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DICHIARAZIONE SULL'ABORTO PROCURATO Congregazione per la dottrina della fede INTRODUZIONE 1. Il problema dell'aborto
procurato e della sua eventuale liberalizzazione legale è diventato, un po'
dappertutto, tema di discussioni appassionate. Questi dibattiti sarebbero meno
gravi, se non si trattasse della vita umana, valore primordiale che è
necessario proteggere e promuovere. Ciascuno lo comprende, anche se parecchi
cercano ragioni per far servire a questo fine, contro ogni evidenza, anche
l'aborto. Non ci sì può, in effetti, non stupire nel vedere crescere da una
parte la netta protesta contro la pena di morte, contro ogni forma di guerra,
e, dall'altra, la rivendicazione di rendere libero l'aborto, sia interamente,
sia su indicazioni sempre più larghe. La Chiesa è troppo cosciente che spetta
alla sua vocazione di difendere l'uomo contro tutto ciò che potrebbe
dissolverlo o avvilirlo, per tacere su tale argomento: poiché il Figlio di Dio
si è fatto uomo, non c'è uomo che non sia suo fratello in quanto uomo e che non
sia chiamato a divenire cristiano e a ricevere da lui la salvezza. 2. In numerosi paesi, i pubblici
poteri che resistono a una liberalizzazione delle leggi sull'aborto, sono
oggetto di pesanti pressioni, che mirano a condurveli. Ciò, si dice, non
violerebbe alcuna coscienza, perché si lascerebbe ciascuno libero di seguire la
propria opinione, mentre si impedisce a chiunque di imporre la propria agli
altri. Il pluralismo etico è rivendicato come la conseguenza normale dei
pluralismo ideologico. C'è, tuttavia, una grande differenza tra l'uno e
l'altro, perché l'azione tocca più immediatamente gli interessi degli altri che
non la semplice opinione e non ci si può mai appellare alla libertà di opinione
per ledere i diritti degli altri, in modo dei tutto speciale il diritto alla
vita. 3. Numerosi laici cristiani,
specialmente medici, ma anche associazioni di padri e dì madri di famiglia,
uomini politici o personalità in posto di responsabilità, hanno vigorosamente
reagito contro questa campagna di opinione. Ma soprattutto, molte conferenze
episcopali e vescovi a proprio nome hanno giudicato opportuno richiamare senza
ambiguità la dottrina tradizionale della Chiesa (1). Questi documenti, la cui
convergenza è impressionante, mettono mirabilmente in luce l'atteggiamento,
umano e cristiano insieme, di rispetto della vita. E' tuttavia avvenuto che
parecchi di essi incontrassero, qua o là, riserve o anche contestazione. 4. Incaricata di promuovere e di
difendere la fede e la morale nella Chiesa universale (2), la sacra
Congregazione per la dottrina della fede si propone di richiamare questi
insegnamenti nelle loro linee essenziali a tutti i fedeli. Così, ponendo in
risalto l'unità della Chiesa, essa confermerà con l'autorità propria della
santa Sede ciò che i vescovi hanno felicemente intrapreso. Essa confida che
tutti i fedeli, compresi coloro che sono stati scossi dalle controversie e
dalle opinioni nuove, comprenderanno che non si tratta di opporre una opinione
ad altre, ma di trasmettere loro un insegnamento costante del magistero
supremo, che espone la regola dei costumi alla luce della fede (3). E' dunque
chiaro che questa dichiarazione non può non comportare un grave obbligo per le
coscienze cristiane (4). Voglia Iddio illuminare altresì tutti gli uomini che
cercano con cuore sincero di “ operare la verità ” (Giov 3,21). ALLA LUCE DELLA FEDE 5. “Dio non ha fatto la morte,
né si rallegra per la fine dei viventi!” (Sap
1,13). Certamente Dio ha creato degli esseri che vivono per un tempo limitato,
e la morte fisica non può essere assente dal mondo dei viventi corporei. Ma ciò
che è, anzitutto voluto, è la vita e, nell'universo visibile, tutto è stato
fatto in vista dell'uomo, immagine di Dio e coronamento dei mondo (Gen 1, 26‑28). Sul piano umano, “è
per invidia dei diavolo che la morte è entrata nel mondo” (Sap 2, 24);
introdotta a causa dei peccato, essa gli rimane legata, e ne è insieme il segno
e il frutto. Ma essa non potrebbe trionfare. Confermando la fede nella
resurrezione, il Signore proclamerà nel Vangelo che Dio “non è Dio dei morti,
ma dei vivi” (Mat 22,32), e la morte,
come il peccato, sarà definitivamente vinta dalla resurrezione nel Cristo (1Cor 15,20‑27). Così si comprende
come la vita umana, anche su questa terra, sia preziosa. Inspirata dal Creatore
(5), da lui è ripresa (Gen 2,7; Sap 15,11). Essa resta sotto la sua
protezione: il sangue dell'uomo grida verso di lui (Gen 4,10) ed egli ne domanderà conto, “perché ad immagine di Dio è
stato fatto l'uomo” (Gen 9,5‑6).
Il comandamento di Dio è formale: “Non uccidere” (Es 20,13). La vita è nello stesso tempo un dono e una
responsabilità; ricevuta come un “talento” (Mat 25,14‑30), essa deve essere valorizzata. Per
farla fruttificare, si offrono all'uomo molti compiti in questo mondo, ai quali
egli non deve sottrarsi; ma più profondamente, il cristiano sa che la vita
eterna dipende per lui dall'uso che, con la grazia di Dio, egli avrà fatto
della sua vita sulla terra. 6. La tradizione della Chiesa ha
sempre ritenuto che la vita umana deve essere protetta e favorita fin dal suo
inizio, come nelle diverse tappe dei suo sviluppo. Opponendosi ai costumi dei
mondo greco‑romano, la Chiesa dei primi secoli ha insistito sulla
distanza che, su questo punto, separa da essi i costumi cristiani. Nella Didaché è detto chiaramente: “Tu non ucciderai con l'aborto il
frutto dei grembo e non farai perire il bimbo già nato” (6). Atenagora
sottolinea che i cristiani considerano come omicide le donne che usano medicine
per abortire; egli condanna gli assassini dei bimbi, anche di quelli che vivono
ancora nel grembo della loro madre, “dove essi sono già l'oggetto delle cure
della Provvidenza divina” (7). Tertulliano non ha forse tenuto sempre il
medesimo linguaggio; tuttavia egli non ne afferma meno chiaramente il principio
essenziale: “E' un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si
sopprima l'anima già nata o che la si faccia scomparire sul nascere. E' già un
uomo colui che lo sarà” (8). 7. Nel corso della storia, i
Padri della Chiesa, i suoi Pastori, i suoi Dottori hanno insegnato la medesima
dottrina, senza che le diverse opinioni circa il momento dell'infusione
dell'anima spirituale abbiano introdotto un dubbio sulla illegittimità dell'aborto.
Certo, quando nel medioevo era generale l'opinione che l'anima spirituale non
fosse presente che dopo le prime settimane, si faceva una differenza nella
valutazione dei peccato e nella gravità delle sanzioni penali; eccellenti
autori hanno ammesso, per questo primo periodo, soluzioni casuistiche più
larghe, che respingevano per i periodi seguenti. Ma nessuno ha mai negato che
l'aborto procurato, anche in quei primi giorni, fosse oggettivamente una grave
colpa. Questa condanna è stata, di fatto, unanime. Fra i tanti documenti,
basterà ricordarne qualcuno. Il primo concilio di Magonza, nell'847, conferma
le pene stabilite dai concili precedenti contro l'aborto e decide che la più
rigorosa penitenza sarà imposta “alle donne che provocano l'eliminazione dei
frutto concepito dal loro grembo” (9). Il Decreto di Graziano cita queste
parole dei papa Stefano V: “E' omicida colui che fa perire mediante aborto ciò
che era stato concepito” (10). San Tommaso, dottore comune della Chiesa,
insegna che l'aborto è un peccato grave contrario alla legge naturale (11). Al
tempo del rinascimento, il papa Sisto V condanna l'aborto con la più grande
severità (12). Un secolo più tardi, Innocenzo XI condanna le proposizioni di
certi canonisti lassisti che pretendevano di scusare l'aborto procurato prima
del momento in cui alcuni fissavano l'animazione spirituale dei nuovo essere
(13). Ai nostri giorni, gli ultimi romani pontefici hanno proclamato la
medesima dottrina con la più grande chiarezza: Pio XI ha risposto espressamente
alle obiezioni più gravi (14); Pio XII ha chiaramente escluso ogni aborto
diretto, cioè quello che è fine o mezzo al fine (15); Giovanni XXIII ha
richiamato l'insegnamento dei Padri sul carattere sacro della vita “che, fin
dal suo inizio, esige l'azione di Dio creatore” (15). Più recentemente, il
Concilio Vaticano II, sotto la presidenza di S.S. Paolo VI, ha condannato con
molta severità l'aborto: “La vita, una volta concepita, deve essere protetta
con la massima cura: l'aborto e l'infanticidio sono abominevoli delitti” (17).
Lo stesso Paolo VI, parlando a più riprese di tale argomento, ha dichiarato che
questo insegnamento della Chiesa “non è mutato ed è immutabile” (18). ALLA LUCE CONGIUNTA DELLA RAGIONE 8. Il rispetto della vita umana
non si impone solo ai cristiani: è sufficiente la ragione a esigerlo basandosi
sull'analisi di ciò che è e deve essere una persona. Dotato di natura
ragionevole, l'uomo è un soggetto personale, capace di riflettere su se stesso,
di decidere dei propri atti e quindi dei proprio destino; egli è libero. E', di
conseguenza, padrone di sé, o piuttosto, poiché egli si realizza nel tempo, ha
i mezzi per diventarlo, questo è il suo compito. Creata immediatamente da Dio,
la sua anima è spirituale, e quindi immortale. Egli è inoltre aperto a Dio e
non troverà il suo compimento che in lui. Ma egli vive nella comunità dei suoi
simili, si nutre della comunicazione interpersonale con essi,
nell'indispensabile ambiente sociale. Di fronte alla società e agli altri
uomini, ogni persona umana possiede se stessa, possiede la propria vita, i suoi
diversi beni, per diritto; la qual cosa esige da tutti, nei suoi riguardi, una
stretta giustizia. 9. Tuttavia, la vita temporale
condotta in questo mondo non s'identifica con la persona; questa possiede in
proprio un livello di vita più profondo, che non può finire. La vita corporale
è un bene fondamentale, condizione quaggiù di tutti gli altri; ma ci sono
valori più alti, per i quali potrà essere legittimo o anche necessario esporsi
al pericolo di perderla. In una società di persone, il bene comune è per
ciascuna un fine che essa deve servire, al quale essa dovrà subordinare il suo
interesse particolare. Ma esso non è il suo fine ultimo e, da questo punto di
vista, è la società che è al servizio della persona, perché questa non
raggiungerà il suo destino che in Dio. Essa non può essere definitivamente
subordinata che a Dio. Non si potrà mai trattare un uomo come un semplice
mezzo, di cui si possa disporre per ottenere un fine più alto. 10. Sui diritti e sul doveri
reciproci della persona e della società, spetta alla morale illuminare le
coscienze, ai diritto di precisare e di organizzare le prestazioni. Ora ci sono
precisamente un complesso di diritti che non spetta alla società di accordare,
perché essi le sono anteriori, ma che essa ha il dovere di tutelare e di far
valere: tali sono la maggior parte di quelli che oggi si chiamano i “diritti
dell'uomo”, e che la nostra epoca si gloria di aver formulato. 11. Il primo diritto di una
persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni, ed alcuni sono più preziosi,
ma quello è fondamentale, condizione di tutti gli altri. Perciò esso deve
essere protetto più di ogni altro. Non spetta alla società, non spetta alla
pubblica autorità, qualunque ne sia la forma, riconoscere questo diritto ad
alcuni e non ad altri: ogni discriminazione è iniqua, sia che si fondi sulla
razza, sul sesso, sul colore o sulla religione. Non è il riconoscimento da
parte degli altri che costituisce questo diritto; esso esige di essere
riconosciuto ed è strettamente ingiusto il rifiutarlo. 12. Una discriminazione fondata
sui diversi periodi della vita non è giustificata più di qualsiasi altra. il
diritto alla vita resta intatto in un vegliardo, anche molto debilitato; un
malato incurabile non l'ha perduto. Non è meno legittimo nel piccolo appena
nato che nell'uomo maturo. In realtà, il rispetto alla vita umana si impone fin
da quando ha inizio il processo della generazione. Dal momento in cui l'ovulo è
fecondato, si inaugura una vita che non è quella dei padre o della madre, ma di
un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso
umano se non lo è fin da allora. 13. A questa evidenza di sempre
(perfettamente indipendente dai dibattiti circa il momento dell'animazione)
(19), la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato
come dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo
vivente: un uomo, quest'uomo individuo con le sue note caratteristiche già ben
determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l'avventura di una vita umana,
di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per
trovarsi pronta ad agire. Il meno che si possa dire è che la scienza odierna,
nel suo stato più evoluto, non dà alcun appoggio sostanziale ai difensori
dell'aborto. Del resto, non spetta alle scienze biologiche dare un giudizio
decisivo su questioni propriamente filosofiche e morali, come quella dei
momento in cui si costituisce la persona umana e quella della legittimità
dell'aborto. Ora, dal punto di vista morale, questo è certo: anche se ci fosse
un dubbio concernente il fatto che il frutto dei concepimento sia già una
persona umana, è oggettivamente un grave peccato osare di assumere il rischio
di un omicidio. “E' già uomo colui che lo sarà” (20). RISPOSTA AD ALCUNE OBIEZIONI 14. La legge divina e la ragione naturale escludono, dunque,
qualsiasi diritto di uccidere direttamente un uomo innocente. Tuttavia, se le ragioni addotte
per giustificare l'aborto fossero sempre manifestamente cattive e prive di
valore, il problema non sarebbe così drammatico: la sua gravità deriva dal
fatto che in certi casi, forse abbastanza numerosi, rifiutando l'aborto si reca
pregiudizio a beni importanti, che è normale voler salvaguardare e che possono
anche apparire, talora, prioritari. Non possiamo misconoscere queste gravissime
difficoltà: può essere ad es. una grave questione di salute, talvolta di vita o
dì morte, per la madre; può essere l'aggravio che rappresenta un figlio in più,
soprattutto se ci sono buone ragioni per temere che egli sarà anormale o
rimarrà minorato; può essere il rilievo che, in diversi ambienti, hanno o
assumono le questioni di onore e di disonore, di declassamento sociale, ecc.;
noi affermiamo solamente che mai alcuna di queste ragioni può conferire
oggettivamente il diritto di disporre della vita altrui anche se in fase
iniziale; e, per quanto concerne l'infelicità futura dei bambino, nessuno,
neppure il padre o la madre, può sostituirsi a lui, anche se è ancora allo
stato embrionale, per preferire a suo nome la morte alla vita. Egli stesso,
raggiunta l'età matura, non avrà mai il diritto di scegliere il suicidio; tanto
meno, dunque, finché non ha l'età per decidere da solo, potranno essere i suoi
genitori a scegliere la morte per lui. La vita, insomma, è un bene troppo
fondamentale perché possa essere posta a confronto con certi inconvenienti,
benché gravissimi (21). 15. Nella misura in cui il
movimento di emancipazione della donna tende essenzialmente a liberarla da
tutto ciò che rappresenta un'ingiusta discriminazione, esso è perfettamente
legittimo (22). Nelle diverse forme di civiltà, vi è certo molto da fare a
questo riguardo; ma non si può cambiare la natura, né sottrarre la donna, come
neanche l'uomo, a ciò che la natura ad essi richiede. Dei resto, ogni libertà
pubblicamente riconosciuta ha sempre come limiti i diritti certi degli altri. 16. Altrettanto bisogna dire
circa la rivendicazione della libertà sessuale. Se con questa espressione sì
intendesse la padronanza, progressivamente acquisita, della ragione e del vero
amore sugli impulsi dell'istinto, senza svalutare il piacere, ma mantenendolo
al suo giusto posto, e la padronanza, in questo campo, è la sola autentica
libertà, non ci sarebbe nulla da eccepire: una tale libertà, infatti, si
guarderà sempre dall'attentare alla giustizia. Ma se, al contrario, si intende
affermare che l'uomo e la donna sono “liberi” di ricercare il piacere sessuale
a sazietà, senza tener conto dì nessuna legge né dell'ordinazione essenziale
della vita sessuale ai suoi frutti di fecondità (23), siffatta opinione non ha
nulla di cristiano, ed è anche indegna dell'uomo. In ogni caso, essa non
conferisce alcun diritto a disporre della vita altrui, fosse anche allo stato
embrionale, e a sopprimerla coi pretesto che essa arreca fastidio. 17. I progressi della scienza
aprono ed apriranno sempre più alla tecnica la possibilità di compiere
interventi ingegnosi, le cui conseguenze possono essere assai gravi, in bene
come in male. Si tratta di conquiste, di per sé mirabili, dello spirito umano.
Ma la tecnica non potrebbe sfuggire al giudizio della morale, perché essa è
fatta per l'uomo e ne deve rispettare le finalità. Come non si ha il diritto di
utilizzare, indiscriminatamente, cioè a qualunque fine, l'energia nucleare,
così non si è autorizzati a manipolare in qualunque senso la vita umana: ciò
non può avvenire che a servizio dell'uomo, per assicurare meglio l'esercizio
delle sue capacità normali, per prevenire o guarire le malattìe, per concorrere
al suo migliore sviluppo. E' vero, sì, che il progresso delle tecniche rende
sempre più facile l'aborto precoce, ma non per questo ne risulta modificata la
valutazione morale. 18. Sappiamo bene quanto può
esser grave per certe famiglie e per certi paesi il problema della regolazione
delle nascite: è per questo che il recente Concilio e, successivamente,
l'enciclica Humanae vitae, del 25
luglio 1968, hanno parlato di “paternità responsabile” (24). Ciò che vogliamo
ripetere con forza ‑ come l'hanno richiamato la costituzione conciliare Gaudium et spes, l'enciclica Populorum progressio ed altri documenti
pontifici ‑ è che mai, per nessun pretesto, può essere utilizzato
l'aborto, né da parte della famiglia né da parte dell'autorità politica, come
un mezzo legittimo per la regolazione delle nascite (25). L'offesa dei valori
morali costituisce sempre, per il bene comune, un male più grande di qualsiasi
altro inconveniente di ordine economico e demografico. LA MORALE E IL DIRITTO 19. La discussione morale sì
accompagna, un po' dappertutto, a gravi dibattiti giuridici. Non vi è alcun
paese la cui legislazione non proibisca e non punisca l'omicidio; molti di
essi, inoltre, hanno determinato questa proibizione e queste pene per il caso
specifico dell'aborto procurato. Ai nostri giorni, un vasto movimento di
opinione reclama una liberalizzazione di quest'ultima proibizione, ed esiste
già una tendenza abbastanza diffusa a voler restringere il più possibile ogni
legislazione repressiva, soprattutto quando sembra che essa interferisca nel
settore della vita privata. Si riprende, inoltre, l'argomento dei pluralismo:
se molti cittadini, e in particolare, i membri della Chiesa cattolica,
condannano l'aborto, molti altri lo ritengono lecito, almeno dal punto di vista
dei minor male: perché allora imporre a questi di seguire un'opinione che non
condividono, soprattutto in un paese in cui fossero la maggioranza? D'altronde,
dove esistono ancora le leggi che condannano l'aborto, esse si rivelano
difficili da applicare: il delitto è divenuto troppo frequente perché si possa
sempre infierire, ed i pubblici poteri trovano spesso più prudente chiudere gli
occhi. Senonché, mantenere una legge che non si applica non si risolve mai
senza danno per l'autorità di tutte le altre leggi. Bisogna aggiungere che
l'aborto clandestino espone le donne che si rassegnano a ricorrervi ai più
gravi pericoli non solo per la loro fecondità futura, ma anche, spesso, per la
loro stessa vita. Pur continuando a considerare l'aborto come un male, il
legislatore non può forse proporsi di limitarne i danni? 20. Queste ragioni, ed altre
ancora che si intravedono da diversi punti di vista, non sono, però, valide per
la legalizzazione dell'aborto. E' vero che la legge civile non può voler
abbracciare tutto l'ambito della morale, o punire tutte le colpe: nessuno pretende
questo da essa. Spesso essa deve tollerare ciò che, in definitiva, è un male
minore, per evitarne uno più grande. Bisogna, tuttavia, far bene attenzione a
ciò che può comportare un cambiamento di legislazione: molti prenderanno per
un'autorizzazione quel che, forse, altro non è che una rinuncia a punire. Ed
ancora, nel caso presente, tale rinuncia sembra comportare che il legislatore
non consideri più l'aborto come un crimine contro la vita umana, poiché
l'omicidio resta sempre gravemente punito E' vero che la legge non ha il
compito di scegliere tra le diverse opinioni, o di imporne una a preferenza di
un'altra. Ma la vita dei bambino prevale su qualsiasi opinione, e non si può
invocare la libertà di pensiero per togliergliela. 21. La funzione della legge non
è di registrare passivamente quel che si fa, ma di aiutare a far meglio. E', in
ogni caso, missione dello Stato quella di tutelare i diritti dì ciascun
cittadino, e di proteggere i più deboli: gli occorrerà per questo riparare
molti torti. La legge non è obbligata a sanzionare tutto, ma non può andare
contro una legge più profonda e più augusta di ogni legge umana: la legge
naturale, la quale è inscritta dal Creatore nel cuore dell'uomo come norma che
la ragione discopre e si adopera a ben formulare, che bisogna costantemente
sforzarsi a meglio comprendere, ma che è sempre male contraddire. La legge
umana può rinunciare a punire, ma non può dichiarare onesto quel che sarebbe
contrario al diritto naturale, perché tale opposizione basta a far sì che una
legge non sia una legge. 22. Dev'essere, in ogni caso,
ben chiaro che un cristiano non può mai ubbidire ad una legge intrinsecamente
immorale, e questo è il caso di una legge che ammettesse, in linea di
principio, la liceità dell'aborto. Egli non può né partecipare ad una campagna
di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio dei
suo voto. Non potrà neppure collaborare alla sua applicazione. Non si può
ammettere, per esempio, che medici ed infermieri vengano obbligati a concorrere,
in modo prossimo ad un aborto e a dover scegliere tra la legge cristiana e la
loro posizione professionale. 23. Spetta, invece, alla legge
il dovere di promuovere una riforma della società e delle condizioni di vita in
tutti gli ambienti ‑ a cominciare da quelli meno favoriti ‑
affinché sia resa possibile, sempre e dappertutto, ad ogni bambino che viene in
questo mondo un'accoglienza degna dell'uomo. Aiuto alle famiglie ed alle madri
nubili, assicurare sussidi ai bambini, statuto per i figli naturali e
conveniente regolazione dell'adozione: bisogna, cioè promuovere tutta una
politica positiva, perché si abbia sempre un'alternativa concretamente
possibile ed onorevole all'aborto. CONCLUSIONE 24. Seguire la propria coscienza
nell'obbedienza alla legge di Dio non è sempre una via facile. Ciò può
comportare sacrifici ed aggravi, di cui non è lecito disconoscere il peso;
talvolta, ci vuole eroismo per restare fedeli a tali esigenze. In pari tempo
dobbiamo, però, sottolineare che la via dell'autentica espansione della persona
umana passa per questa costante fedeltà alla coscienza mantenuta nella
rettitudine e nella verità, mentre esortiamo tutti coloro che ne hanno i mezzi,
ad alleviare i pesi che schiacciano ancora tanti uomini e donne, tante famiglie
e bambini, posti come sono dinanzi a situazioni umanamente insolubili. 25. La valutazione di un
cristiano non può limitarsi all'orizzonte della sola vita terrena: egli sa che,
in seno alla vita presente, se ne prepara un'altra, la cui importanza è tale
che alla sua luce bisogna esprimere i propri giudizi (26). Da questo punto di
vista, non esiste quaggiù un male assoluto, fosse pure l'orribile sofferenza di
allevare un bambino deficiente. E' questo il rovesciamento di valori annunciato
dal Signore: Beati coloro che piangono,
perché saranno consolati (Mat
5,5). Sarebbe un volger le spalle al Vangelo, se si misurasse la felicità con
l'assenza delle sofferenze e delle miserie in questo mondo. 26. Ciò non significa che si
possa restare indifferenti a queste pene e miserie. Ogni uomo di cuore e
certamente ogni cristiano deve esser pronto a fare il possibile, per portarvi
rimedio: è questa la legge della carità, la cui prima preoccupazione deve esser
sempre quella di instaurare la giustizia. Non si può mai approvare l'aborto, ma
e necessario, anzitutto, combatterne le cause. Tutto ciò include un'azione
politica e questa sarà, in particolare, ciò che compete alla legge. Ma bisogna,
nel medesimo tempo, incidere sui costumi, bisogna impegnarsi attivamente per
tutto quanto può aiutare le famiglie, le madri e i bambini. Progressi notevoli
son già stati compiuti dai medici a servizio della vita; c'è da sperare che
essi procederanno ulteriormente secondo la vocazione dei medico, che non è
quella di sopprimere la vita, ma di conservarla e di favorirla nella maniera
migliore. E' dei pari auspicabile che si sviluppino, attraverso istituzioni
adeguate o ‑ in loro mancanza ‑ grazie allo slancio della
generosità e della carità cristiana, tutte le forme di assistenza. Non si agirà efficacemente sul
piano dei costumi, se non si lotta egualmente sul piano delle idee. Non si può
lasciare diffondersi, senza contraddirla, una maniera di vivere ed ancor più,
forse, di pensare, che considera la fecondità una disgrazia! E' vero che non
tutte le forme di civiltà sono egualmente favorevoli alle famiglie numerose, e
che queste trovano più gravi ostacoli nella civiltà di tipo industriale ed
urbano. Per questo, la Chiesa in questi ultimi tempi ha insistito sull'idea
della paternità responsabile, come esercizio di vera prudenza, umana e
cristiana. Una tale prudenza non sarebbe autentica, se non includesse la
generosità: essa deve mantenersi cosciente della grandezza di un compito, qual
è la collaborazione col Creatore nella trasmissione della vita, la quale
arricchisce di nuovi membri la comunità umana, e dona nuovi figli alla Chiesa.
Preoccupazione fondamentale della Chiesa di Cristo è di proteggere e di
favorire la vita. Indubbiamente, essa pensa innanzi tutto alla vita che Cristo
è venuto a portare sulla terra “Io sono
venuto perché gli uomini abbiano la vita e l'abbiano in sovrabbondanza” (Giov 10,10). Ma la vita, a tutti i suoi
livelli, viene da Dio, e la vita corporea rappresenta per l'uomo
l'indispensabile inizio. In questa vita sulla terra il peccato ha introdotto,
moltiplicato ed aggravato la sofferenza e la morte; ma Gesù Cristo, prendendo
su di sé tali pesi, li ha trasformati. Per coloro che credono in lui, la
sofferenza e la stessa morte diventano strumenti di resurrezione. Perciò san
Paolo ha potuto affermare: Ritengo che le
sofferenze del tempo presente non possano essere paragonate con la futura
gloria, che si rivelerà a noi (Rom
8,18). E volendo fare un paragone, aggiungeremo con lui: “Infatti il
momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità
smisurata ed eterna dì gloria” (2Cor
4,17). Sua santità Paolo VI, nel corso dell'udienza concessa al sottoscritto
segretario della sacra Congregazione per la dottrina della fede, il 28 giugno
1974, ha ratificato e confermato questa dichiarazione sull'aborto procurato, ed
ha ordinato che sia pubblicata. Roma, 18 novembre 1974. FRANCESCO card. SEPER prefetto + GIROLAMO HAMER arcivescovo tit. di Lorium ‑
segretario ANNOTAZIONI 1. Si troverà un certo numero di
documenti episcopali in G. CAPRILE, Non
uccidere. Il magistero della Chiesa
sull'aborto. Parte II, p. 47‑300, Roma 1973. 2. Regimíni ecclesiae universae,
III, 1, 29. Cfr. Ibid., 31
AAS 59 (1967), 897. 3. Lumen gentium, n. 12 (AAS 57 (1965), 16‑17).
La
presente dichiarazione non considera tutte le questioni che possono porsi nei
riguardi dell'aborto: spetta ai teologi esaminarle e discuterne. Essa richiama
soltanto alcuni principi fondamentali che debbono essere per questi stessi
teologi una luce e una regola, e per tutti i cristiani la conferma di certezze
fondamentali della dottrina cattolica. 4. Lumen gentium, n. 25 (AAS 57 (1965), 29‑31). 5 Gli autori sacri non fanno
considerazioni filosofiche sull'animazione, ma parlano dei periodo della vita
che precede la nascita come oggetto dell'attenzione di Dio: egli crea ed egli
forma l'essere umano, quasi plasmandolo con la sua mano. Sembra che questo tema
abbia la sua prima espressione in Ger 1,5. Lo si ritroverà in molti altri
testi: cfr. ls 49,13; 46,3; Giob 10,8‑12; Sal 22, 10; 71,6; 139,13. Nel
Vangelo leggiamo in san Luca 1,44: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è
giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”. 6 Didaché Apostolorum, ed. FUNK, Patres
Apostolici, V, 2; La lettera di
Barnaba, XIX, 5, utilizza le medesime espressioni (FUNK, o. c., 91‑93). 7 ATENAGORA, Apologia per i cristiani, 35 (PG 6, 970:
Sources Chrétiennes (SC) 3, p. 166‑167).
Ci si riferisce anche alla Lettera a
Diogneto, V, 6 (FUNK, o. c., I, 399: SC
33), che dice dei cristiani: “Essi procreano figli, ma non eliminano i feti”. 8 TERTULLIANO, Apologeticum, IX, 8 (PL 1, 371‑372: Corp. Christ. I, p. 103, l. 31‑36). 9 Canone 21 (MANSI, 14, p. 909).
Cfr. il Concilio di Elvira, canone 63 (MANSI, 2, p. 16) e di Ancira, canone 21 (ibid., 519). Si veda anche il decreto
di Gregorio III riguardante la penitenza da imporre a coloro che si rendono
colpevoli di tale crimine (MANSI, 12, 292, c. 17). 10 GRAZIANO, Concordantia discordantium canonum, c.
20, C. 2, p. 2. Durante il medioevo, si ricorre spesso all'autorità di
sant'Agostino, il quale scrive a tale proposito nel De nuptiis et concupiscentiis, c. 15: “ Talvolta questa crudeltà
libidinosa o questa libidine crudele giungono a procurarsi delle pozioni che
rendono sterili. Se il risultato non viene raggiunto, la madre estingue la vita
ed espelle il feto che era nelle sue viscere di modo che il bimbo muore prima
d'esser vissuto o, se il bimbo viveva già nel seno materno, viene ucciso prima
di nascere” (PL 44, 423‑424: CSEL 33, 619; cfr. il Decreto di Graziano, q. 2, C. 32, c. 7). 11 Commento alle Sentenze, libro IV, dist. 31, esposizione del testo. 12 Costituzione Effraenatum del 1588 (Bullarium romanum,
V, 1, pp. 25‑27; Fontes iuris
canonici, 1, n. 165, p. 308‑311). 13 Dz‑Sch., 1184, cfr.
anche la cost. Apostolicae sedis di
Pio IX (Acta PII IX, V, 55‑72; ASS 5 (1869), 305‑331; Fontes iuris canonici, III, n. 552, p.
24‑31). 14 Enc. Casti connubii, AAS 22 (1930), 562‑565; Dz.‑Sch., 3719‑21. 15 Le dichiarazioni di Pio XII
sono esplicite, precise e numerose; da sole richiederebbero uno studio
completo. Citiamo soltanto, perché formula il principio in tutta la sua
universalità, il discorso all'Unione italiana medicobiologica “San Luca”, dei
12 novembre 1944: “ Finché un uomo non è colpevole, la sua vita è intangibile,
ed è quindi illecito ogni atto tendente direttamente a distruggerla, sia che
tale distruzione venga intesa come fine o soltanto come mezzo al fine, sia che
si tratti di vita embrionale o nel suo pieno sviluppo ovvero giunta ormai al
suo termine” (Discorsi e radiomessaggi,
VI, 183ss.) 16
Enc. Mater et magistra, AAS 53
(1961), 447. 17 Gaudium et spes, II, c. 1, n. 51; cfr.
n. 27 (AAS 58 (1966), 1072; cfr. 1047). 18 Alloc. Salutiamo con paterna effusione, del 9 dicembre 1972, AAS 64
(1972), 777. Tra le testimonianze di questa dottrina immutabile si ricorda la
dichiarazione del santo Ufficio, che condanna l'aborto diretto (ASS 17 (1884), 556; 22 (1888‑1890),
748; Dz.‑Sch. 3258). 19 Questa dichiarazione lascia
espressamente da parte la questione circa il momento della infusione dell'anima
spirituale. Non c'è su tale punto tradizione unanime e gli autori sono ancora
divisi. Per alcuni, essa ha inizio fin dal primo istante; per altri, essa non
può precedere almeno l'annidamento. Non spetta alla scienza di prendere
posizione, perché l'esistenza di un'anima immortale non appartiene al suo
campo. E' una discussione filosofica, da cui la nostra affermazione morale
rimane indipendente per due ragioni 1) pur supponendo una animazione tardiva,
esiste già una vita umana, che prepara e richiede quest'anima nella quale si
completa la natura ricevuta dai genitori; 2) d'altronde, basta che questa
presenza dell'anima sia probabile (e non si proverà mai il contrario) perché
toglierle la vita significhi accettare il rischio di uccidere un uomo, non
soltanto in attesa, ma già provvisto della sua anima. 20 TERTULLIANO, citato nella
nota 8. 21 Il card. Villot, segretario
di Stato, scriveva il 10 ottobre 1973, al card. Döpfner, circa la protezione
della vita umana: “(La Chiesa) però non può riconoscere come leciti, al fine di
superare tali difficili situazioni, né i mezzi contraccettivi né, ancora di
meno, l'aborto” (L'Osservatore romano,
ed. tedesca, 26 ottobre 1973, p. 3). 22 Enc. Pacem in
terris, AAS 55 (1963), 267; cost. Gaudium et spes, n. 29; Paolo VI, Alloc. Salutiamo, AAS 64 (1972), 779. 23 Gaudium et spes, II, c. 1, 48: “Per sua indole naturale, l'istituto
stesso dei matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla
educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento”. Ibidem, n. 50: “Il matrimonio e l'amore
coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della
prole”. 24 Gaudium et spes, n. 50 e 51; PAOLO VI, Enc. Humanae vitae, n. 10 (AAS 60 (1968), 487). La paternità
responsabile suppone l'uso dei soli mezzi leciti dei controllo delle nascite;
cfr. Humanae vitae, n. 14 (ibid.,
490). 25 Gaudium et spes, n. 87; PAOLO VI, Enc. Populorum progressio, n. 37; Alloc. alle Nazioni unite, AAS 57 (1965), 883; GIOVANNI XXIII, Enc.
Mater et magistra, AAS 53 (1961), 445‑448. 26 Il cardinale Villot,
segretario di Stato, scriveva al congresso mondiale dei medici cattolici,
conclusosi a Barcellona il 26 maggio 1974: “Per quanto concerne la vita umana,
questa non è certamente univoca; piuttosto si potrebbe dire che è un fascio dì
vite. Non si possono ridurre, senza mutilarle gravemente, le zone dei suo
essere le quali, nella loro stretta dipendenza e interazione, sono ordinate le
une alle altre: zona corporea, zona affettiva, zona mentale, e quella zona
profonda dell'anima, dove la vita divina, ricevuta per la grazia, può di.
spiegarsi mediante i doni dello Spirito santo” (L'Osservatore romano, 29 maggio 1974). |