sangue è la
vita" (Dt 12, 23) e la vita, specie quella umana, appartiene solo a Dio:
per questo chi attenta alla vita dell'uomo, in qualche modo attenta a Dio
stesso. Caino è maledetto da Dio e anche dalla terra, che gli rifiuterà i suoi
frutti (cf. Gn 4, 11-12). Ed è punito: abiterà nella steppa e nel deserto. La
violenza omicida cambia profondamente l'ambiente di vita dell'uomo. La terra da
"giardino di Eden" (Gn 2, 15), luogo di abbondanza, di serene
relazioni interpersonali e di amicizia con Dio, diventa "paese di
Nod" (Gn 4, 16), luogo della "miseria", della solitudine e della
lontananza da Dio. Caino sarà "ramingo e fuggiasco sulla terra" (Gn
4, 14): incertezza e instabilità lo accompagneranno sempre. Dio, tuttavia,
sempre misericordioso anche quando punisce, "impose a Caino un segno,
perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato" (Gn 4, 15): gli dà,
dunque, un contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo all'esecrazione
degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo
fosse anche per vendicare la morte di Abele. Neppure l'omicida perde la sua
dignità personale e Dio stesso se ne fa garante. Ed è proprio qui che si
manifesta il paradossale mistero della misericordiosa giustizia di Dio, come
scrive sant'Ambrogio: "Poiché era stato commesso un fratricidio, cioè il
più grande dei crimini, nel momento in cui si introdusse il peccato, subito
dovette essere estesa la legge della misericordia divina; perché, se il castigo
avesse colpito immediatamente il colpevole, non accadesse che gli uomini, nel
punire, non usassero alcuna tolleranza né mitezza, ma consegnassero
immediatamente al castigo i colpevoli. (...) Dio respinse Caino dal suo
cospetto e, rinnegato dai suoi genitori, lo relegò come nell'esilio di una
abitazione separata, per il fatto che era passato dall'umana mitezza alla
ferocia belluina. Tuttavia Dio non volle punire l'omicida con un omicidio,
poiché vuole il pentimento del peccatore più che la sua morte" {13}. "Che hai fatto?" (Gn
4, 10): l'eclissi del valore della vita 10. Il Signore disse a Caino:
"Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal
suolo!" (Gn 4, 10). La voce del sangue versato dagli uomini non cessa di
gridare, di generazione in generazione, assumendo toni e accenti diversi e
sempre nuovi. La domanda del Signore "Che hai fatto?", alla quale
Caino non può sfuggire, è rivolta anche all'uomo contemporaneo perché prenda
coscienza dell'ampiezza e della gravità degli attentati alla vita da cui
continua ad essere segnata la storia dell'umanità; vada alla ricerca delle
molteplici cause che li generano e li alimentano; rifletta con estrema serietà
sulle conseguenze che derivano da questi stessi attentati per l'esistenza delle
persone e dei popoli. Alcune minacce provengono dalla natura stessa, ma sono
aggravate dall'incuria colpevole e dalla negligenza degli uomini che non
raramente potrebbero porvi rimedio; altre invece sono il frutto di situazioni di
violenza, di odi, di contrapposti interessi, che inducono gli uomini ad
aggredire altri uomini con omicidi, guerre, stragi, genocidi. E come non
pensare alla violenza che si fa alla vita di milioni di esseri umani,
specialmente bambini, costretti alla miseria, alla sottonutrizione e alla fame,
a causa di una iniqua distribuzione delle ricchezze tra i popoli e le classi
sociali? o alla violenza insita, prima ancora che nelle guerre, in uno
scandaloso commercio delle armi, che favorisce la spirale dei tanti conflitti
armati che insanguinano il mondo? o alla seminagione di morte che si opera con
l'inconsulto dissesto degli equilibri ecologici, con la criminale diffusione
della droga o col favorire modelli di esercizio della sessualità che, oltre ad
essere moralmente inaccettabili, sono anche forieri di gravi rischi per la
vita? È impossibile registrare in modo completo la vasta gamma delle minacce
alla vita umana, tante sono le forme, aperte o subdole, che esse rivestono nel
nostro tempo! 11. Ma la nostra attenzione
intende concentrarsi, in particolare, su un altro genere di attentati,
concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi
rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che
tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di
"delitto" e ad assumere paradossalmente quello del
"diritto", al punto che se ne pretende un vero e proprio
riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante
l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari. Tali attentati
colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di
ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in larga parte,
sono consumati proprio all'interno e ad opera di quella famiglia che
costitutivamente è invece chiamata ad essere "santuario della vita".
Come s'è potuta determinare una simile situazione? Occorre prendere in
considerazione molteplici fattori. Sullo sfondo c'è una profonda crisi della
cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti stessi del sapere e dell'etica
e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso dell'uomo, dei
suoi diritti e dei suoi doveri. A ciò si aggiungono le più diverse difficoltà
esistenziali e relazionali, aggravate dalla realtà di una società complessa, in
cui le persone, le coppie, le famiglie rimangono spesso sole con i loro
problemi. Non mancano situazioni di particolare povertà, angustia o
esasperazione, in cui la fatica della sopravvivenza, il dolore ai limiti della
sopportabilità, le violenze subite, specialmente quelle che investono le donne,
rendono le scelte di difesa e di promozione della vita esigenti a volte fino
all'eroismo. Tutto ciò spiega, almeno in parte, come il valore della vita possa
oggi subire una specie di "eclissi", per quanto la coscienza non
cessi di additarlo quale valore sacro e intangibile, come dimostra il fatto
stesso che si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o
terminale con locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal fatto
che è in gioco il diritto all'esistenza di una concreta persona umana. 12. In realtà, se molti e gravi
aspetti dell'odierna problematica sociale possono in qualche modo spiegare il
clima di diffusa incertezza morale e talvolta attenuare nei singoli la
responsabilità soggettiva, non è meno vero che siamo di fronte a una realtà più
vasta, che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato,
caratterizzata dall'imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura
in molti casi come vera "cultura di morte". Essa è attivamente
promossa da forti correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una
concezione efficientistica della società. Guardando le cose da tale punto di
vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i
deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta
inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in
molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente,
con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di
vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da
cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di "congiura
contro la vita". Essa non coinvolge solo le singole persone nei loro
rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare
e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati. 13. Per facilitare la diffusione
dell'aborto, si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti
destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile
l'uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere
all'aiuto del medico. La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra
quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed
efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l'aborto ad
ogni forma di controllo e responsabilità sociale. Si afferma frequentemente che
la contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace
contro l'aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto
l'aborto perché continua ostinatamente a insegnare l'illiceità morale della
contraccezione. L'obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Può essere,
infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell'intento di evitare
successivamente la tentazione dell'aborto. Ma i disvalori insiti nella
"mentalità contraccettiva" - ben diversa dall'esercizio responsabile
della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell'atto
coniugale - sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte
all'eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di fatto la cultura
abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano
l'insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Certo, contraccezione ed
aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente diversi: l'una
contraddice all'integra verità dell'atto sessuale come espressione propria
dell'amore coniugale, l'altro distrugge la vita di un essere umano; la prima si
oppone alla virtù della castità matrimoniale, il secondo si oppone alla virtù
della giustizia e viola direttamente il precetto divino "non uccidere".
Ma pur con questa diversa natura e peso morale, essi sono molto spesso in
intima relazione, come frutti di una medesima pianta. È vero che non mancano
casi in cui alla contraccezione e allo stesso aborto si giunge sotto la spinta
di molteplici difficoltà esistenziali, che tuttavia non possono mai esonerare
dallo sforzo di osservare pienamente la Legge di Dio. Ma in moltissimi altri
casi tali pratiche affondano le radici in una mentalità edonistica e
deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e suppongono un concetto
egoistico di libertà che vede nella procreazione un ostacolo al dispiegarsi
della propria personalità. La vita che potrebbe scaturire dall'incontro
sessuale diventa così il nemico da evitare assolutamente e l'aborto l'unica possibile
risposta risolutiva di fronte ad una contraccezione fallita. Purtroppo la
stretta connessione che, a livello di mentalità, intercorre tra la pratica
della contraccezione e quella dell'aborto emerge sempre di più e lo dimostra in
modo allarmante anche la messa a punto di preparati chimici, di dispositivi
intrauterini e di vaccini che, distribuiti con la stessa facilità dei
contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di
sviluppo della vita del nuovo essere umano. 14. Anche le varie tecniche di
riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e che
sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta
a nuovi attentati contro la vita. Al di là del fatto che esse sono moralmente
inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto
integralmente umano dell'atto coniugale {14}, queste tecniche registrano alte
percentuali di insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il
successivo sviluppo dell'embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in
genere brevissimi. Inoltre, vengono prodotti talvolta embrioni in numero
superiore a quello necessario per l'impianto nel grembo della donna e questi
cosiddetti "embrioni soprannumerari" vengono poi soppressi o utilizzati
per ricerche che, con il pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà
riducono la vita umana a semplice "materiale biologico" di cui poter
liberamente disporre. Le diagnosi pre-natali, che non presentano difficoltà
morali se fatte per individuare eventuali cure necessarie al bambino non ancora
nato, diventano troppo spesso occasione per proporre e procurare l'aborto. È
l'aborto eugenetico, la cui legittimazione nell'opinione pubblica nasce da una
mentalità - a torto ritenuta coerente con le esigenze della
"terapeuticità" - che accoglie la vita solo a certe condizioni e che
rifiuta il limite, l'handicap, l'infermità. Seguendo questa stessa logica, si è
giunti a negare le cure ordinarie più elementari, e perfino l'alimentazione, a
bambini nati con gravi handicap o malattie. Lo scenario contemporaneo, inoltre,
si fa ancora più sconcertante a motivo delle proposte, avanzate qua e là, di
legittimare, nella stessa linea del diritto all'aborto, persino l'infanticidio,
ritornando così ad uno stadio di barbarie che si sperava di aver superato per
sempre. 15. Minacce non meno gravi
incombono pure sui malati inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e
culturale che, rendendo più difficile affrontare e sopportare la sofferenza,
acuisce la tentazione di risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla
radice con l'anticipare la morte al momento ritenuto più opportuno. In tale
scelta confluiscono spesso elementi di diverso segno, purtroppo convergenti a
questo terribile esito. Può essere decisivo, nel soggetto malato, il senso di
angoscia, di esasperazione, persino di disperazione, provocato da un'esperienza
di dolore intenso e prolungato. Ciò mette a dura prova gli equilibri a volte
già instabili della vita personale e familiare, sicché, da una parte, il
malato, nonostante gli aiuti sempre più efficaci dell'assistenza medica e
sociale, rischia di sentirsi schiacciato dalla propria fragilità; dall'altra,
in coloro che gli sono effettivamente legati, può operare un senso di
comprensibile anche se malintesa pietà. Tutto ciò è aggravato da un'atmosfera
culturale che non coglie nella sofferenza alcun significato o valore, anzi la
considera il male per eccellenza, da eliminare ad ogni costo; il che avviene specialmente
quando non si ha una visione religiosa che aiuti a decifrare positivamente il
mistero del dolore Ma nell'orizzonte culturale complessivo non manca di
incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell'uomo che, in tal
modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte perché decide
di esse, mentre in realtà viene sconfitto e schiacciato da una morte
irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza.
Riscontriamo una tragica espressione di tutto ciò nella diffusione
dell'eutanasia, mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino
legalizzata. Essa, oltre che per una presunta pietà di fronte al dolore del
paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad
evitare spese improduttive troppo gravose per la società. Si propone così la
soppressione dei neonati malformati, degli handicappati gravi, degli inabili,
degli anziani, soprattutto se non autosufficienti, e dei malati terminali. Né
ci è lecito tacere di fronte ad altre forme più subdole, ma non meno gravi e
reali, di eutanasia. Esse, ad esempio, potrebbero verificarsi quando, per
aumentare la disponibilità di organi da trapiantare, si procedesse all'espianto
degli stessi organi senza rispettare i criteri oggettivi ed adeguati di
accertamento della morte del donatore. 16. Un altro fenomeno attuale,
al quale si accompagnano frequentemente minacce e attentati alla vita, è quello
demografico. Esso si presenta in modo differente nelle diverse parti del mondo:
nei Paesi ricchi e sviluppati si registra un preoccupante calo o crollo delle
nascite; i Paesi poveri, invece, presentano in genere un tasso elevato di
aumento della popolazione, difficilmente sopportabile in un contesto di minore
sviluppo economico e sociale, o addirittura di grave sottosviluppo. Di fronte
alla sovrapopolazione dei Paesi poveri mancano, a livello internazionale,
interventi globali - serie politiche familiari e sociali, programmi di crescita
culturale e di giusta produzione e distribuzione delle risorse - mentre si
continua a mettere in atto politiche antinataliste. Contraccezione,
sterilizzazione e aborto vanno certamente annoverati tra le cause che
contribuiscono a determinare le situazioni di forte denatalità. Può essere
facile la tentazione di ricorrere agli stessi metodi e attentati contro la vita
anche nelle situazioni di "esplosione demografica". L'antico faraone,
sentendo come un incubo la presenza e il moltiplicarsi dei figli di Israele, li
sottopose ad ogni forma di oppressione e ordinò che venisse fatto morire ogni
neonato maschio delle donne ebree (cf. Es 1, 7-22). Allo stesso modo si
comportano oggi non pochi potenti della terra. Essi pure avvertono come un
incubo lo sviluppo demografico in atto e temono che i popoli più prolifici e
più poveri rappresentino una minaccia per il benessere e la tranquillità dei
loro Paesi. Di conseguenza, piuttosto che voler affrontare e risolvere questi
gravi problemi nel rispetto della dignità delle persone e delle famiglie e
dell'inviolabile diritto alla vita di ogni uomo, preferiscono promuovere e
imporre con qualsiasi mezzo una massiccia pianificazione delle nascite. Gli
stessi aiuti economici, che sarebbero disposti a dare, vengono ingiustamente
condizionati all'accettazione di una politica antinatalista. 17. L'umanità di oggi ci offre
uno spettacolo davvero allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei
quali si sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro singolare
proporzione numerica, nonché al molteplice e potente sostegno che viene loro
dato dall'ampio consenso sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal
coinvolgimento di parte del personale sanitario. Come ebbi a dire con forza a
Denver, in occasione dell'VIII Giornata Mondiale della Gioventù, "con il
tempo, le minacce contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono
dimensioni enormi. Non si tratta soltanto di minacce provenienti dall'esterno,
di forze della natura o dei "Caino" che assassinano gli
"Abele"; no, si tratta di minacce programmate in maniera scientifica
e sistematica. Il ventesimo secolo verrà considerato un'epoca di attacchi
massicci contro la vita, un'interminabile serie di guerre e un massacro
permanente di vite umane innocenti. I falsi profeti e i falsi maestri hanno
conosciuto il maggior successo possibile" {15}. Al di là delle intenzioni,
che possono essere varie e magari assumere forme suadenti persino in nome della
solidarietà, siamo in realtà di fronte a una oggettiva "congiura contro la
vita" che vede implicate anche Istituzioni internazionali, impegnate a
incoraggiare e programmare vere e proprie campagne per diffondere la
contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto. Non si può, infine, negare che i
mass media sono spesso complici di questa congiura, accreditando nell'opinione
pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla contraccezione, alla
sterilizzazione, all'aborto e alla stessa eutanasia come segno di progresso e
conquista di libertà, mentre dipinge come nemiche della libertà e del progresso
le posizioni incondizionatamente a favore della vita. "Sono forse il guardiano di
mio fratello?" (Gn 4,9): un'idea perversa di libertà 18. Il panorama descritto chiede
di essere conosciuto non soltanto nei fenomeni di morte che lo caratterizzano,
ma anche nelle molteplici cause che lo determinano. La domanda del Signore
"Che hai fatto?" (Gn 4, 10) sembra essere quasi un invito rivolto a
Caino ad andare oltre la materialità del suo gesto omicida, per coglierne tutta
la gravità nelle motivazioni che ne sono all'origine e nelle conseguenze che ne
derivano. Le scelte contro la vita nascono, talvolta, da situazioni difficili o
addirittura drammatiche di profonda sofferenza, di solitudine, di totale
mancanza di prospettive economiche, di depressione e di angoscia per il futuro.
Tali circostanze possono attenuare anche notevolmente la responsabilità
soggettiva e la conseguente colpevolezza di quanti compiono queste scelte in sé
criminose. Tuttavia oggi il problema va ben al di là del pur doveroso
riconoscimento di queste situazioni personali. Esso si pone anche sul piano
culturale, sociale e politico, dove presenta il suo aspetto più sovversivo e
conturbante nella tendenza, sempre più largamente condivisa, a interpretare i
menzionati delitti contro la vita come legittime espressioni della libertà
individuale, da riconoscere e proteggere come veri e propri diritti. In questo
modo giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico,
che dopo aver scoperto l'idea dei "diritti umani" - come diritti
inerenti a ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione degli
Stati - incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un'epoca in
cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma
pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene
praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici
dell'esistenza, quali sono il nascere e il morire. Da un lato, le varie
dichiarazioni dei diritti dell'uomo e le molteplici iniziative che ad esse si
ispirano dicono l'affermarsi a livello mondiale di una sensibilità morale più
attenta a riconoscere il valore e la dignità di ogni essere umano in quanto
tale, senza alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione, opinione
politica, ceto sociale. Dall'altro lato, a queste nobili proclamazioni si
contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa è ancora
più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si realizza in una
società che fa dell'affermazione e della tutela dei diritti umani il suo
obiettivo principale e insieme il suo vanto. Come mettere d'accordo queste
ripetute affermazioni di principio con il continuo moltiplicarsi e la diffusa
legittimazione degli attentati alla vita umana? Come conciliare queste
dichiarazioni col rifiuto del più debole, del più bisognoso, dell'anziano,
dell'appena concepito? Questi attentati vanno in direzione esattamente
contraria al rispetto della vita e rappresentano una minaccia frontale a tutta
la cultura dei diritti dell'uomo. È una minaccia capace, al limite, di mettere
a repentaglio lo stesso significato della convivenza democratica: da società di
"conviventi", le nostre città rischiano di diventare società di
esclusi, di emarginati, di rimossi e soppressi. Se poi lo sguardo si allarga ad
un orizzonte planetario, come non pensare che la stessa affermazione dei
diritti delle persone e dei popoli, quale avviene in alti consessi
internazionali, si riduce a sterile esercizio retorico, se non si smaschera
l'egoismo dei Paesi ricchi che chiudono l'accesso allo sviluppo dei Paesi
poveri o lo condizionano ad assurdi divieti di procreazione, contrapponendo lo
sviluppo all'uomo? Non occorre forse mettere in discussione gli stessi modelli
economici, adottati sovente dagli Stati anche per spinte e condizionamenti di
carattere internazionale, che generano ed alimentano situazioni di ingiustizia
e violenza nelle quali la vita umana di intere popolazioni viene avvilita e
conculcata? 19. Dove stanno le radici di una
contraddizione tanto paradossale? Le possiamo riscontrare in complessive
valutazioni di ordine culturale e morale, a iniziare da quella mentalità che,
esasperando e persino deformando il concetto di soggettività, riconosce come
titolare di diritti solo chi si presenta con piena o almeno incipiente
autonomia ed esce da condizioni di totale dipendenza dagli altri. Ma come
conciliare tale impostazione con l'esaltazione dell'uomo quale essere
"indisponibile"? La teoria dei diritti umani si fonda proprio sulla
considerazione del fatto che l'uomo, diversamente dagli animali e dalle cose,
non può essere sottomesso al dominio di nessuno. Si deve pure accennare a
quella logica che tende a identificare la dignità personale con la capacità di
comunicazione verbale ed esplicita e, in ogni caso, sperimentabile. È chiaro
che, con tali presupposti, non c'è spazio nel mondo per chi, come il nascituro
o il morente, è un soggetto strutturalmente debole, sembra totalmente
assoggettato alla mercé di altre persone e da loro radicalmente dipendente e sa
comunicare solo mediante il muto linguaggio di una profonda simbiosi di
affetti. È, quindi, la forza a farsi criterio di scelta e di azione nei
rapporti interpersonali e nella convivenza sociale. Ma questo è l'esatto
contrario di quanto ha voluto storicamente affermare lo Stato di diritto, come
comunità nella quale alle "ragioni della forza" si sostituisce la
"forza della ragione". Ad un altro livello, le radici della
contraddizione che intercorre tra la solenne affermazione dei diritti dell'uomo
e la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una concezione della
libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla
solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell'altro. Se è vero che
talvolta la soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un
malinteso senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale
cultura di morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del
tutto individualistica che finisce per essere la libertà dei "più
forti" contro i deboli destinati a soccombere. Proprio in questo senso si
può interpretare la risposta di Caino alla domanda del Signore "Dov'è
Abele, tuo fratello?": "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?" (Gn 4, 9). Sì, ogni uomo è "guardiano di suo
fratello", perché Dio affida l'uomo all'uomo. Ed è anche in vista di tale
affidamento che Dio dona a ogni uomo la libertà, che possiede un'essenziale
dimensione relazionale. Essa è grande dono del Creatore, posta com'è al
servizio della persona e della sua realizzazione mediante il dono di sé e
l'accoglienza dell'altro; quando invece viene assolutizzata in chiave
individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è
contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità. C'è un aspetto ancora più
profondo da sottolineare: la libertà rinnega sé stessa, si autodistrugge e si
dispone all'eliminazione dell'altro quando non riconosce e non rispetta più il
suo costitutivo legame con la verità. Ogni volta che la libertà, volendo
emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze
primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e
sociale, la persona finisce con l'assumere come unico e indiscutibile
riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo
la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico
interesse e il suo capriccio. 20. In questa concezione della
libertà, la convivenza sociale viene profondamente deformata. Se la promozione
del proprio io è intesa in termini di autonomia assoluta, inevitabilmente si
giunge alla negazione dell'altro, sentito come un nemico da cui difendersi. In
questo modo la società diventa un insieme di individui posti l'uno accanto
all'altro, ma senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente
dall'altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi. Tuttavia, di fronte ad
analoghi interessi dell'altro, ci si deve arrendere a cercare qualche forma di
compromesso, se si vuole che nella società sia garantito a ciascuno il massimo
di libertà possibile. Viene meno così ogni riferimento a valori comuni e a una
verità assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili di
un relativismo totale. Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile:
anche il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita. È quanto di fatto
accade anche in ambito più propriamente politico e statale: l'originario e
inalienabile diritto alla vita è messo in discussione o negato sulla base di un
voto parlamentare o della volontà di una parte - sia pure maggioritaria - della
popolazione. È l'esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato: il
"diritto" cessa di essere tale, perché non è più solidamente fondato
sull'inviolabile dignità della persona, ma viene assoggettato alla volontà del
più forte. In questo modo la democrazia, ad onta delle sue regole, cammina
sulla strada di un sostanziale totalitarismo. Lo Stato non è più la "casa
comune" dove tutti possono vivere secondo principi di uguaglianza
sostanziale, ma si trasforma in Stato tiranno, che presume di poter disporre
della vita dei più deboli e indifesi, dal bambino non ancora nato al vecchio,
in nome di una utilità pubblica che non è altro, in realtà, che l'interesse di
alcuni. Tutto sembra avvenire nel più saldo rispetto della legalità, almeno
quando le leggi che permettono l'aborto o l'eutanasia vengono votate secondo le
cosiddette regole democratiche. In verità, siamo di fronte solo a una tragica
parvenza di legalità e l'ideale democratico, che è davvero tale quando
riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana, è tradito nelle sue stesse
basi: "Come è possibile parlare ancora di dignità di ogni persona umana,
quando si permette che si uccida la più debole e la più innocente? In nome di
quale giustizia si opera fra le persone la più ingiusta delle discriminazioni,
dichiarandone alcune degne di essere difese, mentre ad altre questa dignità è
negata?" {16}. Quando si verificano queste condizioni si sono già
innescati quei dinamismi che portano alla dissoluzione di un'autentica convivenza
umana e alla disgregazione della stessa realtà statuale. Rivendicare il diritto
all'aborto, all'infanticidio, all'eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale
ad attribuire alla libertà umana un significato perverso e iniquo: quello di un
potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera
libertà: "In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è
schiavo del peccato" (Gv 8, 34). "Mi dovrò nascondere
lontano da te" (Gn 4, 14): l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo 21. Nel ricercare le radici più
profonde della lotta tra la "cultura della vita" e la "cultura
della morte", non ci si può fermare all'idea perversa di libertà sopra
ricordata. Occorre giungere al cuore del dramma vissuto dall'uomo contemporaneo:
l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo, tipica del contesto sociale e culturale
dominato dal secolarismo, che coi suoi tentacoli pervasivi non manca talvolta
di mettere alla prova le stesse comunità cristiane. Chi si lascia contagiare da
questa atmosfera, entra facilmente nel vortice di un terribile circolo vizioso:
smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell'uomo, della
sua dignità e della sua vita; a sua volta, la sistematica violazione della
legge morale, specie nella grave materia del rispetto della vita umana e della
sua dignità, produce una sorta di progressivo oscuramento della capacità di
percepire la presenza vivificante e salvante di Dio. Ancora una volta possiamo
ispirarci al racconto dell'uccisione di Abele da parte del fratello. Dopo la
maledizione inflittagli da Dio, Caino così si rivolge al Signore: "Troppo
grande è la mia colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo
e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra
e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere" (Gn 4, 13-14). Caino ritiene
che il suo peccato non potrà ottenere perdono dal Signore e che il suo destino
inevitabile sarà di doversi "nascondere lontano" da lui. Se Caino
riesce a confessare che la sua colpa è "troppo grande", è perché egli
sa di trovarsi di fronte a Dio e al suo giusto giudizio. In realtà, solo
davanti al Signore l'uomo può riconoscere il suo peccato e percepirne tutta la
gravità. È questa l'esperienza di Davide, che dopo "aver fatto male agli
occhi del Signore", rimproverato dal profeta Natan (cf. 2 Sam 11-12),
esclama: "Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io
l'ho fatto" (Sal 51[50], 5-6). 22. Per questo, quando viene
meno il senso di Dio, anche il senso dell'uomo viene minacciato e inquinato,
come lapidariamente afferma il Concilio Vaticano II: "La creatura senza il
Creatore svanisce... Anzi, l'oblio di Dio priva di luce la creatura
stessa" {17} . L'uomo non riesce più a percepirsi come
"misteriosamente altro" rispetto alle diverse creature terrene; egli
si considera come uno dei tanti esseri viventi, come un organismo che, tutt'al
più, ha raggiunto uno stadio molto elevato di perfezione. Chiuso nel ristretto
orizzonte della sua fisicità, si riduce in qualche modo a "una cosa"
e non coglie più il carattere "trascendente" del suo "esistere
come uomo". Non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una
realtà "sacra" affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua
amorevole custodia, alla sua"venerazione". Essa diventa semplicemente
"una cosa", che egli rivendica come sua esclusiva proprietà,
totalmente dominabile e manipolabile. Così, di fronte alla vita che nasce e
alla vita che muore, non è più capace di lasciarsi interrogare sul senso più
autentico della sua esistenza, assumendo con vera libertà questi momenti
cruciali del proprio "essere". Egli si preoccupa solo del
"fare" e, ricorrendo ad ogni forma di tecnologia, si affanna a
programmare, controllare e dominare la nascita e la morte. Queste, da
esperienze originarie che chiedono di essere "vissute", diventano
cose che si pretende semplicemente di "possedere" o di
"rifiutare". Del resto, una volta escluso il riferimento a Dio, non
sorprende che il senso di tutte le cose ne esca profondamente deformato, e la
stessa natura, non più "mater", sia ridotta a "materiale"
aperto a tutte le manipolazioni. A ciò sembra condurre una certa razionalità
tecnico-scientifica, dominante nella cultura contemporanea, che nega l'idea
stessa di una verità del creato da riconoscere o di un disegno di Dio sulla
vita da rispettare. E ciò non è meno vero, quando l'angoscia per gli esiti di
tale "libertà senza legge" induce alcuni all'opposta istanza di una
"legge senza libertà", come avviene, ad esempio, in ideologie che
contestano la legittimità di qualunque intervento sulla natura, quasi in nome
di una sua "divinizzazione", che ancora una volta ne misconosce la
dipendenza dal disegno del Creatore. In realtà, vivendo "come se Dio non
esistesse", l'uomo smarrisce non solo il mistero di Dio, ma anche quello
del mondo e il mistero del suo stesso essere. 23. L'eclissi del senso di Dio e
dell'uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale
proliferano l'individualismo, l'utilitarismo e l'edonismo. Si manifesta anche
qui la perenne validità di quanto scrive l'Apostolo: "Poiché hanno
disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una
intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno" (Rm 1, 28).
