Trapianti d’organo. Interrogativi e paure dell’uomo della strada.

 

 

 

  1. Non sarà da mettere in questione la liceità dei trapianti già in linea di principio? Il prelievo di organi da vivente non è contro l’inviolabilità dell’uomo? E quello da cadavere non è contro il rispetto, quasi venerazione, dovuta ad esso?

Dato che il primo trapianto si ebbe nel 1954 con un rene prelevato da vivente (precisamente dal fratello gemello monozigote del paziente),  il problema della liceità  si pose inizialmente proprio per trapianti con prelievo di organo da vivente. Secondo la dottrina consolidata, qualunque mutilazione dell’organismo umano è ammissibile solo in base al principio di totalità: è lecito sacrificare una parte se ciò risulta necessario per il bene del tutto. Per “tutto” si era sempre inteso  l’organismo, il corpo. E non era nemmeno immaginabile qualcosa di diverso. In quest’ottica il prelievo di rene da una persona sana, a scopo di trapianto, non poteva che essere considerato come una illecita mutilazione

Ma quando, grazie specialmente alla comparsa della psicochirurgia, gli effetti dell’intervento cominciarono a oltrepassare il livello puramente organico con  benefici sul piano psichico, si aprì la strada di una diversa prospettiva: il “tutto” fu identificato nella persona di cui l’organismo intero è “parte”. A fare da battistrada in tale passaggio fu il Magistero, con Pio XII. In un discorso ai Congressisti del “Collegium Internationale Neuro-Psyco-Pharmacologicum” del 9 settembre 1958, il Papa, dopo aver richiamato il principio di totalità, aggiunse: “Ma alla subordinazione degli organi particolari nei confronti dell’organismo e della sua finalità peculiare, si aggiunge anche quella dell’organismo in ordine alla finalità spirituale della persona stessa. Esperimenti medici, fisici e psichici possono, da un lato, recare certi danni ad organi o a funzioni, ma dall’altro può darsi che siano perfettamente leciti, in quanto conformi al bene della persona”.

Valorizzando questo sviluppo nella formulazione del principio di totalità, si giunse facilmente a cogliere nella donazione di un proprio rene un gesto di qualche danno per l’organismo certamente, ma arricchente per la persona sul piano di alti valori morali, quali la solidarietà, l’altruismo e, nel cristiano, la carità più genuina.

 La domanda si estende però al prelievo di organi da cadavere e chiede se tale intervento non leda il rispetto che si deve alla salma. Prima dei trapianti, che da un cadavere si potesse ricavare qualcosa di utile per la vita degli altri, era cosa semplicemente inimmaginabile. Dopo, si è aperta la sconvolgente possibilità di trasformare dei cadaveri in sorgenti di vita per altri esseri umani. La sorte del cadavere era stata sempre quella di marcire, ora invece compariva la possibilità di ricavarne, in una nuova forma di solidarietà, elementi incalcolabilmente preziosi per la vita di altri, fino a strappare alcuni ad una morte prematura, e a restituire ad una vita normale persone gravemente invalidate. Il cadavere così non solo è rispettato, ma è meravigliosamente valorizzato.

  

  2. Ma c’è un altro e angustiante interrogativo circa il prelievo di organi da cadavere: le modalità di accertamento di morte, attualmente codificate,  sono davvero tali da garantire l’esclusione di ogni rischio di intervenire su chi è ancora vivo?

 L’equazione tra morte della persona e cessazione totale ed irreversibile di ogni funzionalità dell’intero encefalo, trova ancora oppositori agguerriti. Punto di partenza è l’affermazione (tutta da dimostrare) che la revisione della tradizionale concezione di morte e dei criteri del suo accertamento è stata viziata dalla volontà di trovare giustificazione al proposito di anticipare al massimo il prelievo degli organi.

Eppure la diagnosi di morte in un reparto di rianimazione è la più garantita da ogni possibilità di errore e di dubbio, rispetto alle comuni diagnosi di morte. La  situazione di morte dell’encefalo è quella di un infarto cerebrale totale, con conseguente impossibilità di afflusso di sangue nell’encefalo e, quindi, con disfacimento delle cellule cerebrali. Le cellule cerebrali sono infatti talmente sensibili all’anossia, che non sopravvivono a pochi minuti dal suo instaurarsi. La rilevazione strumentale di tale situazione viene, per legge, protratta per ore, almeno 6. Si aggiunge l’obbligo, stabilito per legge, che ad effettuare questa rilevazione sia una commissione di specialisti, nominata dalla Direzione dell’ospedale, composta da persone del tutto estranee all’effettuazione di trapianti.

 

   3. E per la donazione di organo da vivente, che cosa giustifica l’asserita esigenza che essa sia sempre del tutto gratuita?

 Ciò è richiesto non da una pretesa intrinseca disonestà di ogni compenso, ma dalla legittima e fondata preoccupazione di prevenire il fin troppo facile ed orrendo commercio di organi. Ad esserne vittime, spesso solo apparentemente volontarie, sarebbero i poveri e i disperati, che si trovano anche nei Paesi ricchi, ma che abbondano nei Paesi in via di sviluppo. Non riuscire ad impedirlo del tutto, fa parte dei limiti che l’umana convivenza sperimenta qui come altrove, ma sarebbe cosa ben diversa, e riprovevole, incoraggiarlo con la legalizzazione. La totale gratuità poi non esclude affatto un rimborso delle spese effettivamente sostenute per la degenza ospedaliera e le giornate lavorative perdute.

 

   4. C’è un consenso quasi unanime nel dichiarare illecito il trapianto di gonadi e di cervello (o di tronco), ma per quali motivi?

Per quanto riguarda le gonadi, va tenuto presente il loro ruolo determinante nella costruzione dell’identità biologica di ogni figlio che la persona può generare. Il genoma aploide di ogni ovulo e di ogni spermatozoo è totalmente derivato dal genoma dell’organismo di cui fin dall’origine fa parte l’ovaio o il testicolo in questione, e che continua ad esserlo anche dopo il trapianto in un altro organismo. Viene così ad essere profondamente alterata l’identità biologica di ogni figlio che, generato da una persona in cui sia stata trapiantata la gonade di un altro, è geneticamente figlio di quest’ultimo. Quello che la FIVET eterologa provoca nella generazione  di un singolo figlio, il trapianto della gonade lo provocherebbe per ogni possibile figlio.

Circa il trapianto del cervello, o di tronco, l’argomento è, a dir poco, controverso. In un Convegno svoltosi a Roma nel 1982, il prof. Henri Gastaut affermò perentoriamente: “Il trapianto cerebrale è un’assurda utopia, in primo luogo perché inattuabile”. Tuttavia, in quello stesso convegno il prof. Robert J. White, lo scienziato che, forse unico al mondo, stava conducendo esperimenti di trapianto del cervello su primati e su cani, dichiarò che l’obbiettivo che si proponeva, e che considerava addirittura moralmente obbligatorio, è quello di riuscire a dare un corpo sano ad una persona con cervello perfettamente funzionante, ma con un corpo devastato. Trapianto dunque di tronco, più che di cervello.

Un trapianto del genere solleva però drammatici problemi di ordine biologico e più ancora psicologico, filosofico e più generalmente antropologico. Si aggiunga la pesante limitatezza di conoscenze sul cervello e il suo funzionamento, la varietà di interpretazioni sul rapporto tra cervello e mente e tutte le attività superiori dell’uomo e sul ruolo del corpo nella costruzione dell’immagine di sé e di quello che la psicologia chiama l’io. Un vero e pauroso salto nel buio.

 

Prof. Lino Ciccone Emerito di Teologia Morale e di Bioetica nella Facoltà di Teologia, Lugano e nel Collegio Alberoni di Piacenza