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Clonazione terapeutica e cellule staminali La cosiddetta “clonazione” terapeutica è uno dei mezzi proposti per ottenere “cellule
staminali”, che si presume possano essere
utilizzate nella terapia di malattie degenerative. Di qui l’aggettivo “terapeutico”. L’embrione unicellulare o zigote, derivante
dalla “fusione” dei genomi (complesso dei geni) della cellula uovo e dello
spermatozoo, è definito totipotente perché è
in grado di sviluppare un intero organismo, cioè un individuo in toto della
specie codificata da quel genoma
composito. Già al quinto giorno di
sviluppo tuttavia, quando, dopo quella di “morula”, l’embrione ha assunto la
forma costituita da alcune decine di cellule (blastomeri) detta di
“blastocisti” (una specie di “pallina sgonfia” con massa cellulare interna aderente alla parete) l’embrione ha perduto
questa proprietà. Le cellule della sua “massa centrale” restano tuttavia
multipotenti, in grado cioè di differenziarsi in più e diversi tipi di cellule e tessuti, anche se incapaci
di evolvere ciascuna in un individuo completo, che è la peculiare caratteristica che si vorrebbe
sfruttare in terapia. Le cellule della “massa centrale” della blastocisti costituiscono perciò un primo tipo di cellule
staminali, definite “cellule staminali
embrionali” Cellule egualmente “pluripotenti” sono però
presenti anche nei tessuti, frammiste ad altre, dette unipotenti perché capaci di “riparare” solo ed
esclusivamente il
tessuto di appartenenza. Per differenziarle da quelle embrionali queste, che
sono anch’esse “cellule staminali” sono
dette “adulte”. Le une e le
altre, se adeguatamente manipolate, possono essere “indotte” a trasformarsi in
cellule di tessuti vari e diversi. A
quanto sembra, le embrionali sarebbero più facilmente riproducibili in coltura,
quelle dei tessuti più facili ad essere “orientate”. Come sopra accennato,
delle “cellule staminali” si è ipotizzato un
uso terapeutico mediante trapianto, “sostitutivo” di cellule morte o malate nel
caso di malattie degenerative (diabete, Parkinson), “riparatore” nel caso di
lesioni traumatiche (midollo spinale ad es.). I risultati sono stati per ora
deludenti o negativi, ma resta prevalente la convinzione della loro futura
utilità. E’ molto interessante rilevare che il trapianto di cellule staminali
“adulte” nello stesso donatore non provocherebbe fenomeni di rigetto essendo
esse provviste dell’identico (self) genoma
del ricevente. Per quanto riguardo le cellule “embrionali”, lo stesso fine può
essere raggiunto solo producendo embrioni in vitro mediante
clonazione per trapianto di nucleo. Solo così infatti le cellule staminali
trapiantate potranno essere riconosciute come self
dal sistema immunitario del ricevente e come tali non “rigettate”. Il
problema etico non riguarda l’uso delle cellule staminali in quanto tali, che
non trova obiezioni etiche ragionevoli da parte di nessuno. Il problema, ed il
vivace dibattito, riguarda invece la provenienza di quelle
cellul. Molti insistono per
l’uso delle “cellule embrionali” per la maggior facilità di prelievo. Nelle
mani di operatori anche mediocri la FIVET potrebbe consentire una vera e
propria “catena di montaggio” per la produzione di embrioni da cui ricavare
cellule staminali embrionali da riprodurre indefinitamente in coltura.. Forti
interessi economici ed industriali premono in questo senso. Non per nulla la
pubblica dichiarazione di avere ottenuto la clonazione di un embrione umano,
subito bloccato (bontà loro!) nel suo sviluppo è venuta da una società di
biotecnologia: la “Advanced Cell Tecnology Inc”. La riserva etica è tuttavia
fortissima. Il prelievo delle cellule uccide infatti le
blastocisti. Si ripropone così il quesito essenziale, che divide le
coscienze. L’embrione è da considerarsi un individuo umano in una fase inizialissima di sviluppo (Edwards) o
una cosa? E. solo che vi fosse il dubbio trattarsi di un essere
umano, potrà essere “usato” o tanto più premeditatamente prodotto per essere
ucciso, sia pure a favore di un altro essere umano? Forse per ragioni di “insufficienza di età”,
nonostante che la “Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo” pretenda “uguali” tutti
gli “umani viventi”? Certuni cercano di convincersi che non si tratta di individui umani, ma di “grumi di cellule”. Ma
come esserne certi quando la biologia parla in senso contrario? Nel continuo sviluppo di una nuova vita dove
sta un salto di qualità realmente critico, quando ogni tappa presuppone la
precedente ed esige la successiva senza soluzione alcuna di continuità? Sono
state proposte soluzioni giustificative diverse, sia strettamente biologiche
(il cosiddetto “pre-embrione”) sia in precario equilibrio fra categorie
biologiche e morali (“è un essere umano”, ma non una persona), peraltro
severamente condannate sin dall’inizio da qualificati filosofi (M Pera, 1990). Quesiti drammatici che giustificano
l’accanimento del dibattito. D’altra parte può essere convincente la fantasiosa
proposta “italiana” (Commissione Veronesi) di compromesso, quella di produrre in vitro non embrioni, ma cosiddetti “corpi embriodi,”
capaci di produrre non un intero organismo, ma solo tessuti.
Quali le basi biologiche, quali i mezzi operativi, ancora del tutto inespressi?
D’altra parte lo zigote, che precederebbe col suo cariotipo umano di 46
cromosomi il suo intelligente orientamento, non sarebbe lui stesso
un embrione umano sia pure unicellulare? L’alternativa, umano o no,
si ripropone. Perché non insistere allora sulle cellule staminali adulte, che non pongono
problemi etici di nessun tipo? ß Bibliografia Pera M. L’etica in laboratorio In “Scienza e etica: quali limiti?”,
a cura di J. Jacobelli, Laterza Ed. 1990 [Prof. Aldo
Mazzoni – già Ordinario di microbiologia all’Università di Bologna,
Direttore del Centro di Bioetica “A. Degli Esposti” (Bologna)] |