Così i valori dell'essere sono sostituiti da quelli dell'avere. L'unico fine
che conta è il perseguimento del proprio benessere materiale. La cosiddetta
"qualità della vita" è interpretata in modo prevalente o esclusivo
come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della
vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde - relazionali, spirituali
e religiose - dell'esistenza. In un simile contesto la sofferenza, inevitabile
peso dell'esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita personale,
viene "censurata", respinta come inutile, anzi combattuta come male
da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di
un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni
significato e cresce nell'uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua
soppressione. Sempre nel medesimo orizzonte culturale, il corpo non viene più
percepito come realtà tipicamente personale, segno e luogo della relazione con
gli altri, con Dio e con il mondo. Esso è ridotto a pura materialità: è
semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare secondo criteri di
mera godibilità ed efficienza. Conseguentemente, anche la sessualità è
depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e linguaggio dell'amore,
ossia del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro secondo l'intera ricchezza
della persona, diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del
proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e istinti. Così si
deforma e falsifica il contenuto originario della sessualità umana e i due
significati, unitivo e procreativo, insiti nella natura stessa dell'atto
coniugale, vengono artificialmente separati: in questo modo l'unione è tradita
e la fecondità è sottomessa all'arbitrio dell'uomo e della donna. La
procreazione allora diventa il "nemico" da evitare nell'esercizio
della sessualità: se viene accettata, è solo perché esprime il proprio
desiderio, o addirittura la propria volontà, di avere il figlio "ad ogni
costo" e non, invece, perché dice totale accoglienza dell'altro e, quindi,
apertura alla ricchezza di vita di cui il figlio è portatore. Nella prospettiva
materialistica fin qui descritta, le relazioni interpersonali conoscono un
grave impoverimento. I primi a subirne i danni sono la donna, il bambino, il
malato o sofferente, l'anziano. Il criterio proprio della dignità personale -
quello cioè del rispetto, della gratuità e del servizio - viene sostituito dal
criterio dell'efficienza, della funzionalità e dell'utilità: l'altro è
apprezzato non per quello che "è", ma per quello che "ha, fa e
rende". È la supremazia del più forte sul più debole. 24. È nell'intimo della
coscienza morale che l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo, con tutte le sue
molteplici e funeste conseguenze sulla vita, si consuma. È in questione,
anzitutto, la coscienza di ciascuna persona, che nella sua unicità e
irripetibilità si trova sola di fronte a Dio {18}. Ma è pure in questione, in
un certo senso, la "coscienza morale" della società: essa è in
qualche modo responsabile non solo perché tollera o favorisce comportamenti
contrari alla vita, ma anche perché alimenta la "cultura della
morte", giungendo a creare e a consolidare vere e proprie "strutture
di peccato" contro la vita. La coscienza morale, sia individuale che
sociale, è oggi sottoposta, anche per l'influsso invadente di molti strumenti
della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della
confusione tra il bene e il male in riferimento allo stesso fondamentale
diritto alla vita. Tanta parte dell'attuale società si rivela tristemente
simile a quell'umanità che Paolo descrive nella Lettera ai Romani. È fatta
"di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia" (1, 18): avendo
rinnegato Dio e credendo di poter costruire la città terrena senza di lui,
"hanno vaneggiato nei loro ragionamenti" sicché "si è
ottenebrata la loro mente ottusa" (1,21); "mentre si dichiaravano
sapienti sono diventati stolti" (1, 22), sono diventati autori di opere
degne di morte e "non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le
fa" (1, 32). Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell'anima (cf.
Mt 6, 22-23), chiama "bene il male e male il bene" (Is 5, 20), è
ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della più
tenebrosa cecità morale. Eppure tutti i condizionamenti e gli sforzi per
imporre il silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che risuona
nella coscienza di ogni uomo: è sempre da questo intimo sacrario della
coscienza che può ripartire un nuovo cammino di amore, di accoglienza e di
servizio alla vita umana. "Vi siete accostati al
sangue dell'aspersione" (cf. Eb 12, 22.24): segni di speranza e invito
all'impegno 25. "La voce del sangue di
tuo fratello grida a me dal suolo!" (Gn 4, 10). Non è solo la voce del
sangue di Abele, il primo innocente ucciso, a gridare verso Dio, sorgente e
difensore della vita. Anche il sangue di ogni altro uomo ucciso dopo Abele è
voce che si leva al Signore. In una forma assolutamente unica, grida a Dio la voce
del sangue di Cristo, di cui Abele nella sua innocenza è figura profetica, come
ci ricorda l'autore della Lettera agli Ebrei: "Voi vi siete invece
accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente... al Mediatore della
Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello
di Abele" (12, 22.24). È il sangue dell'aspersione. Ne era stato simbolo e
segno anticipatore il sangue dei sacrifici dell'Antica Alleanza, con i quali
Dio esprimeva la volontà di comunicare la sua vita agli uomini, purificandoli e
consacrandoli (cf. Es 24, 8; Lv 17, 11). Ora, tutto questo in Cristo si compie
e si avvera: il suo è il sangue dell'aspersione che redime, purifica e salva; è
il sangue del Mediatore della Nuova Alleanza "versato per molti, in remissione
dei peccati" (Mt 26, 28). Questo sangue, che fluisce dal fianco trafitto
di Cristo sulla croce (cf. Gv 19, 34), ha la "voce più eloquente" del
sangue di Abele; esso infatti esprime ed esige una più profonda
"giustizia", ma soprattutto implora misericordia {19}, si fa presso
il Padre intercessione peri fratelli (cf. Eb 7, 25), è fonte di redenzione
perfetta e dono di vita nuova. Il sangue di Cristo, mentre rivela la grandezza
dell'amore del Padre, manifesta come l'uomo sia prezioso agli occhi di Dio e come
sia inestimabile il valore della sua vita. Ce lo ricorda l'apostolo Pietro:
"Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro,
foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con
il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza
macchia" (1 Pt 1, 18-19). Proprio contemplando il sangue prezioso di
Cristo, segno della sua donazione d'amore (cf. Gv 13, 1), il credente impara a
riconoscere e ad apprezzare la dignità quasi divina di ogni uomo e può
esclamare con sempre rinnovato e grato stupore: "Quale valore deve avere
l'uomo davanti agli occhi del Creatore se "ha meritato di avere un tanto
nobile e grande Redentore" (Exultet della Veglia pasquale), se "Dio
ha dato il suo Figlio", affinché egli, l'uomo, "non muoia, ma abbia
la vita eterna" (cf. Gv 3, 16)!" {20}. Il sangue di Cristo, inoltre,
rivela all'uomo che la sua grandezza, e quindi la sua vocazione, consiste nel
dono sincero di sé. Proprio perché viene versato come dono di vita, il sangue
di Gesù non è più segno di morte, di separazione definitiva dai fratelli, ma
strumento di una comunione che è ricchezza di vita per tutti. Chi nel
sacramento dell'Eucaristia beve questo sangue e dimora in Gesù (cf. Gv 6, 56) è
coinvolto nel suo stesso dinamismo di amore e di donazione di vita, per portare
a pienezza l'originaria vocazione all'amore che è propria di ogni uomo (cf. Gn
1, 27; 2, 18-24). È ancora nel sangue di Cristo che tutti gli uomini attingono
la forza per impegnarsi a favore della vita. Proprio questo sangue è il motivo
più forte di speranza, anzi è il fondamento dell'assoluta certezza che secondo
il disegno di Dio la vittoria sarà della vita. "Non ci sarà più la
morte", esclama la voce potente che esce dal trono di Dio nella Gerusalemme
celeste (Ap 21, 4). E san Paolo ci assicura che la vittoria attuale sul peccato
è segno e anticipazione della vittoria definitiva sulla morte, quando "si
compirà la parola della Scrittura: "La morte è stata ingoiata per la
vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo
pungiglione?"" (1 Cor 15, 54-55). 26. In realtà, segni
anticipatori di questa vittoria non mancano nelle nostre società e culture, pur
così fortemente segnate dalla "cultura della morte". Si darebbe
dunque un'immagine unilaterale, che potrebbe indurre a uno sterile
scoraggiamento, se alla denuncia delle minacce alla vita non si accompagnasse
la presentazione dei segni positivi operanti nell'attuale situazione
dell'umanità. Purtroppo tali segni positivi faticano spesso a manifestarsi e ad
essere riconosciuti, forse anche perché non trovano adeguata attenzione nei
mezzi della comunicazione sociale. Ma quante iniziative di aiuto e di sostegno
alle persone più deboli e indifese sono sorte e continuano a sorgere, nella
comunità cristiana e nella società civile, a livello locale, nazionale e
internazionale, ad opera di singoli, gruppi, movimenti ed organizzazioni di
vario genere! Sono ancora molti gli sposi che, con generosa responsabilità,
sanno accogliere i figli come "il preziosissimo dono del matrimonio"
{21}. Né mancano famiglie che, al di là del loro quotidiano servizio alla vita,
sanno aprirsi all'accoglienza di bambini abbandonati, di ragazzi e giovani in
difficoltà, di persone portatrici di handicap, di anziani rimasti soli. Non
pochi centri di aiuto alla vita, o istituzioni analoghe, sono promossi da
persone e gruppi che, con ammirevole dedizione e sacrificio, offrono un
sostegno morale e materiale a mamme in difficoltà, tentate di ricorrere
all'aborto. Sorgono pure e si diffondono gruppi di volontari impegnati a dare
ospitalità a chi è senza famiglia, si trova in condizioni di particolare
disagio o ha bisogno di ritrovare un ambiente educativo che lo aiuti a superare
abitudini distruttive e a ricuperare il senso della vita. La medicina, promossa
con grande impegno da ricercatori e professionisti, prosegue nel suo sforzo per
trovare rimedi sempre più efficaci: risultati un tempo del tutto impensabili e
tali da aprire promettenti prospettive sono oggi ottenuti a favore della vita
nascente, delle persone sofferenti e dei malati in fase acuta o terminale. Enti
e organizzazioni varie si mobilitano per portare, anche nei Paesi più colpiti
dalla miseria e da malattie endemiche, i benefici della medicina più avanzata.
Così pure associazioni nazionali e internazionali di medici si attivano
tempestivamente per recare soccorso alle popolazioni provate da calamità
naturali, da epidemie o da guerre. Anche se una vera giustizia internazionale
nella ripartizione delle risorse mediche è ancora lontana dalla sua piena
realizzazione, come non riconoscere nei passi sinora compiuti il segno di una
crescente solidarietà tra i popoli, di un'apprezzabile sensibilità umana e
morale e di un maggiore rispetto per la vita? 27. Di fronte a legislazioni che
hanno permesso l'aborto e a tentativi, qua e là riusciti, di legalizzare
l'eutanasia, sono sorti in tutto il mondo movimenti e iniziative di
sensibilizzazione sociale in favore della vita. Quando, in conformità alla loro
ispirazione autentica, agiscono con determinata fermezza ma senza ricorrere
alla violenza, tali movimenti favoriscono una più diffusa presa di coscienza
del valore della vita e sollecitano e realizzano un più deciso impegno per la
sua difesa. Come non ricordare, inoltre, tutti quei gesti quotidiani di
accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che un numero incalcolabile
di persone compie con amore nelle famiglie, negli ospedali, negli orfanotrofi,
nelle case di riposo per anziani e in altri centri o comunità a difesa della
vita? Lasciandosi guidare dall'esempio di Gesù "buon samaritano" (cf.
Lc 10, 29-37) e sostenuta dalla sua forza, la Chiesa è sempre stata in prima
linea su queste frontiere della carità: tanti suoi figli e figlie, specialmente
religiose e religiosi, in forme antiche e sempre nuove, hanno consacrato e
continuano a consacrare la loro vita a Dio donandola per amore del prossimo più
debole e bisognoso. Questi gesti costruiscono nel profondo quella "civiltà
dell'amore e della vita", senza la quale l'esistenza delle persone e della
società smarrisce il suo significato più autenticamente umano. Anche se nessuno
li notasse e rimanessero nascosti ai più, la fede assicura che il Padre,
"che vede nel segreto" (Mt 6, 4), non solo saprà ricompensarli, ma
già fin d'ora li rende fecondi di frutti duraturi per tutti. Tra i segni di
speranza va pure annoverata la crescita, in molti strati dell'opinione
pubblica, di una nuova sensibilità sempre più contraria alla guerra come
strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e sempre più orientata alla
ricerca di strumenti efficaci ma "non violenti" per bloccare
l'aggressore armato. Nel medesimo orizzonte si pone altresì la sempre più
diffusa avversione dell'opinione pubblica alla pena di morte anche solo come
strumento di "legittima difesa" sociale, in considerazione delle
possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il
crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l'ha commesso, non
gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi. È da salutare con
favore anche l'accresciuta attenzione alla qualità della vita e all'ecologia,
che si registra soprattutto nelle società a sviluppo avanzato, nelle quali le
attese delle persone non sono più concentrate tanto sui problemi della
sopravvivenza quanto piuttosto sulla ricerca di un miglioramento globale delle
condizioni di vita. Particolarmente significativo è il risveglio di una
riflessione etica attorno alla vita: con la nascita e lo sviluppo sempre più
diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il dialogo - tra
credenti e non credenti, come pure tra credenti di diverse religioni - su
problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita dell'uomo. 28. Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ci troviamo non solo "di fronte", ma necessariamente "in mezzo" a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita. Anche per noi risuona chiaro e forte l'invito di Mosè: "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male...; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza" (Dt 30, 15.19). È un invito che ben si addice anche a noi, chiamati ogni giorno a dover decidere tra la "cultura della vita" e la "cultura della morte". Ma l'appello del Deuteronomio è ancora più profondo, perché ci sollecita ad una scelta propriamente religiosa e morale. Si tratta di dare alla propria esistenza un orientamento fondamentale e di vivere in fedeltà e coerenza con la legge del Signore: "Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme...; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità" (30, 16.19-20). La scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo. Nulla aiuta ad affrontare positivamente il conflitto tra la morte e la vita, nel quale siamo immersi, come la fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto tra gli uomini "perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10): è la fede nel Risorto, che ha vinto la morte; è la fede nel sangue di Cristo "dalla voce più eloquente di quello di Abele" (Eb 12, 24). Con la luce e la forza di tale fede, quindi, di fronte alle sfide dell'attuale situazione, la Chiesa prende più viva coscienza della grazia e della responsabilità che le vengono dal suo Signore per annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita. SONO VENUTO PERCHE’ ABBIANO LA VITA Il messaggio cristiano sulla
vita "La vita si è fatta
visibile, noi l'abbiamo veduta" (1 Gv 1, 2): lo sguardo rivolto a Cristo,
"il Verbo della vita" 29. Di fronte alle innumerevoli
e gravi minacce alla vita presenti nel mondo contemporaneo, si potrebbe
rimanere come sopraffatti dal senso di un'impotenza insuperabile: il bene non
potrà mai avere la forza di vincere il male! È questo il momento nel quale il
Popolo di Dio, e in esso ciascun credente, è chiamato a professare, con umiltà
e coraggio, la propria fede in Gesù Cristo "il Verbo della vita" (1
Gv 1, 1). Il Vangelo della vita non è una semplice riflessione, anche se
originale e profonda, sulla vita umana; neppure è soltanto un comandamento
destinato a sensibilizzare la coscienza e a provocare significativi cambiamenti
nella società; tanto meno è un'illusoria promessa di un futuro migliore. Il
Vangelo della vita è una realtà concreta e personale, perché consiste
nell'annuncio della persona stessa di Gesù. All'apostolo Tommaso, e in lui a
ogni uomo, Gesù si presenta con queste parole: "Io sono la via, la verità
e la vita" (Gv 14, 6). È la stessa identità indicata a Marta, la sorella
di Lazzaro: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se
muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv 11,
25-26). Gesù è il Figlio che dall'eternità riceve la vita dal Padre (cf. Gv 5,
26) ed è venuto tra gli uomini per farli partecipi di questo dono: "Io
sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10).
È allora dalla parola, dall'azione, dalla persona stessa di Gesù che all'uomo è
data la possibilità di "conoscere" la verità intera circa il valore
della vita umana; è da quella "fonte" che gli viene, in particolare,
la capacità di "fare" perfettamente tale verità (cf. Gv 3, 21), ossia
di assumere e realizzare in pienezza la responsabilità di amare e servire, di
difendere e promuovere la vita umana. In Cristo, infatti, è annunciato
definitivamente ed è pienamente donato quel Vangelo della vita che, offerto già
nella Rivelazione dell'Antico Testamento, ed anzi scritto in qualche modo nel
cuore stesso di ogni uomo e donna, risuona in ogni coscienza "dal
principio", ossia dalla creazione stessa, così che, nonostante i
condizionamenti negativi del peccato, può essere conosciuto nei suoi tratti
essenziali anche dalla ragione umana. Come scrive il Concilio Vaticano II,
Cristo "con tutta la sua presenza e con la manifestazione di sé, con le
parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua
morte e la gloriosa risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello
Spirito di verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la
testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del
peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna" {22}. 30. È dunque con lo sguardo
fisso al Signore Gesù che intendiamo riascoltare da lui "le parole di
Dio" (Gv 3, 34) e rimeditare il Vangelo della vita. Il senso più profondo
e originale di questa meditazione sul messaggio rivelato circa la vita umana è
stato colto dall'apostolo Giovanni, quando scrive, all'inizio della sua Prima
Lettera: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che
noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò
che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si
è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi
annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi),
quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche
voi siate in comunione con noi" (1, 1-3). In Gesù, "Verbo della
vita", viene quindi annunciata e comunicata la vita divina ed eterna.
Grazie a tale annuncio e a tale dono, la vita fisica e spirituale dell'uomo,
anche nella sua fase terrena, acquista pienezza di valore e di significato: la
vita divina ed eterna, infatti, è il fine a cui l'uomo che vive in questo mondo
è orientato e chiamato. Il Vangelo della vita racchiude così quanto la stessa
esperienza e ragione umana dicono circa il valore della vita, lo accoglie, lo
eleva e lo porta a compimento. "Mia forza e mio canto è il
Signore, egli mi ha salvato" (Es 15, 2): la vita è sempre un bene 31. In verità, la pienezza
evangelica dell'annuncio sulla vita è preparata già nell'Antico Testamento. È
soprattutto nella vicenda dell'Esodo, fulcro dell'esperienza di fede
dell'Antico Testamento, che Israele scopre quanto la sua vita sia preziosa agli
occhi di Dio. Quando sembra ormai votato allo sterminio, perché su tutti i suoi
neonati maschi incombe la minaccia di morte (cf. Es 1, 15-22), il Signore gli
si rivela come salvatore, capace di assicurare un futuro a chi è senza
speranza. Nasce così in Israele una precisa consapevolezza: la sua vita non si
trova alla mercé di un faraone che può usarne con dispotico arbitrio; al
contrario, essa è l'oggetto di un tenero e forte amore da parte di Dio. La
liberazione dalla schiavitù è il dono di una identità, il riconoscimento di una
dignità indelebile e l'inizio di una storia nuova, in cui la scoperta di Dio e
la scoperta di sé vanno di pari passo. È una esperienza, quella dell'Esodo,
fondante ed esemplare. Israele vi apprende che, ogni volta in cui è minacciato nella
sua esistenza, non ha che da ricorrere a Dio con rinnovata fiducia per trovare
in lui efficace assistenza: "Io ti ho formato, mio servo sei tu; Israele,
non sarai dimenticato da me" (Is 44, 21). Così, mentre riconosce il valore
della propria esistenza come popolo, Israele progredisce anche nella percezione
del senso e del valore della vita in quanto tale. È una riflessione che si
sviluppa in modo particolare nei libri sapienziali, muovendo dalla quotidiana
esperienza della precarietà della vita e dalla consapevolezza delle minacce che
la insidiano. Di fronte alle contraddizioni dell'esistenza, la fede è provocata
ad offrire una risposta. È soprattutto il problema del dolore ad incalzare la
fede e a metterla alla prova. Come non cogliere il gemito universale dell'uomo
nella meditazione del libro di Giobbe? L'innocente schiacciato dalla sofferenza
è, comprensibilmente, portato a chiedersi: "Perché dare la luce ad un
infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la
morte e non viene, che la cercano più di un tesoro?" (3, 20-21). Ma anche
nella più fitta oscurità la fede orienta al riconoscimento fiducioso e adorante
del "mistero": "Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è
impossibile per te" (Gb 42, 2). Progressivamente la Rivelazione fa
cogliere con sempre maggiore chiarezza il germe di vita immortale posto dal
Creatore nel cuore degli uomini: "Egli ha fatto bella ogni cosa a suo
tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore" (Qo 3,
11). Questo germe di totalità e di pienezza attende di manifestarsi nell'amore
e di compiersi, per dono gratuito di Dio, nella partecipazione alla sua vita
eterna. "Il nome di Gesù ha dato
vigore a questo uomo" (At 3, 16): nella precarietà dell'esistenza
umana Gesù porta a compimento il senso della vita 32. L'esperienza del popolo
dell'Alleanza si rinnova in quella di tutti i "poveri" che incontrano
Gesù di Nazaret. Come già il Dio "amante della vita" (Sap 11, 26)
aveva rassicurato Israele in mezzo ai pericoli, così ora il Figlio di Dio, a
quanti si sentono minacciati e impediti nella loro esistenza, annuncia che
anche la loro vita è un bene, al quale l'amore del Padre dà senso e valore.
"I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono
sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona
novella" (Lc 7, 22). Con queste parole del profeta Isaia (35, 5-6; 61, 1),
Gesù presenta il significato della propria missione: così quanti soffrono per
un'esistenza in qualche modo "diminuita", ascoltano da lui la buona
novella dell'interesse di Dio nei loro confronti ed hanno la conferma che anche
la loro vita è un dono gelosamente custodito nelle mani del Padre (cf. Mt 6,
25-34). Sono i "poveri" ad essere interpellati particolarmente dalla
predicazione e dall'azione di Gesù. Le folle di malati e di emarginati, che lo
seguono e lo cercano (cf. Mt 4, 23-25), trovano nella sua parola e nei suoi
gesti la rivelazione di quale grande valore abbia la loro vita e di come siano
fondate le loro attese di salvezza. Non diversamente accade nella missione
della Chiesa, fin dalle sue origini. Essa, che annuncia Gesù come colui che
"passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere
del diavolo, perché Dio era con lui" (At 10, 38), sa di essere portatrice
di un messaggio di salvezza che risuona in tutta la sua novità proprio nelle
situazioni di miseria e di povertà della vita dell'uomo. Così fa Pietro con la
guarigione dello storpio, posto ogni giorno presso la porta "Bella"
del tempio di Gerusalemme a chiedere l'elemosina: "Non possiedo né argento
né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno,
cammina!" (At 3, 6). Nella fede in Gesù, "autore della vita" (At
3, 15), la vita che giace abbandonata e implorante ritrova consapevolezza di sé
e dignità piena. La parola e i gesti di Gesù e della sua Chiesa non riguardano
solo chi è nella malattia, nella sofferenza o nelle varie forme di
emarginazione sociale. Più profondamente toccano il senso stesso della vita di
ogni uomo nelle sue dimensioni morali e spirituali. Solo chi riconosce che la
propria vita è segnata dalla malattia del peccato, nell'incontro con Gesù
Salvatore può ritrovare la verità e l'autenticità della propria esistenza,
secondo le sue stesse parole: "Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a
convertirsi" (Lc 5, 31-32). Chi, invece, come il ricco agricoltore della
parabola evangelica, pensa di poter assicurare la propria vita mediante il possesso
dei soli beni materiali, in realtà si illude: essa gli sta sfuggendo, ed egli
ne resterà ben presto privo, senza essere arrivato a percepirne il vero
significato: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E
quello che hai preparato di chi sarà?" (Lc 12, 20). 33. È nella vita stessa di Gesù,
dall'inizio alla fine, che si ritrova questa singolare "dialettica"
tra l'esperienza della precarietà della vita umana e l'affermazione del suo
valore. Infatti, la precarietà segna la vita di Gesù fin dalla sua nascita.
Egli trova certamente l'accoglienza dei giusti, che si uniscono al
"sì" pronto e gioioso di Maria (cf. Lc 1, 38). Ma c'è anche, da
subito, il rifiuto di un mondo che si fa ostile e cerca il bambino "per
ucciderlo" (Mt 2, 13), oppure resta indifferente e disattento al compiersi
del mistero di questa vita che entra nel mondo: "non c'era posto per loro
nell'albergo" (Lc 2, 7). Proprio dal contrasto tra le minacce e le
insicurezze da una parte e la potenza del dono di Dio dall'altra, risplende con
maggior forza la gloria che si sprigiona dalla casa di Nazaret e dalla
mangiatoia di Betlemme: questa vita che nasce è salvezza per l'intera umanità
(cf. Lc ,11). Contraddizioni e rischi della vita vengono assunti pienamente da
Gesù: "da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste
ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor 8, 9). La povertà, di cui parla
Paolo, non è solo spogliamento dei privilegi divini, ma anche condivisione
delle condizioni più umili e precarie della vita umana (cf. Fil 2, 6-7). Gesù
vive questa povertà lungo tutto il corso della sua vita, fino al momento
culminante della Croce: "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla
morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2, 8-9). È proprio nella sua
morte che Gesù rivela tutta la grandezza e il valore della vita, in quanto il
suo donarsi in croce diventa fonte di vita nuova per tutti gli uomini (cf. Gv
12, 32). In questo peregrinare nelle contraddizioni e nella stessa perdita
della vita, Gesù è guidato dalla certezza che essa è nelle mani del Padre. Per
questo sulla Croce può dirgli: "Padre nelle tue mani consegno il mio
spirito" (Lc 23, 46), cioè la mia vita. Davvero grande è il valore della
vita umana se il Figlio di Dio l'ha assunta e l'ha resa luogo nel quale la
salvezza si attua per l'intera umanità! "Chiamati... ad essere
conformi all'immagine del Figlio suo" (Rm 8, 28-29): la gloria di Dio risplende sul
volto dell'uomo 34. La vita è sempre un bene. È,
questa, una intuizione o addirittura un dato di esperienza, di cui l'uomo è
chiamato a cogliere la ragione profonda. Perché la vita è un bene?
L'interrogativo attraversa tutta la Bibbia e fin dalle sue prime pagine trova
una risposta efficace e mirabile. La vita che Dio dona all'uomo è diversa e
originale di fronte a quella di ogni altra creatura vivente, in quanto egli,
pur imparentato con la polvere della terra (cf. Gn 2, 7; 3, 19; Gb 34, 15; Sal
103[102], 14; 104[103], 29), è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua
presenza, orma della sua gloria (cf. Gn 1, 26-27; Sal 8, 6). È quanto ha voluto
sottolineare anche sant'Ireneo di Lione con la sua celebre definizione:
"L'uomo che vive è la gloria di Dio" {23}. All'uomo è donata
un'altissima dignità, che ha le sue radici nell'intimo legame che lo unisce al
suo Creatore: nell'uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio. Lo
afferma il libro della Genesi nel primo racconto delle origini, ponendo l'uomo
al vertice dell'attività creatrice di Dio, come suo coronamento, al termine di
un processo che dall'indistinto caos porta alla creatura più perfetta. Tutto
nel creato è ordinato all'uomo e tutto è a lui sottomesso: "Riempite la
terra; soggiogatela e dominate... su ogni essere vivente" (1, 28), comanda
Dio all'uomo e alla donna. Un messaggio simile viene anche dall'altro racconto
delle origini: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di
Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2, 15). Si riafferma così
il primato dell'uomo sulle cose: esse sono finalizzate a lui e affidate alla
sua responsabilità, mentre per nessuna ragione egli può essere asservito ai
suoi simili e quasi ridotto al rango di cosa. Nella narrazione biblica la
distinzione dell'uomo dalle altre creature è evidenziata soprattutto dal fatto
che solo la sua creazione è presentata come frutto di una speciale decisione da
parte di Dio, di una deliberazione che consiste nello stabilire un legame
particolare e specifico con il Creatore: "Facciamo l'uomo a nostra
immagine, a nostra somiglianza" (Gn 1, 26). La vita che Dio offre all'uomo
è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura. Israele si
interrogherà a lungo sul senso di questo legame particolare e specifico
dell'uomo con Dio. Anche il libro del Siracide riconosce che Dio nel creare gli
uomini "secondo la sua natura li rivestì di forza, e a sua immagine li
formò" (17,3). A ciò l'autore sacro riconduce non solo il loro dominio sul
mondo, ma anche le facoltà spirituali più proprie dell'uomo, come la ragione,
il discernimento del bene e del male, la volontà libera: "Li riempì di
dottrina e d'intelligenza, e indicò loro anche il bene e il male" (Sir 17,
6). La capacità di attingere la verità e la libertà sono prerogative dell'uomo
in quanto creato ad immagine del suo Creatore, il Dio vero e giusto (cf. Dt 32,
4). Soltanto l'uomo, fra tutte le creature visibili, è "capace di
conoscere e di amare il proprio Creatore" {24}. La vita che Dio dona
all'uomo è ben più di un esistere nel tempo. È tensione verso una pienezza di
vita; è germe di una esistenza che va oltre i limiti stessi del tempo:
"Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a immagine della
propria natura" (Sap 2, 23). 35. Anche il racconto jahvista
delle origini esprime la stessa convinzione. L'antica narrazione, infatti,
parla di un soffio divino che viene inalato nell'uomo perché questi entri nella
vita: "Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle
sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente" (Gn 2, 7).
L'origine divina di questo spirito di vita spiega la perenne insoddisfazione
che accompagna l'uomo nei suoi giorni. Fatto da Dio, portando in sé una traccia
indelebile di Dio, l'uomo tende naturalmente a lui. Quando ascolta l'aspirazione
profonda del suo cuore, ogni uomo non può non fare propria la parola di verità
espressa da sant'Agostino: "Tu ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro
cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te" {25}. Quanto mai
eloquente è l'insoddisfazione di cui è preda la vita dell'uomo nell'Eden fin
quando il suo unico riferimento rimane il mondo vegetale e animale (cf. Gn 2,
20). Solo l'apparizione della donna, di un essere cioè che è carne dalla sua
carne e osso dalle sue ossa (cf. Gn 2, 23), e in cui ugualmente vive lo spirito
di Dio Creatore, può soddisfare l'esigenza di dialogo inter-personale che è
così vitale per l'esistenza umana. Nell'altro, uomo o donna, si riflette Dio
stesso, approdo definitivo e appagante di ogni persona. "Che cosa è l'uomo
perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?", si chiede
il Salmista (Sal 8, 5). Di fronte all'immensità dell'universo, egli è ben
piccola cosa; ma proprio questo contrasto fa emergere la sua grandezza:
"Lo hai fatto poco meno degli angeli (ma si potrebbe tradurre anche:
"poco meno di Dio"), di gloria e di onore lo hai coronato" (Sal
8, 6). La gloria di Dio risplende sul volto dell'uomo. In lui il Creatore trova
il suo riposo, come commenta stupito e commosso sant'Ambrogio: "È finito
il sesto giorno e si è conclusa la creazione del mondo con la formazione di
quel capolavoro che è l'uomo, il quale esercita il dominio su tutti gli esseri
viventi ed è come il culmine dell'universo e la suprema bellezza di ogni essere
creato. Veramente dovremmo mantenere un reverente silenzio, poiché il Signore
si riposò da ogni opera del mondo. Si riposò poi nell'intimo dell'uomo, si
riposò nella sua mente e nel suo pensiero; infatti aveva creato l'uomo dotato
di ragione, capace d'imitarlo, emulo delle sue virtù, bramoso delle grazie
celesti. In queste sue doti riposa Iddio che ha detto: "O su chi riposerò,
se non su chi è umile, tranquillo e teme le mie parole?" (Is 66, 1-2).
Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un'opera così meravigliosa nella
quale trovare il suo riposo" {26}. 36. Purtroppo lo stupendo
progetto di Dio viene offuscato dalla irruzione del peccato nella storia. Con
il peccato l'uomo si ribella al Creatore, finendo con l'idolatrare le creature:
"Hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore" (Rm 1,
25). In questo modo l'essere umano non solo deturpa in se stesso l'immagine di
Dio, ma è tentato di offenderla anche negli altri, sostituendo ai rapporti di
comunione atteggiamenti di diffidenza, di indifferenza, di inimicizia, fino
all'odio omicida. Quando non si riconosce Dio come Dio, si tradisce il senso
profondo dell'uomo e si pregiudica la comunione tra gli uomini. Nella vita
dell'uomo, l'immagine di Dio torna a risplendere e si manifesta in tutta la sua
pienezza con la venuta nella carne umana del Figlio di Dio: "Egli è
immagine del Dio invisibile" (Col 1, 15), "irradiazione della sua
gloria e impronta della sua sostanza" (Eb 1, 3). Egli è l'immagine
perfetta del Padre. Il progetto di vita consegnato al primo Adamo trova finalmente
in Cristo il suo compimento. Mentre la disobbedienza di Adamo rovina e deturpa
il disegno di Dio sulla vita dell'uomo e introduce la morte nel mondo,
l'obbedienza redentrice di Cristo è fonte di grazia che si riversa sugli uomini
spalancando a tutti le porte del regno della vita (cf. Rm 5, 12-21). Afferma
l'apostolo Paolo: "Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma
l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita" (1 Cor 15, 45). A quanti
accettano di porsi alla sequela di Cristo viene donata la pienezza della vita:
in loro l'immagine divina viene restaurata, rinnovata e condotta alla
perfezione. Questo è il disegno di Dio sugli esseri umani: che divengano
"conformi all'immagine del Figlio suo" (Rm 8, 29). Solo così, nello
splendore di questa immagine, l'uomo può essere liberato dalla schiavitù
dell'idolatria, può ricostruire la fraternità dispersa e ritrovare la sua
identità. "Chiunque vive e crede in
me, non morrà in eterno" (Gv 11, 26): il dono della vita eterna 37. La vita che il Figlio di Dio
è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La
vita, che da sempre è "in lui" e costituisce "la luce degli
uomini" (Gv 1, 4), consiste nell'essere generati da Dio e nel partecipare
alla pienezza del suo amore: "A quanti l'hanno accolto, ha dato il potere
di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da
sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati
generati" (Gv 1, 12-13). A volte Gesù chiama questa vita, che egli è venuto
a donare, semplicemente così: "la vita"; e presenta la generazione da
Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha
creato l'uomo: "Se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di
Dio" (Gv 3,3). Il dono di questa vita costituisce l'oggetto proprio della
missione di Gesù: egli "è colui che discende dal cielo e dà la vita al
mondo" (Gv 6,33), così che può affermare con piena verità: "Chi segue
me... avrà la luce della vita" (Gv 8, 12). Altre volte Gesù parla di
"vita eterna", dove l'aggettivo non richiama soltanto una prospettiva
sovratemporale. "Eterna" è la vita che Gesù promette e dona, perché è
pienezza di partecipazione alla vita dell' "Eterno". Chiunque crede
in Gesù ed entra in comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3, 15; 6, 40),
perché da lui ascolta le uniche parole che rivelano e infondono pienezza di
vita alla sua esistenza; sono le "parole di vita eterna" che Pietro
riconosce nella sua confessione di fede: "Signore, da chi andremo? Tu hai
parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di
Dio" (Gv 6, 68-69). In che cosa consista poi la vita eterna, lo dichiara
Gesù stesso rivolgendosi al Padre nella grande preghiera sacerdotale:
"Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che
hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17, 3). Conoscere Dio e il suo Figlio è
accogliere il mistero della comunione d'amore del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo nella propria vita, che si apre già fin d'ora alla vita eterna nella
partecipazione alla vita divina. 38. La vita eterna è, dunque, la
vita stessa di Dio ed insieme la vita dei figli di Dio. Stupore sempre nuovo e
gratitudine senza limiti non possono non prendere il credente di fronte a
questa inattesa e ineffabile verità che ci viene da Dio in Cristo. Il credente
fa sue le parole dell'apostolo Giovanni: "Quale grande amore ci ha dato il
Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!... Carissimi, noi
fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui,
perché lo vedremo così come egli è" (1 Gv 3, 1-2). Così giunge al suo
culmine la verità cristiana sulla vita. La dignità di questa non è legata solo
alle sue origini, al suo venire da Dio, ma anche al suo fine, al suo destino di
comunione con Dio nella conoscenza e nell'amore di Lui. È alla luce di questa
verità che sant'Ireneo precisa e completa la sua esaltazione dell'uomo:
"gloria di Dio" è, sì, "l'uomo che vive", ma "la vita
dell'uomo consiste nella visione di Dio" {27}. Nascono da qui immediate
conseguenze per la vita umana nella sua stessa condizione terrena, nella quale
è già germogliata ed è in crescita la vita eterna. Se l'uomo ama istintivamente
la vita perché è un bene, tale amore trova ulteriore motivazione e forza, nuova
ampiezza e profondità nelle dimensioni divine di questo bene. In simile
prospettiva, l'amore che ogni essere umano ha per la vita non si riduce alla
semplice ricerca di uno spazio in cui esprimere se stesso ed entrare in
relazione con gli altri, ma si sviluppa nella gioiosa consapevolezza di poter
fare della propria esistenza il "luogo" della manifestazione di Dio,
dell'incontro e della comunione con Lui. La vita che Gesù ci dona non svaluta
la nostra esistenza nel tempo, ma la assume e la conduce al suo ultimo destino:
"Io sono la risurrezione e la vita...; chiunque vive e crede in me, non
morrà in eterno" (Gv 11, 25.26). "Domanderò conto ... a
ognuno di suo fratello" (Gn 9, 5): venerazione e amore per la vita
di tutti 39. La vita dell'uomo proviene
da Dio, è suo dono, sua immagine e impronta, partecipazione del suo soffio
vitale. Di questa vita, pertanto, Dio è l'unico signore: l'uomo non può
disporne. Dio stesso lo ribadisce a Noè dopo il diluvio: "Domanderò conto
della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello" (Gn 9, 5). E il
testo biblico si preoccupa di sottolineare come la sacralità della vita abbia
il suo fondamento in Dio e nella sua azione creatrice: "Perché ad immagine
di Dio Egli ha fatto l'uomo" (Gn 9, 6). La vita e la morte dell'uomo sono,
dunque, nelle mani di Dio, in suo potere: "Egli ha in mano l'anima di ogni
vivente e il soffio d'ogni carne umana", esclama Giobbe (12, 10). "Il
Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire" (1 Sam 2,
6). Egli solo può dire: "Sono io che do la morte e faccio vivere" (Dt
32, 39). Ma questo potere Dio non lo esercita come arbitrio minaccioso, bensì
come cura e sollecitudine amorosa nei riguardi delle sue creature. Se è vero
che la vita dell'uomo è nelle mani di Dio, non è men vero che queste sono mani
amorevoli come quelle di una madre che accoglie, nutre e si prende cura del suo
bambino: "Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua
madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia" (Sal 131[130], 2; cf. Is 49,
15; 66, 12-13; Os 11, 4). Così nelle vicende dei popoli e nella sorte degli
individui Israele non vede il frutto di una pura casualità o di un destino
cieco, ma l'esito di un disegno d'amore con il quale Dio raccoglie tutte le
potenzialità di vita e contrasta le forze di morte, che nascono dal peccato:
"Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli
infatti ha creato tutto per l'esistenza" (Sap 1, 13-14). 40. Dalla sacralità della vita
scaturisce la sua inviolabilità, inscritta fin dalle origini nel cuore
dell'uomo, nella sua coscienza. La domanda "Che hai fatto?" (Gn 4,
10), con cui Dio si rivolge a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello
Abele, traduce l'esperienza di ogni uomo: nel profondo della sua coscienza,
egli viene sempre richiamato alla inviolabilità della vita - della sua vita e
di quella degli altri -, come realtà che non gli appartiene, perché proprietà e
dono di Dio Creatore e Padre. Il comandamento relativo all'inviolabilità della
vita umana risuona al centro delle "dieci parole" nell'Alleanza del
Sinai (cf. Es 34, 28). Esso proibisce, anzitutto, l'omicidio: "Non
uccidere" (Es 20, 13); "Non far morire l'innocente e il giusto"
(Es 23, 7); ma proibisce anche - come viene esplicitato nell'ulteriore
legislazione di Israele - ogni lesione inflitta all'altro (cf. Es 21, 12-27).
Certo, bisogna riconoscere che nell'Antico Testamento questa sensibilità per il
valore della vita, pur già così marcata, non raggiunge ancora la finezza del
Discorso della Montagna, come emerge da alcuni aspetti della legislazione
allora vigente, che prevedeva pene corporali non lievi e persino la pena di
morte. Ma il messaggio complessivo, che spetterà al Nuovo Testamento di portare
alla perfezione, è un forte appello al rispetto dell'inviolabilità della vita
fisica e dell'integrità personale, ed ha il suo vertice nel comandamento
positivo che obbliga a farsi carico del prossimo come di se stessi:
"Amerai il tuo prossimo come te stesso" (Lv 19, 18). 41. Il comandamento del
"non uccidere", incluso e approfondito in quello positivo dell'amore
del prossimo, viene ribadito in tutta la sua validità dal Signore Gesù. Al
giovane ricco che gli chiede: "Maestro, che cosa devo fare di buono per
ottenere la vita eterna?", risponde: "Se vuoi entrare nella vita,
osserva i comandamenti" (Mt 19, 16.17). E cita, come primo, il "non
uccidere" (v. 18). Nel Discorso della Montagna, Gesù esige dai discepoli
una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei anche nel campo del
rispetto della vita: "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non
uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque
si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio" (Mt 5,
21-22). Con la sua parola e i suoi gesti Gesù esplicita ulteriormente le
esigenze positive del comandamento circa l'inviolabilità della vita. Esse erano
già presenti nell'Antico Testamento, dove la legislazione si preoccupava di
garantire e salvaguardare le situazioni di vita debole e minacciata: il
forestiero, la vedova, l'orfano, il malato, il povero in genere, la stessa vita
prima della nascita (cf. Es 21, 22; 22, 20-26). Con Gesù queste esigenze
positive acquistano vigore e slancio nuovi e si manifestano in tutta la loro ampiezza
e profondità: vanno dal prendersi cura della vita del fratello (familiare,
appartenente allo stesso popolo, straniero che abita nella terra di Israele),
al farsi carico dell'estraneo, fino all'amare il nemico. L'estraneo non è più
tale per chi deve farsi prossimo di chiunque è nel bisogno fino ad assumersi la
responsabilità della sua vita, come insegna in modo eloquente e incisivo la
parabola del buon samaritano (cf. Lc 10, 25-37). Anche il nemico cessa di
essere tale per chi è tenuto ad amarlo (cf. Mt 5, 38-48; Lc 6, 27-35) e a
"fargli del bene" (cf. Lc 6, 27.33.35), venendo incontro alle
necessità della sua vita con prontezza e senso di gratuità (cf. Lc 6, 34-35).
Vertice di questo amore è la preghiera per il nemico, mediante la quale ci si
pone in sintonia con l'amore provvidente di Dio: "Ma io vi dico: amate i
vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre
vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e
fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5, 44-45; cf. Lc 6,
28.35). Così il comandamento di Dio a salvaguardia della vita dell'uomo ha il
suo aspetto più profondo nell'esigenza di venerazione e di amore nei confronti
di ogni persona e della sua vita. È questo l'insegnamento che l'apostolo Paolo,
facendo eco alla parola di Gesù (cf. Mt 19, 17-18), rivolge ai cristiani di
Roma: "Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare,
non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole:
Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo:
pieno compimento della legge è l'amore" (Rm 13, 9-10). f"Siate fecondi e
moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela" (Gn 1, 28): le responsabilità dell'uomo
verso la vita 42. Difendere e promuovere,
venerare e amare la vita è un compito che Dio affida a ogni uomo, chiamandolo,
come sua palpitante immagine, a partecipare alla signoria che Egli ha sul
mondo: "Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e
moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e
sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla
terra"" (Gn, 28). Il testo biblico mette in luce l'ampiezza e la
profondità della signoria che Dio dona all'uomo. Si tratta, anzitutto, del
dominio sulla terra e su ogni essere vivente, come ricorda il libro della
Sapienza: "Dio dei padri e Signore di misericordia... con la tua sapienza
hai formato l'uomo, perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il
mondo con santità e giustizia" (9, 1.2-3). Anche il Salmista esalta il
dominio dell'uomo come segno della gloria e dell'onore ricevuti dal Creatore:
"Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i
suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli
uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare" (Sal
8, 7-9). Chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo (cf. Gn 2, 15),
l'uomo ha una specifica responsabilità sull'ambiente di vita, ossia sul creato
che Dio ha posto al servizio della sua dignità personale, della sua vita: in
rapporto non solo al presente, ma anche alle generazioni future. È la questione
ecologica - dalla preservazione degli "habitat" naturali delle
diverse specie animali e delle varie forme di vita, alla "ecologia
umana" propriamente detta {28} - che trova nella pagina biblica una
luminosa e forte indicazione etica per una soluzione rispettosa del grande bene
della vita, di ogni vita. In realtà, "il dominio accordato dal Creatore
all'uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di "usare
e abusare", o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione
imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con
la proibizione di "mangiare il frutto dell'albero" (cf. Gn 2, 16-17),
mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile,
siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si
possono impunemente trasgredire" {29}. 43. Una certa partecipazione
dell'uomo alla signoria di Dio si manifesta anche nella specifica
responsabilità che gli viene affidata nei confronti della vita propriamente
umana. È responsabilità che tocca il suo vertice nella donazione della vita
mediante la generazione da parte dell'uomo e della donna nel matrimonio, come
ci ricorda il Concilio Vaticano II: "Lo stesso Dio che disse: "Non è
bene che l'uomo sia solo" (Gn 2, 18) e che "creò all'inizio l'uomo
maschio e femmina" (Mt 19, 4), volendo comunicare all'uomo una certa
speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna,
dicendo loro: "Crescete e moltiplicatevi" (Gn 1, 28)" {30}.
Parlando di "una certa speciale partecipazione" dell'uomo e della
donna all'"opera creatrice" di Dio, il Concilio intende rilevare come
la generazione del figlio sia un evento profondamente umano e altamente
religioso, in quanto coinvolge i coniugi che formano "una sola carne"
(Gn 2, 24) ed insieme Dio stesso che si fa presente. Come ho scritto nella
Lettera alle Famiglie, "quando dall'unione coniugale dei due nasce un
nuovo uomo, questi porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza
di Dio stesso: nella biologia della generazione è inscritta la genealogia della
persona. Affermando che i coniugi, come genitori, sono collaboratori di Dio
Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo essere umano non ci
riferiamo solo alle leggi della biologia; intendiamo sottolineare piuttosto che
nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente in modo diverso da come
avviene in ogni altra generazione "sulla terra". Infatti soltanto da
Dio può provenire quella "immagine e somiglianza" che è propria
dell'essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la
continuazione della creazione" {31}. È quanto insegna, con linguaggio
immediato ed eloquente, il testo sacro riportando il grido gioioso della prima
donna, "la madre di tutti i viventi" (Gn 3, 20). Consapevole
dell'intervento di Dio, Eva esclama: "Ho acquistato un uomo dal
Signore" (Gn 4, 1). Nella generazione dunque, mediante la comunicazione
della vita dai genitori al figlio, si trasmette, grazie alla creazione
dell'anima immortale {32}, l'immagine e la somiglianza di Dio stesso. In questo
senso si esprime l'inizio del "libro della genealogia di Adamo": "Quando
Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li creò, li
benedisse e li chiamò uomini quando furono creati. Adamo aveva centotrenta anni
quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò
Set" (Gn 5, 1-3). Proprio in questo loro ruolo di collaboratori di Dio,
che trasmette la sua immagine alla nuova creatura, sta la grandezza dei coniugi
disposti "a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che
attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la Sua famiglia"
{33}. In questa luce il Vescovo Anfilochio esaltava il "matrimonio santo,
eletto ed elevato al di sopra di tutti i doni terreni" come
"generatore dell'umanità, artefice di immagini di Dio" {34}. Così
l'uomo e la donna uniti in matrimonio sono associati ad un'opera divina:
mediante l'atto della generazione, il dono di Dio viene accolto e una nuova
vita si apre al futuro. Ma, al di là della missione specifica dei genitori, il
compito di accogliere e servire la vita riguarda tutti e deve manifestarsi
soprattutto verso la vita nelle condizioni di maggior debolezza. È Cristo
stesso che ce lo ricorda, chiedendo di essere amato e servito nei fratelli
provati da qualsiasi tipo di sofferenza: affamati, assetati, forestieri, nudi,
malati, carcerati... Quanto è fatto a ciascuno di loro è fatto a Cristo stesso
(cf. Mt 25, 31-46). "Sei tu che hai creato le
mie viscere" (Sal 139 [138], 13): la dignità del bambino non
ancora nato 44. La vita umana viene a
trovarsi in situazione di grande precarietà quando entra nel mondo e quando
esce dal tempo per approdare all'eternità. Sono ben presenti nella Parola di
Dio - soprattutto nei riguardi dell'esistenza insidiata dalla malattia e dalla
vecchiaia - gli inviti alla cura e al rispetto. Se mancano inviti diretti ed espliciti
a salvaguardare la vita umana alle sue origini, in specie la vita non ancora
nata, come anche quella vicina alla sua fine, ciò si spiega facilmente per il
fatto che anche la sola possibilità di offendere, aggredire o addirittura
negare la vita in queste condizioni esula dall'orizzonte religioso e culturale
del popolo di Dio. Nell'Antico Testamento la sterilità è temuta come una
maledizione, mentre la prole numerosa è sentita come una benedizione:
"Dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo"
(Sal 127[126], 3; cf. Sal 128[127], 3-4). Gioca in questa convinzione anche la
consapevolezza di Israele di essere il popolo dell'Alleanza, chiamato a
moltiplicarsi secondo la promessa fatta ad Abramo: "Guarda il cielo e
conta le stelle, se riesci a contarle... tale sarà la tua discendenza" (Gn
15, 5). Ma è soprattutto operante la certezza che la vita trasmessa dai
genitori ha la sua origine in Dio, come attestano le tante pagine bibliche che
con rispetto e amore parlano del concepimento, del plasmarsi della vita nel
grembo materno, della nascita e dello stretto legame che v'è tra il momento
iniziale dell'esistenza e l'agire di Dio Creatore. "Prima di formarti nel
grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato"
(Ger 1, 5): l'esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini, è nel disegno
di Dio. Giobbe, dal fondo del suo dolore, si ferma a contemplare l'opera di Dio
nel miracoloso formarsi del suo corpo nel grembo della madre, traendone motivo
di fiducia ed esprimendo la certezza dell'esistenza di un progetto divino sulla
sua vita: "Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni
parte; vorresti ora distruggermi? Ricordati che come argilla mi hai plasmato e
in polvere mi farai tornare. Non m'hai colato forse come latte e fatto
accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d'ossa e di nervi
mi hai intessuto. Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha
custodito il mio spirito" (10, 8-12). Accenti di adorante stupore per
l'intervento di Dio sulla vita in formazione nel grembo materno risuonano anche
nei Salmi {35}. Come pensare che anche un solo momento di questo meraviglioso
processo dello sgorgare della vita possa essere sottratto all'opera sapiente e
amorosa del Creatore e lasciato in balìa dell'arbitrio dell'uomo? Non lo pensa
certo la madre dei sette fratelli, che professa la sua fede in Dio, principio e
garanzia della vita fin dal suo concepimento, e al tempo stesso fondamento
della speranza della nuova vita oltre la morte: "Non so come siate apparsi
nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle
membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo, che ha plasmato
all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua
misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le
sue leggi non vi curate di voi stessi" (2 Mac 7, 22-23). 45. La rivelazione del Nuovo
Testamento conferma l'indiscusso riconoscimento del valore della vita fin dai suoi
inizi. L'esaltazione della fecondità e l'attesa premurosa della vita risuonano
nelle parole con cui Elisabetta gioisce per la sua gravidanza: "Il
Signore... si è degnato di togliere la mia vergogna" (Lc 1, 25). Ma ancor
più il valore della persona fin dal suo concepimento è celebrato nell'incontro
tra la Vergine Maria ed Elisabetta, e tra i due fanciulli che esse portano in
grembo. Sono proprio loro, i bambini, a rivelare l'avvento dell'era messianica:
nel loro incontro inizia ad operare la forza redentrice della presenza del
Figlio di Dio tra gli uomini. "Subito - scrive sant'Ambrogio - si fanno
sentire i benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore...
Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa
udì secondo l'ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì
l'arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino
l'arrivo del Bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle
loro madri realizzano la grazia e il mistero della misericordia a profitto
delle madri stesse: e queste per un duplice miracolo profetizzano sotto
l'ispirazione dei figli che portano. Del figlio si dice che esultò, della madre
che fu ricolma di Spirito Santo. Non fu prima la madre a essere ricolma dello
Spirito, ma fu il figlio, ripieno di Spirito Santo, a ricolmare anche la
madre" {36}. "Ho creduto anche quando
dicevo: "Sono troppo infelice"" (Sal 116[115], 10): la vita nella vecchiaia e nella
sofferenza 46. Anche per quanto riguarda
gli ultimi istanti dell'esistenza, sarebbe anacronistico attendersi dalla
rivelazione biblica un espresso riferimento all'attuale problematica del
rispetto delle persone anziane e malate e un'esplicita condanna dei tentativi di
anticiparne violentemente la fine: siamo infatti in un contesto culturale e
religioso che non è intaccato da simile tentazione, e che anzi, per quanto
riguarda l'anziano, riconosce nella sua saggezza ed esperienza una
insostituibile ricchezza per la famiglia e la società. La vecchiaia è segnata
da prestigio e circondata da venerazione (cf. 2 Mac 6, 23). E il giusto non
chiede di essere privato della vecchiaia e del suo peso; al contrario così egli
prega: "Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia
giovinezza... E ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi,
finché io annunzi la tua potenza, a tutte le generazioni le tue
meraviglie" (Sal 71[70], 5.18). L'ideale del tempo messianico è proposto
come quello in cui "non ci sarà più... un vecchio che non giunga alla
pienezza dei suoi giorni" (Is 65, 20). Ma, nella vecchiaia, come
affrontare il declino inevitabile della vita? Come atteggiarsi di fronte alla
morte? Il credente sa che la sua vita sta nelle mani di Dio: "Signore, nelle
tue mani è la mia vita" (cf. Sal 16[15], 5), e da lui accetta anche il
morire: "Questo è il decreto del Signore per ogni uomo; perché ribellarsi
al volere dell'Altissimo?" (Sir 41, 4). Come della vita, così della morte
l'uomo non è padrone; nella sua vita come nella sua morte, egli deve affidarsi
totalmente al "volere dell'Altissimo", al suo disegno di amore. Anche
nel momento della malattia, l'uomo è chiamato a vivere lo stesso affidamento al
Signore e a rinnovare la sua fondamentale fiducia in lui che "guarisce
tutte le malattie" (cf. Sal 103[102], 3). Quando ogni orizzonte di salute
sembra chiudersi di fronte all'uomo - tanto da indurlo a gridare: "I miei
giorni sono come ombra che declina, e io come erba inaridisco" (Sal 102[101],
12)-, anche allora il credente è animato dalla fede incrollabile nella potenza
vivificante di Dio. La malattia non lo spinge alla disperazione e alla ricerca
della morte, ma all'invocazione piena di speranza: "Ho creduto anche
quando dicevo: "Sono troppo infelice" (Sal 116[115], 10);
"Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, mi hai fatto
risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba"
(Sal 30[29], 3-4). 47. La missione di Gesù, con le
numerose guarigioni operate, indica quanto Dio abbia a cuore anche la vita
corporale dell'uomo. "Medico della carne e dello spirito" {37}, Gesù
è mandato dal Padre ad annunciare la buona novella ai poveri e a sanare i cuori
affranti (cf. Lc 4, 18; Is 61, 1). Inviando poi i suoi discepoli nel mondo, egli
affida loro una missione, nella quale la guarigione dei malati si accompagna
all'annuncio del Vangelo: "E strada facendo, predicate che il regno dei
cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi,
cacciate i demoni" (Mt 10, 7-8; cf. Mc 6,13; 16, 18). Certo, la vita del
corpo nella sua condizione terrena non è un assoluto per il credente, tanto che
gli può essere richiesto di abbandonarla per un bene superiore; come dice Gesù,
"chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria
vita per causa mia e del Vangelo, la salverà" (Mc 8, 35). Diverse sono, a
questo proposito, le testimonianze del Nuovo Testamento. Gesù non esita a
sacrificare sé stesso e, liberamente, fa della sua vita una offerta al Padre (cf.
Gv 10, 17) e ai suoi (cf. Gv 10, 15). Anche la morte di Giovanni il Battista,
precursore del Salvatore, attesta che l'esistenza terrena non è il bene
assoluto: è più importante la fedeltà alla parola del Signore anche se essa può
mettere in gioco la vita (cf. Mc 6, 17-29). E Stefano, mentre viene privato
della vita nel tempo, perché testimone fedele della risurrezione del Signore,
segue le orme del Maestro e va incontro ai suoi lapidatori con le parole del
perdono (cf. At 7, 59-60), aprendo la strada all'innumerevole schiera di
martiri, venerati dalla Chiesa fin dall'inizio. Nessun uomo, tuttavia, può
scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è
padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale "viviamo, ci
muoviamo ed esistiamo" (At 17, 28). "Quanti si attengono ad
essa avranno la vita" (Bar 4, 1): dalla Legge del Sinai al dono
dello Spirito 48. La vita porta indelebilmente
inscritta in sé una sua verità. L'uomo, accogliendo il dono di Dio, deve
impegnarsi a mantenere la vita in questa verità, che le è essenziale.
Distaccarsene equivale a condannare se stessi all'insignificanza e
all'infelicità, con la conseguenza di poter diventare anche una minaccia per
l'esistenza altrui, essendo stati rotti gli argini che garantiscono il rispetto
e la difesa della vita, in ogni situazione. La verità della vita è rivelata dal
comandamento di Dio. La parola del Signore indica concretamente quale indirizzo
la vita debba seguire per poter rispettare la propria verità e salvaguardare la
propria dignità. Non è soltanto lo specifico comandamento "non
uccidere" (Es 20, 13; Dt 5, 17) ad assicurare la protezione della vita:
tutta intera la Legge del Signore è a servizio di tale protezione, perché
rivela quella verità nella quale la vita trova il suo pieno significato. Non
meraviglia, dunque, che l'Alleanza di Dio con il suo popolo sia così fortemente
legata alla prospettiva della vita, anche nella sua dimensione corporea. Il
comandamento è in essa offerto come via della vita: "Io pongo oggi davanti
a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare
il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi,
le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo
Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso"
(Dt 30, 15-16). È in questione non soltanto la terra di Canaan e l'esistenza
del popolo di Israele, ma il mondo di oggi e del futuro e l'esistenza di tutta
l'umanità. Infatti, non è assolutamente possibile che la vita resti autentica e
piena distaccandosi dal bene; e il bene, a sua volta, è essenzialmente legato
ai comandamenti del Signore, cioè alla "legge della vita" (Sir 17,
9). Il bene da compiere non si sovrappone alla vita come un peso che grava su di
essa, perché la ragione stessa della vita è precisamente il bene e la vita è
costruita solo mediante il compimento del bene. È dunque il complesso della
Legge a salvaguardare pienamente la vita dell'uomo. Ciò spiega come sia
difficile mantenersi fedeli al "non uccidere" quando non vengono
osservate le altre "parole di vita" (At 7, 38), alle quali questo
comandamento è connesso. Al di fuori di questo orizzonte, il comandamento
finisce per diventare un semplice obbligo estrinseco, di cui ben presto si vorranno
vedere i limiti e si cercheranno le attenuazioni o le eccezioni. Solo se ci si
apre alla pienezza della verità su Dio, sull'uomo e sulla storia, la parola
"non uccidere" torna a risplendere come bene per l'uomo in tutte le
sue dimensioni e relazioni. In questa prospettiva possiamo cogliere la pienezza
di verità contenuta nel passo del libro del Deuteronomio, ripreso da Gesù nella
risposta alla prima tentazione: "L'uomo non vive soltanto di pane, ma...
di quanto esce dalla bocca del Signore" (8, 3; cf. Mt 4, 4). È ascoltando
la parola del Signore che l'uomo può vivere secondo dignità e giustizia; è
osservando la Legge di Dio che l'uomo può portare frutti di vita e di felicità:
"Quanti si attengono ad essa avranno la vita, quanti l'abbandonano moriranno"
(Bar 4, 1). 49. La storia di Israele mostra
quanto sia difficile mantenere la fedeltà alla legge della vita, che Dio ha
inscritto nel cuore degli uomini e ha consegnato sul Sinai al popolo
dell'Alleanza. Di fronte alla ricerca di progetti di vita alternativi al piano
di Dio, sono in particolare i Profeti a richiamare con forza che solo il
Signore è l'autentica fonte della vita. Così Geremia scrive: "Il mio
popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua
viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua"
(2, 13). I Profeti puntano il dito accusatore su quanti disprezzano la vita e
violano i diritti delle persone: "Calpestano come la polvere della terra
la testa dei poveri" (Am 2, 7); "Essi hanno riempito questo luogo di
sangue innocente" (Ger 19, 4). E tra essi il profeta Ezechiele più volte
stigmatizza la città di Gerusalemme, chiamandola "la città
sanguinaria" (22, 2; 24, 6.9), la "città che sparge il sangue in
mezzo a se stessa" (22, 3). Ma mentre denunciano le offese alla vita, i
Profeti si preoccupano soprattutto di suscitare l'attesa di un nuovo principio
di vita, capace di fondare un rinnovato rapporto con Dio e con i fratelli,
dischiudendo possibilità inedite e straordinarie per comprendere e attuare
tutte le esigenze insite nel Vangelo della vita . Ciò sarà possibile unicamente
grazie al dono di Dio, che purifica e rinnova: "Vi aspergerò con acqua
pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da
tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito
nuovo" (Ez 36, 25-26; cf. Ger 31, 31-34). Grazie a questo "cuore
nuovo" si può comprendere e realizzare il senso più vero e profondo della
vita: quello di essere un dono che si compie nel donarsi. È il messaggio
luminoso che sul valore della vita ci viene dalla figura del Servo del Signore:
"Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a
lungo... Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce" (Is 53, 10.11). È
nella vicenda di Gesù di Nazaret che la Legge si compie e il cuore nuovo viene
donato mediante il suo Spirito. Gesù, infatti, non rinnega la Legge, ma la
porta a compimento (cf. Mt 5, 17): Legge e Profeti si riassumono nella regola
d'oro dell'amore reciproco (cf. Mt 7, 12). In Lui la Legge diventa
definitivamente "vangelo", buona notizia della signoria di Dio sul
mondo, che riporta tutta l'esistenza alle sue radici e alle sue prospettive
originarie. È la Legge Nuova, "la legge dello Spirito che dà vita in
Cristo Gesù" (Rm 8, 2), la cui espressione fondamentale, a imitazione del
Signore che dà la vita per i propri amici (cf. Gv 15, 13), è il dono di sé
nell'amore ai fratelli: "Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla
vita, perché amiamo i fratelli" (1 Gv 3, 14). È legge di libertà, di gioia
e di beatitudine. "Volgeranno lo sguardo a
colui che hanno trafitto" (Gv 19, 37): sull'albero della Croce si
compie il Vangelo della vita 50. Al termine di questo
capitolo, nel quale abbiamo meditato il messaggio cristiano sulla vita, vorrei
fermarmi con ciascuno di voi a contemplare Colui che hanno trafitto e che
attira tutti a sé (cf. Gv 19, 37; 12, 32). Guardando "lo spettacolo"
della Croce (cf. Lc 23, 48), potremo scoprire in questo albero glorioso il
compimento e la rivelazione piena di tutto il Vangelo della vita. Nelle prime
ore del pomeriggio del venerdì santo, "il sole si eclissò e si fece buio
su tutta la terra... Il velo del tempio si squarciò nel mezzo" (Lc 23,
44.45). È il simbolo di un grande sconvolgimento cosmico e di una immane lotta
tra le forze del bene e le forze del male, tra la vita e la morte. Noi pure,
oggi, ci troviamo nel mezzo di una lotta drammatica tra la "cultura della
morte" e la "cultura della vita". Ma da questa oscurità lo
splendore della Croce non viene sommerso; essa, anzi, si staglia ancora più
nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la
storia e di ogni vita umana. Gesù è inchiodato sulla Croce e viene innalzato da
terra. Vive il momento della sua massima "impotenza" e la sua vita
sembra totalmente consegnata agli scherni dei suoi avversari e alle mani dei
suoi uccisori: viene beffeggiato, deriso, oltraggiato (cf. Mc 15, 24-36).
Eppure, proprio di fronte a tutto ciò e "vistolo spirare in quel
modo", il centurione romano esclama: "Veramente quest'uomo era Figlio
di Dio!" (Mc 15, 39). Si rivela così, nel momento della sua estrema
debolezza, l'identità del Figlio di Dio: sulla Croce si manifesta la sua
gloria! Con la sua morte, Gesù illumina il senso della vita e della morte di ogni
essere umano. Prima di morire, Gesù prega il Padre invocando il perdono per i
suoi persecutori (cf. Lc 23, 34) e al malfattore, che gli chiede di ricordarsi
di lui nel suo regno, risponde: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel
paradiso" (Lc 23, 43). Dopo la sua morte "i sepolcri si aprirono e
molti corpi di santi morti risuscitarono" (Mt 27, 52). La salvezza operata
da Gesù è donazione di vita e di risurrezione. Lungo la sua esistenza, Gesù
aveva donato salvezza anche sanando e beneficando tutti (cf. At 10, 38). Ma i
miracoli, le guarigioni e le stesse risuscitazioni erano segno di un'altra
salvezza, consistente nel perdono dei peccati, ossia nella liberazione
dell'uomo dalla malattia più profonda, e nella sua elevazione alla vita stessa
di Dio. Sulla Croce si rinnova e si realizza nella sua piena e definitiva
perfezione il prodigio del serpente innalzato da Mosè nel deserto (cf. Gv 3,
14-15; Nm 21, 8-9). Anche oggi, volgendo lo sguardo a Colui che è stato
trafitto, ogni uomo minacciato nella sua esistenza incontra la sicura speranza
di trovare liberazione e redenzione. 51. Ma c'è ancora un altro
avvenimento preciso che attira il mio sguardo e suscita la mia commossa
meditazione: "Dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: "Tutto è
compiuto!". E, chinato il capo, rese lo spirito" (Gv 19, 30). E il
soldato romano "gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue
e acqua" (Gv 19, 34). Tutto ormai è giunto al suo pieno compimento. Il
"rendere lo spirito" descrive la morte di Gesù, simile a quella di ogni
altro essere umano, ma sembra alludere anche al "dono dello Spirito",
col quale Egli ci riscatta dalla morte e ci apre a una vita nuova. È la vita
stessa di Dio che viene partecipata all'uomo. È la vita che, mediante i
sacramenti della Chiesa - di cui il sangue e l'acqua sgorgati dal fianco di
Cristo sono simbolo - viene continuamente comunicata ai figli di Dio,
costituiti così come popolo della Nuova Alleanza. Dalla Croce, fonte di vita,
nasce e si diffonde il "popolo della vita". La contemplazione della
Croce ci porta così alle radici più profonde di quanto è accaduto. Gesù, che
entrando nel mondo aveva detto: "Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua
volontà" (cf. Eb 10, 9), si rese in tutto obbediente al Padre e, avendo
"amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13, 1),
donando tutto se stesso per loro. Lui, che non era "venuto per essere
servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc
10, 45), raggiunge sulla Croce il vertice dell'amore. "Nessuno ha un amore
più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13). Ed
egli è morto per noi mentre eravamo ancora peccatori (cf. Rm 5, 8). In tal modo
egli proclama che la vita raggiunge il suo centro, il suo senso e la sua
pienezza quando viene donata. La meditazione a questo punto si fa lode e
ringraziamento e, nello stesso tempo, ci sollecita a imitare Gesù e a seguirne
le orme (cf. 1 Pt 2,21). Anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita per i
fratelli realizzando così in pienezza di verità il senso e il destino della
nostra esistenza. Lo potremo fare perché Tu, o Signore, ci hai donato l'esempio
e ci hai comunicato la forza del tuo Spirito. Lo potremo fare se ogni giorno,
con Te e come Te, saremo obbedienti al Padre e faremo la sua volontà. Concedici,
perciò, di ascoltare con cuore docile e generoso ogni parola che esce dalla
bocca di Dio: impareremo così non solo a "non uccidere" la vita
dell'uomo, ma a venerarla, amarla e promuoverla. NON UCCIDERE La legge santa di Dio "Se vuoi entrare nella
vita, osserva i comandamenti" (Mt 19, 17): Vangelo e comandamento 52. "Ed ecco un tale gli si
avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere
la vita eterna?"" (Mt 19, 16). Gesù rispose: "Se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti" (Mt 19, 17). Il Maestro parla della
vita eterna, ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio. A questa vita
si giunge attraverso l'osservanza dei comandamenti del Signore, compreso dunque
il comandamento "non uccidere". Proprio questo è il primo precetto
del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti
debba osservare: "Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere
adulterio, non rubare..."" (Mt 19, 18). Il comandamento di Dio non è
mai separato dal suo amore: è sempre un dono per la crescita e la gioia
dell'uomo. Come tale, costituisce un aspetto essenziale e un elemento
irrinunciabile del Vangelo, anzi esso stesso si configura come
"vangelo", ossia buona e lieta notizia. Anche il Vangelo della vita è
un grande dono di Dio e insieme un compito impegnativo per l'uomo. Esso suscita
stupore e gratitudine nella persona libera e chiede di essere accolto,
custodito e valorizzato con vivo senso di responsabilità: donandogli la vita,
Dio esige dall'uomo che la ami, la rispetti e la promuova. In tal modo il dono
si fa comandamento, e il comandamento è esso stesso un dono. L'uomo, immagine
vivente di Dio, è voluto dal suo Creatore come re e signore. "Dio ha fatto
l'uomo - scrive san Gregorio di Nissa - in modo tale che potesse svolgere la
sua funzione di re della terra... L'uomo è stato creato a immagine di Colui che
governa l'universo. Tutto dimostra che fin dal principio la sua natura è
contrassegnata dalla regalità... Anche l'uomo è re. Creato per dominare il
mondo, ha ricevuto la somiglianza col re universale, è l'immagine viva che
partecipa con la sua dignità alla perfezione del divino modello" {38}.
Chiamato ad essere fecondo e a moltiplicarsi, a soggiogare la terra e a
dominare sugli esseri infraumani (cf. Gn 1, 28), l'uomo è re e signore non solo
delle cose, ma anche ed anzitutto di se stesso {39} e, in un certo senso, della
vita che gli è donata e che egli può trasmettere mediante l'opera generatrice
compiuta nell'amore e nel rispetto del disegno di Dio. La sua, tuttavia, non è una
signoria assoluta, ma ministeriale; è riflesso reale della signoria unica e
infinita di Dio. Per questo l'uomo deve viverla con sapienza e amore,
partecipando alla sapienza e all'amore incommensurabili di Dio. E ciò avviene
con l'obbedienza alla sua Legge santa: un'obbedienza libera e gioiosa (cf. Sal
119[118]), che nasce ed è nutrita dalla consapevolezza che i precetti del
Signore sono dono di grazia affidati all'uomo sempre e solo per il suo bene,
per la custodia della sua dignità personale e per il perseguimento della sua
felicità. Come già di fronte alle cose, ancor più di fronte alla vita, l'uomo
non è padrone assoluto e arbitro insindacabile, ma - e in questo sta la sua
impareggiabile grandezza - è "ministro del disegno di Dio" {40}. La
vita viene affidata all'uomo come un tesoro da non disperdere, come un talento
da trafficare. Di essa l'uomo deve rendere conto al suo Signore (cf. Mt 25,
14-30; Lc 19, 12-27). "Domanderò conto della vita
dell'uomo all'uomo" (Gn 9, 5): la vita umana è sacra e inviolabile 53. "La vita umana è sacra
perché, fin dal suo inizio, comporta "l'azione creatrice di Dio" e
rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine.
Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna
circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un
essere umano innocente" {41}. Con queste parole l'Istruzione Donum vitae
espone il contenuto centrale della rivelazione di Dio sulla sacralità e
inviolabilità della vita umana. La Sacra Scrittura, infatti, presenta all'uomo
il precetto "non uccidere" come comandamento divino (Es 20, 13; Dt 5,
17). Esso - come ho già sottolineato - si trova nel Decalogo, al cuore
dell'Alleanza che il Signore conclude con il popolo eletto; ma era già
contenuto nell'originaria alleanza di Dio con l'umanità dopo il castigo
purificatore del diluvio, provocato dal dilagare del peccato e della violenza
(cf. Gn 9, 5-6). Dio si proclama Signore assoluto della vita dell'uomo,
plasmato a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 26-28). La vita umana
presenta, pertanto, un carattere sacro ed inviolabile, in cui si rispecchia
l'inviolabilità stessa del Creatore. Proprio per questo sarà Dio a farsi
giudice severo di ogni violazione del comandamento "non uccidere",
posto alle basi dell'intera convivenza sociale. Egli è il "goel",
ossia il difensore dell'innocente (cf. Gn 4, 9-15; Is 41, 14; Ger 50, 34; Sal
19[18], 15). Anche in questo modo Dio dimostra di non godere della rovina dei
viventi (cf. Sap 1, 13). Solo Satana ne può godere: per la sua invidia la morte
è entrata nel mondo (cf. Sap 2, 24). Egli, che è "omicida fin da
principio", è anche "menzognero e padre della menzogna" (Gv 8,
44): ingannando l'uomo, lo conduce a traguardi di peccato e di morte,
presentati come mete e frutti di vita. 54. Esplicitamente, il precetto
"non uccidere" ha un forte contenuto negativo: indica il confine
estremo che non può mai essere valicato. Implicitamente, però, esso spinge ad
un atteggiamento positivo di rispetto assoluto per la vita portando a
promuoverla e a progredire sulla via dell'amore che si dona, accoglie e serve.
Anche il popolo dell'Alleanza, pur con lentezze e contraddizioni, ha conosciuto
una maturazione progressiva secondo questo orientamento, preparandosi così al grande
annuncio di Gesù: l'amore del prossimo è comandamento simile a quello
dell'amore di Dio; "da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i
Profeti" (cf. Mt 22, 36-40). "Il precetto... non uccidere... e
qualsiasi altro comandamento - sottolinea san Paolo - si riassume in queste
parole: "Amerai il prossimo tuo come te stesso"" (Rm 13, 9; cf.
Gal 5, 14). Assunto e portato a compimento nella Legge Nuova, il precetto
"non uccidere" rimane come condizione irrinunciabile per poter
"entrare nella vita" (cf. Mt 19, 16-19). In questa stessa
prospettiva, risuona perentoria anche la parola dell'apostolo Giovanni:
"Chiunque odia il proprio fratello è omicida e voi sapete che nessun
omicida possiede in se stesso la vita eterna" (1 Gv 3, 15). Sin dai suoi
inizi, la Tradizione viva della Chiesa - come testimonia la Didachè, il più
antico scritto cristiano non biblico - ha riproposto in modo categorico il
comandamento "non uccidere": "Vi sono due vie, una della vita, e
l'altra della morte; vi è una grande differenza fra di esse... Secondo precetto
della dottrina: Non ucciderai... non farai perire il bambino con l'aborto né
l'ucciderai dopo che è nato... La via della morte è questa: ... non hanno
compassione per il povero, non soffrono con il sofferente, non riconoscono il
loro Creatore, uccidono i loro figli e con l'aborto fanno perire creature di
Dio; allontanano il bisognoso, opprimono il tribolato, sono avvocati dei ricchi
e giudici ingiusti dei poveri; sono pieni di ogni peccato. Possiate star sempre
lontani, o figli, da tutte queste colpe!" {43}. Procedendo nel tempo, la
stessa Tradizione della Chiesa ha sempre unanimemente insegnato il valore
assoluto e permanente del comandamento "non uccidere". È noto che,
nei primi secoli, l'omicidio veniva posto fra i tre peccati più gravi - insieme
all'apostasia e all'adulterio - e si esigeva una penitenza pubblica
particolarmente onerosa e lunga prima che all'omicida pentito venissero
concessi il perdono e la riammissione nella comunione ecclesiale. 55. La cosa non deve stupire:
uccidere l'essere umano, nel quale è presente l'immagine di Dio, è peccato di
particolare gravità. Solo Dio è padrone della vita! Da sempre, tuttavia, di
fronte ai molteplici e spesso drammatici casi che la vita individuale e sociale
presenta, la riflessione dei credenti ha cercato di raggiungere un'intelligenza
più completa e profonda di quanto il comandamento di Dio proibisca e prescriva
{43}. Vi sono, infatti, situazioni in cui i valori proposti dalla Legge di Dio
appaiono sotto forma di un vero paradosso. È il caso, ad esempio, della
legittima difesa, in cui il diritto a proteggere la propria vita e il dovere di
non ledere quella dell'altro risultano in concreto difficilmente componibili.
Indubbiamente, il valore intrinseco della vita e il dovere di portare amore a
se stessi non meno che agli altri fondano un vero diritto alla propria difesa.
Lo stesso esigente precetto dell'amore per gli altri, enunciato nell'Antico
Testamento e confermato da Gesù, suppone l'amore per se stessi quale termine di
confronto: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mc 12, 31). Al
diritto di difendersi, dunque, nessuno potrebbe rinunciare per scarso amore
alla vita o a se stesso, ma solo in forza di un amore eroico, che approfondisce
e trasfigura lo stesso amore di sé, secondo lo spirito delle beatitudini
evangeliche (cf. Mt 5, 38-48) nella radicalità oblativa di cui è esempio
sublime lo stesso Signore Gesù. D'altra parte, "la legittima difesa può
essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile
della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità
civile" {44}. Accade purtroppo che la necessità di porre l'aggressore in
condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale
ipotesi, l'esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è
esposto con la sua azione, anche nel caso in cui egli non fosse moralmente
responsabile per mancanza dell'uso della ragione {45}. 56. In questo orizzonte si
colloca anche il problema della pena di morte, su cui si registra, nella Chiesa
come nella società civile, una crescente tendenza che ne chiede un'applicazione
assai limitata ed anzi una totale abolizione. Il problema va inquadrato
nell'ottica di una giustizia penale che sia sempre più conforme alla dignità
dell'uomo e pertanto, in ultima analisi, al disegno di Dio sull'uomo e sulla
società. In effetti, la pena che la società infligge "ha come primo scopo
di riparare al disordine introdotto dalla colpa" {46}. La pubblica
autorità deve farsi vindice della violazione dei diritti personali e sociali
mediante l'imposizione al reo di una adeguata espiazione del crimine, quale
condizione per essere riammesso all'esercizio della propria libertà. In tal
modo l'autorità ottiene anche lo scopo di difendere l'ordine pubblico e la sicurezza
delle persone, non senza offrire allo stesso reo uno stimolo e un aiuto a
correggersi e redimersi {47}. È chiaro che, proprio per conseguire tutte queste
finalità, la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate
e decise, e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo
se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non
fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell'organizzazione sempre
più adeguata dell'istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non
addirittura praticamente inesistenti. In ogni caso resta valido il principio
indicato dal nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo cui "se i
mezzi incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane dall'aggressore e
per proteggere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l'autorità si
limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni
concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona
umana" {48}. 57. Se così grande attenzione va
posta al rispetto di ogni vita, persino di quella del reo e dell'ingiusto
aggressore, il comandamento "non uccidere" ha valore assoluto quando
si riferisce alla persona innocente. E ciò tanto più se si tratta di un essere
umano debole e indifeso, che solo nella forza assoluta del comandamento di Dio
trova la sua radicale difesa rispetto all'arbitrio e alla prepotenza altrui. In
effetti, l'inviolabilità assoluta della vita umana innocente è una verità
morale esplicitamente insegnata nella Sacra Scrittura, costantemente ritenuta
nella Tradizione della Chiesa e unanimemente proposta dal suo Magistero. Tale
unanimità è frutto evidente di quel "senso soprannaturale della fede"
che, suscitato e sorretto dallo Spirito Santo, garantisce dall'errore il popolo
di Dio, quando "esprime l'universale suo consenso in materia di fede e di
costumi" {49}. Dinanzi al progressivo attenuarsi nelle coscienze e nella
società della percezione dell'assoluta e grave illiceità morale della diretta
soppressione di ogni vita umana innocente, specialmente al suo inizio e al suo
termine, il Magistero della Chiesa ha intensificato i suoi interventi a difesa
della sacralità e dell'inviolabilità della vita umana. Al Magistero pontificio,
particolarmente insistente, s'è sempre unito quello episcopale, con numerosi e
ampi documenti dottrinali e pastorali, sia di Conferenze Episcopali, sia di
singoli Vescovi. Né è mancato, forte e incisivo nella sua brevità, l'intervento
del Concilio Vaticano II {50}. Pertanto, con l'autorità che Cristo ha conferito
a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa
cattolica, confermo che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano
innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge
non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore
(cf.Rm 2, 14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla
Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale {51}.
La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è
sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come
fine, né come mezzo per un fine buono. È, infatti, grave disobbedienza alla
legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa; contraddice le
fondamentali virtù della giustizia e della carità. "Niente e nessuno può
autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia,
bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre,
può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla
sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente.
Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo" {52}. Nel
diritto alla vita, ogni essere umano innocente è assolutamente uguale a tutti
gli altri. Tale uguaglianza è la base di ogni autentico rapporto sociale che,
per essere veramente tale, non può non fondarsi sulla verità e sulla giustizia,
riconoscendo e tutelando ogni uomo e ogni donna come persona e non come una
cosa di cui si possa disporre. Di fronte alla norma morale che proibisce la
soppressione diretta di un essere umano innocente "non ci sono privilegi
né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l'ultimo miserabile
sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali
siamo tutti assolutamente uguali" {53}. "Ancora informe mi hanno
visto i tuoi occhi" (Sal 139[138], 16): il delitto abominevole
dell'aborto 58. Fra tutti i delitti che
l'uomo può compiere contro la vita, l'aborto procurato presenta caratteristiche
che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo
definisce, insieme all'infanticidio, "delitto abominevole" {54}. Ma
oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata
progressivamente oscurandosi. L'accettazione dell'aborto nella mentalità, nel
costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del
senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il
male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a
una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in
faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a
compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito
risuona categorico il rimprovero del Profeta: "Guai a coloro che chiamano
bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in
tenebre" (Is 5, 20). Proprio nel caso dell'aborto si registra la
diffusione di una terminologia ambigua, come quella di "interruzione della
gravidanza", che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la
gravità nell'opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso
sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la
realtà delle cose: l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta,
comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua
esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita. La gravità morale
dell'aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si
tratta di un omicidio e, in particolare, se si considerano le circostanze
specifiche che lo qualificano. Chi viene soppresso è un essere umano che si
affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa
immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un
ingiusto aggressore! È debole, inerme, al punto di essere privo anche di quella
minima forma di difesa che è costituita dalla forza implorante dei gemiti e del
pianto del neonato. È totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei
che lo porta in grembo. Eppure, talvolta, è proprio lei, la mamma, a deciderne
e a chiederne la soppressione e persino a procurarla. È vero che molte volte la
scelta abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto
la decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per
ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare
alcuni importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita
per gli altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro
condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non
nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e
drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un
essere umano innocente. 59. A decidere della morte del
bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone.
Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando
espressamente spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente
favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della
gravidanza {55}: in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata
nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere
"santuario della vita". Né vanno taciute le sollecitazioni che a
volte provengono dal più ampio contesto familiare e dagli amici. Non di rado la
donna è sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente
costretta a cedere all'aborto: non v'è dubbio che in questo caso la
responsabilità morale grava particolarmente su quelli che direttamente o
indirettamente l'hanno forzata ad abortire. Responsabili sono pure i medici e
il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza
acquisita per promuovere la vita. Ma la responsabilità coinvolge anche i
legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in
cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie
utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave
riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di
permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero
dovuto assicurare - e non l'hanno fatto - valide politiche familiari e sociali
a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari
difficoltà economiche ed educative. Non si può infine sottovalutare la rete di
complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali,
fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione
e la diffusione dell'aborto nel mondo. In tal senso l'aborto va oltre la
responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una
dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e
alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori. Come
ho scritto nella mia Lettera alle Famiglie, "ci troviamo di fronte ad
un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui, ma anche
dell'intera civiltà" {56}. Ci troviamo di fronte a quella che può
definirsi una "struttura di peccato" contro la vita umana non ancora
nata. 60. Alcuni tentano di
giustificare l'aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a
un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana
personale. In realtà, "dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura
una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano
che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato
fin da allora. A questa evidenza di sempre... la scienza genetica moderna
fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trovi
fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa
persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin
dalla fecondazione è iniziata l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna
delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad
agire" {57}. Anche se la presenza di un'anima spirituale non può essere
rilevata dall'osservazione di nessun dato sperimentale, sono le stesse
conclusioni della scienza sull'embrione umano a fornire "un'indicazione
preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo
primo comparire di una vita umana: come un individuo umano non sarebbe una
persona umana?" {58}. Del resto, tale è la posta in gioco che, sotto il
profilo dell'obbligo morale, basterebbe la sola probabilità di trovarsi di
fronte a una persona per giustificare la più netta proibizione di ogni
intervento volto a sopprimere l'embrione umano. Proprio per questo, al di là
dei dibattiti scientifici e delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali
il Magistero non si è espressamente impegnato, la Chiesa ha sempre insegnato, e
tuttora insegna, che al frutto della generazione umana, dal primo momento della
sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto
all'essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale:
"L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo
concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i
diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni
essere umano innocente alla vita" {59}. 61. I testi della Sacra
Scrittura, che non parlano mai di aborto volontario e quindi non presentano
condanne dirette e specifiche in proposito, mostrano una tale considerazione
dell'essere umano nel grembo materno, da esigere come logica conseguenza che anche
ad esso si estenda il comandamento di Dio: "non uccidere". La vita
umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in
quello iniziale che precede la nascita. L'uomo, fin dal grembo materno,
appartiene a Dio che tutto scruta e conosce, che lo forma e lo plasma con le
sue mani, che lo vede mentre è ancora un piccolo embrione informe e che in lui
intravede l'adulto di domani i cui giorni sono contati e la cui vocazione è già
scritta nel "libro della vita" (cf. Sal 139[138], 1.13-16). Anche lì,
quando è ancora nel grembo materno, - come testimoniano numerosi testi biblici
{60} - l'uomo è il termine personalissimo dell'amorosa e paterna provvidenza di
Dio. La Tradizione cristiana - come ben rileva la Dichiarazione emanata al
riguardo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede {61} - è chiara e
unanime, dalle origini fino ai nostri giorni, nel qualificare l'aborto come
disordine morale particolarmente grave. Fin dal suo primo confronto con il
mondo greco-romano, nel quale erano ampiamente praticati l'aborto e
l'infanticidio, la comunità cristiana si è radicalmente opposta, con la sua
dottrina e con la sua prassi, ai costumi diffusi in quella società, come
dimostra la già citata Didachè {62}. Tra gli scrittori ecclesiastici di area greca,
Atenagora ricorda che i cristiani considerano come omicide le donne che fanno
ricorso a medicine abortive, perché i bambini, anche se ancora nel seno della
madre, "sono già l'oggetto delle cure della Provvidenza divina" {63}.
Tra i latini, Tertulliano afferma: "È un omicidio anticipato impedire di
nascere; poco importa che si sopprima l'anima già nata o che la si faccia
scomparire nel nascere. È già un uomo colui che lo sarà" {64}. Lungo la
sua storia ormai bimillenaria, questa medesima dottrina è stata costantemente
insegnata dai Padri della Chiesa, dai suoi Pastori e Dottori. Anche le
discussioni di carattere scientifico e filosofico circa il momento preciso
dell'infusione dell'anima spirituale non hanno mai comportato alcuna esitazione
circa la condanna morale dell'aborto. 62. Il più recente Magistero
pontificio ha ribadito con grande vigore questa dottrina comune. In particolare
Pio XI nell'Enciclica Casti connubii ha respinto le pretestuose giustificazioni
dell'aborto {65}; Pio XII ha escluso ogni aborto diretto, cioè ogni atto che
tende direttamente a distruggere la vita umana non ancora nata, "sia che
tale distruzione venga intesa come fine o soltanto come mezzo al fine"
{66}; Giovanni XXIII ha riaffermato che la vita umana è sacra, perché "fin
dal suo affiorare impegna direttamente l'azione creatrice di Dio" {67}. Il
Concilio Vaticano II, come già ricordato, ha condannato con grande severità
l'aborto: "La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la
massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono abominevoli delitti"
{68}. La disciplina canonica della Chiesa, fin dai primi secoli, ha colpito con
sanzioni penali coloro che si macchiavano della colpa dell'aborto e tale
prassi, con pene più o meno gravi, è stata confermata nei vari periodi storici.
Il Codice di Diritto Canonico del 1917 comminava per l'aborto la pena della
scomunica {69}. Anche la rinnovata legislazione canonica si pone in questa
linea quando sancisce che "chi procura l'aborto ottenendo l'effetto
incorre nella scomunica latae sententiae" {70}, cioè automatica. La
scomunica colpisce tutti coloro che commettono questo delitto conoscendo la
pena, inclusi anche quei complici senza la cui opera esso non sarebbe stato
realizzato: {71} con tale reiterata sanzione, la Chiesa addita questo delitto
come uno dei più gravi e pericolosi, spingendo così chi lo commette a ritrovare
sollecitamente la strada della conversione. Nella Chiesa, infatti, la pena
della scomunica è finalizzata a rendere pienamente consapevoli della gravità di
un certo peccato e a favorire quindi un'adeguata conversione e penitenza. Di
fronte a una simile unanimità nella tradizione dottrinale e disciplinare della
Chiesa, Paolo VI ha potuto dichiarare che tale insegnamento non è mutato ed è
immutabile {72}. Pertanto, con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai
suoi Successori, in comunione con i Vescovi - che a varie riprese hanno
condannato l'aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur
dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina -
dichiaro che l'aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce
sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere
umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di
Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal
Magistero ordinario e universale {73}. Nessuna circostanza, nessuna finalità,
nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente
illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo,
riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa. 63. La valutazione morale
dell'aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli
embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano
inevitabilmente l'uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in
crescente espansione nel campo della ricerca biomedica e legalmente ammessa in
alcuni Stati. Se "si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano
a patto che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione, non comportino per
lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al
miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza
individuale" {74}, si deve invece affermare che l'uso degli embrioni o dei
feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi
della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto
dovuto al bambino già nato e ad ogni persona {75}. La stessa condanna morale
riguarda anche il procedimento che sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora
vivi - talvolta "prodotti" appositamente per questo scopo mediante la
fecondazione in vitro - sia come "materiale biologico" da utilizzare
sia come fornitori di organi o di tessuti da trapiantare per la cura di alcune
malattie. In realtà, l'uccisione di creature umane innocenti, seppure a
vantaggio di altre, costituisce un atto assolutamente inaccettabile. Una
speciale attenzione deve essere riservata alla valutazione morale delle
tecniche diagnostiche prenatali, che permettono di individuare precocemente
eventuali anomalie del nascituro. Infatti, per la complessità di queste
tecniche, tale valutazione deve farsi più accurata e articolata. Quando sono
esenti da rischi sproporzionati per il bambino e per la madre e sono ordinate a
rendere possibile una terapia precoce o anche a favorire una serena e
consapevole accettazione del nascituro, queste tecniche sono moralmente lecite.
Dal momento però che le possibilità di cura prima della nascita sono oggi
ancora ridotte, accade non poche volte che queste tecniche siano messe al
servizio di una mentalità eugenetica, che accetta l'aborto selettivo, per
impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile
mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare
il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di "normalità"
e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche
dell'infanticidio e dell'eutanasia. In realtà, però, proprio il coraggio e la
serenità con cui tanti nostri fratelli, affetti da gravi menomazioni, conducono
la loro esistenza quando sono da noi accettati ed amati, costituiscono una
testimonianza particolarmente efficace dei valori autentici che qualificano la
vita e che la rendono, anche in condizioni di difficoltà, preziosa per sé e per
gli altri. La Chiesa è vicina a quei coniugi che, con grande ansia e
sofferenza, accettano di accogliere i loro bambini gravemente colpiti da handicap,
così come è grata a tutte quelle famiglie che, con l'adozione, accolgono quanti
sono stati abbandonati dai loro genitori a motivo di menomazioni o malattie. "Sono io che do la morte e
faccio vivere" (Dt 32, 39): il dramma dell'eutanasia 64. All'altro capo
dell'esistenza, l'uomo si trova posto di fronte al mistero della morte. Oggi,
in seguito ai progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso
alla trascendenza, l'esperienza del morire si presenta con alcune
caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad apprezzare la
vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare
come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La
morte, considerata "assurda" se interrompe improvvisamente una vita
ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa
invece una "liberazione rivendicata" quando l'esistenza è ritenuta
ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad
un'ulteriore più acuta sofferenza. Inoltre, rifiutando o dimenticando il suo
fondamentale rapporto con Dio, l'uomo pensa di essere criterio e norma a se
stesso e ritiene di avere il diritto di chiedere anche alla società di
garantirgli possibilità e modi di decidere della propria vita in piena e totale
autonomia. È, in particolare, l'uomo che vive nei Paesi sviluppati a
comportarsi così: egli si sente spinto a ciò anche dai continui progressi della
medicina e dalle sue tecniche sempre più avanzate. Mediante sistemi e
apparecchiature estremamente sofisticati, la scienza e la pratica medica sono
oggi in grado non solo di risolvere casi precedentemente insolubili e di lenire
o eliminare il dolore, ma anche di sostenere e protrarre la vita perfino in
situazioni di debolezza estrema, di rianimare artificialmente persone le cui
funzioni biologiche elementari hanno subito tracolli improvvisi, di intervenire
per rendere disponibili organi da trapiantare. In un tale contesto si fa sempre
più forte la tentazione dell'eutanasia, cioè di impadronirsi della morte,
procurandola in anticipo e ponendo così fine "dolcemente" alla vita
propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in
profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi
più allarmanti della "cultura di morte", che avanza soprattutto nelle
società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa
apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone
anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla
società, organizzate quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza
produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun
valore. 65. Per un corretto giudizio
morale sull'eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per
eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione
che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare
ogni dolore. "L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e
dei metodi usati" {76}. Da essa va distinta la decisione di rinunciare al
cosiddetto "accanimento terapeutico", ossia a certi interventi medici
non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati
ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e
per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia
imminente e inevitabile, si può in coscienza "rinunciare a trattamenti che
procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza
tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi"
{77}. Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale
obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i
mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto
alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o
sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto
l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte {78}. Nella medicina
moderna vanno acquistando rilievo particolare le cosiddette "cure
palliative", destinate a rendere più sopportabile la sofferenza nella fase
finale della malattia e ad assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato
accompagnamento umano. In questo contesto sorge, tra gli altri, il problema
della liceità del ricorso ai diversi tipi di analgesici e sedativi per
sollevare il malato dal dolore, quando ciò comporta il rischio di abbreviargli
la vita. Se, infatti, può essere considerato degno di lode chi accetta
volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici per
conservare la piena lucidità e partecipare, se credente, in maniera consapevole
alla passione del Signore, tale comportamento "eroico" non può essere
ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato che è lecito
sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di limitare
la coscienza e di abbreviare la vita, "se non esistono altri mezzi e se,
nelle date circostanze, ciò non impedisce l'adempimento di altri doveri
religiosi e morali" {79}. In questo caso, infatti, la morte non è voluta o
ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio:
semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli
analgesici messi a disposizione dalla medicina. Tuttavia, "non si deve
privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo" {80}:
avvicinandosi alla morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare
ai loro obblighi morali e familiari e soprattutto devono potersi preparare con
piena coscienza all'incontro definitivo con Dio. Fatte queste distinzioni, in
conformità con il Magistero dei miei Predecessori {81} e in comunione con i
Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'eutanasia è una grave violazione
della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di
una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola
di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal
Magistero ordinario e universale {82}. Una tale pratica comporta, a seconda
delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell'omicidio. 66. Ora, il suicidio è sempre
moralmente inaccettabile quanto l'omicidio. La tradizione della Chiesa l'ha
sempre respinto come scelta gravemente cattiva {83}. Benché determinati
condizionamenti psicologici, culturali e sociali possano portare a compiere un
gesto che contraddice così radicalmente l'innata inclinazione di ognuno alla vita,
attenuando o annullando la responsabilità soggettiva, il suicidio, sotto il
profilo oggettivo, è un atto gravemente immorale, perché comporta il rifiuto
dell'amore verso se stessi e la rinuncia ai doveri di giustizia e di carità
verso il prossimo, verso le varie comunità di cui si fa parte e verso la
società nel suo insieme {84}. Nel suo nucleo più profondo, esso costituisce un
rifiuto della sovranità assoluta di Dio sulla vita e sulla morte, così
proclamata nella preghiera dell'antico saggio di Israele: "Tu hai potere
sulla vita e sulla morte; conduci giù alle porte degli inferi e fai
risalire" (Sap 16, 13; cf. Tb13, 2). Condividere l'intenzione suicida di
un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto "suicidio
assistito" significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima
persona, di un'ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando
fosse richiesta. "Non è mai lecito - scrive con sorprendente attualità
sant'Agostino - uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo
chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a
liberare l'anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene;
non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere"
{85}. Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico
dell'esistenza di chi soffre, l'eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una
preoccupante "perversione" di essa: la vera "compassione",
infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si
può sopportare la sofferenza. E tanto più perverso appare il gesto
dell'eutanasia se viene compiuto da coloro che - come i parenti - dovrebbero
assistere con pazienza e con amore il loro congiunto o da quanti - come i
medici -, per la loro specifica professione, dovrebbero curare il malato anche
nelle condizioni terminali più penose. La scelta dell'eutanasia diventa più
grave quando si configura come un omicidio che gli altri praticano su una
persona che non l'ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa
alcun consenso. Si raggiunge poi il colmo dell'arbitrio e dell'ingiustizia
quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi
debba vivere e chi debba morire. Si ripropone così la tentazione dell'Eden:
diventare come Dio "conoscendo il bene e il male" (cf. Gn 3, 5). Ma
Dio solo ha il potere di far morire e di far vivere: "Sono io che do la
morte e faccio vivere" (Dt 32, 39; cf. 2 Re 5, 7; 1 Sam 2, 6). Egli attua
il suo potere sempre e solo secondo un disegno di sapienza e di amore. Quando
l'uomo usurpa tale potere, soggiogato da una logica di stoltezza e di egoismo,
inevitabilmente lo usa per l'ingiustizia e per la morte. Così la vita del più
debole è messa nelle mani del più forte; nella società si perde il senso della
giustizia ed è minata alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni
autentico rapporto tra le persone. 67. Ben diversa, invece, è la
via dell'amore e della vera pietà, che la nostra comune umanità impone e che la
fede in Cristo Redentore, morto e risorto, illumina con nuove ragioni. La
domanda che sgorga dal cuore dell'uomo nel confronto supremo con la sofferenza
e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e
quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di
solidarietà e di sostegno nella prova. È richiesta di aiuto per continuare a
sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno. Come ci ha ricordato il
Concilio Vaticano II, "in faccia alla morte l'enigma della condizione
umana diventa sommo" per l'uomo; e tuttavia "l'istinto del cuore lo
fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale
rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe
dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge
contro la morte" {86}. Questa naturale ripugnanza per la morte e questa
germinale speranza di immortalità sono illuminate e portate a compimento dalla
fede cristiana, che promette e offre la partecipazione alla vittoria del Cristo
Risorto: è la vittoria di Colui che, mediante la sua morte redentrice, ha
liberato l'uomo dalla morte, "salario del peccato" (Rm 6, 23), e gli
ha donato lo Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). La
certezza dell'immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa
proiettano una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nel
credente una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio. L'apostolo
Paolo ha espresso questa novità nei termini di un'appartenenza totale al Signore
che abbraccia qualsiasi condizione umana: "Nessuno di noi vive per se
stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il
Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che
moriamo, siamo dunque del Signore" (Rm 14, 7-8). Morire per il Signore
significa vivere la propria morte come atto supremo di obbedienza al Padre (cf.
Fil 2, 8), accettando di incontrarla nell'"ora" voluta e scelta da
lui (cf. Gv 13, 1), che solo può dire quando il cammino terreno è compiuto.
Vivere per il Signore significa anche riconoscere che la sofferenza, pur
restando in se stessa un male e una prova, può sempre diventare sorgente di
bene. Lo diventa se viene vissuta per amore e con amore, nella partecipazione,
per dono gratuito di Dio e per libera scelta personale, alla sofferenza stessa
di Cristo crocifisso. In tal modo, chi vive la sua sofferenza nel Signore viene
più pienamente conformato a lui (cf. Fil 3, 10; 1 Pt 2, 21) e intimamente
associato alla sua opera redentrice a favore della Chiesa e dell'umanità {87}.
È questa l'esperienza dell'Apostolo, che anche ogni persona che soffre è
chiamata a rivivere: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e
completo nella mia carne quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia
carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1, 24). "Bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini" (At 5, 29): la legge civile e la legge
morale 68. Una delle caratteristiche
proprie degli attuali attentati alla vita umana - come si è già detto più volte
- consiste nella tendenza ad esigere una loro legittimazione giuridica, quasi
fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai
cittadini e, conseguentemente, nella tendenza a pretendere la loro attuazione
con l'assistenza sicura e gratuita dei medici e degli operatori sanitari. Si
pensa non poche volte che la vita di chi non è ancora nato o è gravemente
debilitato sia un bene solo relativo: secondo una logica proporzionalista o di
puro calcolo, dovrebbe essere confrontata e soppesata con altri beni. E si
ritiene pure che solo chi si trova nella situazione concreta e vi è
personalmente coinvolto possa compiere una giusta ponderazione dei beni in
gioco: di conseguenza, solo lui potrebbe decidere della moralità della sua
scelta. Lo Stato, perciò, nell'interesse della convivenza civile e dell'armonia
sociale, dovrebbe rispettare questa scelta, giungendo anche ad ammettere
l'aborto e l'eutanasia. Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa
esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato
di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge
dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei
cittadini e riconoscere loro, almeno in certi casi estremi, anche il diritto
all'aborto e all'eutanasia. Del resto, la proibizione e la punizione
dell'aborto e dell'eutanasia in questi casi condurrebbero inevitabilmente -
così si dice - ad un aumento di pratiche illegali: esse, peraltro, non
sarebbero soggette al necessario controllo sociale e verrebbero attuate senza
la dovuta sicurezza medica. Ci si chiede, inoltre, se sostenere una legge
concretamente non applicabile non significhi, alla fine, minare anche
l'autorità di ogni altra legge. Nelle opinioni più radicali, infine, si giunge
a sostenere che, in una società moderna e pluralistica, dovrebbe essere
riconosciuta a ogni persona piena autonomia di disporre della propria vita e
della vita di chi non è ancora nato: non spetterebbe, infatti, alla legge la scelta
tra le diverse opinioni morali e, tanto meno, essa potrebbe pretendere di
imporne una particolare a svantaggio delle altre. 69. In ogni caso, nella cultura
democratica del nostro tempo si è largamente diffusa l'opinione secondo la
quale l'ordinamento giuridico di una società dovrebbe limitarsi a registrare e
recepire le convinzioni della maggioranza e, pertanto, dovrebbe costruirsi solo
su quanto la maggioranza stessa riconosce e vive come morale. Se poi si ritiene
addirittura che una verità comune e oggettiva sia di fatto inaccessibile, il
rispetto della libertà dei cittadini - che in un regime democratico sono
ritenuti i veri sovrani - esigerebbe che, a livello legislativo, si riconosca
l'autonomia delle singole coscienze e quindi, nello stabilire quelle norme che
in ogni caso sono necessarie alla convivenza sociale, ci si adegui
esclusivamente alla volontà della maggioranza, qualunque essa sia. In tal modo,
ogni politico, nella sua azione, dovrebbe separare nettamente l'ambito della
coscienza privata da quello del comportamento pubblico. Si registrano, di
conseguenza, due tendenze, in apparenza diametralmente opposte. Da un lato, i
singoli individui rivendicano per sé la più completa autonomia morale di scelta
e chiedono che lo Stato non faccia propria e non imponga nessuna concezione
etica, ma si limiti a garantire lo spazio più ampio possibile alla libertà di
ciascuno, con l'unico limite esterno di non ledere lo spazio di autonomia al
quale anche ogni altro cittadino ha diritto. Dall'altro lato, si pensa che,
nell'esercizio delle funzioni pubbliche e professionali, il rispetto
dell'altrui libertà di scelta imponga a ciascuno di prescindere dalle proprie
convinzioni per mettersi a servizio di ogni richiesta dei cittadini, che le
leggi riconoscono e tutelano, accettando come unico criterio morale per
l'esercizio delle proprie funzioni quanto è stabilito da quelle medesime leggi.
