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Il concetto di persona nel pensiero funzionalistico-attualistico E' noto che alcuni autori (tra cui ad es. H.T.
Engelhardt) definiscono la persona attraverso i caratteri dell'autocoscienza,
dell'autonomia, della razionalità, del possesso del senso morale. Altri, come
ad es. D. Parfit, in base al possesso di stati mentali/psicologici coscienti.
Questa determinazione della persona è più larga della precedente, per cui
coloro che sono persone in base al primo paradigma lo sono anche secondo
Parfit, mentre è falso il viceversa. Riveste maggior interesse percepire che
nelle due posizioni si verifica rispettivamente una
"sovradeterminazione" e una "sottodeterminazione" dell'idea
di persona: in genere l'approccio kantiano-trascendentale, a cui quello di
Engelhardt sembra collegarsi, inclina verso il primo corno, perché include nel
concetto di persona sue funzioni alte, mettendo tra parentesi il lato
biologico-materiale, mentre l'approccio psicologico-empirico volge verso una
sottodeterminazione della persona. E' del maggior rilievo osservare che in tutti
questi casi il principio "ecumenico" del rispetto della persona più
esattamente è da intendere come rispetto di sue singole proprietà o funzioni,
non del suo nucleo ontologico radicale. Si potrebbe anzi domandare se nella
prospettiva che stiamo esaminando ci sia ancora un "io", un soggetto,
un centro di esistenza, libertà e vita che
costituisca il luogo ultimo di inerenza delle funzioni, e che
rappresenti ciò che in primo luogo merita rispetto. Con l'assunto
secondo cui la condizione necessaria e sufficiente per essere persona è il
possedere stati mentali coscienti, si viene
tra le altre cose a impoverire la vita psichica, perché il riferimento
al livello della coscienza psicologica lascia da parte sia la vita
dell'inconscio istintuale, sia quella del sopraconscio o preconscio dello
spirito. La definizione psicologica di
persona sembra assumere senza prove sia l'identità di mente (o spirito) e di
attività psichica conscia, con un passaggio indebito dall'ordine dell'essere e
della sostanza a quello della funzione, su cui torneremo, sia la
riconduzione-riduzione del livello psichico stesso a quello
cerebrale-neuronale. Si è perciò di fronte ad una forma di riduzionismo, se
intendiamo con questo termine l'intento sistematico di riportare il più alto al
più basso e nella fattispecie lo spirituale al psicologico, e questo al
cerebrale. Nell'insieme rimane come problema quello dell'identità personale,
affidata ormai alla precaria e fluttuante continuità stabilita dalla memoria. In ottemperanza
all'assunto empiristico di partenza (è noto che l'empirismo riconduce
differenze di essenza a differenze di grado), la teoria della persona definita
in base ai suoi stati psichici nega più o meno implicitamente la possibilità di
una differenza intrinseca tra la specie umana e le altre specie, perché i
flussi che accadono nella psiche possono essere ridotti a quanto è comune a
specie non-umane e possono coprire molti livelli da un minimo ad un massimo,
senza che con questo siano stabilite essenze ontologicamente diverse. A tale
concezione antiessenzialistica, che trasforma differenze essenziali in
differenze di quantità, si lega il suggerimento di estendere il gradualismo
anche ai diritti dell'uomo, ad es. al diritto alla vita. In tal caso verrebbe
formulato un diritto alla vita che parte da zero e progredisce in relazione al
processo ontogenetico del feto, raggiunge un massimo nella vita post-natale
sino alla piena maturità e incipiente vecchiaia, e poi inizia a declinare in
relazione all'invecchiamento e all'alterazione psicologica dell' anziano. La concezione
gradualistica della persona e del suo diritto alla vita è stata sostenuta da
Parfit: "L'ovulo fecondato non è un essere umano e una persona fin
dall'inizio ma lo diventa lentamente... [si osservi che viene negata all'ovulo
fecondato anche l'appartenenza alla specie umana, non solo la personalità],
la distruzione di questo organismo all'inizio non è
moralmente sbagliata, ma a poco a poco lo diventa. Mentre all'inizio non è per
nulla moralmente sbagliata, in seguito diventa una mancanza non grave che
sarebbe giustificata solo se, tenuto conto di tutto, la futura nascita del
bambino fosse un'eventualità seriamente peggiore o per i suoi genitori o per
gli altri [si noti che manca ogni cenno agli interessi del feto]. Quando
l'organismo diventa un essere umano a pieno titolo, ossia una persona, la
mancanza non grave si trasforma in un atto moralmente molto sbagliato" .ß à Vittorio
Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica |