|
Fecondazione extracorporea: pro o contro
l’uomo? Se i successi della Fivet (fecondation in vitro and embryo transfer) nel raggiungimento degli
obiettivi nell’aggirare l’infecondità sono appariscenti, non lo sono da meno
gli insuccessi che si debbono registrare allo stato attuale delle tecniche
disponibili, fra cui: il numero minimo di embrioni prodotti con ovuli derivanti
da ciclo spontaneo, l’alto numero di embrioni prodotti artificialmente e parzialmente impiantati,
quelli congelati, la loro perdita al
momento del congelamento e dello scongelamento, l’alto numero di cicli da
ripetere (da 5/6 a circa 15) per ottenere, come suol dirsi, un figlio in
braccio, ecc. Diverse relazioni hanno opportunamente messo in luce Vi sono poi
aspetti su cui l’opinione pubblica non
è abbastanza informata (volutamente?),
cioè la bassa percentuale di successi,
la multipla, intenzionale soppressione di embrioni, i costi psicologici,
spirituali ed economici cui vanno incontro le coppie che si sottopongono alla Fivet. Se l’attuale situazione delle
tecniche è assai meno rosea di quanto si tende a far credere, si può
congetturare che, con i progressi
delle tecniche, si potrà tuttavia arrivare, ma non si sa quando, arrivare a un
solo ciclo di “cura” e a un solo embrione impiantato. Ma questa ipotetica situazione ideale fa emergere con maggior
forza i gravi problemi insiti nella ‘fecondazione assistita’, a cominciare da
quello del linguaggio. La sua costante e spesso intenzionale manipolazione,
suggerita dallo scientismo, rinforzata dall’emergere di un’etica utilitaristica
e ampiamente propagandata dai mezzi di comunicazione, costituisce la premessa
di valutazioni e decisioni erronee. Opporsi alla manipolazione del linguaggio e
ripristinare il suo corretto impiego
concettuale costituisce un passo indispensabile per recuperare libertà per
l’opinione pubblica e freschezza di giudizio non pilotato. Nella sua fredda oggettività il
termine “iniziale” di Fivet descrive bene il processo e
poco si presta a manipolazioni: esso
dice appunto che il procedimento crea artificialmente o in provetta un embrione
umano, che successivamente viene trasferito meccanicamente nel grembo della
futura madre. Ancor meno ingannevole è il termine acronimo inglese ‘ART’ (Artificial Reproduction Technique)
perché dichiara subito che siamo di fronte a una tecnica di riproduzione
artificiale. Sufficientemente parlante è pure il termine ‘tecniche di
fecondazione/generazione extracorporea’. Riterrei invece decisamente da evitare
la dizione, peraltro molto usata, di ‘procreazione assistita’: non siamo
infatti di fronte alla procreazione per unione fra due persone di sesso
diverso e conseguente gestazione nel
grembo materno, ma a qualcosa di qualitativamente
differente, nonostante l’identico sbocco dei due processi che sfociano
nella nascita del bambino. La differenza qualitativa sorge dalla considerazione di che cosa significhi ‘assistere’: là
dove vi è realmente assistenza, il soggetto assistito opera come soggetto primo,
autonomo e iniziante di un processo vitale, che non gli viene sottratto nelle
sue naturali modalità, mentre l’assistenza si limita a coadiuvare. Nella
cosiddetta fecondazione assistita invece i ‘tecnologhi della provetta’ si
sostituiscono bellamente ai due soggetti, i futuri padre e madre. Là dove vi è
sostituzione, non può più parlarsi di assistenza. Secondo la Donum vitae “la Fivet…è attuata al di
fuori del corpo dei coniugi mediante gesti di terze persone la cui competenza e
attività tecnica determinano il successo dell’intervento; essa affida la vita e
l’identità dell’embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un
dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana”. Se
dunque nel termine ‘fecondazione assistita’ è l’aggettivo a fare problema, in
quello di procreazione assistita lo fanno tanto il sostantivo quanto
l’aggettivo. Si aggiunga che la Fivet non è una terapia in senso proprio,
poiché se è vero che riesce generalmente a mettere a disposizione l’effetto
desiderato (il figlio), non interviene sulle cause, ossia non cura i soggetti
sterili che rimangono tali e non vengono liberati dalla loro patologia. E che dire di coloro che mettono
a disposizione il loro seme a fini di fecondazione eterologa, e che si
disinteressano totalmente dei loro figli, perché tali sono gli embrioni
prodotti, compresi quelli congelati? Il confuso e manipolato lessico finora
invalso li chiama ‘donatori’. Ma essi non donano un bel niente. Mettono a
disposizione qualcosa che in natura è in genere sovrabbondante, ossia il
seme/sperma umano; ma lo rendono disponibile in maniera dissociata, separando
il momento animale-vitale della fecondazione da quello in sé fondamentale
dell’incontro dell’uomo e della donna in un atto che non è solo biologico ma
coinvolge tutto il dinamismo personale e interpersonale della procreazione
umana. Di per sé il dono è un atto personale, libero, intenzionale, rivolto a
qualcuno che ci sta dinanzi e di cui vediamo il volto. Il supposto ‘donatore’
di seme è altra cosa: egli fornisce sperma come un oggetto a qualcuno che è per
lui sconosciuto, una x. Non pare scenario inventato la previsione che i successi della scienza e
la fiducia in essa che facilmente
producono, uniti alla mentalità eugenetica che va prendendo piede, conducano
a ritenere che la vera e sicura generazione sia quella interamente artificiale,
non più il naturale concepimento seguito da gravidanza. Si perverrebbe allora
alla realizzazione del sogno faustiano della produzione artificiale dell’uomo,
acutamente descritto oltre due secoli fa da Goethe nel Faust: il dottor Wagner produce in provetta Homunculus, e ritiene che la produzione non sessuale dell’uomo sia
cosa migliore della sua origine sessuale. Se Darwin credeva che l’uomo fosse
stato “creato dagli animali” nel senso che provenisse da essi, oggi ci
incamminiamo a credere che l’uomo futuro sarà prodotto dai tecnologhi.
