Individuo umano e persona La domanda che
ora ci incalza è se l'individuo umano possa essere separato dalla persona,
ossia esistere eventualmente in forma non personale. In base alla corrente
funzionalistico-attualistica, che determina la persona sulla scorta della
coscienza/autocoscienza, è possibile che esistano individui umani non
ancora/non più persone. Tale è ad es. la posizione di Engelhardt che, negando
l'equiestensionalità dei termini "essere umano" e
"persona", ne conclude: "non tutti gli esseri umani sono
persone... I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in
coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane. Tali entità sono
membri della specie umana". Tuttavia la
definizione di persona come un ente dotato di coscienza o di autocoscienza o di
stati psichici non stringe adeguatamente il problema, perché non costituisce
una definizione pienamente reale della persona; ne coglie solo un aspetto o un
attributo che non è in senso proprio essenziale, cioè relativo ai caratteri
essenziali. Se nella definizione di un cosa si seleziona una sua proprietà, si
determina una classe di "oggetti", a cui naturalmente appartengono
tutti coloro che la possiedono. Con questo siamo però lontani dall'aver risolto
il problema di una definizione reale, che è quanto soprattutto importa, perché
la proprietà prescelta potrebbe non essere "essenziale" in senso
proprio. Nell'ontologia, che è scienza del reale, occorre rivolgersi a
definizioni reali e primitive, non all'ipostatizzazione di singole proprietà,
talvolta non primarie. Se viceversa si procede così nella determinazione del
concetto di persona, ne consegue che verranno arbitrariamente eliminati dalla
"classe delle persone" individui che lo sono, ma che mancano del
carattere abusivamente assunto come essenziale, ossia denotante direttamente la
sua essenza (in ipotesi: la coscienza, oppure l'autocoscienza, ecc.). Per chiarire
meglio questo aspetto, è consigliabile condensare i principali asserti che lo
riguardano: a. se definiamo caratteri essenziali quelli che
concernono la determinazione di essenza di un qualsiasi ente, essi non
posseggono un più o un meno, ma ci sono o non ci sono, a differenza dei
caratteri accidentali che sono soggetti a cambiamento (crescita, diminuzione,
privazione, ecc.). Nel caso della persona, ciò che la rende tale è l'essere un
individuo di natura spirituale (la qual cosa o c'è o non c'è), non il maggior o
minor grado di coscienza; b. i caratteri e le funzioni che possono crescere,
diminuire, mancare, sono per ciò stesso non essenziali. In particolare la
privazione di una qualità (es. la vista, la parola, la coscienza) ammette
gradi, mentre ciò non accade con le proprietà essenziali. Di conseguenza per il
fatto che la coscienza o gli stati psichici possono avere gradi, essi non
costituiscono una determinazione essenziale dell'esser persona. Si può anzi
arrivare sino alla privazione completa di una certa qualità non essenziale,
senza che muti la natura ontologica di un oggetto: una persona umana non è meno
persona se è cieca. c. mentre i caratteri essenziali sono presenti sin
dall'istante in cui si forma la sostanza in oggetto, e si perdono solo con la
sua dissoluzione, quelli non essenziali possono essere posseduti prima
potenzialmente, poi svilupparsi e infine declinare. Le precedenti
considerazioni rendono plausibile sostenere che l'individuo umano è per sè
persona, nonostante la possibilità di essere talvolta privo della coscienza (o
della capacità di relazione, ecc.). Affermare ciò implica la equiestensionalità
dei due concetti di "individuo umano" e di "persona umana".
La definizione
attualistica della persona tramite gli stati psichici dice qualcosa di vero, ma
è lontana dal dire tutta la verità, perché non è pienamente reale e ipostatizza
una singola qualità. Se essa valesse, avremmo degli individui appartenenti alla
specie umana che non sarebbero persone, ossia saremmo di fronte a due classi:
quella generica "uomo", e quella specifica "persona", la
differenza specifica consistendo in ipotesi negli stati psichici. Viceversa
questi non sono propri solo delle "persone" ma di una vasta classe di
animali, per cui ci si troverebbe di fronte ad una differenza specifica che non
lo è. Oppure occorrerebbe definire come persone varie specie animali e,
all'occorrenza, macchine intelligenti.
D'altra parte se si adottasse la determinazione di persona mediante
alcuni suoi attributi non essenziali, la presenza di stati di coscienza, per
stare all'esempio, e poiché tali stati hanno
maggiore o minore intensità, cadremmo in una determinazione graduale e
non essenziale di persona, per cui nella classe delle persone ve ne sarebbero
alcune più persone di altre; senza parlare della difficoltà di stabilire un
confine netto tra le "persone" e le "non-persone", dal
momento che la coscienza possiede anche stati crepuscolari. Perciò la coscienza
è un segno della persona, qualcosa che ad un certo grado di sviluppo
dell'individuo umano fluisce dalla sua natura essenziale, ma non rappresenta un
carattere determinante nel senso che la sua mancanza indichi categoricamente
l'assenza dell'esser persona, cioè della natura spirituale. Questa può esser
posseduta in radice (atto primo) e non ancora esercitata in atto secondo o nel
registro dell'agire, per vari motivi tra cui nel caso dell'embrione per la
carenza di un'adeguata suddivisione funzionale e crescita corporea. Il
principio "ecumenico" del rispetto della persona deve rivolgersi alla
persona come tale, e non perché dotata di coscienza: altrimenti il rispetto si
indirizzerebbe ad una qualità della persona, non a questa come tale. ß à Vittorio
Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica |