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L’AIDS è ancora un’emergenza L’AIDS (Acquired ImmunoDeficiency
Syndrome) è una malattia a trasmissione sessuale sostenuta
dal virus HIV (Human Immunodeficiency Virus) che provoca una drammatica caduta
del potere difensivo immunitario. Nel mondo gli infetti sono calcolati in 36
milioni, di cui oltre il 70% nell’Africa sub sahariana. Un milione
i casi nordamericani, mezzo
milione quelli europei. In Italia al novembre
2001 i casi denunciati erano 46.534, di cui il 67,3% deceduti. Dal 1996, data dell’introduzione della HAART (Highly Active
Antiretroviral Therapy),
nuova e razionale associazione di antivirali già noti, vi è stata nei
paesi occidentali una caduta critica dei
casi conclamati, con cronicizzazione e netto miglioramento della “qualità di
vita” sociale e lavorativa. Allontanato l’incubo della morte imminente resta la
realtà di un grande sofferenza. Pesa soprattutto l’indispensabile cosiddetta “aderenza” a comportamenti autolimitativi, ai continui controlli sanitari e ai pesanti
carichi terapeutici. D’altra parte ogni anno si contano ancora da 5000 a 8000 nuovi casi. Le cure non
guariscono, l’eradicazione sembra per ora impossibile. Resta prioritaria la profilassi. Con quali mezzi? Li suggerisce
la storia dell’epidemia. Nell’estate 1981 il Center of
Diseases Control U.S.A. ricevette la denuncia di 5 casi di pneumocistosi (polmonite acuta da Pneumocystis
carinii) da Los Angeles e di 26 casi di sarcoma di
Kaposi (neoplasia della pelle) da New York, tutti con segni di
difetto immunitario (severa riduzione ematica dei linfociti T
CD4). Si tratta di malattie rare, quasi esclusive rispettivamente di
neonati immaturi e di vecchi in specie centro-europei, considerate “opportunistiche” perché consentite, in quei soggetti, da un
sistema immunitario non ancora o non più “ al meglio. Suscitò stupiore il fatto che i malati
fossero tutti senza eccezione, giovani gay.
Perché, in loro, un difetto immunitario? Inizialmente fu considerato
responsabile l’assorbimento rettale di proteine spermatiche associato all’abuso
di alcool, droghe ed afrodisiaci (poppers). Ma
l’ipotesi fu però presto contraddetta dal sempre più frequente coinvolgimento di eroinomani eterosessuali e
di emofilici in trattamento parenterale con fattori ematici della coagulazione.
L’ipotesi infettiva si scontrava però con
la tenace negatività delle ricerche microbiologiche. Solo nel 1983 Luc Montagnier dell’Istituto Pasteur
di Parigi, con la tecnica messa a punto da Robert Gallo
per i retrovirus oncogeni, isolò il virus HIV, che è un retrovirus,
ma citolitico (che
lisa le cellule), non oncogeno
(produttore di cancro). Suo bersaglio? Proprio i linfociti T CD4, principali protagonisti dell’immunità. Intanto l’epidemia aveva
cominciato ad infiltrarsi nella “popolazione generale” partendo dai “contatti”
eterosessuali dei tossici. Ma,
questo virus, donde veniva? Dove si era “nascosto” fino allora? Perché aveva
“cominciato” dai gay? La teoria dell’African
connection” sembra fornire una risposta ragionevole. Nelle savane
subsahariane poco abitate preesisteva una malattia cronica relativamente
benigna, detta slim (inglese dimagramento),
dovuta ad un virus, stretto parente dell’HIV, di
possibile derivazione dalle scimmie: cercopitechi e scimmie verdi sono colà
animali domestici. Le traversie recenti hanno inurbato nelle bidonville
africane una parte di quelle popolazioni che qui sarebbero venute a contatto
col turismo sessuale nordamericano. Il trasferimento e la successiva rapida
circolazione del virus nei pub e nelle saune gay degli Stati Uniti ne avrebbe esaltato la virulenza. Se
nella savana la difficoltà dei contatti sessuali aveva selezionato le varianti
meno aggressive, la rapida circolazione nelle “vergini” (sic) comunità gay ha selezionato i mutanti più aggressivi,
poi ricondotti in Africa. Causa prima dell’epidemia fra i gay,
quindi, non tanto la sodomia quanto la cosiddetta “promiscuità”,
frutto bacato dell’ideologia della “rivoluzione sessuale”: fallo quando
vuoi, più che puoi e con chi voi. Ciò vale ovviamente anche per gli eterosessuali! Come
proteggersi? Poiché si “inserisce” nei T-CD4, che nell’organismo sono dovunque, altrettanto dovunque sarà
il virus, nei tessuti e nei liquidi organici: sangue, sperma,
secrezioni vaginali, lagrime, saliva e così via. “Fortunatamente” il virus
è poco
“aggressivo”. Per infettare esige alte concentrazioni, che possono essere
raggiunte solo in sangue,
sperma e secrezioni
vaginali. Perciò l’infezione conosce in pratica solo tre vie: trasfusione diretta di sangue anche in tracce (siringhe
sporche); rapporto sessuale (il coito anale è più
pericoloso, mescola spesso sangue e sperma); trasmissione
materno/fetale (via transplacentare, passaggio vaginale del feto).
La “fragilità” del virus rende poi ragione di anche lunghi periodi di
coabitazione sessuale non protetta senza trasmissione. Anche un solo rapporto
può però essere sufficiente…! Ruolo ed l’importanza del
fattore “promiscuità” e della liberalizzazione dei costumi nella diffusione
dell’epidemia sono dunque evidenti. L’AIDS
ha rappresentato una brutale cartina di tornasole di una supposta “storia
luminosa”, svelando il malessere di una società avanzata, che si era illusa di
avere scoperto nel sesso “libero e bello” una delle chiavi principali della
felicità. Anche perciò la reazione difensiva è stata incompleta. Alla tragedia
annunciata si è cercato di porre rimedio con riferimento solo alle consentanee
categorie della tecnologia) e del business, per cui si è ricercato il “sesso sicuro” nel vaccino e nel preservativo. Cambiare stili di
vita? Meglio rimuovere: il “nostro” è irrinunciabile! Tuttavia, l’allestimento
del vaccino, sempre annunciato ma sempre di là da venire, trova il principale
ostacolo nella mutazione del virus, che rende
inefficaci i precedenti anticorpi e d’altra parte l’uso del preservativo
abbatte il rischio di esposizione del 90%, ma non può assicurare una
protezione assoluta. L’AIDS resta dunque un’emergenza anche nel nostro Paese.
Veicoli dell’infezione sia i malati che i “sieropositivi”, questi più
pericolosi di quelli per la maggiore
“vivacità” sessuale; si tratta in genere di giovani. A differenza delle
altre infezioni gli anticorpi presenti non sono “protettivi”, ma solo
indicatori d’infettività. Il periodo di negatività sierologica si amplia in
questa infezione dai soliti 15 giorni delle altre a quattro
settimane/quattro mesi, durante i quali il soggetto è però altamente infettante. I sintomi della malattia si
manifestano dopo un lungo periodo (27-28 mesi sino a 6-7 anni dalla
sieroconversione) durante i quali il soggetto è apparentemente sano. Per quanto
legate a particolari comportamenti, il pericolo di infezione resta alto e
subdolo. Perché allora non ricorrere a tutte le possibilità
di difesa? Perché non insistere anche nel consigliare stili di vita più
responsabili? Dopo un’iniziale resistenza i gay americani
lo hanno fatto con vantaggio. Perché
irridere a chi consigli o pratichi la castità? Perché lo consiglia la
bistrattata morale? Quando mai cercare di agire moralmente “ha fatto male”? Bibliografia - M.D.
Grmek. AIDS Storia
di un’epidemia attuale. Editori Laterza Bari-Roma 1989 - R.
Manfredi. Quindici anni di gestione clinica dell’infezione da
HIV. Opportunità e prospettive all’alba del nuovo millennio.
Pensiero scientifico Ed. Roma 2001 [Prof. Aldo
Mazzoni – già Ordinario di microbiologia all’Università di Bologna,
Direttore del Centro di Bioetica “A. Degli Esposti” (Bologna)] |