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Embrione umano e persona L’eguale estensione dei concetti di
"individuo umano" e di "persona umana" conduce ad
attribuire all'embrione lo statuto di persona. Tale inferenza, che gode del
grado di certezza che è proprio del sapere filosofico, sembra la più
plausibile. Essa è dipendente dall'argomentazione via via svolta, e che qui si
ricapitola, non senza aggiungere alcuni elementi che riguardano specificamente
lo sviluppo biologico dell'embrione. 1. Con il concetto ontologico di persona la ricerca filosofica
cerca di render conto della nuova e più alta qualità d'essere di una certa
classe di individui, che si presentano allo sguardo contemplativo con una loro
originalità e nobiltà. Lungi dall'essere uno strumento concettuale rigido o una
mera "teoria" (nel senso di teoria scientifica, come ad es. questo
termine viene oggi inteso nell'epistemologia del fallibilismo), esso è il
risultato di un'analisi impregiudicata dei modi secondo cui una certa classe di
individui esercita l'esistenza; una necessaria articolazione dunque per tener
dietro e render conto della ricchezza del reale. Non è perciò detto che in
società pluraliste, e proprio in omaggio al pluralismo, si debba rinunciare
all'approccio ontologico e sostanziale per stabilire lo statuto proprio dell'essere
uomini: ciò si lega anche al radicale desiderio umano di conoscere le cose come
sono, la cosa stessa, in un puro sguardo teoretico-noetico, e non solo
conoscere a scopo morale o utilitario. 2. In virtù dei
più sicuri elementi offerti dalla scienza biologica, su cui non ci si è finora
soffermati dandoli per conosciuti, è certa l'individualità sostanziale
dell'embrione umano, manifestata dalla sua attività immanente, autonoma,
autoprogrammata, teleologica. E' noto che, appena concepito, lo zigote comincia
a comportarsi come un essere vivo, indipendente, in possesso di un patrimonio
genetico assolutamente individualizzato ed appartenente in modo esclusivo alla
specie umana, e che procede a svilupparsi in modo omogeneo e continuo. Secondo
il noto rapporto Warnock "una volta che il processo è incominciato non c'è
una particolare parte dello sviluppo che sia più importante di un'altra: tutte
sono parte di un processo continuo...". Dalle informazioni della biologia
si trae la certezza che sin dall'istante del concepimento c'è vita umana per la
sua origine, la sua struttura genetica, per l'organizzazione cellulare, per il
senso teleologico dell'ontogenesi. Il personalismo
ontologico potrebbe esser chiamato anche "personalismo biologico",
nel senso che esso interpreta come indissociabili il biologico umano e il
personale, evitando sovra o sottodeterminazioni. Esso legge nel movimento teleologico e autoprogrammato dell'embrione
verso più compiuti stati corporei e psichici di umanità, la regia di una forma
immanente, presente sin dall'inizio e che presiede all'intero processo. Nel
lessico della tradizione classica a tale forma di assegna il nome di anima. Gli
argomenti via via svolti inclinano verso l'idea che sin dall'istante del
concepimento sia presente una forma/anima spirituale, non soltanto vegetativa e
"animale". Essendo il processo teleologico di sviluppo dell'embrione
manifestamente indirizzato alla pienezza dell'esser persona, l'intero processo
si intende meglio nella sua unità se sin dall'inizio opera un principio
spirituale costruttivo e formante. 3. Il terzo elemento non fa che ricordare il dislivello
che è necessario porre tra la persona e le sue operazioni, ossia anche la
non-identità tra soggetto e sue funzioni, per cui non è possibile inferire
l'assenza della persona dall'assenza di tipici signa personae o di sue
operazioni. Più volte si è osservato che l'esser persona non è un dato di
natura empirica, ma una condizione ontologica radicale, non dipendente
dall'età, dalle condizioni di sviluppo fisio-psichico, dal livello di
coscienza, ecc. 4. Infine, in base alla non separabilità tra individuo
umano e persona umana, sembra improprio alludere ad un individuo umano che non
sia persona, tanto quanto è poco sensato parlare di persona umana che non sia
individuale. La dignità dell'uomo è parola vana se non ha la sua radice nel
fatto che ogni essere umano è persona, ossia una sostanza individuale di natura
spirituale. Come non possiamo pensare
che esista vita umana se non in esseri umani, così neanche che esistano esseri
umani che non siano persone, perché non si conoscono modi di esistenza della
natura umana che non siano personali. In sintesi: l'esser persona sembra
l'unica modalità di esistenza che conviene alla natura umana. Forse alludendo a
questo Tertulliano affermava: è già uomo colui che lo sarà. Sulla scorta di
tali elementi apparirebbe dunque appropriato parlare dell'embrione umano non
come di persona potenziale, ma di persona attuale dotata di alta potenzialità
di sviluppo. La ricerca deve
naturalmente rimanere aperta, nell'attesa che vengano addotti nuovi argomenti
pro o contro l'esistenza in atto della persona nell' embrione umano. Quelli
portati contro, pur entro un paradigma sostanzialistico, si riducono
fondamentalmente a due: 1) anche in una prospettiva di trascendenza, non pare
esservi una inequivoca volontà di esistenza nei confronti di ogni embrione
umano da parte del Trascendente, dal momento che numerosi embrioni si perdono
naturalmente; 2) la filosofia dell'embrione dei medievali, che sosteneva
l'animazione spirituale e dunque l'esistenza della persona a partire da un
periodo successivo al concepimento, per cui nel processo ontogenetico fetale
accadrebbero vere e proprie trasformazioni sostanziali: l'embrione sarebbe animato
vegetativamente, poi sensitivamente o animalmente, prima di ricevere l'anima
spirituale. Questa posizione, per cui l'ontogenesi percorrerebbe le fasi della
filogenesi, è tra i contemporanei autorevolmente difesa da J. Maritain. Anche
ponendo in dubbio l'esistenza immediata della persona al concepimento, è
innegabile la potenzialità reale attiva dell'embrione di diventar persona:
quantomeno esso è un individuo sostanziale, una sostanza individuale in
movimento verso il diventar persona. Non è qui presente una mera possibilità,
ma una potenzialità pienamente determinata. E ciò sul piano morale è
sufficiente a stabilire, sulla base del valore riconosciuto alla persona,
l'inviolabilità del processo teleologicamente volto al diventarlo. Dalla ontologia
della persona via via delineata si dipartono conseguenze notevoli sul piano
giuridico, nel senso che risultano messi in questione come inadeguati e perfino
erronei, in rapporto al problema dell'embrione umano e della persona, il
formalismo e il positivismo giuridici, in cui sembra che il compito della legge
consista nello statuire ex novo valori e diritti, invece che dar loro voce,
riconoscendone l'esistenza antecedente. In una coerente filosofia del diritto
andrebbe così affrontato il problema delle garanzie giuridiche con cui
proteggere l'embrione umano, nonché quello che chiamerei "principio o
postulato di famiglia", ossia il valore che l'embrione sia concepito in
una famiglia e da essa tutelato e allevato.
Non è chi non percepisca come in questa prospettiva, propria del
personalismo ontologico come dell'umanesimo etico (si pensi a Kant) che
intendono l'uomo come un fine in sè e mai soltanto come un mezzo -, il diritto,
lungi dall'essere considerato un mero strumento di controllo e regolazione
sociali, venga inteso come una struttura fondamentale della vita, diretta al
suo rispetto secondo i diversi gradi dell'essere.ß Vittorio
Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica |