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Il neonato anencefalico: antropologia e
concetto di morte ANTROPOLOGIA Le riflessioni bioetiche, ed i relativi interrogativi, che
il feto ed il neonato anencefalico evocano sono
incentrate essenzialmente su due campi: le cure da prestare alla nascita e la
possibilità di donazione d’organi. Ma valutazione previa è la determinazione della identità del soggetto anencefalico,
vale a dire la identificazione della dimensione antropologica che, unitamente a
quella scientifica e giuridico-deontologica, ci permette di formulare e giustificare il
giudizio etico. Il feto anencefalico, effetto di
generazione umana, ha una forma umana ed è teleologicamente
diretto, fin dalla fecondazione, con un principio vitale proprio. Non esiste
differenza alcuna, né sotto il profilo ontologico né assiologico,
per l’anencefalo in cui permane una tendenza, una
capacità ad esprimere se stesso oltre il corpo: essere non semplicemente
empirico ma in senso metafisico come essenza o natura, ovvero un’essenza che
precede un’esistenza. Ciò significa che si tratta di un individuo della specie
umana da rispettare come persona, che ha una ben specifica individualità non
solo biologica ma strettamente antropologica, né naturalistica né culturale. Ne
consegue che a partire dal riconoscimento della difesa della identità
è possibile, poi, operare per la difesa della dignità della vita. E l’anencefalo ha identità e
dignità umana. Invece, la sola identità di persona in senso sociale viene assegnata
all’anencefalo da coloro che, secondo una visione funzionalistico-attualistica, non gli riconoscono criteri
di efficienza e funzionalità, negandogli natura ontologica. Secondo H.T. Engelhardt “… Non tutti gli esseri umani sono persone. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi
e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono
esempi di non persone umane. Tali entità sono membri della specie umana. Non
hanno status, in sé e per sé, nella comunità
morale. Non sono partecipanti primari all’impresa morale. Solo le persone umane
hanno questo status ”. Il
riconoscimento del solo statuto sociale
alla identità personale, in quanto non dotato l’anencefalo di coscienza e razionalità, gli assegnerebbe un
ruolo ed una dignità che originano da fini non propri ma di quelli dei genitori
ed in generale degli altri membri della comunità sociale che potrebbero
beneficiare dell’espianto dei suoi
organi per la donazione. In tal modo il rispetto della dignità della persona
non si evincerebbe dal suo statuto ontologico ma soltanto dalla considerazione
che, in qualità di donatore di organi, si configura la
sua persona come fine. E’ la natura ontologica della persona che viene negata all’anencefalo in
siffatta concezione che assegna priorità assoluta alla funzione raziocinante e
relazionale, biologicamente dipendenti dalla corteccia cerebrale anche in
persistenza di funzione del tronco cerebrale. MORTE CORTICALE
e MORTE CEREBRALE TOTALE :
UTILITARISMO E PERSONALISMO ONTOLOGICO La definizione di morte cerebrale nell’anencefalo rappresenta tema di ineludibile rilievo
etico. Evidentemente superfluo risulta il ricorrere
alla valutazione del flusso cerebrale ed all’elettroencefalogramma, mentre la
specificazione della morte del tronco cerebrale può essere effettuata mediante
la determinazione della scomparsa dei riflessi già precedentemente evocati,
indicativi di pregressa normofunzionalità dei nervi
cranici, e con il prolungarsi dell’apnea per almeno 24 ore . Non sempre, però,
i riflessi sono dimostrabili in quanto frequentemente
nell’anencefalico si associano anomalie dei nervi
cranici, pertanto l’assenza fin dalla nascita di riflessi non significa che ci
sia la morte del tronco cerebrale .
Sotto il profilo bioetico il
problema che si pone, e non solo per gli anencefalici,
è la differenziazione tra morte cerebrale totale e morte corticale. Nella morte
cerebrale totale si assiste alla cessazione definitiva di tutte le funzioni del
cervello e vale a dire sia della corteccia che del tronco; per la morte
corticale sarebbe sufficiente il riscontrare la cessazione definitiva delle
funzioni della corteccia cerebrale ma tale interpretazione non si può ritenere
condivisibile in quanto nella morte corticale
permangono integre le funzioni, omeostatiche e
vegetative, che sono regolate dalla permanente attività del tronco cerebrale,
sebbene siano compromesse
definitivamente le funzioni correlate alla coscienza. Nell’anencefalo
si configurerebbe, secondo alcuni autori, uno status particolare in cui non ci
sarebbe “la morte cerebrale” (brain dead) ma
“l’assenza cerebrale” (living but brain absent), la cui
conseguenza sarebbe una classificazione a parte per i pazienti anencefalici. Certo, le difficoltà di accertamento della morte
cerebrale nel neonato anencefalico sono evidenti così
come i tempi di osservazione necessari per avere la sicurezza della morte
dell’encefalo. Pertanto l’assenza della respirazione spontanea e più
specificamente dell’attività cardiorespiratoria,
attività più importanti regolate dal tronco cerebrale, potrebbe costituire
l’elemento primario per stabilire la cessazione della funzionalità del tronco
cerebrale. Nell’analisi bioetica il criterio della morte cerebrale totale evoca un’immagine di “unitotalità della persona”, pensata nell’obiettiva
unitarietà corporea dell’organismo e da cui ne consegue che la mancanza
dell’autocoscienza non significa la morte biologica dell’organismo. Nella morte
corticale, invece, il discrimine tra vita e morte è segnato dalla capacità di autocoscienza ovvero dalla
possibilità di poter svolgere una attività simbolica e la traduzione in ambito assiologico di tale criterio comporta la negazione della
qualifica di persona all’anencefalo. L’accettazione del criterio della morte corticale come indicativo
della morte della persona crea una sorta di pendio scivoloso (slippery slope), ovvero
si andrebbe oltre le originarie intenzioni e nella fattispecie ci si può fare
riferimento, ad esempio, ai malati in stato vegetativo persistente o con gravi
danni neurologici ed agli anziani con demenza. Nell’anencefalico, che non è
ritenuto in grado di avere alcun contatto con l’ambiente esterno né di provare
alcun tipo di sofferenza, non ci sarebbero diritti ed interessi da difendere e
pertanto, assegnando priorità alla concezione di morte corticale, non verrebbe violata una identità della quale non sarebbe in
possesso. Emerge una visione utilitaristica della stessa morte che massimizza
il bene che ne potrebbe derivare a favore di altre
persone (trapianti). Si verifica una sorta di
differenziazione, per il vero improponibile, tra una morte in sé ed una morte
per il trapianto ovvero la morte
corticale dell’anencefalo, unico riferimento per
praticare un trapianto, assumerebbe
valenza di utilità sociale con relativi caratteri di eticità. Così come
la ridotta aspettativa di vita del neonato anencefalico rappresenterebbe ulteriore motivo per
abbreviarne ulteriormente la durata, con il seguente assioma: è sacrificabile
una vita breve a vantaggio di altri con
aspettativa di vita più lunga. A tale visione si contrappone quella personalista che
riconosce al neonato anencefalico i caratteri di
persona vivente per la quale, nonostante la ridotta aspettativa
di vita, non possono né devono essere limitati o violati i relativi diritti e
dignità e la soppressione del neonato anencefalico, anche se finalizzato a salvare la vita di
altre persone, non è eticamente lecita. Interrogativi etici riguardano, evidentemente, la
rianimazione del neonato anencefalico. Sono
individuabili quattro diverse modalità assistenziali,
le cui dimensioni scientifiche e deontologiche si uniformano alle dimensioni
antropologiche che abbiamo precedentemente ricordato: a) una prima modalità è quella di sottoporre a ventilazione meccanica il
neonato con la finalità di procedere all’espianto degli organi secondo la
necessità ed anche in presenza di una regolare attività del tronco cerebrale:
tale procedura è eticamente inaccettabile in quanto
il neonato viene considerato morto per definizione; b) una seconda modalità è che il
neonato venga sottoposto a rianimazione fino alla scomparsa dell’attività del
tronco cerebrale: assistenza sproporzionata ed accanimento terapeutico
rappresentano i principi di riferimento; c) terza possibilità è di assistere il neonato con sole
terapie ordinarie fino alla comparsa di ipertensione o
bradicardia a cui segua rianimazione fino alla morte del tronco encefalico per
poi procedere all’espianto di organi: neonato strumentalizzato a mero
contenitore di organi e privato della sua propria dignità. Il presupposto
clinico a queste prime tre procedure è la necessità
che gli organi del donatore siano sottoposti ad una buona perfusione,
con il mantenimento di una buona funzionalità cardiorespiratoria
e che il ricorso a terapie eccezionali abbia una durata idonea a poter
praticare, successivamente, il trapianto . d) Quarta opzione, eticamente lecita, è di assistere il neonato ricorrendo
alle sole cure ordinarie e proporzionate (aspirazione dei secreti bronchiali,
alimentazione, idratazione) fino all’arresto cardiorespiratorio
escludendo interventi eutanasici neonatali
sia commissivi (attivi) che omissivi (passivi). Successivamente all’arresto cardiorespiratorio
si procede al prelievo degli organi ed in particolare di quelli più resistenti
all’ipossia quali i reni, le cornee, le valvole
cardiache. Con questa procedura si riconosce dignità al neonato anencefalo tutelato nel suo valore di persona che,
rifiutando l’accanimento terapeutico e la strumentalizzazione
della persona, rappresenta il principio etico di riferimento confacente alla
visione personalista ontologicamente fondata Romano Lucio[1] |