ANNO SANITARIO 2000

 

LA PROFESSIONE DEL MEDICO
TRA SALUTE E MALATTIA

 

 

I n d i c e

 

Premessa

Approccio epidemiologico e clinico biologico alla salute e alla malattia

La qualità della vita e la medicina predittiva

Le malattie infettive

Gli immigrati

Le Facoltà di Medicina e responsabilità dei medici

Autonomia e responsabilità professionale

Il Servizio Sanitario Nazionale: universalità ed equità

 

Premessa

 

Signor Ministro della Sanità, la ringraziamo per avere condiviso con entusiasmo questa iniziativa promossa dalla FNOMCeO, in collaborazione con la Consulta degli Ordini e Collegi delle Professioni Sanitarie, e di avere assicurato la Sua significativa e importante presenza. Un ringraziamento particolare rivolgiamo al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per avere concesso il suo alto patrocinio a questa manifestazione. Con questa cerimonia, abbiamo voluto cogliere l’occasione dell’inizio del terzo millennio per inaugurare un confronto aperto e continuo dei "tecnici" con la società civile, il Parlamento, il Governo e gli Organi di informazione sui temi della salute e della malattia e sulla organizzazione sanitaria del nostro Paese. Non sono un cultore del millenarismo, né mi hanno suggestionato gli allarmi sul millennium bag e neppure gli inquietanti presagi sul passaggio del secolo. Appartengo a quel quarto di italiani che si sono dichiarati ottimisti sul futuro nonostante la mucca pazza, le stragi di polli e tacchini a causa dei virus, i cibi transgenici, gli animali fatti crescere con ormoni e antibiotici e la crisi di identità provocata da chi ritiene che la professione del medico sia un’ "impresa" e la Federazione degli Ordini una "associazione di imprese", in contrasto con le leggi vigenti e la giurisprudenza. Governi e Parlamento quando si decideranno a riformare gli Ordini e i Collegi sanitari ormai obsoleti per una società moderna? Nel primo anno di questo nuovo secolo, e nei prossimi ritroveremo gli stessi problemi per la salute di quello precedente ma vorremmo affrontarli con uno spirito nuovo e, possibilmente, senza diffidenze reciproche tra i professionisti della salute, i cittadini e gli esponenti della politica. Ci stanno, infatti, di fronte le stesse difficoltà, le stesse incertezze, gli stessi contrasti di opinione sugli obiettivi e gli scopi della medicina e della sanità pubblica, e le medesime aspettative degli uomini nel quadro di una riforma-ter del S.S.N. che, dopo le tante polemiche di ieri, attende di essere concretamente attuata. "Finché gli uomini ameranno vivere e saranno costretti a morire – recita un famoso aforisma – saranno disposti a far tacere la ragione per alimentare la speranza". Purtroppo quest’ultima alimenta spesso attese miracolistiche e irrazionali e genera nell’immaginario collettivo la convinzione della utilità delle cure "naturali" che "non fanno male" (nonostante che la natura sia inquinata da contaminanti, radioattività, pesticidi e metalli pesanti) e la rivendicazione del diritto alla gratuità di cure prive di efficacia, come hanno dimostrato vicende recenti, ma anche remote, e non solo in Italia. Sui temi della salute e della malattia la società ha "i nervi scoperti". La salute costituisce il principale bene dell’uomo, tale da far rifiutare qualsiasi limitazione al suo mantenimento, perché al fatalismo rassegnato delle generazioni del passato, si è sostituito un "vissuto" individuale e collettivo di rimozione del dolore, della malattia e dei limiti biologici della vita. Ciò è dovuto anche ai successi della medicina del secolo scorso, che forse ha alimentato più speranze di quelle che è stata in grado di mantenere, ma ha consentito, insieme alle migliorate condizioni di vita, di far raggiungere agli uomini e alle donne livelli di sopravvivenza impensabili al suo inizio.Le idee intorno alla medicina sono profondamente influenzate dal costume, dai valori, dall’economia e dalla politica della società nella quale opera, perché la sua organizzazione richiede ai Governi enormi somme di danaro per garantire una risposta adeguata alla domanda di salute dei cittadini. Una domanda influenzata anche dagli investimenti della industria produttrice di tecnologia, dal potere della pubblicità e dei media e dalle mode, dalle fantasie e dai desideri più diffusi tra la gente sempre più iperinformata e troppo poco educata alla salute. Si ha la convinzione che la salute sia un diritto e "non abbia prezzo", e se la prima affermazione è inoppugnabile in una società civile, la seconda deve essere corretta dalla consapevolezza che essa ha un "costo" che qualcuno dovrà sostenere, pubblico o privato che sia. L’ingresso della economia nella pratica della medicina oggi , ha cambiato il volto di quella del passato, poco costosa perché generosa solo del suo tempo e della sua empatia, e l’ha resa soggetta alle forze e alle scelte di politica economica che agiscono sul resto della società. E il costo per la cura delle malattie e per la salute sarà in futuro sempre più elevato sia perché cresce la domanda indotta da una offerta, sofisticata, capace di soddisfare non solo bisogni primari di sopravvivenza, sia perché aumentano la percentuale degli anziani nella popolazione (vissuti come una risorsa potenziale soltanto dal 55% degli intervistati da Eurisko) e le malattie croniche che richiedono cure sempre più costose e prolungate.

 

 

1 . Approccio epidemiologico e clinico biomedico alla salute e alla malattia

 

Le scelte di politica sanitaria relative agli indirizzi di ricerca, allo sviluppo tecnologico, alla formazione professionale, e alla programmazione degli investimenti in risorse umane e materiali, dipendono dai concetti di salute e malattia che prevalgono nella società, e dai progressi della medicina. Da essi discendono i modelli organizzativi della assistenza, i diritti e i doveri dei cittadini e le competenze e responsabilità dei professionisti della salute. Di fatto, dal secondo dopoguerra si è andata progressivamente determinando una sorta di parallelismo tra un approccio epidemiologico e uno clinico-biomedico alla salute e alla malattia, che non ha aiutato ad orientare le scelte di politica sanitaria.
I due approcci coesistono, nel nostro S.S.N. con una netta prevalenza del secondo sul primo, perché quello clinico-biomedico si è evoluto in specialità e sub-specialità, in rapporto agli organi e agli apparati e alle tecnologie disponibili, ha strutturato gli ospedali e l’insegnamento delle discipline secondo una logica rigidamente settoriale e vincolato l’efficacia diagnostica e terapeutica ad investimenti differenziati e costosi. Esso ha ottenuto indubbi successi nella cura e nella guarigione delle malattie, basandosi sullo studio delle alterazioni biochimiche che distinguono il "normale" dal "patologico", secondo un modello meccanicistico dell’organismo e delle sue funzioni adattative, selezionate nel corso della evoluzione biologica. L’approccio epidemiologico ha sviluppato tecniche di indagine statistica per individuare i fattori ambientali e gli stili di vita, e determinanti socio-politici ed economici delle malattie e provato a indirizzare la organizzazione sanitaria soprattutto sulla promozione della salute e la prevenzione, incontrando non poche resistenze e difficoltà. Prima di tutto tra i cittadini perché la prevenzione presuppone interventi su larga scala, e con notevole continuità, e la rinuncia a comportamenti nocivi, ma anche piacevoli, i cui benefici non sono percepibili dal singolo.
E anche modificare l’ambiente, e impedirne il degrado, non è impresa facile perché richiede scelte di grande portata, spesso sovranazionali, ostacolate dai modelli di sviluppo di una società iperproduttiva e consumistica. La recente rivolta di Seattle ha rivelato con drammatica evidenza le contraddizioni della società moderna, e gli effetti della globalizzazione.

 

 

2. La qualità della vita e la Medicina predittiva

 

I cittadini "vedono" la salute con giustificata ansietà, ma finiscono con l’identificarla con l’assenza della malattia o la sua guarigione, che rappresentano le uniche situazioni valutabili, o almeno qualitativamente avvertibili a livello individuale. Si ha un bel parlare di qualità di vita soprattutto nelle grandi città, quando, come osserva l’Istat, sono evidenti "le contraddizioni tra le aspettative e le scelte degli individui che desiderano un ambiente pulito e nello stesso tempo contribuiscono al degrado ambientale". Soltanto il 37,3% dei cittadini dichiara di prestare molta o abbastanza attenzione alla questione ambientale, tant’è che la preoccupazione per l’ambiente si colloca al settimo posto nella graduatoria dei principali problemi avvertiti dai cittadini. L’effetto serra, il buco dell’ozono e l’inquinamento atmosferico preoccupano più dell’inquinamento delle acque, ma ancor meno preoccupati si mostrano i nostri connazionali per l’esaurimento delle risorse naturali del mondo, per il rumore e per l’inquinamento elettromagnetico.
Del resto una indagine multiscopo sulle famiglie ha dimostrato che il 40,9% degli individui non fa mai attenzione ad evitare comportamenti rumorosi, e se le nostre città sono sporche ciò dipende dai cattivi comportamenti di troppi abitanti oltre che da uno scarso servizio di pulizia delle strade. Questo secolo si apre con nuove prospettive, rappresentate dai progressi della genetica molecolare, che potranno trasformare radicalmente la pratica della medicina e la sua organizzazione nei prossimi anni. Questa "medicina predittiva", capace cioè di scoprire i rischi di ammalarsi prima che ciò avvenga, sta diventando una realtà concreta per alcune malattie e tale da integrare le conoscenze della epidemiologia con quelle della clinica e della terapia. Si prevede infatti che la identificazione di marcatori genetici consenta la individuazione, alla nascita e durante la vita fetale, delle anomalie ereditarie e del patrimonio genetico posseduto dall’individuo al fine di correggere le prime e di evidenziare da quali rischi ambientali il soggetto non è in grado di difendersi. Una medicina del genere certamente proporrà dilemmi etici e morali di grande complessità di fronte alle possibili manipolazioni dell’individuo e ai pericoli per il destino del genere umano, ma non è possibile arrestare la ricerca scientifica. Purché non si dimentichi che il suo destinatario è l’uomo, anche se sempre meno "naturale", sia quando nasce che quando muore, e che intanto le malattie professionali, gli infortuni domestici e sul lavoro, e gli incidenti stradali, mietono ancora migliaia di vittime nella popolazione attiva.

 

 

3. Le malattie infettive

 

In attesa che si affermi una medicina, che può apparire fantascienza, non possiamo trascurare le malattie infettive acute. Negli anni ’60, con orgoglioso ottimismo, le massime Autorità sanitarie mondiali proclamarono ormai prossimo il loro definitivo superamento. Le reti fognarie avevano sconfitto il colera, la febbre tifoide e la dissenteria, l’igiene aveva eliminato la peste bubbonica, le migliori condizioni di vita stavano sconfiggendo la TBC, ancor prima dei farmaci, mentre la vaccinazione aveva eradicato il vaiolo e stava per debellare la poliomielite. La malaria e la febbre gialla si erano arrese al Ddt, e gli antibiotici erano in grado di controllare la sifilide e la gonorrea. Mai previsione fu più errata!
Da allora, oltre all’Aids che colse di sorpresa il mondo, il colera è riesploso in America Latina, la peste è ricomparsa in India, le infezioni nosocomiali resistenti agli antibiotici sono aumentate, i casi di TBC si stanno moltiplicando. Il morbillo, la rosolia e la pertosse hanno avuto una ripresa appena sono calati i tassi di vaccinazione.
Il Ddt è stato sconfitto dalle zanzare resistenti e dalla opinione pubblica allarmata per i suoi effetti sull’ambiente. E la difterite ha fatto la sua comparsa in Albania. Non è questa la sede per disquisire sulla epidemiologia delle malattie infettive, sui loro rapporti con le zoonosi, che comportano una più stretta collaborazione tra medici e veterinari pubblici, sulla resistenza agli antibiotici, prodotta da un loro uso improprio, sulle infezioni nosocomiali, e sulla alimentazione degli animali, ma alcune riflessioni ci siano consentite. L’allarmistica campagna di stampa sulla epidemia influenzale di quest’inverno non fa onore, né ai giornali né alla TV, che hanno ingiustamente criminalizzato i medici di famiglia e i pediatri incoraggiando i cittadini terrorizzati ad un uso irrazionale dei servizi pubblici e degli ospedali.
Meno male che l’influenza è una malattia contagiosa, che si autolimita, ed è a rischio soltanto per gli anziani, le persone deboli e i malati cronici non vaccinati, altrimenti chissà cosa sarebbe successo! Dopo la pandemia del 1919, l’influenza non ha più mostrato altrettanta virulenza, neanche nel 1977 quando ne fu responsabile lo stesso ceppo di 60 anni prima. Le malattie che si trasmettono per contagio aerogeno interumano sono favorite dai 600 milioni di cittadini che ogni anno volano da un continente all’altro, e l’influenza infetta l’intero globo in poche settimane, ogni anno, tra novembre e marzo, senza che sia possibile impedirlo. I vaccini, pur con i loro limiti e qualche rischio, hanno indubbi vantaggi nella lotta alle malattie provocate da virus: ma perché invece di educare i cittadini a decidere responsabilmente e autonomamente, tra i rischi e i benefici di una misura di prevenzione efficace, non si contrastano con decisione pericolosi movimenti antivaccinazione con campagne di informazione mirate? La minaccia maggiore per la nostra specie proviene, infatti, da virus, causa di rapide epidemie che colpiscono le aree affollate e che non avendo spesso strutture biochimiche proprie sono meno aggredibili dagli antivirali di quanto non lo siano i batteri dagli antibiotici. Nella terapia dell’Aids si sono fatti progressi notevoli, ma l’unica speranza è che sia presto disponibile un vaccino efficace. Tuttavia, oltre all’Aids, che rimane asintomatico per alcuni mesi, l’incidenza delle malattie a trasmissione sessuale, aumentata costantemente nel mondo dagli anni ’50 agli anni ’70, rimane alta nonostante i miglioramenti diagnostici e terapeutici che consentono la guarigione nella maggior parte dei casi. Alle cinque malattie classiche, sifilide, gonorrea (in declino), ulcera molle, Lfg venereo e granuloma inguinale, se ne sono aggiunte altre come l’uretrite aspecifica, le infezioni da tricomonas e da clamidia, le verruche, l’herpes genitale, la scabbia, la pediculosi pubica e il mollusco contagioso, frutto del cambiamento dei costumi sessuali, e della promiscuità favorita dai viaggi in Paesi lontani. Per queste malattie non esistono vaccini efficaci, ma soltanto una educazione sessuale rivolta ai giovani perché assumano comportamenti responsabili.

 

 

4. Gli immigrati

 

L’Italia è un Paese di immigrazione "diffusa" con una presenza straniera "regolare" di oltre un milione di cittadini provenienti da ogni parte del mondo, e si avvia a divenire una società polietnica. Anche se il 74% degli italiani vive con (comprensibile) preoccupazione e ostilità questa situazione, il fenomeno appare difficilmente arrestabile alle frontiere in ogni Paese, anche se sono stati attivati strumenti per impedirlo. Non è nostro il compito di risolvere le contraddizioni esistenti tra i vantaggi della presenza straniera in alcuni settori della economia, e i pericoli per la sicurezza rappresentati dai clandestini, ma come medici non possiamo essere insensibili ad un principio di civiltà e di solidarietà umana. Coloro che si rifugiano nel nostro Paese non fuggono solo la povertà e la fame, ma anche regimi politici oppressivi, violenze, torture e guerre devastanti. Noi dobbiamo comprendere e rispettare le loro culture, i costumi, i traumi da sradicamento, e le esperienze dolorose per comunicare con loro, aiutarli ad integrarsi e curare le malattie che li affliggono. Se non altro perché la loro salute è anche la nostra, e sappiamo quali e quante malattie contagiose prosperano nella miseria e in condizioni igieniche precarie, dovute alla mancanza di un lavoro stabile. Non mi pare tuttavia accettabile che si permettano nel nostro Paese pratiche mutilanti come l’infibulazione delle bambine, solo perché si dovrebbe rispettare la cultura di alcuni popoli che obbligano le persone a subire violenze così barbare e ripugnanti per ogni coscienza civile che abbia a cuore la dignità e il rispetto per l’uomo.

 

 

5. Le Facoltà di Medicina e le responsabilità dei medici

 

Le Facoltà di Medicina rivendicano con ragione la loro autonomia didattica, come metodo, ma non possono ignorare quale medico reclama questa società, né continuare a preparare specialisti in possesso di molte nozioni teoriche ma dotati di scarse e limitate abilità pratiche. Una facoltà universitaria deve investire nell’insegnamento ai propri studenti, che rappresentano il suo futuro, e nella qualità della ricerca che aumenta le conoscenze per l’umanità, e occuparsi della assistenza solo come supporto indispensabile, ma limitato, per i due compiti citati. Né le Facoltà di Medicina possono continuare a produrre laureati, ignorando che nel nostro Paese abbiamo raggiunto il record mondiale di 337 mila medici (uno ogni 177 abitanti) destinati in gran parte ad una disoccupazione irreversibile per molti anni.
I mutamenti in atto nelle società moderne non consentono a nessuno, neanche agli universitari, di star fuori della storia e se ad essi spetta il nobile compito di formare i futuri professionisti è necessario che si sintonizzino con i cambiamenti che essa propone. Le libere professioni, che affondano le loro radici in una concezione tradizionale della libertà, come soggezione alle sole regole autoimposte, sono indubitabilmente in crisi in tutto il mondo.
E tuttavia il medico, viene ancora educato in un clima di ispirazione liberale, paternalistico e autoritario, giustificato dal fatto che opera per il bene del paziente. "La sola libertà che merita questo nome – scriveva, infatti, J. Stuart Mill – è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo" e aggiungeva "Nessuno è autorizzato a imporre i propri vincoli agli altri". Purtroppo il giovane medico ben presto si accorgerà che la sua autonomia è molto limitata da vincoli e regole esterne, sia nel pubblico che nel privato, e che parallelamente sono aumentate le sue responsabilità etiche e giuridiche.

 

 

6. Autonomia e responsabilità professionale

 

In questi ultimi anni è molto cambiato il contesto tecnico-scientifico e organizzativo nel quale il medico esercita la professione per non dover richiedere una profonda rivisitazione di una materia così delicata. E’ un fatto incontestabile che aumentano a dismisura, e cambiano di segno, le responsabilità del singolo medico e delle équipes sanitarie mentre diminuisce la tradizionale autonomia (anche se non è mai stata assoluta) di una professione interdipendente con altre professioni vecchie e nuove. Non vogliamo assumere atteggiamenti vittimistici, ma siamo preoccupati perché, almeno dagli anni ’80, stiamo constatando una inversione di atteggiamento da parte della Magistratura, prima benevola e indulgente nei confronti delle nostre imperizie, imprudenze e negligenze che non fossero eclatanti e indifendibili, e oggi incline a rinviare i medici a giudizio e al dibattimento nella convinzione, più che nel dubbio, che il danno provocato al paziente non possa che ascriversi a colpa o dolo del professionista. Tra l’altro se in passato si prendeva in esame l’errore, o lo sbaglio, del singolo medico oggi si assiste ad una sorta di spersonalizzazione delle responsabilità, che coinvolge l’intera équipe di un reparto o di una struttura e che si sostanzia nel termine comprensivo di malpractice, dilatato dai mass media in sbrigativa malasanità, e ripreso dai cittadini ad ogni piè sospinto con preoccupante disinvoltura. Il mutato atteggiamento della Magistratura ci pare trovi fondamento nella convinzione diffusa, e purtroppo errata, che la medicina abbia fatto tali progressi da non giustificare errori. Siamo oggi di fronte al paradosso di una medicina che negli ultimi 50 anni ha compiuto più progressi e colto più successi per la sopravvivenza degli uomini, di quanti se ne fossero raggiunti in tutti i secoli precedenti messi insieme, e tuttavia non ha mai riscosso tanta sfiducia e tanti sospetti nella pubblica opinione come oggi. Certamente il medico moderno ha più occasione di sbagliare di quello del passato, che paternalisticamente appoggiava la mano sulla spalla dell’infermo perché dotato di pochi strumenti per guarire e curare. Se l’errore, è ineliminabile nell’agire umano, (ma noi ci impegniamo a fare in modo che i medici ne compiano il minor numero possibile), desumiamo, altresì, dalla letteratura specializzata la certezza che le sentenze di condanna non hanno mai ridotto gli errori dei medici. Per questo noi crediamo che la introduzione di pratiche di sicurezza e una serena riflessione comune con i giuristi, i Magistrati, i medici legali, i professionisti della salute e i cittadini su questo tema della responsabilità, aiuti a comprendere le ragioni degli uni e degli altri nell’interesse dei pazienti. Non reclamiamo condizioni insostenibili di impunità, ma soltanto un regime assicurativo che garantisca l’indennizzo del danno al cittadino, un "giusto" processo e sentenze più rapide possibili, ma anche un apparato legislativo che tenga conto dei profondi mutamenti che sono avvenuti nella sanità in questi ultimi decenni.

 

 

7. Il Servizio Sanitario Nazionale: Universalismo ed equità

 

Noi condividiamo la scelta politica ispiratrice della legge di riforma-ter che si propone di garantire a tutti i cittadini livelli essenziali e uniformi di assistenza sanitaria, sulla base dei principi di solidarietà e di equità, a spese della tassazione generale. La civiltà di un popolo si misura sugli strumenti con i quali difende la salute dei suoi membri, e tuttavia non ignoriamo le difficoltà attuative di una legge complessa come la 229, che richiede una rivoluzione dei paradigmi culturali dominanti nella societa odierna ad ogni livello. Non è vero che "pubblico" sia sempre bello, come si gridava nelle piazze venti anni orsono, perché anche "il privato" ha un ruolo importante, se accreditato, controllato e di qualità, ma una medicina lasciata al mercato e succube del profitto, non può essere equa e altera i valori filantropici e altruistici tradizionali della nostra professione. Nonostante l’esaltazione della libertà di scelta del cittadino, questi sarò sempre vittima di una incolmabile asimmetria informativa e di insidiose campagne promozionali, ed è illusorio che in sanità la concorrenza abbia effetti taumaturgici sulla qualità delle prestazioni e sulla loro economicità.
Caro Ministro, nel Suo appassionato intervento alla prima Conferenza Nazionale del novembre scorso, Lei rilevò che, nel lungo viaggio di "ascolto" compiuto in Italia prima di quella manifestazione, la salute le era apparsa la prima preoccupazione degli italiani, ma che ad essa non corrispondeva "altrettanta consapevolezza dei cittadini di essere partecipi e protagonisti di una grande impresa di solidarietà pubblica". Vogliamo provare ad analizzarne insieme le possibili ragioni? Vivere la salute-benessere comporta la assimilazione delle aspettative individuali all’interno di una organizzazione sociale che contempli anche l’interesse e la solidarietà nei confronti degli altri. Si ha invece la sensazione che prevalgano oggi comportamenti individualistici distaccati da una dimensione di identità e di appartenenza sociale. Prevale cioè la massimizzazione delle soddisfazioni personali, del successo, e della accumulazione di beni. Una visione dell’aver, più che dell’essere nel mondo insieme agli altri, sintetizzata dalla affermazione di una magnate americano : " L’individuo che quando muore ha più giocattoli ha vinto". Anche se esistono esempi luminosi di volontariato sociale e di abnegazione, sulla assistenza sanitaria finisce col gravare il disaagio esistenziale di un individuo inappagato. L’allentamento dei rapporti sociali nelle comunità locali, il mutamento dell’istituto familiare, il valore-disvalore della "economia degli oggetti inutili", una concezione della vita da consumare nella prospettiva del solo presente, e l’adeguamento a modelli di vita indicati dai media, sono alla base di una crescente sofferenza individuale. Oggi alla professione, in assenza delle rassicuranti "istituzioni conchiglia" del passato, si chiede di medicalizzare la vita, salvo poi a rimproverarle l’uso improprio di tecnologie e di risorse. Oppure si cerca conforto al bisogno di spiritualità, in pratiche guaritrici ispirate a filosofie orientali, o si ricorre alle medicine non convenzionali perché delusi e scontenti di un apparato tecnologico medico potente che reifica l’uomo, ignorandone il volto e l’identità, e ne esplora con precisione soltanto il funzionamento. La legge di riforma del 1978 ebbe il merito di introdurre il S.S.N. nel nostro Paese, e di offrire a tutti i cittadini le stesse opportunità di assistenza, ma anche il limite di un approccio più attento alla salute della popolazione che ai bisogni del singolo. Oggi la domanda individuale e soggettiva di salute si è presa la rivincita, ma nell’immaginario collettivo è rimasta la illusione, che essa potesse essere comunque soddisfatta da una gratuità assoluta, promessa allora con ingenua sicurezza. La domanda diversificata di salute benessere comprende oggi il bisogno di cure e controlli per malattie gravi, il consumo di indagini e farmaci a scopo rassicurativo o di fronte ai primi segni di allarme, aspettative di consolazione, giovinezza, bellezza, e performances sessuali eroiche, esigenze di assistenza socio-sanitaria da parte delle classi povere e degli emarginati, e la plateale insofferenza delle classi medio alte per le attese, ineliminabili in un servizio pubblico che non può privilegiare il censo, ma l’urgenza del caso o le priorità temporali. Come conciliare tante diverse esigenze senza una consapevolezza diffusa del rapporto stretto esistente tra salute e solidarietà sociale? Interessante è stato in proposito il cambiamento del vissuto dei cittadini nei confronti dei ricoveri ospedalieri. In pochi decenni siano passati dal timore che il provvedimento di ricovero equivalesse ad una sentenza di morte annunciata, alla richiesta esplicita di ricovero per essere sottoposti alle migliori cure possibili, fino alle attuali vibranti proteste per dimissioni precoci, che non avevano consentito il completamento delle cure, o per i rifiuto di casi non meritevoli di degenza, sottolineati dalla frase ricorrente: "Per voi si può anche morire!". Il problema della compartecipazione alla spesa per prestazioni sanitarie elevata per molti cittadini, e i criteri per la individuazione dei soggetti esenti da questo obbligo, sono alla base di molte lamentele. Alcune ragionevolmente giustificate, altre sono dettate da considerazioni puramente egoistiche, e altre sono motivate dalla insofferenza per gli adempimenti burocratici connessi a quei provvedimenti nelle realtà locali. Ma soprattutto essi dovranno essere armonizzati tra ospedale e territorio perché l’assistenza sanitaria non è più verticale come in passato, ma risponde alla legge dei vasi comunicanti. Certamente non mancano disagi e disservizi nel servizio pubblico, ma sono molti i luoghi di eccellenza nella assistenza del nostro Paese sia al Sud che al Nord, e non possiamo neanche dimenticare che con una quota annua per cittadino, inferiore ai due milioni, il nostro S.S.N. assiste, ad esempio, un paziente affetto da Aids che, se privo di complicazioni, costa alla collettività 15 milioni all’anno e un dializzato, circa 50 milioni, e consente la sopravvivenza ad un trapiantato di cuore o di fegato con un costo che supera i 200 milioni. Questo è il risultato della solidarietà, che fa ricorso al contributo dei sani per aiutare coloro che sfortunatamente sono colpiti dalle malattie, e non è soltanto un patrimonio ideale del messaggio cristiano, ma un interesse di tutti, anche di coloro che oggi godono buona salute. Quanti sarebbero in grado di far fronte interamente ai costi di una malattia cronica con il reddito familiare medio dei cittadini italiani? Oggi, c’è chi vaneggia poeticamente di far "sprigionare energie vitali al nostro Paese" e chi propone di far scegliere ai cittadini tra S.S.N. e assicurazioni private. Quali assicurazioni private possono garantire una copertura sufficiente per tutti i rischi? E quale sarebbe il destino dei pazienti "non assicurabili" perché anziani, affetti da gravi handicap o da costose pluripatologie croniche? Forse non abbiamo compreso i termini della proposta nella sua articolazione ma a noi pare insostenibile e soprattutto un pericoloso ritorno al passato. Se per evitare lo smantellamento del S.S.N. si ipotizza che il cittadino, che opti per il sistema assicurativo, debba continuare a contribuire, mediante il prelievo fiscale, al suo mantenimento, non si comprende quali vantaggi ricaverebbe da questa duplice spesa, a meno che quest’ultima non sia simbolica, e quindi insufficiente a mantenere il Servizio sanitario pubblico. Se per evitare che le compagnie di assicurazione "scremino" gli assicurati evitando di assicurare i soggetti molto malati, nei quali la probabilità del rischio è una certezza, ci si propone di obbligarle ad assicurarli, è da domandarsi come la modulazione dei contratti individuali potrà non raggiungere livelli insostenibili di spesa, specialmente se la opzione non sarà esercitata dalla maggior parte dei cittadini. Se poi si verificheranno eventi patologici non previsti dai premi assicurativi, sempre meticolosamente dettagliati, a chi faranno carico? Non alla compagnia assicurativa, e neanche al S.S.N. rifiutato dalla opzione, nonostante che il cittadino abbia continuato a provvedere al suo finanziamento? L’aumento delle persone anziane, i costi crescenti dei servizi e delle prestazioni sanitarie, e la scarsità di risorse pubbliche destinate alla sanità, richiedono un aumento della efficacia e della qualità delle prestazioni sanitarie, ma anche la previsione di un coinvolgimento inevitabile delle forme integrative, non sostitutive, della spesa privata rappresentata dalle casse aziendali, dai fondi di categoria, dalle società di mutuo soccorso e dalle assicurazioni private, che peraltro, finora, non hanno mai proposto di assicurare l’assistenza totale dei cittadini. Ma il passaggio dalla cultura della cura delle malattie a quella della salute e del prendersi cura delle persone, da quella di un medico decisore autonomo, indipendente, e unico, a beneficio del paziente, ad una situazione di partnership con altri professionisti, e vincolata alle regole della razionalizzazione della spesa, non può essere indolore per una professione formata sulla base di valori autoreferenziali, tradizionali. La nostra professione, fiera dei suoi successi è formata sulla base di una cultura insofferente di proceduralizzazioni burocratiche che la spersonalizzano e ne feriscono la spontaneità e la creatività individuale. Eppure tocca proprio al medico di interpretare i bisogni del singolo paziente, di convertirli in prestazioni efficaci, compatibili con i livelli essenziali garantiti a tutti dalla programmazione nazionale e regionale, in un rapporto sempre più condizionato da aspettative forti e informate dei cittadini. Anche se la maggioranza dei medici è propensa ad affrontare questa sfida, non nascondiamo che sono ancora molti i Colleghi convinti che il loro compito sia soltanto quello di diagnosticare e curare le malattie, secondo le regole di un’arte praticata all’ombra di una scienza fallibile, e che non siano affari loro i modi e le risorse necessarie per il raggiungimento degli obiettivi di un servizio pubblico. E’ questo atteggiamento che induce il legislatore a tentare di imporre per legge comportamenti responsabili nella convinzione che non siano altrimenti ottenibili? Il rimedio appare peggiore del male perché crea ostilità palesi e resistenze passive. Esiste il pericolo che noi diventiamo agenti economici, e che la scarsa elasticità del management aziendale sanitario, che fa del bilancio una religione e dell’efficienza l’unico ambito di riferimento, finisca col mortificare le capacità creative e l’iniziativa necessarie per comprendere i processi di trasformazione sociale in atto e affrontare situazioni complesse e imprevedibili. Ma non ci illudiamo di essere come medici tanto liberi visto quanta influenza persuasiva sono capaci di esercitare sulle nostre decisioni gli interessi dei produttori di tecnologia, delle aziende farmaceutiche, e di una ricerca biomedica non sempre neutrale. Questa sfida si vince se i medici garantiscono una professionalità autentica, costantemente aggiornata, sono consapevoli di operare in un regime di risorse limitate, e disponibili a contribuire alla appropriatezza delle decisioni sulla base di una medicina basata sulle prove di efficacia. Ma non basta l’impegno dei medici a realizzare una riforma così complessa, senza la collaborazione partecipe dei cittadini ai quali è destinata, e la loro consapevolezza che il S.S.N. è, come la democrazia, la peggiore forma di assistenza, ma la migliore di tutte le altre forme sperimentate finora. Non è facile conciliare scelte individuali e bene comune in una società opulenta da una lato, e nuove e vecchie miserie dall’altro, se continuano a prevalere più istanze egoistiche che solidaristiche, sopravvive la diffidenza storica tra tecnici e politici, e i cittadini non recuperano fiducia nei medici. Il Piano sanitario nazionale 1998-2000, un patto per la salute, aveva lanciato questo messaggio, da rinnovare con forza all’inizio del nuovo secolo.

 

Il Presidente

ALDO PAGNI

Roma 2 febbraio 2000