La Bioetica e il problema del suo fondamento metodologico

 

 

Ad una considerazione obiettiva la attuale condizione della bioetica e dei suoi problemi, nonostante il convergere su di essa di tante ricerche e attenzioni, non può non apparire alquanto precaria per la difficoltà a fare emergere "evidenze etiche" ( e prima ancora metafisiche) condivise e per la propensione  di numerose correnti a non affrontare l'interrogativo sul senso e sulla vita, nel quale non si può fare a meno di un atteggiamento meditante e contemplativo rivolto all'essere. Anche l'urgenza di trovare soluzioni ai dilemmi morali, suscitati in misura crescen­te dal progredire di tecnolo­gie miranti ad un integrale potere di disposizione sulla vita, ha il suo peso nell'indirizzare a elabo­razioni precipitose. Ciò che appare in questione non sono tanto o in primo luogo le risposte a singoli problemi, ma il significato stesso dell'impresa etica nella vita umana. Emerge tuttora in maniera vivida che cosa sia per noi la morale, quale "luogo" del bene e della libertà? Oppure il suo significato si è a tal punto ridotto da venire considerata quale strumento e meccanismo di regolazione sociale ai fini di regolamentare le reciproche ten­sioni e pervenire al benessere? In questo caso l'apertura all'al­tro risulterebbe rimpiazzata da una soggettività autocentrata e la dedizione al bene colpita.

La bioetica avrebbe bisogno di criteri sostan­tivi, non di un modello di razionalità formale-astratta; di una luce di significato, non di una tecnica logico-formale che a partire da elementi assunti in via postulatoria produce asserti lessicali formalmente corretti, perchè conseguenti in via logica a quanto si è convenzionalmente posto. Non sembra perciò suffi­ciente tessere l'elogio del pluralismo e con esso del "contrat­tualismo morale", che cerca pacifi­camente di negoziare tra intui­zioni morali divergenti; nè di una struttura altamente formale della razionalità, che conduce ad una bioetica necessariamente povera di contenuto e di senso.

Le carenze nell'affrontare le questioni bioetiche configurano un difetto di sapienza, almeno nel senso che l'ostilità alla pausa meditativa si camuffa dietro il ricorso ad una ragione istrumentalista e tecnica, che livella ogni ordo ed espunge quanto non rientra nel suo limitato perimetro. Cioè a dire che sembra necessaria una incisiva correzione di prospettiva nell'af­frontare le questioni bioetiche, evitando risposte che, non go­dendo di una adeguata istruzione dei problemi e non intendendo riaprire a pieno arco la ricerca sul senso dell'essere e della persona, tendono a trancher prematuramente e a smarrire la diffe­renza tra mistero e problema. Nella densità della vita è presente un ele­mento di mistero, di ulteriorità, da cui si diparte un appello per il pensiero meditante. Esso per sua natura non si accontenta facilmente delle supposte evidenze fattuali, nelle quali tende a limitarsi la Denkform empiristica, che ai miei occhi costituisce una stigmate fondamentale della cultura dell'e­poca presente.

In questo quadro assume valore emblematico il tema dell'em­brione, in cui si combinano la sua "inapparenza", ossia il suo ridursi a qualcosa di quantitativamente/dimensionalmente minimo, e il =costituire un crocevia imprescindibile, perchè in esso ne va della comprensione dell'uomo e della vita. Nei suoi confronti va reso operante il principio di venerazione e contemplazione, che scopre nell'infinitamente piccolo una promessa di vita e di sviluppo meritevole di rispetto, di tutela, di amore in una misura  pari a quella che si rivolge ai già nati; che tenta di percepire in un approccio meditativo e scientifico ( istruito dai dati che la scienza via via mette a disposizione dell'uomo sull'infinitamente piccolo e sull'infinitamente grande) i molte­plici livelli di realtà compresenti nel cosmo.

La premessa metodologica concerne anche il nesso tra ricerca =ontologica e valutazione morale. Non mi sentirei di avallare una separazione tra etica e metafisica, tra questione morale e que­stione ontologica, assumendo che il dovere morale poco o nulla dipenda da una struttura di senso quale può emergere da una considerazione d'essere, a meno che quest'ultimo venga inteso o ricondotto a semplice fatto empirico. Poichè l'uomo spon­taneamente riconosce maggior valore e rispetto a più elevati livelli d'essere  o a più alti gradi ontologici della vita, sembra legittimo dedurne che la valutazione morale non possa andar disgiunta da un previo sguardo teoretico sull'ordine e la struttura delle cose. Anche coloro che nel discorso sembrano rifiutare lo sguardo ontologico e la connessione tra metafisica ed etica (nel senso che la luce della ragione speculativa di­schiude l'orizzonte di senso entro cui trovano luogo e si formano le valutazioni etiche), di fatto basano le loro indicazioni morali verso le persone e l'embrione su una idea di che cosa essi siano, cioè su concetti d'essere e di essenza. Il valore di un ente (cosa o soggetto) e gli atti leciti/illeciti nei suoi con­fronti si determinano in base al suo livello d'essere.

Neppure il normativismo morale puro, in cui si pretende che le norme morali valgano in virtù di principi a priori senza alcun riferimento ai mondi ontologici, costituisce eccezione alla rego­la, perchè anch'esso veicola in modo latente una gerar­chia d'es­sere. Si potrebbe in proposito pensare alla seconda formulazione dell'imperativo categorico kantiano, alludente al rispetto della persona da trattare come fine e mai solo come mezzo, giustificato in base al possesso della ragione, che pone l'uomo ad un più alto livello d'essere e di perfezione rispetto ad altri enti.à

 

 

Vittorio Possenti

 Ordinario di Filosofia Morale all'Università di Venezia

 e membro del Comitato Nazionale di Bioetica