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La competenza bioetica come indispensabile complemento nella professione ostetrica La capacità tecnica di ottenere
la fecondazione in vitro (FIV) di un embrione umano e trasferirlo
successivamente in utero (FIVET), grazie alle nuove biotecnologie riproduttive,
ha suscitato nell’opinione pubblica stupore e turbamento. La biologia permette
di realizzare l’aspirazione di generare un figlio in qualsiasi soggetto lo
desideri (gli aspetti antropologici dei soggetti non sono di interesse per la
riuscita dell’intervento tecnico) e la realizzazione di queste forme inedite di
genitorialità, segnalata dai mass media, ha evidenziato la valenza sociale in
gioco nell’assistenza alla procreazione (AMP). L’interrogativo: “è bene, è
giusto, realizzare tutto ciò che è tecnicamente possibile fare?” è sorto
immediato; interrogativo che è comune a più aree di intervento umano, tutte o
quasi connesse con le biotecnologie, e all’origine della bioetica. La bioetica è nata, infatti,
dalla convinzione diffusa che non sia lecito all’uomo tradurre in fattibilità
pratica tutto ciò che la conoscenza teorica permette. Ha interpretato se stessa
come ponte tra il sapere scientifico-sperimentale, che apre orizzonti
strabilianti, e il sapere antropologico, che si interroga sul senso del fare tecnico. Dialogo difficile, nuovo, da costruire
grazie al dibattito bioetico. L’operatore sanitario si trova
costretto a fare bioetica nella pratica
quotidiana, nella decisione che deve prendere quando il soggetto che vuole
superare l’incapacità naturale di generare un figlio richiede il suo intervento
professionale e umano. Per questo diventa ormai indispensabile per l’ostetrica
conoscere procedura tecnica e problematiche, tenendo presente che il luogo in
cui svolge la sua professione - ospedale pubblico, territorio, clinica privata
– la mette di fronte a realtà differenti. L’ostetrica che opera in ambito pubblico deve
possedere, oltre alla sua competenza professionale e alla deontologia specifica
del settore clinico in cui opera, una buona
conoscenza sulle nuove biotecnologie riproduttive che consentono la
fecondazione dell’ovulo e dello stato della letteratura relativa a ciascuna di
esse. È necessario un continuo aggiornamento sullo stato dell’arte mediante
informazione personale (lettura di riviste di bioetica, di ostetricia) e
partecipazione a corsi di formazione/aggiornamento in bioetica, per conoscere
rischi possibili e probabili per
ciascuna di esse, implicazioni cliniche, giuridiche ed etiche. Ma non può ignorare
neppure le circolari ministeriali relative alla PMA e i limiti che le aziende
pubbliche devono rispettare per operare legittimamente (circolare Degan, fecondazione omologa entro la coppia, fecondazione
di 3 embrioni, congelamento solo se necessario per quella coppia). L’ostetrica che opera in strutture private non può
dimenticare che in ambito privato la circolare Degan non è vincolante, per cui
diventa di fatto possibile la fecondazione
eterologa (cioè con donatore/donatrice) verso qualsiasi soggetto richieda l’AMP, mediante qualsiasi tecnica a discrezione del medico che procede alla FIV. Diventa indispensabile conoscere il protocollo che si utilizza
e saperlo interpretare nelle sue
parti, senza preconcetti, ma con onestà intellettuale, per essere in grado di
dire, all’interno dell’équipe, la propria opinione al proposito. In
particolare, è importante leggere con attenzione il foglio informativo e il
modulo di consenso informato,
discutendo in seno all’équipe i passaggi che risultano oggetto di dissenso. Ciò
va fatto, anche se si presuppone poco probabile una modifica della modulistica. Se richiesta, l’ostetrica deve
poter rispondere in modo esauriente al
soggetto richiedente fornendo informazioni e spiegazioni circa il protocollo
in modo chiaro, senza timori di invadere la sfera privata della donna per il
fatto di chiarire il senso della formulazione del testo, ma anche senza imporre
la propria visione di vita. Un conto è chiarire che l’ovulo fecondato è
l’embrione, perché è un dato biologico, altro è imporre la propria visione
anche se la si ritiene giusta. L’obiettivo
da proporsi dovrebbe essere, oltre alla capacità di dialogare e rispondere in
modo completo agli interrogativi del soggetto, l’attenzione a non trascurare la dimensione simbolica
che investe la nascita dell’uomo, perché tacerla sarebbe un falsificare
l’evento che la nascita, pur se iniziata in un vetrino, rappresenta per tutti.
Eludere la dimensione simbolica, il mistero che racchiude la nascita, impedisce
all’uomo di viverla pienamente, consapevolmente, in modo tipicamente umano. La delicatezza della situazione
reale, professionale e culturale, richiede la disponibilità ad un dialogo
interprofessionale e interpersonale, su quegli aspetti tecnici e relazionali
che inquietano l’opinione pubblica e nel dibattito bioetico non hanno ancora
trovato risposta condivisa. Di qui la necessità di continuo aggiornamento in
bioetica, per raggiungere la duplice abilità di rispondere alle domande del
soggetto richiedente e dialogare con
tutta l’équipe, illustrando le proprie idee con argomentazioni razionali e fondate, con dati obiettivi, quali
Risoluzioni e Raccomandazioni europee, leggi statali, leggi internazionali,
codici professionali. Particolarmente delicato è il
ruolo di chi si trova a svolgere la
professione ostetrica in un consultorio. È senz’altro la figura
professionale soggetta a maggiori difficoltà, perché molto spesso la coppia o
la donna si rivolge a lei per avere le prime e fondamentali informazioni: cos’è
esattamente una fecondazione assistita, l’indicazione di un Centro cui rivolgersi;
spiegazioni circa il protocollo di cui spesso sono in possesso. In presenza di
soggetti a rischio di trasmissioni di patologie genetiche, si affaccia anche la
richiesta circa la possibilità di consiglio genetico. Non è rara la domanda
sulla natura degli embrioni conservati: materiale embrionale o figlio? Per espletare al meglio la sua
professionalità, l’ostetrica deve essere esattamente informata sui punti
delicati della AMP, per affrontare la difficile domanda: “cosa farebbe al mio
posto?”. Una via può essere aiutare i richiedenti a trovare la risposta giusta
a partire dalla realtà della situazione: si è in presenza di persone che
desiderano avere un figlio e l’embrione sarà il primo momento di relazione col
figlio atteso e ormai presente nel vetrino. Per condurre un buon dialogo in
situazioni emotivamente difficili, è indispensabile essere formata ad un’etica
della comunicazione in sanità, ma soprattutto della comunicazione
interpersonale. Per l’ostetrica è molto importante migliorare la capacità personale
di relazionarsi con gli altri, di conoscere tecniche di comunicazione
consapevole, perché uno dei primi momenti concreti dell’avvio del progetto di
generare un figlio mediante biotecnologie passa attraverso il contatto con
l’ostetrica. E il dialogo nel momento iniziale dell’AMP è estremamente
significativo e importante per il buon andamento dell’iter procreativo. Nel caso dell’AMP, oggetto “caldo” nel dibattito bioetica, è indispensabile per tutte le professioni implicate conoscere le impostazioni etiche su cui si fondano le argomentazioni delle differenti correnti culturali ed etiche sui singoli nodi problematici ancora aperti nel dibattito bioetico insieme alla ragioni del dissenso. È questo una via per conoscere in modo non emotivo ma consapevole la propria posizione etica. Per una corretta valutazione delle differenti proposte occorre analizzare non solo lo snodarsi delle argomentazioni, ma il punto da cui muove il ragionamento etico. Questo processo di autochiarimento va misurato sulle questioni-chiave dell’AMP, e cioè: è obbligatorio soddisfare ogni
desiderio di generazione e/o di salute? In ragione di quali criteri,
deontologici, giuridici, etici? Che relazione c’è tra quel
concreto organismo allo stato di embrione e lo stesso organismo allo stato
adulto? Che relazione c’è tra il
progetto procreativo che ha spinto la coppia all’AMP, l’avvenuta fecondazione
degli embrioni e la coppia da cui gli embrioni hanno avuto origine? Mariella
Lombardi Ricci Professore a
contratto di bioetica UCSC – Sede parallela di Torino Presidente del Comitato Etico dell’ASL2 savonese |