Uteri artificiali

 

 

Sembra essere l’ultima, estrema frontiera delle tecnoscienze: riuscire a sostituire la donna nella gestazione. Costruire un apparato sofisticatissimo che sia in grado di accogliere l’essere umano concepito, e dunque di nutrirlo, ossigenarlo, conservarlo a temperatura adeguata per tutto la durata dello sviluppo embrionale. Si tratterebbe, in sostanza, di un utero artificiale. Un’ipotesi che fa ogni tanto capolino sui grandi mezzi di comunicazione, allorquando qualche laboratorio afferma di avere pensato un progetto simile o, addirittura, di avere iniziato gli esperimenti. Nel giugno del 1998, ad esempio, uno studioso inglese sostenne di essere pronto a costruire l’utero artificiale entro dieci anni. Nel 2002 la notizia è tornata d’attualità, allorquando alcuni scienziati di differenti Paesi hanno auspicato la realizzazione di un “incubatore” per esseri umani, e altri hanno lasciato intendere che i primi esperimenti sarebbero già in atto. Che cosa c’è di vero in queste indiscrezioni che si rincorrono nel circo masmediatico? L’uomo potrà mai riuscire a ricostruire con le sue mani la straordinaria complessità del grembo di una madre? Molti ricorderanno che all’inizio del ‘900 uno scrittore visionario come Aldous Huxley aveva immaginato un mondo in cui i figli vengono concepiti in provetta e poi “allevati” in ambiente artificiale, all’interno di un processo industriale di gestione della procreazione. Forse sta per avverarsi questo scenario incredibile? E ancora: è giusto che l’uomo si impegni anche soltanto nel tentativo di una simile impresa? Quali costi potrebbe avere in termini di embrioni umani, di risorse da impegnare, di intelligenze da sottrarre ad altri settori ben più vitali della ricerca? Rispetto agli interrogativi morali suscitati da una simile prospettiva, la bioetica può certo fornire un contributo originale al dibattito. Senza dimenticare che – ove questa “macchina della vita” dovesse rendersi disponibile, si porrebbero una serie di nuove questioni connesse agli scopi e agli ambiti di utilizzo dell’utero artificiale, che per lo più non sono del tutto chiari nemmeno a coloro che ne stanno tentando o promuovendo la realizzazione. Da ultimo, ma non certo ultimo per importanza, c’è da riflettere sul cambiamento epocale di scenario antropologico che una simile invenzione determinerebbe. L’utero artificiale consumerebbe la definitiva attuazione di quella che un bioeticista italiano ha definito “dislocazione spazio temporale” dei processi connessi al concepimento e alla gestazione umana: un fatto senza precedenti, su cui occorre meditare a fondo.

 

 

DOCUMENTI PRESENTI NEL PORTALE

 

-          Palmaro  (“Un grembo in plexiglass?” in “Orizzonti della Bioetica”)

-          Palmaro  (“Utero artificiale: questioni giuridiche e scelte antropologiche” in “Bioetica e diritto”)

-     Porcarelli (“Riflessioni etiche a proposito di «uteri artificiali»” in “Bioetica e ricerca scientifica”)

-     Congregazione per la dottrina della fede (“Risposte ai dubbi proposti circa l’isolamento uterino ed altre questioni”     in “Organizzazioni religiose”)

-     Gruppo di lavoro Valdese (“La procreazione medicalmente assistita” in “Organizzazioni religiose”)

 

 

 

LINK

 

-          http://www.ecologiasociale.org/pg/dum_procr_matrix.html

-          http://www.zadig.it/news2002/sci/new-16-10-2.php

-          http://www2.unicatt.it/pls/catnews/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=741