Decisamente Faust e Wagner hanno prevalso su Darwin. Con la nuova posizione
l’intero ambito di quel che era appropriato chiamare “procreazione umana”
cambia nettamente e, uscendo dall’area del procreare, entra in quella del fare,
del produrre tecnico. Contestualmente nasce una nuova industria: l’industria altamente tecnologica della
fecondazione extracorporea che, come ogni industria, è soggetta a fattori ben
noti: il profitto, la legge della domanda-offerta, la pubblicità, la
concorrenza, il mercato, la sollecitazione al consumo, ecc., dove l’affare (il
business) è appunto produrre bambini e costruire artificialmente famiglie. Con
il cambiamento detto si opera una transizione per cui l’‘essere qualcuno’ si
muta in ‘essere qualcosa’. A nessuno sfugge la problematica concezione
sottostante e i seri rischi che le sono connessi, dipendenti in ultima istanza
dalla fuoriuscita del delicato evento della procreazione umana dall’ambito del rapporto
naturale fra uomo e donna per entrare in quello della produzione tecnica.
Produzione tecnologica contro procreazione, cui si collega l’evento, anch'esso
di particolare rilievo, secondo cui gli interessi degli adulti coinvolti (e dei
fattori economici) prevalgono sugli interessi dell’embrione e del bambino. Uno degli aspetti più
inquietanti della Fivet non è solo
l’inclinazione quasi irresistibile alla eugenetica che essa comporta; consiste
nel fatto che si finisce per negare all’embrione ogni diritto. Esso diventa res nullius, cui si infligge la
‘pena’ del congelamento: massima e ingiustificata violenza, perché si vieta
alla vita già iniziata di proseguire e di sbocciare. Contro il meditato parere
del Comitato Nazionale di Bioetica (cfr. il documento Identità e statuto dell’embrione umano, giugno 1996), che
suggerisce di trattare ogni embrione come persona, si sottrae all’embrione
proprio questo diritto. Il suo diritto alla vita è negletto dalle pratiche
Fivet che, come modalità intrinseca
alla procedura artificiale di generazione, ne prevedono il congelamento e
spesso la distruzione, mentre la migliore giurisprudenza si va orientando nel
senso della garanzia. Prevale perciò l’interesse e il desiderio dell’adulto sui
piccoli e i deboli, entro l’assunto che non esistano criteri morali e
antropologici fermi, ma sempre variabili secondo i costumi della società e le
possibilità via via offerte dalla scienza. Il fatto è che la tecnica si
pone come mediatrice di un desiderio umano
fondamentale: quello di avere un figlio. E’ un desiderio sano e solido,
non però un diritto che esibisca se stesso per farsi valere a ogni costo. Il
desiderio lasciato a se stesso può raggiungere di fatto due esiti opposti, di
cui dà testimonianza la cronaca quotidiana. Essa parla due lingue completamente estranee, entrambe però lingue del
desiderio assolutizzato, e ci dice: nessun figlio a nessun costo (aborto), e un
figlio a ogni costo (Fivet).
Sostenuta dalla tecnica, la logica del desiderio, se non è regolata da altri
fattori, produce esiti del tutto contraddittori. Dal lato del diritto pubblico il
nuovo Parlamento ha dinanzi come compito non più rinviabile quello di
varare con un adeguato atto legislativo
una disciplina saggia della generazione extracorporea, capace di tenere nel
debito conto gli interessi, i valori, le considerazioni che abbiamo richiamato,
e sottraendola al disordine affaristico e al vuoto legislativo, forieri di ogni
arbitrio, che finora l’ hanno caratterizzata. Vittorio Possenti Professore di Filosofia Morale all’Università di Venezia Membro del Comitato Nazionale di Bioetica |