|
Il neonato anencefalico: epidemiologia e
clinica Con
il termine di anencefalia
(sinonimi: pseudoencefalia, disencefalia
extracranica, acleidoencefalia) si definisce una
malformazione del tubo neurale, incompatibile con la vita, ad eziologia
sconosciuta e di presumibile origine multifattoriale genetico-ambientale che, intervenuta tra il sedicesimo ed
il ventiseiesimo giorno di gestazione, comporta l’assenza completa o parziale
della volta cranica e dei tessuti sovrastanti con vario grado di malformazione
e distruzione degli abbozzi di cervello esposto. L’azione teratogena si realizza
nelle primissime settimane dell’embriogenesi. Dal quindicesimo giorno di vita
si forma la placca neurale che, a sua volta, dopo pochi giorni si invagina nel solco neurale. Dal
solco neurale origina il tubo neurale attraverso un raffinato processo che
comporta la chiusura del solco neurale a partire dalla sezione centrale del
solco stesso e per svolgersi, progressivamente, verso le estremità. Entro il
venticinquesimo giorno di vita si ultima la chiusura della estremità
craniale, entro il ventisettesimo giorno quello della estremità caudale. In
corrispondenza della estremità craniale del tubo
neurale, a partire dalla quarta settimana dal concepimento, si formano le
vescicole cerebrali dalle quali si sviluppano le strutture cerebrali, mentre la
parte rimanente del tubo neurale darà origine al midollo spinale. Se la noxa teratogena altera il meccanismo di chiusura del tubo
neurale, tra il quindicesimo ed il ventunesimo giorno dal concepimento, si avrà
la spina bifida se non avviene la chiusura del midollo spinale; si avrà l’anencefalia se non avviene la chiusura della regione
cefalica o vescicolare . Nella tipologia classica dell’anencefalia
non si evidenziano gli emisferi cerebrali ed i tessuti cranici che li
racchiudono ma si riscontra la presenza del tronco encefalico e di variabili
porzioni del diencefalo. Mutevole è, però, l’entità delle alterazioni
riscontrabili in quanto l’anencefalia
non è una malformazione del tipo tutto-nulla, ad
esempio l’assenza degli emisferi e del cervelletto può essere variabile. Ciò
significa che non è possibile procedere ad una rigida classificazione in quanto i quadri nosografici
possono andare da quelli meno gravi a quelli di franca anencefalia.
“La diagnosi differenziale va posta con:
la grave microcefalia (c’è il cranio, anche se piccolo), l’acrania
(in alcuni casi l’anencefalia rappresenta un evento
degenerativo secondario all’acrania), l’encefalocele (esiste la restante volta cranica), la sindrome
della banda amniotica (il difetto cranico è asimmetrico, c’è oligoidramnios e c’è sempre la presenza di difetti
associati a carico dell’addome o degli arti)”. L’incidenza, condizionata dai criteri diagnostici e dalle
misure di screening prenatale, è compresa in un range
di 0.3 – 1 per mille nati, comprendendo sia i nati morti che i nati vivi, con
una previsione di nascita annuale in Italia di circa 25 – 50 neonati anencefalici e con una incidenza,
negli ultimi 6 anni, di circa 0.5 – 1 per diecimila nati . E’ più frequente nella razza bianca
con rapporto maschi / femmine di 2:4. Il rischio di
ricorrenza è del 5% circa. Per quanto riguarda le malformazioni associate, queste
possono essere diverse: frequenti e gravi quelle a carico di organi
cranici quali l’occhio, l’orecchio e l’ipofisi, meno frequenti le alterazioni
dell’apparato cardiocircolatorio (2-8%) e
dell’apparato genitourinario (4-26%). Sotto il profilo funzionale il
feto anencefalico presenta un grave deficit sul piano
neurologico in quanto assenti le funzioni legate alla corteccia: i fenomeni
della vita psichica, la sensibilità, la motilità, l’integrazione di quasi tutte
le funzioni corporee. Essendo integro il tronco cerebrale permane, più o meno
valido, il controllo della funzione respiratoria e circolatoria, e delle
diverse funzioni che si basano prevalentemente su attività riflesse come ad
esempio la suzione e la deglutizione, la retrazione
degli arti agli stimoli dolorifici, il pianto e persino il sorriso. La sopravvivenza del neonato anencefalico,
certamente condizionabile dalle terapie intensive di sostegno, è molto ridotta,
infatti solo l’8% riesce a sopravvivere più di 1
settimana e l’1% tra 1 e 3 mesi. In letteratura è stato riportato un solo caso
di sopravvivenza fino a 14 mesi e due
casi di sopravvivenza di 7 e 10 mesi, senza ricorso alla respirazione
meccanica. La morte interviene precipuamente per insufficienza respiratoria a
causa della incompetenza delle strutture nervose di
controllo o per displasia polmonare, minima l’incidenza delle anomalie
associate di tipo endocrino (surrene, ipofisi) come causa del decesso. Comunque il maggior rischio di morte si riscontra al parto
per la mancata protezione delle strutture ossee al tessuto nervoso residuo.
Romano Lucio[1] |