In questo modo la responsabilità della persona viene delegata alla legge
civile, con un'abdicazione alla propria coscienza morale almeno nell'ambito
dell'azione pubblica. 70. Comune radice di tutte
queste tendenze è il relativismo etico che contraddistingue tanta parte della
cultura contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo sia una
condizione della democrazia, in quanto solo esso garantirebbe tolleranza,
rispetto reciproco tra le persone, e adesione alle decisioni della maggioranza,
mentre le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero
all'autoritarismo e all'intolleranza. Ma è proprio la problematica del rispetto
della vita a mostrare quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da
terribili esiti pratici, si celino in questa posizione. È vero che la storia
registra casi in cui si sono commessi dei crimini in nome della
"verità". Ma crimini non meno gravi e radicali negazioni della
libertà si sono commessi e si commettono anche in nome del "relativismo
etico". Quando una maggioranza parlamentare o sociale decreta la
legittimità della soppressione, pur a certe condizioni, della vita umana non
ancora nata, non assume forse una decisione "tirannica" nei confronti
dell'essere umano più debole e indifeso? La coscienza universale giustamente
reagisce nei confronti dei crimini contro l'umanità di cui il nostro secolo ha
fatto così tristi esperienze. Forse che questi crimini cesserebbero di essere
tali se, invece di essere commessi da tiranni senza scrupoli, fossero
legittimati dal consenso popolare? In realtà, la democrazia non può essere
mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell'immoralità.
Fondamentalmente, essa è un "ordinamento" e, come tale, uno strumento
e non un fine. Il suo carattere "morale" non è automatico, ma dipende
dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano,
deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi
di cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoché universale sul
valore della democrazia, ciò va considerato un positivo "segno dei
tempi", come anche il Magistero della Chiesa ha più volte rilevato {88}.
Ma il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e
promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni
persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché
l'assunzione del "bene comune" come fine e criterio regolativo della
vita politica. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e
mutevoli "maggioranze" di opinione, ma solo il riconoscimento di una
legge morale obiettiva che, in quanto "legge naturale" iscritta nel
cuore dell'uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile.
Quando, per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo
giungesse a porre in dubbio persino i principi fondamentali della legge morale,
lo stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue fondamenta,
riducendosi a un puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi e
contrapposti interessi {89}. Qualcuno potrebbe pensare che anche una tale
funzione, in mancanza di meglio, sia da apprezzare ai fini della pace sociale.
Pur riconoscendo un qualche aspetto di verità in una tale valutazione, è
difficile non vedere che, senza un ancoraggio morale obiettivo, neppure la
democrazia può assicurare una pace stabile, tanto più che la pace non misurata
sui valori della dignità di ogni uomo e della solidarietà tra tutti gli uomini
è non di rado illusoria. Negli stessi regimi partecipativi, infatti, la
regolazione degli interessi avviene spesso a vantaggio dei più forti, essendo
essi i più capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche la
formazione del consenso. In una tale situazione, la democrazia diventa
facilmente una parola vuota. 71. Urge dunque, per l'avvenire
della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di
valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa
dell'essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori,
pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno
mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare
e promuovere. Occorre riprendere, in tal senso, gli elementi fondamentali della
visione dei rapporti tra legge civile e legge morale, quali sono proposti dalla
Chiesa, ma che pure fanno parte del patrimonio delle grandi tradizioni
giuridiche dell'umanità. Certamente, il compito della legge civile è diverso e
di ambito più limitato rispetto a quello della legge morale. Però "in
nessun ambito di vita la legge civile può sostituirsi alla coscienza né può
dettare norme su ciò che esula dalla sua competenza" {90}, che è quella di
assicurare il bene comune delle persone, attraverso il riconoscimento e la
difesa dei loro fondamentali diritti, la promozione della pace e della pubblica
moralità {91}. Il compito della legge civile consiste, infatti, nel garantire
un'ordinata convivenza sociale nella vera giustizia, perché tutti
"possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e
dignità" (1 Tm 2, 2). Proprio per questo, la legge civile deve assicurare
per tutti i membri della società il rispetto di alcuni diritti fondamentali,
che appartengono nativamente alla persona e che qualsiasi legge positiva deve
riconoscere e garantire. Primo e fondamentale tra tutti è l'inviolabile diritto
alla vita di ogni essere umano innocente. Se la pubblica autorità può talvolta
rinunciare a reprimere quanto provocherebbe, se proibito, un danno più grave
{92}, essa non può mai accettare però di legittimare, come diritto dei singoli
- anche se questi fossero la maggioranza dei componenti la società -, l'offesa
inferta ad altre persone attraverso il misconoscimento di un loro diritto così
fondamentale come quello alla vita. La tolleranza legale dell'aborto o
dell'eutanasia non può in alcun modo richiamarsi al rispetto della coscienza
degli altri, proprio perché la società ha il diritto e il dovere di tutelarsi
contro gli abusi che si possono verificare in nome della coscienza e sotto il
pretesto della libertà {93}. Nell'Enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII
aveva ricordato in proposito: "Nell'epoca moderna l'attuazione del bene
comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della
persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici consistono,
soprattutto, nel riconoscere, rispettare, comporre, tutelare e promuovere quei
diritti; e nel contribuire, di conseguenza, a rendere più facile l'adempimento
dei rispettivi doveri. "Tutelare l'intangibile campo dei diritti della
persona umana e renderle agevole il compimento dei suoi doveri vuol essere ufficio
essenziale di ogni pubblico potere". Per cui ogni atto dei poteri
pubblici, che sia o implichi un misconoscimento o una violazione di quei
diritti, è un atto contrastante con la loro stessa ragion d'essere e rimane per
ciò stesso destituito d'ogni valore giuridico" {94}. 72. In continuità con tutta la
tradizione della Chiesa è anche la dottrina sulla necessaria conformità della
legge civile con la legge morale, come appare, ancora una volta, dall'enciclica
citata di Giovanni XXIII: "L'autorità è postulata dall'ordine morale e
deriva da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni siano in
contrasto con quell'ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse
non hanno forza di obbligare la coscienza...; in tal caso, anzi, chiaramente l'autorità
cessa di essere tale e degenera in sopruso" {95}. È questo il limpido
insegnamento di san Tommaso d'Aquino, che tra l'altro scrive: "La legge
umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva
dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la
si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene
piuttosto un atto di violenza" {96}. E ancora: "Ogni legge posta
dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto deriva dalla legge
naturale. Se invece in qualche cosa è in contrasto con la legge naturale,
allora non sarà legge bensì corruzione della legge" {97}. Ora la prima e
più immediata applicazione di questa dottrina riguarda la legge umana che
misconosce il diritto fondamentale e fontale alla vita, diritto proprio di ogni
uomo. Così le leggi che, con l'aborto e l'eutanasia, legittimano la
soppressione diretta di esseri umani innocenti sono in totale e insanabile
contraddizione con il diritto inviolabile alla vita proprio di tutti gli uomini
e negano, pertanto, l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Si potrebbe
obiettare che tale non è il caso dell'eutanasia, quando essa è richiesta in
piena coscienza dal soggetto interessato. Ma uno Stato che legittimasse tale
richiesta e ne autorizzasse la realizzazione, si troverebbe a legalizzare un
caso di suicidio-omicidio, contro i principi fondamentali dell'indisponibilità
della vita e della tutela di ogni vita innocente. In questo modo si favorisce
una diminuzione del rispetto della vita e si apre la strada a comportamenti
distruttivi della fiducia nei rapporti sociali. Le leggi che autorizzano e
favoriscono l'aborto e l'eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo
contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono
del tutto prive di autentica validità giuridica. Il misconoscimento del diritto
alla vita, infatti, proprio perché porta a sopprimere la persona per il cui
servizio la società ha motivo di esistere, è ciò che si contrappone più
frontalmente e irreparabilmente alla possibilità di realizzare il bene comune.
Ne segue che, quando una legge civile legittima l'aborto o l'eutanasia cessa,
per ciò stesso, di essere una vera legge civile, moralmente obbligante. 73. L'aborto e l'eutanasia sono
dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di
questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano
piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di
coscienza. Fin dalle origini della Chiesa, la predicazione apostolica ha
inculcato ai cristiani il dovere di obbedire alle autorità pubbliche
legittimamente costituite (cf. Rm 13, 1-7; 1 Pt 2, 13-14), ma nello stesso
tempo ha ammonito fermamente che "bisogna obbedire a Dio piuttosto che
agli uomini" (At 5, 29). Già nell'Antico Testamento, proprio in
riferimento alle minacce contro la vita, troviamo un esempio significativo di
resistenza al comando ingiusto dell'autorità. Al faraone, che aveva ordinato di
far morire ogni neonato maschio, le levatrici degli Ebrei si opposero. Esse
"non fecero come aveva loro ordinato il re di Egitto e lasciarono vivere i
bambini" (Es 1, 17). Ma occorre notare il motivo profondo di questo loro
comportamento: "Le levatrici temettero Dio" (ivi). È proprio dall'obbedienza
a Dio - al quale solo si deve quel timore che è riconoscimento della sua
assoluta sovranità - che nascono la forza e il coraggio di resistere alle leggi
ingiuste degli uomini. È la forza e il coraggio di chi è disposto anche ad
andare in prigione o ad essere ucciso di spada, nella certezza che "in
questo sta la costanza e la fede dei santi" (Ap 13, 10). Nel caso quindi
di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o
l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, "né partecipare ad una
campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il
suffragio del proprio voto" {98}. Un particolare problema di coscienza
potrebbe porsi in quei casi in cui un voto parlamentare risultasse determinante
per favorire una legge più restrittiva, volta cioè a restringere il numero
degli aborti autorizzati, in alternativa ad una legge più permissiva già in
vigore o messa al voto. Simili casi non sono rari. Si registra infatti il dato
che mentre in alcune parti del mondo continuano le campagne per l'introduzione
di leggi a favore dell'aborto, sostenute non poche volte da potenti organismi
internazionali, in altre Nazioni invece - in particolare in quelle che hanno
già fatto l'amara esperienza di simili legislazioni permissive - si vanno
manifestando segni di ripensamento. Nel caso ipotizzato, quando non fosse
possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un
parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a
tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate
a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul
piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si
attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un
legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui. 74. L'introduzione di
legislazioni ingiuste pone spesso gli uomini moralmente retti di fronte a
difficili problemi di coscienza in materia di collaborazione in ragione della
doverosa affermazione del proprio diritto a non essere costretti a partecipare
ad azioni moralmente cattive. Talvolta le scelte che si impongono sono dolorose
e possono richiedere il sacrificio di affermate posizioni professionali o la
rinuncia a legittime prospettive di avanzamento nella carriera. In altri casi,
può risultare che il compiere alcune azioni in se stesse indifferenti, o
addirittura positive, previste nell'articolato di legislazioni globalmente
ingiuste, consenta la salvaguardia di vite umane minacciate. D'altro canto,
però, si può giustamente temere che la disponibilità a compiere tali azioni non
solo comporti uno scandalo e favorisca l'indebolirsi della necessaria
opposizione agli attentati contro la vita, ma induca insensibilmente ad
arrendersi sempre più ad una logica permissiva. Per illuminare questa difficile
questione morale occorre richiamare i principi generali sulla cooperazione ad
azioni cattive. I cristiani, come tutti gli uomini di buona volontà, sono chiamati,
per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale
a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto
con la Legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito
cooperare formalmente al male. Tale cooperazione si verifica quando l'azione
compiuta, o per la sua stessa natura o per la configurazione che essa viene
assumendo in un concreto contesto, si qualifica come partecipazione diretta ad
un atto contro la vita umana innocente o come condivisione dell'intenzione
immorale dell'agente principale. Questa cooperazione non può mai essere
giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul
fatto che la legge civile la prevede e la richiede: per gli atti che ciascuno
personalmente compie esiste, infatti, una responsabilità morale a cui nessuno
può mai sottrarsi e sulla quale ciascuno sarà giudicato da Dio stesso (cf. Rm
2, 6; 14, 12). Rifiutarsi di partecipare a commettere un'ingiustizia è non solo
un dovere morale, ma è anche un diritto umano basilare. Se così non fosse, la
persona umana sarebbe costretta a compiere un'azione intrinsecamente
incompatibile con la sua dignità e in tal modo la sua stessa libertà, il cui
senso e fine autentici risiedono nell'orientamento al vero e al bene, ne
sarebbe radicalmente compromessa. Si tratta, dunque, di un diritto essenziale
che, proprio perché tale, dovrebbe essere previsto e protetto dalla stessa
legge civile. In tal senso, la possibilità di rifiutarsi di partecipare alla
fase consultiva, preparatoria ed esecutiva di simili atti contro la vita
dovrebbe essere assicurata ai medici, agli operatori sanitari e ai responsabili
delle istituzioni ospedaliere, delle cliniche e delle case di cura. Chi ricorre
all'obiezione di coscienza deve essere salvaguardato non solo da sanzioni
penali, ma anche da qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare, economico e
professionale. "Amerai il prossimo tuo
come te stesso" (Lc 10, 27): "promuovi" la vita. 75. I comandamenti di Dio ci
insegnano la via della vita. I precetti morali negativi, cioè quelli che
dichiarano moralmente inaccettabile la scelta di una determinata azione, hanno
un valore assoluto per la libertà umana: essi valgono sempre e comunque, senza
eccezioni. Indicano che la scelta di determinati comportamenti è radicalmente
incompatibile con l'amore verso Dio e con la dignità della persona, creata a
sua immagine: tale scelta, perciò, non può essere riscattata dalla bontà di
nessuna intenzione e di nessuna conseguenza, è in contrasto insanabile con la
comunione tra le persone, contraddice la decisione fondamentale di orientare la
propria vita a Dio {99}. Già in questo senso i precetti morali negativi hanno
un'importantissima funzione positiva: il "no" che esigono incondizionatamente
dice il limite invalicabile al di sotto del quale l'uomo libero non può
scendere e, insieme, indica il minimo che egli deve rispettare e dal quale deve
partire per pronunciare innumerevoli "sì", capaci di occupare
progressivamente l'intero orizzonte del bene (cf. Mt 5, 48). I comandamenti, in
particolare i precetti morali negativi, sono l'inizio e la prima tappa
necessaria del cammino verso la libertà: "La prima libertà - scrive
sant'Agostino - consiste nell'essere esenti da crimini... come sarebbero l'omicidio,
l'adulterio, la fornicazione, il furto, la frode, il sacrilegio e così via.
Quando uno comincia a non avere questi crimini (e nessun cristiano deve
averli), comincia a levare il capo verso la libertà, ma questo non è che
l'inizio della libertà, non la libertà perfetta" {100}. 76. Il comandamento "non
uccidere" stabilisce quindi il punto di partenza di un cammino di vera
libertà, che ci porta a promuovere attivamente la vita e sviluppare determinati
atteggiamenti e comportamenti al suo servizio: così facendo esercitiamo la
nostra responsabilità verso le persone che ci sono affidate e manifestiamo, nei
fatti e nella verità, la nostra riconoscenza a Dio per il grande dono della
vita (cf. Sal 139[138], 13-14). Il Creatore ha affidato la vita dell'uomo alla
sua responsabile sollecitudine, non perché ne disponga in modo arbitrario, ma
perché la custodisca con saggezza e la amministri con amorevole fedeltà. Il Dio
dell'Alleanza ha affidato la vita di ciascun uomo all'altro uomo suo fratello,
secondo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono di sé e
dell'accoglienza dell'altro. Nella pienezza dei tempi, incarnandosi e donando
la sua vita per l'uomo, il Figlio di Dio ha mostrato a quale altezza e
profondità possa giungere questa legge della reciprocità. Con il dono del suo
Spirito, Cristo dà contenuti e significati nuovi alla legge della reciprocità,
all'affidamento dell'uomo all'uomo. Lo Spirito, che è artefice di comunione
nell'amore, crea tra gli uomini una nuova fraternità e solidarietà, vero
riflesso del mistero di reciproca donazione e accoglienza proprio della Trinità
santissima. Lo stesso Spirito diventa la legge nuova, che dona ai credenti la
forza e sollecita la loro responsabilità per vivere reciprocamente il dono di
sé e l'accoglienza dell'altro, partecipando all'amore stesso di Gesù Cristo e
secondo la sua misura. 77. Da questa legge nuova viene
animato e plasmato anche il comandamento del "non uccidere". Per il
cristiano, quindi, esso implica in definitiva l'imperativo di rispettare, amare
e promuovere la vita di ogni fratello, secondo le esigenze e le dimensioni
dell'amore di Dio in Gesù Cristo. "Egli ha dato la sua vita per noi;
quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1 Gv 3, 16). Il
comandamento del "non uccidere", anche nei suoi contenuti più
positivi di rispetto, amore e promozione della vita umana, vincola ogni uomo.
Esso, infatti, risuona nella coscienza morale di ciascuno come un'eco
insopprimibile dell'alleanza originaria di Dio creatore con l'uomo; da tutti
può essere conosciuto alla luce della ragione e può essere osservato grazie
all'opera misteriosa dello Spirito che, soffiando dove vuole (cf. Gv 3, 8),
raggiunge e coinvolge ogni uomo che vive in questo mondo. È dunque un servizio
d'amore quello che tutti siamo impegnati ad assicurare al nostro prossimo,
perché la sua vita sia difesa e promossa sempre, ma soprattutto quando è più
debole o minacciata. È una sollecitudine non solo personale ma sociale, che
tutti dobbiamo coltivare, ponendo l'incondizionato rispetto della vita umana a
fondamento di una rinnovata società. Ci è chiesto di amare e onorare la vita di
ogni uomo e di ogni donna e di lavorare con costanza e con coraggio, perché nel
nostro tempo, attraversato da troppi segni di morte, si instauri finalmente una
nuova cultura della vita, frutto della cultura della verità e dell'amore. L’AVETE FATTO A ME
Per una nuovo cultura della vita
umana "Voi siete il popolo che
Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose" (1 Pt 2,
9): il popolo della vita e per la
vita 78. La Chiesa ha ricevuto il
Vangelo come annuncio e fonte di gioia e di salvezza. L'ha ricevuto in dono da
Gesù, inviato dal Padre "per annunziare ai poveri un lieto messaggio"
(Lc 4, 18). L'ha ricevuto mediante gli Apostoli, da Lui mandati in tutto il
mondo (cf. Mc 16, 15; Mt 28, 19-20). Nata da questa azione evangelizzatrice, la
Chiesa sente risuonare in se stessa ogni giorno la parola ammonitrice
dell'Apostolo: "Guai a me se non predicassi il Vangelo" (1 Cor 9,
16). "Evangelizzare, infatti, - come scriveva Paolo VI - è la grazia e la
vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per
evangelizzare" {101}. L'evangelizzazione è un'azione globale e dinamica,
che coinvolge la Chiesa nella sua partecipazione alla missione profetica,
sacerdotale e regale del Signore Gesù. Essa, pertanto, comporta
inscindibilmente le dimensioni dell'annuncio, della celebrazione e del servizio
della carità. È un atto profondamente ecclesiale, che chiama in causa tutti i
diversi operai del Vangelo, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio
ministero. Così è anche quando si tratta di annunciare il Vangelo della vita,
parte integrante del Vangelo che è Gesù Cristo. Di questo Vangelo noi siamo al
servizio, sostenuti dalla consapevolezza di averlo ricevuto in dono e di essere
inviati a proclamarlo a tutta l'umanità "fino agli estremi confini della
terra" (At 1, 8). Nutriamo perciò umile e grata coscienza di essere il
popolo della vita e per la vita e in tal modo ci presentiamo davanti a tutti. 79. Siamo il popolo della vita
perché Dio, nel suo amore gratuito, ci ha donato il Vangelo della vita e da
questo stesso Vangelo noi siamo stati trasformati e salvati. Siamo stati
riconquistati dall' "autore della vita" (At 3, 15) a prezzo del suo
sangue prezioso (cf. 1 Cor 6, 20; 7, 23; 1 Pt 1, 19) e mediante il lavacro
battesimale siamo stati inseriti in lui (cf. Rm 6, 4-5; Col 2, 12), come rami
che dall'unico albero traggono linfa e fecondità (cf.Gv 15, 5). Rinnovati
interiormente dalla grazia dello Spirito, "che è Signore e dà la
vita", siamo diventati un popolo per la vita e come tali siamo chiamati a
comportarci. Siamo mandati: essere al servizio della vita non è per noi un
vanto, ma un dovere, che nasce dalla coscienza di essere "il popolo che
Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose" (1 Pt 2,
9). Nel nostro cammino ci guida e ci sostiene la legge dell'amore: è l'amore di
cui è sorgente e modello il Figlio di Dio fatto uomo, che "morendo ha dato
la vita al mondo" {102}. Siamo mandati come popolo. L'impegno a servizio
della vita grava su tutti e su ciascuno. È una responsabilità propriamente
"ecclesiale", che esige l'azione concertata e generosa di tutti i
membri e di tutte le articolazioni della comunità cristiana. Il compito
comunitario però non elimina né diminuisce la responsabilità della singola
persona, alla quale è rivolto il comando del Signore a "farsi
prossimo" di ogni uomo: "Vá e anche tu fá lo stesso" (Lc 10,
37). Tutti insieme sentiamo il dovere di annunciare il Vangelo della vita, di
celebrarlo nella liturgia e nell'intera esistenza, di servirlo con le diverse
iniziative e strutture di sostegno e di promozione. "Quello che abbiamo veduto
e udito noi lo annunziamo anche a voi" (1 Gv 1, 3): annunciare il Vangelo della vita 80. "Ciò che era fin da
principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri
occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato,
ossia il Verbo della vita... noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi
siate in comunione con noi" (1 Gv 1, 1.3). Gesù è l'unico Vangelo: noi non
abbiamo altro da dire e da testimoniare. È proprio l'annuncio di Gesù ad essere
annuncio della vita. Egli, infatti, è "il Verbo della vita" (1 Gv 1,
1). In lui "la vita si è fatta visibile" (1 Gv 1, 2); anzi lui stesso
è "la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a
noi" (ivi). Questa stessa vita, grazie al dono dello Spirito, è stata
comunicata all'uomo. Ordinata alla vita in pienezza, la "vita
eterna", anche la vita terrena di ciascuno acquista il suo senso pieno.
Illuminati da questo Vangelo della vita, sentiamo il bisogno di proclamarlo e
di testimoniarlo nella novità sorprendente che lo contraddistingue: poiché si identifica
con Gesù stesso, apportatore di ogni novità {103} e vincitore della
"vecchiezza" che deriva dal peccato e porta alla morte {104}, tale
Vangelo supera ogni aspettativa dell'uomo e svela a quali sublimi altezze viene
elevata, per grazia, la dignità della persona. Così la contempla san Gregorio
di Nissa: "L'uomo che, tra gli esseri, non conta nulla, che è polvere,
erba, vanità, una volta che è adottato dal Dio dell'universo come figlio,
diventa familiare di questo Essere, la cui eccellenza e grandezza nessuno può
vedere, ascoltare e comprendere. Con quale parola, pensiero o slancio dello
spirito si potrà esaltare la sovrabbondanza di questa grazia? L'uomo sorpassa
la sua natura: da mortale diventa immortale, da perituro imperituro, da
effimero eterno, da uomo diventa dio" {105}. La gratitudine e la gioia per
l'incommensurabile dignità dell'uomo ci spinge a rendere tutti partecipi di
questo messaggio: "Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo
anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (1 Gv 1, 3). È
necessario far giungere il Vangelo della vita al cuore di ogni uomo e donna e
immetterlo nelle pieghe più recondite dell'intera società. 81. Si tratta di annunciare
anzitutto il centro di questo Vangelo. Esso è annuncio di un Dio vivo e vicino,
che ci chiama a una profonda comunione con sé e ci apre alla speranza certa
della vita eterna; è affermazione dell'inscindibile legame che intercorre tra
la persona, la sua vita e la sua corporeità; è presentazione della vita umana
come vita di relazione, dono di Dio, frutto e segno del suo amore; è
proclamazione dello straordinario rapporto di Gesù con ciascun uomo, che
consente di riconoscere in ogni volto umano il volto di Cristo; è indicazione
del "dono sincero di sé" quale compito e luogo di realizzazione piena
della propria libertà. Nello stesso tempo, si tratta di additare tutte le
conseguenze di questo stesso Vangelo, che così si possono riassumere: la vita
umana, dono prezioso di Dio, è sacra e inviolabile e per questo, in
particolare, sono assolutamente inaccettabili l'aborto procurato e l'eutanasia;
la vita dell'uomo non solo non deve essere soppressa, ma va protetta con ogni
amorosa attenzione; la vita trova il suo senso nell'amore ricevuto e donato,
nel cui orizzonte attingono piena verità la sessualità e la procreazione umana;
in questo amore anche la sofferenza e la morte hanno un senso e, pur permanendo
il mistero che le avvolge, possono diventare eventi di salvezza; il rispetto
per la vita esige che la scienza e la tecnica siano sempre ordinate all'uomo e
al suo sviluppo integrale; l'intera società deve rispettare, difendere e
promuovere la dignità di ogni persona umana, in ogni momento e condizione della
sua vita. 82. Per essere veramente un
popolo al servizio della vita dobbiamo, con costanza e coraggio, proporre
questi contenuti fin dal primo annuncio del Vangelo e, in seguito, nella
catechesi e nelle diverse forme di predicazione, nel dialogo personale e in
ogni azione educativa. Agli educatori, insegnanti, catechisti e teologi, spetta
il compito di mettere in risalto le ragioni antropologiche che fondano e
sostengono il rispetto di ogni vita umana. In tal modo, mentre faremo
risplendere l'originale novità del Vangelo della vita, potremo aiutare tutti a
scoprire anche alla luce della ragione e dell'esperienza, come il messaggio
cristiano illumini pienamente l'uomo e il significato del suo essere ed
esistere; troveremo preziosi punti di incontro e di dialogo anche con i non
credenti, tutti insieme impegnati a far sorgere una nuova cultura della vita.
Circondati dalle voci più contrastanti, mentre molti rigettano la sana dottrina
intorno alla vita dell'uomo, sentiamo rivolta anche a noi la supplica
indirizzata da Paolo a Timoteo: "Annunzia la parola, insisti in ogni
occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni
magnanimità e dottrina" (2 Tm 4, 2). Questa esortazione deve risuonare con
particolare vigore nel cuore di quanti, nella Chiesa, partecipano più
direttamente, a diverso titolo, alla sua missione di "maestra" della
verità. Risuoni innanzitutto per noi Vescovi: a noi per primi è chiesto di
farci annunciatori instancabili del Vangelo della vita; a noi è pure affidato
il compito di vigilare sulla trasmissione integra e fedele dell'insegnamento
riproposto in questa Enciclica e di ricorrere alle misure più opportune perché
i fedeli siano preservati da ogni dottrina ad esso contraria. Una speciale
attenzione dobbiamo porre perché nelle facoltà teologiche, nei seminari e nelle
diverse istituzioni cattoliche venga diffusa, illustrata e approfondita la
conoscenza della sana dottrina {106}. L'esortazione di Paolo risuoni per tutti
i teologi, per i pastori e per quanti altri svolgono compiti di insegnamento,
catechesi e formazione delle coscienze: consapevoli del ruolo ad essi
spettante, non si assumano mai la grave responsabilità di tradire la verità e
la loro stessa missione esponendo idee personali contrarie al Vangelo della
vita quale il Magistero fedelmente ripropone e interpreta. Nell'annunciare
questo Vangelo, non dobbiamo temere l'ostilità e l'impopolarità, rifiutando
ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo
mondo (cf. Rm 12, 2). Dobbiamo essere nel mondo ma non del mondo (cf. Gv 15,
19; 17, 16), con la forza che ci viene da Cristo, che con la sua morte e
risurrezione ha vinto il mondo (cf. Gv 16, 33). "Ti lodo perché mi hai
fatto come un prodigio" (Sal 139[138], 14): celebrare il Vangelo della vita 83. Mandati nel mondo come
"popolo per la vita", il nostro annuncio deve diventare anche una
vera e propria celebrazione del Vangelo della vita. È anzi questa stessa
celebrazione, con la forza evocativa dei suoi gesti, simboli e riti, a
diventare luogo prezioso e significativo per trasmettere la bellezza e la
grandezza di questo Vangelo. A tal fine, urge anzitutto coltivare, in noi e
negli altri, uno sguardo contemplativo {107}. Questo nasce dalla fede nel Dio
della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio (cf. Sal
139[138], 14). È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità,
cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla
libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende d'impossessarsi
della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso
del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente (cf. Gn 1, 27; Sal 8,
6). Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia,
nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte
queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso e,
proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un
appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà. È tempo di assumere tutti
questo sguardo, ridiventando capaci, con l'animo colmo di religioso stupore, di
venerare e onorare ogni uomo, come ci invitava a fare Paolo VI in uno dei suoi
messaggi natalizi {108}. Animato da questo sguardo contemplativo, il popolo
nuovo dei redenti non può non prorompere in inni di gioia, di lode e di ringraziamento
per il dono inestimabile della vita, per il mistero della chiamata di ogni uomo
a partecipare in Cristo alla vita di grazia e a un'esistenza di comunione senza
fine con Dio Creatore e Padre. 84. Celebrare il Vangelo della
vita significa celebrare il Dio della vita, il Dio che dona la vita: "Noi
dobbiamo celebrare la Vita eterna, dalla quale procede qualsiasi altra vita. Da
essa riceve la vita, proporzionalmente alle sue capacità, ogni essere che
partecipa in qualche modo alla vita. Questa Vita divina, che è al di sopra di
qualsiasi vita, vivifica e conserva la vita. Qualsiasi vita e qualsiasi
movimento vitale procedono da questa Vita che trascende ogni vita ed ogni
principio di vita. Ad essa le anime debbono la loro incorruttibilità, come pure
grazie ad essa vivono tutti gli animali e tutte le piante, che ricevono della
vita l'eco più debole. Agli uomini, esseri composti di spirito e di materia, la
Vita dona la vita. Se poi ci accade di abbandonarla, allora la Vita, per il
traboccare del suo amore verso l'uomo, ci converte e ci richiama a sé. Non
solo: ci promette di condurci, anime e corpi, alla vita perfetta,
all'immortalità. È troppo poco dire che questa Vita è viva: essa è Principio di
vita, Causa e Sorgente unica di vita. Ogni vivente deve contemplarla e lodarla:
è Vita che trabocca vita" {109}. Anche noi, come il Salmista, nella
preghiera quotidiana, individuale e comunitaria, lodiamo e benediciamo Dio
nostro Padre, che ci ha tessuti nel seno materno e ci ha visti e amati quando
ancora eravamo informi (cf. Sal 139[138], 13. 15-16), ed esclamiamo con gioia
incontenibile: "Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono
stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo" (Sal 139[138], 14).
Sì, "questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri
misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un
prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d'essere cantato
in gaudio e in gloria" {110}. Di più, l'uomo e la sua vita non ci appaiono
solo come uno dei prodigi più alti della creazione: all'uomo Dio ha conferito
una dignità quasi divina (cf. Sal 8, 6-7). In ogni bimbo che nasce e in ogni
uomo che vive o che muore noi riconosciamo l'immagine della gloria di Dio:
questa gloria noi celebriamo in ogni uomo, segno del Dio vivente, icona di Gesù
Cristo. Siamo chiamati ad esprimere stupore e gratitudine per la vita ricevuta
in dono e ad accogliere, gustare e comunicare il Vangelo della vita non solo
con la preghiera personale e comunitaria, ma soprattutto con le celebrazioni
dell'anno liturgico. Sono qui da ricordare in particolare i Sacramenti, segni
efficaci della presenza e dell'azione salvifica del Signore Gesù nell'esistenza
cristiana: essi rendono gli uomini partecipi della vita divina, assicurando loro
l'energia spirituale necessaria per realizzare nella sua piena verità il
significato del vivere, del soffrire e del morire. Grazie ad una genuina
riscoperta del senso dei riti e ad una loro adeguata valorizzazione, le
celebrazioni liturgiche, soprattutto quelle sacramentali, saranno sempre più in
grado di esprimere la verità piena sulla nascita, la vita, la sofferenza e la
morte, aiutando a vivere queste realtà come partecipazione al mistero pasquale
di Cristo morto e risorto. 85. Nella celebrazione del Vangelo
della vita occorre saper apprezzare e valorizzare anche i gesti e i simboli, di
cui sono ricche le diverse tradizioni e consuetudini culturali e popolari. Sono
momenti e forme di incontro con cui, nei diversi Paesi e culture, si
manifestano la gioia per una vita che nasce, il rispetto e la difesa di ogni
esistenza umana, la cura per chi soffre o è nel bisogno, la vicinanza
all'anziano o al morente, la condivisione del dolore di chi è nel lutto, la
speranza e il desiderio dell'immortalità. In questa prospettiva, accogliendo
anche il suggerimento offerto dai Cardinali nel Concistoro del 1991, propongo
che si celebri ogni anno nelle varie Nazioni una Giornata per la Vita, quale
già si attua ad iniziativa di alcune Conferenze Episcopali. È necessario che
tale Giornata venga preparata e celebrata con l'attiva partecipazione di tutte
le componenti della Chiesa locale. Suo scopo fondamentale è quello di
suscitare, nelle coscienze, nelle famiglie, nella Chiesa e nella società
civile, il riconoscimento del senso e del valore della vita umana in ogni suo
momento e condizione, ponendo particolarmente al centro dell'attenzione la
gravità dell'aborto e dell'eutanasia, senza tuttavia trascurare gli altri
momenti e aspetti della vita, che meritano di essere presi di volta in volta in
attenta considerazione, secondo quanto suggerito dall'evolversi della
situazione storica. 86. Nella logica del culto
spirituale gradito a Dio (cf. Rm 12, 1), la celebrazione del Vangelo della vita
chiede di realizzarsi soprattutto nell'esistenza quotidiana, vissuta nell'amore
per gli altri e nella donazione di se stessi. Sarà così tutta la nostra
esistenza a farsi accoglienza autentica e responsabile del dono della vita e
lode sincera e riconoscente a Dio che ci ha fatto tale dono. È quanto già
avviene in tantissimi gesti di donazione, spesso umile e nascosta, compiuti da
uomini e donne, bambini e adulti, giovani e anziani, sani e ammalati. È in
questo contesto, ricco di umanità e di amore, che nascono anche i gesti eroici.
Essi sono la celebrazione più solenne del Vangelo della vita, perché lo
proclamano con il dono totale di sé; sono la manifestazione luminosa del grado
più elevato di amore, che è dare la vita per la persona amata (cf. Gv 15, 13);
sono la partecipazione al mistero della Croce, nella quale Gesù svela quanto
valore abbia per lui la vita di ogni uomo e come questa si realizzi in pienezza
nel dono sincero di sé. Al di là dei fatti clamorosi, c'è l'eroismo del
quotidiano, fatto di piccoli o grandi gesti di condivisione che alimentano
un'autentica cultura della vita. Tra questi gesti merita particolare
apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili,
per offrire una possibilità di salute e perfino di vita a malati talvolta privi
di speranza. A tale eroismo del quotidiano appartiene la testimonianza
silenziosa, ma quanto mai feconda ed eloquente, di "tutte le madri
coraggiose, che si dedicano senza riserve alla propria famiglia, che soffrono
nel dare alla luce i propri figli, e poi sono pronte ad intraprendere ogni
fatica, ad affrontare ogni sacrificio, per trasmettere loro quanto di meglio
esse custodiscono in sé" {111}. Nel vivere la loro missione "non
sempre queste madri eroiche trovano sostegno nel loro ambiente. Anzi, i modelli
di civiltà, spesso promossi e propagati dai mezzi di comunicazione, non
favoriscono la maternità. Nel nome del progresso e della modernità vengono
presentati come ormai superati i valori della fedeltà, della castità, del
sacrificio, nei quali si sono distinte e continuano a distinguersi schiere di
spose e di madri cristiane... Vi ringraziamo, madri eroiche, per il vostro
amore invincibile! Vi ringraziamo per l'intrepida fiducia in Dio e nel suo
amore. Vi ringraziamo per il sacrificio della vostra vita... Cristo nel Mistero
pasquale vi restituisce il dono che gli avete fatto. Egli infatti ha il potere
di restituirvi la vita che gli avete portato in offerta" {112}. "Che giova, fratelli miei,
se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?" (Gc 2, 14): servire il Vangelo della vita 87. In forza della
partecipazione alla missione regale di Cristo, il sostegno e la promozione
della vita umana devono attuarsi mediante il servizio della carità, che si
esprime nella testimonianza personale, nelle diverse forme di volontariato,
nell'animazione sociale e nell'impegno politico. È, questa, un'esigenza
particolarmente pressante nell'ora presente, nella quale la "cultura della
morte" così fortemente si contrappone alla "cultura della vita"
e spesso sembra avere il sopravvento. Ancor prima, però, è un'esigenza che
nasce dalla "fede che opera per mezzo della carità" (Gal 5, 6), come
ci ammonisce la Lettera di Giacomo: "Che giova, fratelli miei, se uno dice
di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un
fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi",
ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se
non ha le opere, è morta in se stessa" (2, 14-17). Nel servizio della
carità c'è un atteggiamento che ci deve animare e contraddistinguere: dobbiamo
prenderci cura dell'altro in quanto persona affidata da Dio alla nostra
responsabilità. Come discepoli di Gesù, siamo chiamati a farci prossimi di ogni
uomo (cf. Lc 10, 29-37), riservando una speciale preferenza a chi è più povero,
solo e bisognoso. Proprio attraverso l'aiuto all'affamato, all'assetato, al
forestiero, all'ignudo, al malato, al carcerato - come pure al bambino non
ancora nato, all'anziano sofferente o vicino alla morte - ci è dato di servire
Gesù, come Egli stesso ha dichiarato: "Ogni volta che avete fatto queste
cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me"
(Mt 25, 40). Per questo, non possiamo non sentirci interpellati e giudicati
dalla pagina sempre attuale di san Giovanni Crisostomo: "Vuoi onorare il
corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui
nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e
nudità" {113}. Il servizio della carità nei riguardi della vita deve
essere profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e
discriminazioni, perché la vita umana è sacra e inviolabile in ogni sua fase e
situazione; essa è un bene indivisibile. Si tratta dunque di "prendersi
cura" di tutta la vita e della vita di tutti. Anzi, ancora più
profondamente, si tratta di andare fino alle radici stesse della vita e
dell'amore. Proprio partendo da un amore profondo per ogni uomo e donna, si è sviluppata
lungo i secoli una straordinaria storia di carità, che ha introdotto nella vita
ecclesiale e civile numerose strutture di servizio alla vita, che suscitano
l'ammirazione di ogni osservatore non prevenuto. È una storia che, con
rinnovato senso di responsabilità, ogni comunità cristiana deve continuare a
scrivere con una molteplice azione pastorale e sociale. In tal senso si devono
mettere in atto forme discrete ed efficaci di accompagnamento della vita
nascente, con una speciale vicinanza a quelle mamme che, anche senza il
sostegno del padre, non temono di mettere al mondo il loro bambino e di
educarlo. Analoga cura deve essere riservata alla vita nella marginalità o
nella sofferenza, specie nelle sue fasi finali. 88. Tutto questo comporta una
paziente e coraggiosa opera educativa che solleciti tutti e ciascuno a farsi
carico dei pesi degli altri (cf. Gal 6, 2); richiede una continua promozione di
vocazioni al servizio, in particolare tra i giovani; implica la realizzazione
di progetti e iniziative concrete, stabili ed evangelicamente ispirate.
Molteplici sono gli strumenti da valorizzare con competenza e serietà di
impegno. Alle sorgenti della vita, i centri per i metodi naturali di
regolazione della fertilità vanno promossi come un valido aiuto per la paternità
e maternità responsabili, nella quale ogni persona, a cominciare dal figlio, è
riconosciuta e rispettata per se stessa e ogni scelta è animata e guidata dal
criterio del dono sincero di sé. Anche i consultori matrimoniali e familiari,
mediante la loro specifica azione di consulenza e di prevenzione, svolta alla
luce di un'antropologia coerente con la visione cristiana della persona, della
coppia e della sessualità, costituiscono un prezioso servizio per riscoprire il
senso dell'amore e della vita e per sostenere e accompagnare ogni famiglia
nella sua missione di "santuario della vita". A servizio della vita
nascente si pongono pure i centri di aiuto alla vita e le case o i centri di
accoglienza della vita. Grazie alla loro opera, non poche madri nubili e coppie
in difficoltà ritrovano ragioni e convinzioni e incontrano assistenza e
sostegno per superare disagi e paure nell'accogliere una vita nascente o appena
venuta alla luce. Di fronte alla vita in condizioni di disagio, di devianza, di
malattia e di marginalità, altri strumenti - come le comunità di recupero per
tossicodipendenti, le comunità alloggio per i minori o per i malati mentali, i
centri di cura e accoglienza per malati di AIDS, le cooperative di solidarietà
soprattutto per i disabili - sono espressione eloquente di ciò che la carità sa
inventare per dare a ciascuno ragioni nuove di speranza e possibilità concrete
di vita. Quando poi l'esistenza terrena volge al termine, è ancora la carità a
trovare le modalità più opportune perché gli anziani, specialmente se non
autosufficienti, e i cosiddetti malati terminali possano godere di
un'assistenza veramente umana e ricevere risposte adeguate alle loro esigenze,
in particolare alla loro angoscia e solitudine. Insostituibile è in questi casi
il ruolo delle famiglie; ma esse possono trovare grande aiuto nelle strutture
sociali di assistenza e, quando necessario, nel ricorso alle cure palliative,
avvalendosi degli idonei servizi sanitari e sociali, operanti sia nei luoghi di
ricovero e cura pubblici che a domicilio. In particolare, deve essere
riconsiderato il ruolo degli ospedali, delle cliniche e delle case di cura: la
loro vera identità non è solo quella di strutture nelle quali ci si prende cura
dei malati e dei morenti, ma anzitutto quella di ambienti nei quali la
sofferenza, il dolore e la morte vengono riconosciuti ed interpretati nel loro
significato umano e specificamente cristiano. In modo speciale tale identità
deve mostrarsi chiara ed efficace negli istituti dipendenti da religiosi o,
comunque, legati alla Chiesa. 89. Queste strutture e luoghi di
servizio alla vita, e tutte le altre iniziative di sostegno e solidarietà che
le situazioni potranno di volta in volta suggerire, hanno bisogno di essere
animate da persone generosamente disponibili e profondamente consapevoli di
quanto decisivo sia il Vangelo della vita per il bene dell'individuo e della
società. Peculiare è la responsabilità affidata agli operatori sanitari:
medici, farmacisti, infermieri, cappellani, religiosi e religiose,
amministratori e volontari. La loro professione li vuole custodi e servitori
della vita umana. Nel contesto culturale e sociale odierno, nel quale la
scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica,
essi possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi in artefici di
manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte. Di fronte a tale
tentazione la loro responsabilità è oggi enormemente accresciuta e trova la sua
ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell'intrinseca e
imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già
riconosceva l'antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale
ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita
umana e della sua sacralità. Il rispetto assoluto di ogni vita umana innocente
esige anche l'esercizio dell'obiezione di coscienza di fronte all'aborto
procurato e all'eutanasia. Il "far morire" non può mai essere
considerato come una cura medica, neppure quando l'intenzione fosse solo quella
di assecondare una richiesta del paziente: è, piuttosto, la negazione della
professione sanitaria che si qualifica come un appassionato e tenace
"sì" alla vita. Anche la ricerca biomedica, campo affascinante e
promettente di nuovi grandi benefici per l'umanità, deve sempre rifiutare
sperimentazioni, ricerche o applicazioni che, misconoscendo l'inviolabile
dignità dell'essere umano, cessano di essere a servizio degli uomini e si
trasformano in realtà che, mentre sembrano soccorrerli, li opprimono. 90. Uno specifico ruolo sono
chiamate a svolgere le persone impegnate nel volontariato: esse offrono un
apporto prezioso nel servizio alla vita, quando sanno coniugare capacità
professionale e amore generoso e gratuito. Il Vangelo della vita le spinge ad
elevare i sentimenti di semplice filantropia all'altezza della carità di
Cristo; a riconquistare ogni giorno, tra fatiche e stanchezze, la coscienza
della dignità di ogni uomo; ad andare alla scoperta dei bisogni delle persone
iniziando - se necessario - nuovi cammini là dove più urgente è il bisogno e
più deboli sono l'attenzione e il sostegno. Il realismo tenace della carità
esige che il Vangelo della vita sia servito anche mediante forme di animazione
sociale e di impegno politico, difendendo e proponendo il valore della vita
nelle nostre società sempre più complesse e pluraliste. Singoli, famiglie,
gruppi, realtà associative hanno, sia pure a titolo e in modi diversi, una
responsabilità nell'animazione sociale e nell'elaborazione di progetti
culturali, economici, politici e legislativi che, nel rispetto di tutti e
secondo la logica della convivenza democratica, contribuiscano a edificare una
società nella quale la dignità di ogni persona sia riconosciuta e tutelata, e
la vita di tutti sia difesa e promossa. Tale compito grava in particolare sui
responsabili della cosa pubblica. Chiamati a servire l'uomo e il bene comune,
hanno il dovere di compiere scelte coraggiose a favore della vita, innanzitutto
nell'ambito delle disposizioni legislative. In un regime democratico, ove le
leggi e le decisioni si formano sulla base del consenso di molti, può
attenuarsi nella coscienza dei singoli che sono investiti di autorità il senso
della responsabilità personale. Ma a questa nessuno può mai abdicare, soprattutto
quando ha un mandato legislativo o decisionale, che lo chiama a rispondere a
Dio, alla propria coscienza e all'intera società di scelte eventualmente
contrarie al vero bene comune. Se le leggi non sono l'unico strumento per
difendere la vita umana, esse però svolgono un ruolo molto importante e
talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume. Ripeto ancora
una volta che una norma che viola il diritto naturale alla vita di un innocente
è ingiusta e, come tale, non può avere valore di legge. Per questo rinnovo con
forza il mio appello a tutti i politici perché non promulghino leggi che,
misconoscendo la dignità della persona, minano alla radice la stessa convivenza
civile. La Chiesa sa che, nel contesto di democrazie pluraliste, per la
presenza di forti correnti culturali di diversa impostazione, è difficile
attuare un'efficace difesa legale della vita. Mossa tuttavia dalla certezza che
la verità morale non può non avere un'eco nell'intimo di ogni coscienza, essa
incoraggia i politici, cominciando da quelli cristiani, a non rassegnarsi e a
compiere quelle scelte che, tenendo conto delle possibilità concrete, portino a
ristabilire un ordine giusto nell'affermazione e promozione del valore della
vita. In questa prospettiva, occorre rilevare che non basta eliminare le leggi
inique. Si dovranno rimuovere le cause che favoriscono gli attentati alla vita,
soprattutto assicurando il dovuto sostegno alla famiglia e alla maternità: la
politica familiare deve essere perno e motore di tutte le politiche sociali.
Pertanto, occorre avviare iniziative sociali e legislative capaci di garantire
condizioni di autentica libertà nella scelta in ordine alla paternità e alla
maternità; inoltre è necessario reimpostare le politiche lavorative,
urbanistiche, abitative e dei servizi, perché si possano conciliare tra loro i
tempi del lavoro e quelli della famiglia e diventi effettivamente possibile la
cura dei bambini e degli anziani. 91. Un capitolo importante della
politica per la vita è costituito oggi dalla problematica demografica. Le
pubbliche autorità hanno certo la responsabilità di prendere "iniziative
al fine di orientare la demografia della popolazione" {114}; ma tali
iniziative devono sempre presupporre e rispettare la responsabilità primaria ed
inalienabile dei coniugi e delle famiglie e non possono ricorrere a metodi non
rispettosi della persona e dei suoi diritti fondamentali, a cominciare dal
diritto alla vita di ogni essere umano innocente. È, quindi, moralmente
inaccettabile che, per regolare le nascite, si incoraggi o addirittura si
imponga l'uso di mezzi come la contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto.
Ben altre sono le vie per risolvere il problema demografico: i Governi e le
varie istituzioni internazionali devono innanzitutto mirare alla creazione di
condizioni economiche, sociali, medico-sanitarie e culturali che consentano
agli sposi di fare le loro scelte procreative in piena libertà e con vera
responsabilità; devono poi sforzarsi di "potenziare le possibilità e
distribuire con maggiore giustizia le ricchezze, affinché tutti possano
partecipare equamente ai beni del creato. Occorre creare soluzioni a livello
mondiale, instaurando un'autentica economia di comunione e condivisione dei
beni, sia sul piano internazionale che su quello nazionale" {115}. Questa
sola è la strada che rispetta la dignità delle persone e delle famiglie, oltre
che l'autentico patrimonio culturale dei popoli. Vasto e complesso è dunque il
servizio al Vangelo della vita. Esso ci appare sempre più come ambito prezioso
e favorevole per una fattiva collaborazione con i fratelli delle altre Chiese e
Comunità ecclesiali nella linea di quell'ecumenismo delle opere che il Concilio
Vaticano II ha autorevolmente incoraggiato {116}. Esso, inoltre, si presenta
come spazio provvidenziale per il dialogo e la collaborazione con i seguaci di
altre religioni e con tutti gli uomini di buona volontà: la difesa e la
promozione della vita non sono monopolio di nessuno, ma compito e
responsabilità di tutti. La sfida che ci sta di fronte, alla vigilia del terzo
millennio, è ardua: solo la concorde cooperazione di quanti credono nel valore
della vita potrà evitare una sconfitta della civiltà dalle conseguenze
imprevedibili. "Dono del Signore sono i
figli, è sua grazia il frutto del grembo" (Sal 126[125], 3): la famiglia
"santuario della vita" 92. All'interno del "popolo
della vita e per la vita", decisiva è la responsabilità della famiglia: è
una responsabilità che scaturisce dalla sua stessa natura - quella di essere
comunità di vita e di amore, fondata sul matrimonio - e dalla sua missione di
"custodire, rivelare e comunicare l'amore" {117}. È in questione
l'amore stesso di Dio, del quale i genitori sono costituiti collaboratori e
quasi interpreti nel trasmettere la vita e nell'educarla secondo il suo
progetto di Padre {118}. È quindi amore che si fa gratuità, accoglienza,
donazione: nella famiglia ciascuno è riconosciuto, rispettato e onorato perché
è persona e, se qualcuno ha più bisogno, più intensa e più vigile è la cura nei
suoi confronti. La famiglia è chiamata in causa nell'intero arco di esistenza
dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa è veramente "il santuario
della vita..., il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente
accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può
svilupparsi secondo le esigenze di un'autentica crescita umana" {119}. Per
questo, determinante e insostituibile è il ruolo della famiglia nel costruire
la cultura della vita. Come chiesa domestica, la famiglia è chiamata ad annunciare,
celebrare e servire il Vangelo della vita. È un compito che riguarda
innanzitutto i coniugi, chiamati ad essere trasmettitori della vita, sulla base
di una sempre rinnovata consapevolezza del senso della generazione, come evento
privilegiato nel quale si manifesta che la vita umana è un dono ricevuto per
essere a sua volta donato. Nella procreazione di una nuova vita i genitori
avvertono che il figlio "se è frutto della loro reciproca donazione
d'amore, è, a sua volta, un dono per ambedue, un dono che scaturisce dal
dono" {120}. È soprattutto attraverso l'educazione dei figli che la
famiglia assolve la sua missione di annunciare il Vangelo della vita. Con la
parola e con l'esempio, nella quotidianità dei rapporti e delle scelte e
mediante gesti e segni concreti, i genitori iniziano i loro figli alla libertà
autentica, che si realizza nel dono sincero di sé, e coltivano in loro il
rispetto dell'altro, il senso della giustizia, l'accoglienza cordiale, il
dialogo, il servizio generoso, la solidarietà e ogni altro valore che aiuti a
vivere la vita come un dono. L'opera educativa dei genitori cristiani deve
farsi servizio alla fede dei figli e aiuto loro offerto perché adempiano la
vocazione ricevuta da Dio. Rientra nella missione educativa dei genitori
insegnare e testimoniare ai figli il vero senso del soffrire e del morire: lo
potranno fare se sapranno essere attenti ad ogni sofferenza che trovano intorno
a sé e, prima ancora, se sapranno sviluppare atteggiamenti di vicinanza,
assistenza e condivisione verso malati e anziani nell'ambito familiare. 93. La famiglia, inoltre,
celebra il Vangelo della vita con la preghiera quotidiana, individuale e
familiare: con essa loda e ringrazia il Signore per il dono della vita ed
invoca luce e forza per affrontare i momenti di difficoltà e di sofferenza,
senza mai smarrire la speranza. Ma la celebrazione che dà significato ad ogni
altra forma di preghiera e di culto è quella che s'esprime nell'esistenza
quotidiana della famiglia, se è un'esistenza fatta di amore e donazione. La
celebrazione si trasforma così in un servizio al Vangelo della vita, che si
esprime attraverso la solidarietà, sperimentata dentro e intorno alla famiglia
come attenzione premurosa, vigile e cordiale nelle azioni piccole e umili di
ogni giorno. Un'espressione particolarmente significativa di solidarietà tra le
famiglie è la disponibilità all'adozione o all'affidamento dei bambini
abbandonati dai loro genitori o comunque in situazioni di grave disagio. Il
vero amore paterno e materno sa andare al di là dei legami della carne e del
sangue ed accogliere anche bambini di altre famiglie, offrendo ad essi quanto è
necessario per la loro vita ed il loro pieno sviluppo. Tra le forme di
adozione, merita di essere proposta anche l'adozione a distanza, da preferire
nei casi in cui l'abbandono ha come unico motivo le condizioni di grave povertà
della famiglia. Con tale tipo di adozione, infatti, si offrono ai genitori gli
aiuti necessari per mantenere ed educare i propri figli, senza doverli
sradicare dal loro ambiente naturale. Intesa come "determinazione ferma e
perseverante di impegnarsi per il bene comune" {121}, la solidarietà
chiede di attuarsi anche attraverso forme di partecipazione sociale e politica.
Di conseguenza, servire il Vangelo della vita comporta che le famiglie, specie
partecipando ad apposite associazioni, si adoperino affinché le leggi e le
istituzioni dello Stato non ledano in nessun modo il diritto alla vita, dal
concepimento alla morte naturale, ma lo difendano e lo promuovano. 94. Un posto particolare va
riconosciuto agli anziani. Mentre in alcune culture la persona più avanzata in
età rimane inserita nella famiglia con un ruolo attivo importante, in altre
culture invece chi è vecchio è sentito come un peso inutile e viene abbandonato
a se stesso: in simile contesto può sorgere più facilmente la tentazione di
ricorrere all'eutanasia. L'emarginazione o addirittura il rifiuto degli anziani
sono intollerabili. La loro presenza in famiglia, o almeno la vicinanza ad essi
della famiglia quando per la ristrettezza degli spazi abitativi o per altri
motivi tale presenza non fosse possibile, sono di fondamentale importanza nel
creare un clima di reciproco scambio e di arricchente comunicazione fra le
varie età della vita. È importante, perciò, che si conservi, o si ristabilisca
dove è andato smarrito, una sorta di "patto" tra le generazioni, così
che i genitori anziani, giunti al termine del loro cammino, possano trovare nei
figli l'accoglienza e la solidarietà che essi hanno avuto nei loro confronti
quando s'affacciavano alla vita: lo esige l'obbedienza al comando divino di
onorare il padre e la madre (cf. Es 20, 12; Lv 19, 3). Ma c'è di più. L'anziano
non è da considerare solo oggetto di attenzione, vicinanza e servizio.
Anch'egli ha un prezioso contributo da portare al Vangelo della vita. Grazie al
ricco patrimonio di esperienza acquisito lungo gli anni, può e deve essere
dispensatore di sapienza, testimone di speranza e di carità. Se è vero che
"l'avvenire dell'umanità passa attraverso la famiglia" {122}, si deve
riconoscere che le odierne condizioni sociali, economiche e culturali rendono
spesso più arduo e faticoso il compito della famiglia nel servire la vita.
Perché possa realizzare la sua vocazione di "santuario della vita", quale
cellula di una società che ama e accoglie la vita, è necessario e urgente che
la famiglia stessa sia aiutata e sostenuta. Le società e gli Stati le devono
assicurare tutto quel sostegno, anche economico che è necessario perché le
famiglie possano rispondere in modo più umano ai propri problemi. Da parte sua
la Chiesa deve promuovere instancabilmente una pastorale familiare capace di
stimolare ogni famiglia a riscoprire e vivere con gioia e con coraggio la sua
missione nei confronti del Vangelo della vita. "Comportatevi come i figli
della luce" (Ef 5, 8): per realizzare una svolta
culturale 95. "Comportatevi come i
figli della luce... Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate
alle opere infruttuose delle tenebre" (Ef 5, 8.10-11). Nell'odierno
contesto sociale, segnato da una drammatica lotta tra la "cultura della
vita" e la "cultura della morte", occorre far maturare un forte
senso critico, capace di discernere i veri valori e le autentiche esigenze.
Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per
mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme
dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di
affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell'uomo;
nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di
tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso
confronto culturale con tutti. L'urgenza di questa svolta culturale è legata
alla situazione storica che stiamo attraversando, ma si radica nella stessa
missione evangelizzatrice, propria della Chiesa. Il Vangelo, infatti, mira a
"trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità" {123}; è come il
lievito che fermenta tutta la pasta (cf. Mt 13, 33) e, come tale, è destinato a
permeare tutte le culture e ad animarle dall'interno {124}, perché esprimano
l'intera verità sull'uomo e sulla sua vita. Si deve cominciare dal rinnovare la
cultura della vita all'interno delle stesse comunità cristiane. Troppo spesso i
credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, cadono
in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a
riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni
comportamenti inaccettabili. Dobbiamo allora interrogarci, con grande lucidità
e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli
cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi. Con
altrettanta chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo
chiamati a compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità.
Nello stesso tempo, dobbiamo promuovere un confronto serio e approfondito con
tutti, anche con i non credenti, sui problemi fondamentali della vita umana,
nei luoghi dell'elaborazione del pensiero, come nei diversi ambiti
professionali e là dove si snoda quotidianamente l'esistenza di ciascuno. 96. Il primo e fondamentale
passo per realizzare questa svolta culturale consiste nella formazione della
coscienza morale circa il valore incommensurabile e inviolabile di ogni vita
umana. È di somma importanza riscoprire il nesso inscindibile tra vita e
libertà. Sono beni indivisibili: dove è violato l'uno, anche l'altro finisce
per essere violato. Non c'è libertà vera dove la vita non è accolta e amata; e
non c'è vita piena se non nella libertà. Ambedue queste realtà hanno poi un
riferimento nativo e peculiare, che le lega indissolubilmente: la vocazione
all'amore. Questo amore, come dono sincero di sé {125}, è il senso più vero
della vita e della libertà della persona. Non meno decisiva nella formazione
della coscienza è la riscoperta del legame costitutivo che unisce la libertà
alla verità. Come ho ribadito più volte, sradicare la libertà dalla verità
oggettiva rende impossibile fondare i diritti della persona su una solida base
razionale e pone le premesse perché nella società si affermino l'arbitrio
ingovernabile dei singoli o il totalitarismo mortificante del pubblico potere
{126}. È essenziale allora che l'uomo riconosca l'originaria evidenza della sua
condizione di creatura, che riceve da Dio l'essere e la vita come un dono e un
compito: solo ammettendo questa sua nativa dipendenza nell'essere, l'uomo può
realizzare in pienezza la sua vita e la sua libertà e insieme rispettare fino in
fondo la vita e la libertà di ogni altra persona. Qui soprattutto si svela che
"al centro di ogni cultura sta l'atteggiamento che l'uomo assume davanti
al mistero più grande: il mistero di Dio" {127}. Quando si nega Dio e si
vive come se Egli non esistesse, o comunque non si tiene conto dei suoi
comandamenti, si finisce facilmente per negare o compromettere anche la dignità
della persona umana e l'inviolabilità della sua vita. 97. Alla formazione della
coscienza è strettamente connessa l'opera educativa, che aiuta l'uomo ad essere
sempre più uomo, lo introduce sempre più profondamente nella verità, lo
indirizza verso un crescente rispetto della vita, lo forma alle giuste
relazioni tra le persone. In particolare, è necessario educare al valore della
vita cominciando dalle sue stesse radici. È un'illusione pensare di poter
costruire una vera cultura della vita umana, se non si aiutano i giovani a
cogliere e a vivere la sessualità, l'amore e l'intera esistenza secondo il loro
vero significato e nella loro intima correlazione. La sessualità, ricchezza di
tutta la persona, "manifesta il suo intimo significato nel portare la
persona al dono di sé nell'amore" {128}. La banalizzazione della
sessualità è tra i principali fattori che stanno all'origine del disprezzo della
vita nascente: solo un amore vero sa custodire la vita. Non ci si può, quindi,
esimere dall'offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani l'autentica
educazione alla sessualità e all'amore, un'educazione implicante la formazione
alla castità, quale virtù che favorisce la maturità della persona e la rende
capace di rispettare il significato "sponsale" del corpo. L'opera di
educazione alla vita comporta la formazione dei coniugi alla procreazione
responsabile. Questa, nel suo vero significato, esige che gli sposi siano
docili alla chiamata del Signore e agiscano come fedeli interpreti del suo
disegno: ciò avviene con l'aprire generosamente la famiglia a nuove vite, e
comunque rimanendo in atteggiamento di apertura e di servizio alla vita anche
quando, per seri motivi e nel rispetto della legge morale, i coniugi scelgono
di evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova nascita. La legge
morale li obbliga in ogni caso a governare le tendenze dell'istinto e delle
passioni e a rispettare le leggi biologiche iscritte nella loro persona.
Proprio tale rispetto rende legittimo, a servizio della responsabilità nel
procreare, il ricorso ai metodi naturali di regolazione della fertilità: essi
vengono sempre meglio precisati dal punto di vista scientifico e offrono
possibilità concrete per scelte in armonia con i valori morali. Una onesta
considerazione dei risultati raggiunti dovrebbe far cadere pregiudizi ancora
troppo diffusi e convincere i coniugi nonché gli operatori sanitari e sociali
circa l'importanza di un'adeguata formazione al riguardo. La Chiesa è
riconoscente verso coloro che con sacrificio personale e dedizione spesso
misconosciuta si impegnano nella ricerca e nella diffusione di tali metodi,
promovendo al tempo stesso un'educazione ai valori morali che il loro uso
suppone. L'opera educativa non può non prendere in considerazione anche la
sofferenza e la morte. In realtà, esse fanno parte dell'esperienza umana, ed è
vano, oltre che fuorviante, cercare di censurarle e rimuoverle. Ciascuno invece
deve essere aiutato a coglierne, nella concreta e dura realtà, il mistero
profondo. Anche il dolore e la sofferenza hanno un senso e un valore, quando
sono vissuti in stretta connessione con l'amore ricevuto e donato. In questa
prospettiva ho voluto che si celebrasse ogni anno la Giornata Mondiale del
Malato, sottolineando "l'indole salvifica dell'offerta della sofferenza,
che vissuta in comunione con Cristo appartiene all'essenza stessa della
redenzione" {129}. Del resto perfino la morte è tutt'altro che
un'avventura senza speranza: è la porta dell'esistenza che si spalanca
sull'eternità e, per quanti la vivono in Cristo, è esperienza di partecipazione
al suo mistero di morte e risurrezione. 98. In sintesi, possiamo dire
che la svolta culturale qui auspicata esige da tutti il coraggio di assumere un
nuovo stile di vita che s'esprime nel porre a fondamento delle scelte concrete
- a livello personale, familiare, sociale e internazionale - la giusta scala
dei valori: il primato dell'essere sull'avere {130}, della persona sulle cose
{131}. Questo rinnovato stile di vita implica anche il passaggio
dall'indifferenza all'interessamento per l'altro e dal rifiuto alla sua
accoglienza: gli altri non sono concorrenti da cui difenderci, ma fratelli e
sorelle con cui essere solidali; sono da amare per se stessi; ci arricchiscono
con la loro stessa presenza. Nella mobilitazione per una nuova cultura della
vita nessuno si deve sentire escluso: tutti hanno un ruolo importante da
svolgere. Insieme con quello delle famiglie, particolarmente prezioso è il
compito degli insegnanti e degli educatori. Molto dipenderà da loro se i
giovani, formati ad una vera libertà, sapranno custodire dentro di sé e
diffondere intorno a sé ideali autentici di vita e sapranno crescere nel rispetto
e nel servizio di ogni persona, in famiglia e nella società. Anche gli
intellettuali possono fare molto per costruire una nuova cultura della vita
umana. Un compito particolare spetta agli intellettuali cattolici, chiamati a
rendersi attivamente presenti nelle sedi privilegiate dell'elaborazione
culturale, nel mondo della scuola e delle università, negli ambienti della
ricerca scientifica e tecnica, nei luoghi della creazione artistica e della
riflessione umanistica. Alimentando il loro genio e la loro azione alle chiare
linfe del Vangelo, si devono impegnare a servizio di una nuova cultura della
vita con la produzione di contributi seri, documentati e capaci di imporsi per
i loro pregi al rispetto e all'interesse di tutti. Proprio in questa
prospettiva ho istituito la Pontificia Accademia per la Vita con il compito di
"studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina
e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto
nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le direttive del
magistero della Chiesa" {132}. Uno specifico apporto dovrà venire anche
dalle Università, in particolare da quelle cattoliche, e dai Centri, Istituti e
Comitati di bioetica. Grande e grave è la responsabilità degli operatori dei
mass media, chiamati ad adoperarsi perché i messaggi trasmessi con tanta
efficacia contribuiscano alla cultura della vita. Devono allora presentare
esempi alti e nobili di vita e dare spazio alle testimonianze positive e
talvolta eroiche di amore all'uomo; proporre con grande rispetto i valori della
sessualità e dell'amore, senza indugiare su ciò che deturpa e svilisce la
dignità dell'uomo. Nella lettura della realtà, devono rifiutare di mettere in
risalto quanto può insinuare o far crescere sentimenti o atteggiamenti di
indifferenza, di disprezzo o di rifiuto nei confronti della vita. Nella
scrupolosa fedeltà alla verità dei fatti, sono chiamati a coniugare insieme la
libertà di informazione, il rispetto di ogni persona e un profondo senso di umanità.
99. Nella svolta culturale a
favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e
forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un "nuovo
femminismo" che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli "maschilisti",
sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le
manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni
forma di discriminazione, di violenza e di sfruttamento. Riprendendo le parole
del messaggio conclusivo del Concilio Vaticano II, rivolgo anch'io alle donne
il pressante invito: "Riconciliate gli uomini con la vita" {133}. Voi
siete chiamate a testimoniare il senso dell'amore autentico, di quel dono di sé
e di quella accoglienza dell'altro che si realizzano in modo specifico nella
relazione coniugale, ma che devono essere l'anima di ogni altra relazione
interpersonale. L'esperienza della maternità favorisce in voi una sensibilità
acuta per l'altra persona e, nel contempo, vi conferisce un compito particolare:
"La maternità contiene in sé una speciale comunione col mistero della
vita, che matura nel seno della donna... Questo modo unico di contatto col
nuovo uomo che si sta formando crea a sua volta un atteggiamento verso l'uomo -
non solo verso il proprio figlio, ma verso l'uomo in genere - tale da
caratterizzare profondamente tutta la personalità della donna" {134}. La
madre, infatti, accoglie e porta in sé un altro, gli dà modo di crescere dentro
di sé, gli fa spazio, rispettandolo nella sua alterità. Così, la donna
percepisce e insegna che le relazioni umane sono autentiche se si aprono
all'accoglienza dell'altra persona, riconosciuta e amata per la dignità che le
deriva dal fatto di essere persona e non da altri fattori, quali l'utilità, la
forza, l'intelligenza, la bellezza, la salute. Questo è il contributo
fondamentale che la Chiesa e l'umanità si attendono dalle donne. Ed è la
premessa insostituibile per un'autentica svolta culturale. Un pensiero speciale
vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa
quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non
dubita che in molti casi s'è trattato d'una decisione sofferta, forse
drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s'è ancor rimarginata.
In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non
lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza.
Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella
sua verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al
pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo
perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che
nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino, che ora
vive nel Signore. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e
competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più
eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro impegno
per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed
esercitato con l'accoglienza e l'attenzione verso chi è più bisognoso di
vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell'uomo. 100. In questo grande sforzo per
una nuova cultura della vita siamo sostenuti e animati dalla fiducia di chi sa
che il Vangelo della vita, come il Regno di Dio, cresce e dà i suoi frutti
abbondanti (cf. Mc 4, 26-29). È certamente enorme la sproporzione che esiste
tra i mezzi, numerosi e potenti, di cui sono dotate le forze operanti a
sostegno della "cultura della morte" e quelli di cui dispongono i
promotori di una "cultura della vita e dell'amore". Ma noi sappiamo
di poter confidare sull'aiuto di Dio, al quale nulla è impossibile (cf. Mt 19,
26). Con questa certezza nel cuore, e mosso da accorata sollecitudine per le
sorti di ogni uomo e donna, ripeto oggi a tutti quanto ho detto alle famiglie
impegnate nei loro difficili compiti fra le insidie che le minacciano {135}: è
urgente una grande preghiera per la vita, che attraversi il mondo intero. Con
iniziative straordinarie e nella preghiera abituale, da ogni comunità
cristiana, da ogni gruppo o associazione, da ogni famiglia e dal cuore di ogni
credente, si elevi una supplica appassionata a Dio, Creatore e amante della
vita. Gesù stesso ci ha mostrato col suo esempio che preghiera e digiuno sono
le armi principali e più efficaci contro le forze del male (cf. Mt 4, 1-11) e
ha insegnato ai suoi discepoli che alcuni demoni non si scacciano se non in
questo modo (cf. Mc 9, 29). Ritroviamo, dunque, l'umiltà e il coraggio di
pregare e digiunare, per ottenere che la forza che viene dall'Alto faccia
crollare i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti
nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili
alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà
della vita e dell'amore. "Queste cose vi scriviamo,
perché la nostra gioia sia perfetta" (1 Gv 1, 4): il Vangelo della vita è per la
città degli uomini 101. "Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta" (1 Gv 1, 4). La rivelazione del Vangelo della vita ci è data come bene da comunicare a tutti: perché tutti gli uomini siano in comunione con noi e con la Trinità (cf. 1 Gv 1, 3). Neppure noi potremmo essere nella gioia piena se non comunicassimo questo Vangelo agli altri, ma lo tenessimo solo per noi stessi. Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Nella vita c'è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti. Per questo, la nostra azione di "popolo della vita e per la vita" domanda di essere interpretata in modo giusto e accolta con simpatia. Quando la Chiesa dichiara che il rispetto incondizionato del diritto alla vita di ogni persona innocente - dal concepimento alla sua morte naturale - è uno dei pilastri su cui si regge ogni società civile, essa "vuole semplicemente promuovere uno Stato umano. Uno Stato che riconosca come suo primario dovere la difesa dei diritti fondamentali della persona umana, specialmente di quella più debole" {136}. Il Vangelo della vita è per la città degli uomini. Agire a favore della vita è contribuire al rinnovamento della società mediante l'edificazione del bene comune. Non è possibile, infatti, costruire il bene comune senza riconoscere e tutelare il diritto alla vita, su cui si fondano e si sviluppano tutti gli altri diritti inalienabili dell'essere umano. Né può avere solide basi una società che - mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace - si contraddice radicalmente accettando o tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata. Solo il rispetto della vita può fondare e garantire i beni più preziosi e necessari della società, come la democrazia e la pace. Infatti, non ci può essere vera democrazia, se non si riconosce la dignità di ogni persona e non se ne rispettano i diritti. Non ci può essere neppure vera pace, se non si difende e promuove la vita, come ricordava Paolo VI: "Ogni delitto contro la vita è un attentato contro la pace, specialmente se esso intacca il costume del popolo [...], mentre dove i diritti dell'uomo sono realmente professati e pubblicamente riconosciuti e difesi, la pace diventa l'atmosfera lieta e operosa della convivenza sociale" {137}. Il "popolo della vita" gioisce di poter condividere con tanti altri il suo impegno, così che sempre più numeroso sia il "popolo per la vita" e la nuova cultura dell'amore e della solidarietà possa crescere per il vero bene della città degli uomini. CONCLUSIONE 102. Al termine di questa
Enciclica, lo sguardo ritorna spontaneamente al Signore Gesù, il "Bambino
nato per noi" (cf. Is 9, 5) per contemplare in lui "la Vita" che
"si è manifestata" (1 Gv 1, 2). Nel mistero di questa nascita si
compie l'incontro di Dio con l'uomo e ha inizio il cammino del Figlio di Dio
sulla terra, un cammino che culminerà nel dono della vita sulla Croce: con la
sua morte Egli vincerà la morte e diventerà per l'umanità intera principio di
vita nuova. Ad accogliere "la Vita" a nome di tutti e a vantaggio di
tutti è stata Maria, la Vergine Madre, la quale ha quindi legami personali
strettissimi con il Vangelo della vita. Il consenso di Maria all'Annunciazione
e la sua maternità si trovano alla sorgente stessa del mistero della vita che
Cristo è venuto a donare agli uomini (cf. Gv 10, 10). Attraverso la sua
accoglienza e la sua cura premurosa per la vita del Verbo fatto carne, la vita
dell'uomo è stata sottratta alla condanna della morte definitiva ed eterna. Per
questo Maria "è madre di tutti coloro che rinascono alla vita, proprio
come la Chiesa di cui è modello. È madre di quella vita di cui tutti vivono.
Generando la vita, ha come rigenerato coloro che di questa vita dovevano
vivere" {138}. Contemplando la maternità di Maria, la Chiesa scopre il
senso della propria maternità e il modo con cui è chiamata ad esprimerla. Nello
stesso tempo l'esperienza materna della Chiesa dischiude la prospettiva più
profonda per comprendere l'esperienza di Maria quale incomparabile modello di
accoglienza e di cura della vita. "Nel cielo apparve un segno
grandioso: una donna vestita di sole" (Ap 12, 1): la maternità di Maria e della
Chiesa 103. Il rapporto reciproco tra
il mistero della Chiesa e Maria si manifesta con chiarezza nel "segno
grandioso" descritto nell'Apocalisse: "Nel cielo apparve poi un segno
grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo
capo una corona di dodici stelle" (12,1). In questo segno la Chiesa riconosce
una immagine del proprio mistero: immersa nella storia, essa è consapevole di
trascenderla, in quanto costituisce sulla terra il "germe e l'inizio"
del Regno di Dio {139}. Questo mistero la Chiesa lo vede realizzato in modo
pieno ed esemplare in Maria. È Lei la donna gloriosa, nella quale il disegno di
Dio si è potuto attuare con somma perfezione. La "donna vestita di
sole" - rileva il Libro dell'Apocalisse - "era incinta" (12, 2).
La Chiesa è pienamente consapevole di portare in sé il Salvatore del mondo,
Cristo Signore, e di essere chiamata a donarlo al mondo, rigenerando gli uomini
alla vita stessa di Dio. Non può però dimenticare che questa sua missione è
stata resa possibile dalla maternità di Maria, che ha concepito e dato alla
luce colui che è "Dio da Dio", "Dio vero da Dio vero".
Maria è veramente Madre di Dio, la Theotokos nella cui maternità è esaltata al
sommo grado la vocazione alla maternità inscritta da Dio in ogni donna. Così
Maria si pone come modello per la Chiesa, chiamata ad essere la "nuova Eva",
madre dei credenti, madre dei "viventi" (cf. Gn 3, 20). La maternità
spirituale della Chiesa non si realizza - anche di questo la Chiesa è
consapevole - se non in mezzo alle doglie e al "travaglio del parto"
(Ap 12, 2), cioè nella perenne tensione con le forze del male, che continuano
ad attraversare il mondo ed a segnare il cuore degli uomini, facendo resistenza
a Cristo: "In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce
splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" (Gv 1, 4-5).
Come la Chiesa, anche Maria ha dovuto vivere la sua maternità nel segno della
sofferenza: "Egli è qui... segno di contraddizione perché siano svelati i
pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2,
34-35). Nelle parole che, agli albori stessi dell'esistenza del Salvatore,
Simeone rivolge a Maria è sinteticamente raffigurato quel rifiuto nei confronti
di Gesù, e con Lui di Maria, che giungerà al suo vertice sul Calvario.
"Presso la croce di Gesù" (Gv 19, 25), Maria partecipa al dono che il
Figlio fa di sé: offre Gesù, lo dona, lo genera definitivamente per noi. Il
"sì" del giorno dell'Annunciazione matura in pienezza nel giorno
della Croce, quando per Maria giunge il tempo di accogliere e di generare come
figlio ogni uomo divenuto discepolo, riversando su di lui l'amore redentore del
Figlio: "Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che
egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio"" (Gv
19, 26). 105. L'annunciazione dell'angelo a Maria è racchiusa tra queste parole rassicuranti: "Non temere, Maria" e "Nulla è impossibile a Dio" (Lc 1, 30.37). In verità, tutta l'esistenza della Vergine Madre è avvolta dalla certezza che Dio le è vicino e l'accompagna con la sua provvidente benevolenza. Così è anche della Chiesa, che trova "un rifugio" (Ap 12, 6) nel deserto, luogo della prova ma anche della manifestazione dell'amore di Dio verso il suo popolo (cf. Os 2, 16). Maria è vivente parola di consolazione per la Chiesa nella sua lotta contro la morte. Mostrandoci il Figlio, ella ci assicura che in lui le forze della morte sono già state sconfitte: "Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa" {141}. L'Agnello immolato vive con i segni della passione nello splendore della risurrezione. Solo lui domina tutti gli eventi della storia: ne scioglie i "sigilli" (cf. Ap 5, 1-10) e afferma, nel tempo e oltre il tempo, il potere della vita sulla morte. Nella "nuova Gerusalemme", ossia nel mondo nuovo, verso cui tende la storia degli uomini, "non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate" (Ap 21, 4). E mentre, come popolo pellegrinante, popolo della vita e per la vita, camminiamo fiduciosi verso "un nuovo cielo e una nuova terra" (Ap 21, 1), volgiamo lo sguardo a Colei che è per noi "segno di sicura speranza e di consolazione" {142}. O Maria, Dato a Roma,
presso San Pietro, il 25 marzo, solennità dell'Annunciazione del Signore,
dell'anno 1995, decimosettimo di Pontificato. |