I medici davanti alla sofferenza dei pazienti

 

 

Harold Schipman, 55 anni, è un medico molto riservato. Condannato a 15 ergastoli per altrettanti omicidi, da un anno vive rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Frankland, In Gran Bretagna. Come le protagoniste di Arsenico e vecchi merletti uccideva persone anziane e malate ( ma neanche troppo) per metterle al riparo da eventuali successive sofferenze. Gli investigatori continuano ad indagare e sospettano che le sue vittime possano essere non quindici, ma trecento, eliminate con iniezioni di eroina tra il 1974 e il 1998. Chiuso nel suo silenzio, Schipman non ha ancora spiegato le ragioni dei suoi gesti. Ma il suo strano e fortunatamente raro modi di porsi davanti al dolore può essere uno spunto per riflettere sul rapporto tra medico e malato, sul modo di considerare la sofferenza altrui da parte di chi, per ragioni di lavoro, è costretto ad affrontarla ogni giorno.

Occorre innnazitutto distinguere tra il dolore fisico che che può provare un malato e il suo dolore psichico, esistenziale. Quest’ultimo, nella maggior parte dei casi, non è preso in considerazione da medici e infermieri. Riguardo alla sofferenza fisica, gli atteggiamenti sono due: quello di chi, in qualche modo, partecipa al dolore del paziente. E quello di chi lo considera solo un sintomo da rilevare, un’informazione in più per diagnosticare lo stato della malattia. In genere i malati danno un giudizio di merito in base a questi due atteggiamenti: è un bravo medico quello che si dimostra partecipe, non lo è chi si comporta in modo freddo e distaccato.

D’altra parte, il contatto quotidiano con il dolore, tipico degli operatori sanitari, porta quasi inevitabilmente all’assuefazione. L’effetto delle dosi giornaliere di sofferenza è analogo a quello di una droga. Medici e infermieri tendono a diventare insensibili e a non percepire più la sofferenza dell’altro. D’altra parte sarebbe impossibile il contrario: come pretendere che si facciano carico del dolore di tutti? Il distacco, fra l’altro, veniva addirittura insegnato ai giovani medici: le emozioni aumentano le possibilità di errore, si diceva. Meglio la freddezza, che dovrebbe garantire una maggiore lucidità.

In realtà, il problema non è tanto la solidarietà o la distanza affettiva, quanto un modo di affrontare la malattia che ignora o trascura il disagio psichico. E’ necessario passare dal concetto di sanità a quello di salute. Sanità significa più o meno “aggiustare ciò che non funziona”. La salute, invece, viene definita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità come “stato di benessere fisico, psichico e sociale”. Nella pratica medica, di solito, non solo non si tiene conto delle parole psichico e sociale, ma si cura la malattia con un taglio iperspecialistico che la maggior parte degli addetti ai lavori considera ormai scientificamente sbagliato. Alla Facoltà di Medicina dell’Università di Verona, per esempio, esistono 152 materie di insegnamento. Come se l’uomo fosse diviso in 152 parti. In realtà, un approccio specialistico non può non tener conto della totalità della persona. Perché un problema ai polmoni potrebbe dipendere dal malfunzionamento di un altro organo. Così come è provato che un atteggiamento ottimista del medico trasmette ottimismo e voglia di lottare al paziente. Non si tratta di trasformare il medico in buon samaritano. Ma di rendere il suo lavoro il più efficace possibile. Obiettivi realizzabili solo con un approccio che tenga conto della persona in tutti i suoi aspetti.

 

Vittorino Andreoli

Psichiatra e scrittore