|
PER UNA DIFESA DEL DIRITTO DI ABORTO (Documento approvato
dall'Assemblea Straordinaria dei Soci del 24 Giugno 1993) Da
più parti in questi ultimi tempi si è ripreso a parlare della possibile
revisione della disciplina dell'aborto nel nostro paese, e sempre con l'intento
di introdurre restrizioni al regime vigente, come se dovesse essere
rimessa in discussione la legge 194/1978,
che attualmente regola la tutela della maternità e una generazione consapevole
e responsabile: una legge dello stato, non solo regolarmente emanata dai suoi
organi legittimi, ma sottoposta al vaglio di un referendum popolare. La
legge 194 è un provvedimento complesso, che ha introdotto nel nostro
ordinamento finalità sociali e sanitarie, delle quali si deve tener
conto per giudicarla. Già nella
situazione attuale la legge ha prodotto una forte diminuzione
dell'aborto clandestino: e questo ha impedito che venissero esercitati abusi
sociali, che si provocassero morti evitabili, che si producessero patologie
croniche irreversibili, tali da limitare le possibilità
procreative. D'altra parte la
mortalità femminile associata all'aborto volontario è scesa ben al di sotto
dei valori osservati per l'aborto clandestino. Ma progressi ben maggiori si sarebbero conseguiti se la legge fosse
stata pienamente attuata. Il
fatto che dal momento dell'entrata in vigore della legge 194 l'interruzione
volontaria della gravidanza sia progressivamente diminuita fa supporre che essa
venga intesa come un intervento di urgenza per fronteggiare un insuccesso nella
contraccezione, e che un'ulteriore diminuzione del ricorso a questa pratica si
potrebbe ottenere rimuovendo gli ostacoli ad una più diffusa conoscenza dei
metodi contraccettivi. Il
vero problema attuale è non la revisione in senso restrittivo
della legislazione vigente, ma la sua completa attuazione. La legge 194 prevedeva che all'interruzione
volontaria della gravidanza si potesse giungere dopo aver usufruito
dell'attività di strutture di prevenzione territoriale di largo respiro. Invece l'attività dei Consultori familiari è
diventata meno efficace, perché non si è provveduto a una loro distribuzione
uniforme nel territorio nazionale, perché anche in quelli più efficienti si
tende a non assicurare il normale
ricambio del personale, perché infine è diminuita la motivazione di coloro che
vi lavorano. Ed è comprensibile che le
motivazioni vengano meno quando si avverte che le autorità politiche e
sanitarie non promuovono seriamente una strategia generale volta a favorire la
generazione e la maternità responsabili, e hanno spesso ostacolato una politica
del genere là dove essa era stata intrapresa.
La legge 194 avrebbe dovuto stimolare l'introduzione dell'educazione
sessuale nelle scuole, la promozione della conoscenza dei metodi
contraccettivi, un'assistenza globale della gestazione, comprensiva di
screening e prevenzione dei difetti congeniti, una più generale tutela della
maternità anche sul piano economico e giuridico. La piena realizzazione di queste finalità porterebbe a risultati
ancora migliori di quelli finora conseguiti e potrebbe rendere compatibile una
politica di protezione effettiva del "diritto alla vita" con la
tutela della maternità e la scelta della generazione responsabile. E'
chi non vuole la realizzazione degli obiettivi sanitari e sociali della legge
194 che ne fa un semplice provvedimento di liberalizzazione dell'aborto; e
chi oggi la presenta come una minaccia alla vita ha la responsabilità di non
avere promosso l'opera di prevenzione che essa imponeva e che andava collegata
con le finalità generali di prevenzione sancite dalla legge 833/1978. [fonte:
http://www.symbolic.parma.it/bertolin/doc3.rtf] |