|
Critiche al concetto di persona nel pensiero funzionalistico-attualistico Dopo le
riflessioni condotte nei precedenti contributi dedicati al concetto di persona,
siamo ora in possesso di un bagaglio sufficiente per procedere ad una indagine
più approfondita da svolgere dialetticamente, ossia tenendo l'occhio su
entrambi gli approcci: quello sostanzialista e quello attualistico (e spesso
empiristico). Nel primo caso l'essere persona non dipende dal grado di presenza
e di realizzazione empirica di certe qualità e funzioni, ma da una posizione
d'essere, cioè dalla natura ontologica (essenza) di determinati individui,
costante in loro. Ne consegue che dalla identica posizione d'essere(essenza)
scaturisce l'ugual valore di ogni persona, in modo indipendente dal possesso
attuale di certe proprietà e/o funzioni. Nell'approccio funzionalista le
differenze di essenza sono ricondotte (già è stato notato) a differenze di
grado, disposte secondo un continuum, per cui non sarebbe più possibile fissare
univocamente in base a considerazioni di essenza che cosa sia persona e chi lo
sia. A ciò consegue che la risposta a tali due domande dipenda fondamentalmente
da una stipulazione contrattuale per sua natura soggetta a variazione. In questa
posizione si fa avanti un equivoco filosofico molto notevole, consistente nella
dissoluzione della sostanza (e della sua realtà) e nella concomitante sua
risoluzione nel concetto di funzione. Kelsen ha espresso in modo incisivo
questa capitale trasformazione: "La dottrina pura del diritto ha
riconosciuto il concetto di persona come un concetto di sostanza, come la
ipostatizzazione di postulati etico-politici (per es. libertà, proprietà) e lo
ha perciò dissolto. Come nello spirito della filosofia kantiana, tutta la
sostanza viene ridotta a funzione. Ciò è stato dimostrato da Cassirer, uno dei
migliori kantiani, quando era ancora kantiano, nel suo bel libro". Nel
noto dibattito di Davos del 1929 tra Heidegger e Cassirer, quest'ultimo
affermava: "L'essere della nuova metafisica non è più l'essere di una
sostanza, ma l'essere che viene da una molteplicità di significati e di
determinazioni funzionali". L'equivoco a cui alludiamo consiste fondamentalmente
nell'identificare ordine dell'essere e ordine dell'agire, con una piena
risoluzione del primo nel secondo; di modo che la sostanza non è più in radice
denotata dal suo atto d'essere ma da una processualità funzional-attualistica,
in cui a seconda dei casi e delle scuole si pone l'accento su singole funzioni
del campo dell'agire, ad es. quelle idealistiche dell'autocoscienza e della
relazione, quelle prassistico-sociali, quelle produttivistico-tecniche, ecc.
Abolito il dislivello tra sostanza/esistenza e le sue funzioni/operazioni, il
soggetto individuale è interpretato come attuosità funzionale che si esprime in
una somma di atti, non come atto primo di essere d'una sostanza, che
costituisca il "luogo" di consistenza e di inesione di tutti gli
altri atti, che saranno dunque atti
secondi operativi, e che li renda possibili e li "sostenga". La
filosofia dell'essere avverte che sì l'ordine dell'agire dipende da quello
dell'essere(operatio sequitur esse) - di modo che l'analisi del primo è utile e
necessaria per conoscere qualcosa del secondo - ma che i due ordini rimangono
distinti nell'ente finito. Questo non si identifica mai con le sue operazioni,
mentre ciò accade solo nell'Atto puro, che è identicamente il suo essere e il
suo agire, il suo conoscere e il suo amare. Con l'anteriorità e la distinzione dell'atto primo della
sostanza rispetto alle sue operazioni si guadagna un assioma notevole, ossia
l'antecedenza e il maggior valore della persona nei confronti delle sue
operazioni; in ciò si fonda anche l'identità del soggetto, che altrimenti
rischierebbe di esser dissolta nella molteplicità anche contraddittoria degli
atti temporalmente succedentisi. Non sembra pertanto risolutivo e corretto il
metodo di inferire il carattere personale di un individuo in base a certe sue
operazioni. In virtù del dislivello non colmabile tra i registri dell'essere e
dell'agire, dovrebbe rimaner aperta la possibilità che la persona sia presente
anche in mancanza di sue operazioni. In linea generale l'approccio funzionalistico si
manifesta impari nel cogliere la densità preoperazionale e l'ulteriorità della
persona, in certo modo risolta-dissolta nelle sue operazioni, nonché nel
raggiungere la cosa stessa, ossia il cuore della realtà. Questa è infatti una
immensa repubblica di soggetti individui o di sostanze individuali, ciascuna
delle quali esercita in proprio, nei gradi e nelle forme più diverse e con una
ricchezza al di là di ogni immaginazione, il proprio atto d'essere(actus
essendi). Dovunque l'essere e la vita sovrabbondano, crescono, declinano, si
mescolano. Di fronte a ciò sarebbe degno del pensiero lo stupore, la
contemplazione, il risveglio al senso dell'essere nel superamento del sonno di
fronte ad esso, in cui perlopiù versiamo. Dinanzi ad un cosmo che è una immensa
repubblica di soggetti individuali, il compito essenziale della filosofia si
può forse ricondurre alla conoscenza dei modi infinitamente vari con cui gli
individui esercitano il loro esistere. L'equivoco dell'approccio attualistico tende a riflettersi nella questione dell'unità e dell'identità dell'io/soggetto, che, senza un atto primo identificante in modo radicale, risulta sparpagliato e come dissolto nei suoi molteplici atti processuali-temporali. Non è senza motivo che le correnti funzionaliste infallibilmente incontrano le maggiori difficoltà quando devono cimentarsi con la questione dell'identità durevole dell'io. In certo modo anche la filosofia di Kant ha dovuto fronteggiare questo problema, individuando nel momento assiologico il punto di consistenza e di identità del soggetto: questi è definito dalla relazione alla legge morale, che è relazione irrelata, in quanto non è affetta dal soggetto. Ma è soluzione stabile? Contro di essa ha portato i suoi attacchi Nietzsche, che ha annunciato la scomparsa del soggetto sulla scorta di una compiuta dissoluzione della sostanza in processo; è noto che in Al di là del bene e del male la regina delle scienze è la psicologia, intesa però come morfologia e teoria evolutiva della volontà di potenza. In ciò non è più possibile procedere a determinazioni di essenze. ß à Vittorio
Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica |