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Nascere
non è solo un fatto biologico Il peso delle parole: alla ricerca di un significato “originario” L’uso delle parole non sempre è
puramente convenzionale o “neutro”, ma spesso ci consente di mettere in luce
sfumature semantiche che aprono lo sguardo ad orizzonti più o meno ampi. Quando si parla dell’atto che porta alla nascita di un nuovo
individuo, infatti, si possono utilizzare tre verbi[1][1]: generare,
procreare, riprodurre.
Il primo richiama l’idea dell’origine (genos)
e quella della comune appartenenza ad un genere e ad una specie o anche ad una
famiglia (genalogia);
con il termine procreare si evoca l’idea di libertà e gratuità connesse al
termine - di chiara ascendenza teologica - “creazione”, non senza un implicito
riferimento all’azione di Dio nella nascita di ogni
uomo. Resta il termine “riprodurre” che - a differenza dei primi due - si
applica prevalentemente agli animali, evocando il concetto di una “produzione”
(di un organismo della stessa specie) che si ripete. Per gli esseri umani l’atto fisico del riprodursi - se vissuto “umanamente”
- non può essere disgiunto da un orizzonte di generatività,
configurandosi come un evento che nella sua realtà biologica richiama una
dimensione simbolica e culturale: “esso è teso non solo alla continuazione
della specie, ma soprattutto alla continuazione e innovazione della storia
familiare e sociale, tramite la nascita di un nuovo essere che è sempre
irripetibile, da un punto di vista non solo biologico, ma anche psicoantropologico”[2][2]. Il termine nascere,
anche a livello di senso comune, evoca l’idea dell’inizio di un’esistenza di un soggetto nuovo, di un nuovo individuo, a partire da
altri individui viventi della stessa specie. L’evento della nascita è in genere
accompagnato da un senso di meraviglia, di festa, di indecifrabile
consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di grande e questo del tutto a
prescindere dal livello di conoscenza dei dinamismi biologici che la rendono
possibile: sempre si è saputo che vi erano dinamismi biologici e subito ne sono
stati individuati almeno alcuni essenziali, ma questo non ha inficiato il senso
di stupore di fronte all’evento del nascere e di fronte al “miracolo” del
crescere. Il momento in cui il bambino inizia a “gattonare”, poi a camminare,
ad articolare i primi suoni confusi che pian piano prendono
la forma di parole è un cammino accompagnato a sua volta da un profondo senso
di meraviglia, dalla consapevolezza che stiamo assistendo allo sbocciare
dell’umanità di un uomo. Al di là del termine
vi è poi l’idea del nascere che, in prospettiva antropologica, evoca anche
l’inizio di una “storia”. L’uomo è un essere “storico”[3][3] per natura, nel senso che
realizza la propria perfezione nel tempo, sia come individuo, sia come specie,
tra alti e bassi, tra ascese e cadute. La nascita è - per ciascuno di noi -
l’inizio della propria storia, un inizio di cui non è dato avere un ricordo
pienamente consapevole, ma che risulta determinante
per identificare in quale porzione del cammino di una civiltà si trova la
storia individuale di ciascuno. Il fatto di essere nati in tempo di guerra,
negli anni del “boom economico”, durante una recessione o in un qualsiasi altro
momento lascia un “segno” che ciascuno di noi ritrova quando
inizia a riflettere sulla propria storia.
Più ancora dobbiamo dire che l’evento della nascita di una persona si
coglie pienamente se lo si colloca in prospettiva
“generazionale”, da una pluralità di punti di vista. In primo luogo il nascere
è effetto di una visione “generativa” da parte di persone (i genitori) che
hanno un loro progetto di vita, un loro “progetto di umanità”
che non solo li ha portati alla decisione di condividere il cammino delle loro
esistenze (matrimonio), ma anche a guardare oltre se stessi, in una prospettiva
in cui tale progetto di umanità possa essere trasmesso (e liberamente accolto)
a persone che in tale orizzonte vengono chiamate all’esistenza. La prospettiva
generazionale è importante anche dalla parte dei figli, perché essi non solo
sono nati in una certa epoca storica, come tutti i loro contemporanei, ma sono
anche nati in una famiglia, all’interno di una rete di relazioni in cui sono
stati accolti e all’interno della quale hanno potuto strutturare
la propria personalità individuale ed i propri atteggiamenti in rapporto agli altri.
Dal punto di vista della “storia
personale” di ciascuno di noi, ci sembra opportuno fare una precisazione: la
nostra storia “sotto il sole” inizia con la nascita (tanto è vero che il
generare viene anche indicato con la bellissima espressione: “dare alla luce”, un figlio), ma la storia individuale ed
anche la storia delle prime interazioni ha inizio - propriamente parlando -
nove mesi prima. Il tempo della gestazione non è necessario solo dal punto di
vista fisico, per consentire a quel piccolissimo essere che si forma dopo la
fecondazione di dotarsi di quel patrimonio organico che gli consenta di uscire
alla luce e interagire con il mondo esterno, ma è anche il tempo in cui si
realizzano le prime interazioni tra il nascituro, la mamma e - attraverso la mamma - l’ambiente esterno. Sulla realtà e importanza di
tali interazioni dal punto di vista della mamma e delle persone e lei vicine
non è nemmeno il caso di soffermarsi, tanto sono evidenti, mentre è meno scontato ma non meno importante rimarcare come la ricerca
psicologica abbia ricostruito alcuni elementi di tali interazioni viste anche
dalla parte del bambino. Vi è dunque una “storia personale” che inizia prima
della nascita, ma che ha nel “venire alla luce”, nel passare da un luogo poco
luminoso ma molto accogliente ad un mondo più luminoso ma inizialmente meno
accogliente, una sua tappa fondamentale.
Gli ostacoli culturali per una equilibrata
concezione del nascere Il primo ostacolo che prendiamo in
esame è di natura antropologica e si sostanzia in quella visione meccanicista
che, una volta applicata all’uomo, ha portato progressivamente a vederlo come
una sorta di “macchina biologica”. Tale concezione affonda le proprie radici
fin dai tempi del sorgere della scienza moderna, quando ai progressi della
meccanica nel campo della fisica inizia a fare da contr’altare
l’idea dell’uomo-macchina. Il filosofo Cartesio - nel suo approccio chiaramente
dualistico - considera il corpo come una macchina[4][4], a cui aggiunge un’anima
spirituale che svolge in sostanza il ruolo del “pilota” della macchina. Non
passa neanche un secolo ed il residuo non ridotto alla dimensione meccanica
(l’anima) viene prontamente fisicizzata, soprattutto
nelle filosofie di impostazione materialistica, come
ad esempio accade in La Mettrie[5][5]. La prospettiva riduzionista, che prende forma per motivi filosofici ed in
un tempo in cui le sue giustificazioni “scientifiche” sono tali che - oggi -
fanno sorridere, sarà piuttosto coriacea e si alimenterà - di epoca in epoca - delle nuove scoperte
scientifiche, assumendole in seno al quadro riduzionista.
In tal modo si arriva ai giorni nostri con una visione dell’uomo che da un lato
lo schiaccia sulle dinamiche emotive per quanto
concerne i punti di riferimento per le scelte della vita, dall’altro lo
immagina come una “macchina”, pienamente “disponibile” per il bio-tecnologo, purché sia in grado di farla “funzionare”,
garantire una certa “qualità” del suo funzionamento, sostituire all’occorrenza
i “pezzi di ricambio” … ed eventualmente “rottamarla”
quando la qualità delle sue operazioni e delle sue condizioni fisico-emotive non sarà giudicata soddisfacente. Tra
l’altro il modello di pensiero meccanicista induce anche un secondo livello di
“retro-pensiero”: le macchine non hanno una “natura intrinseca”
da rispettare, né “fini naturali”, ma tutto il loro essere e tutto il loro
agire dipende dalla volontà del progettista e dalle capacità tecniche
dell’artefice, per cui - a patto di esserne tecnicamente capaci - sulle
macchine si “può” fare di tutto. Quanto abbiamo
appena detto ci introduce al secondo ostacolo culturale, rappresentato da una
cultura tecnologica[6][6] che tende ad esercitare un
dominio “dispotico” sui dinamismi naturali, nella speranza di riuscire a
piegarli ai desideri dell’uomo. Tale mentalità si riflette anche sul modo in
cui le donne e gli uomini d’oggi si rapportano all’evento del nascere. Per
secoli la nascita dei figli è stata vissuta come un evento del tutto naturale,
intriso di mistero e che - in ogni caso - non era possibile programmare “a
tavolino”. L’attuale possibilità di scegliere “se” e “quando” generare figli (o
più spesso un figlio) rappresenta una sostanziale
novità che a sua volta si carica di significati sociali, culturali ed etici: in
genere i “motivi” per cui si sceglie di avere o non
avere un figlio si legano alle condizioni economiche o più spesso alle
dinamiche professionali e di carriera. In altri termini la nascita del figlio
(e indirettamente anche il significato antropologico e sociale del suo iniziare
ad esistere come persona) vengono subordinati ad una
sorta di planning in cui l’arrivo di una persona trova il suo posto assieme
alla gestione di tante “cose”. A tutto ciò si aggiunge che il figlio, una volta
cercato e voluto, viene in genere investito di aspettative
spesso eccessive e comunque legate alle soggettive attese dei genitori, ai loro
bisogni, più che alla serena apertura ad accogliere una nuova vita. Il fatto di
avere trasformato il “dono” della vita in una sorta di “prodotto”
meticolosamente progettato e talora letteralmente “fabbricato” attraverso
metodiche biotecnologiche è
un dato culturale non certo privo di conseguenze. Tra l’altro il fatto di
scegliere “se” e “quando” avere un figlio che viene
caricato di forti attese ci porta a pensare al profilarsi di sempre più
significative richieste su “come” egli dovrà essere, quanto meno per quanto
risulta possibile determinare attraverso le nuove tecnologie. A tutto questo si aggiunge, infine,
il quadro culturale complessivo di una società che è stata definita “eticamente neutra”[7][7], in cui non solo sono resi più
labili i punti di riferimento valoriali (relativismo etico),
ma diviene anche sempre più difficile che le persone - ed in particolare
i giovani - riescano a percepire se stessi in prospettiva “generazionale”. Si
legge in una recente ricerca che “i giovani sentono di essere una
non-generazione, se con questo termine si vuol designare un vissuto comune ad
altri che sentono come ‘compagni’, per analogia con quello che ha accomunato i
loro genitori o nonni quando erano giovani. Essi ci rivelano un mondo in cui i
singoli non si sentono di appartenere ad alcun sentimento ‘forte’ di
generazione. Si sentono preda di incertezze, in una
società sempre più avara di amore, sempre più rischiosa, che non offre né
un’immagine né un progetto sicuro e simbolicamente consistente per loro. Di qui, la diffusa percezione di non avere punti di riferimento
solidi. (…) Se c’è qualcosa che accomuna oggi
il senso generazionale dei giovani, è il loro sentirsi in gioco come generazione
che deve fare delle scelte etiche in una vita quotidiana che non ha più paletti
da nessuna parte. E cioè, precisamente, in risposta ad
una società che viene percepita come sempre più anomica
(priva di regole), a-morale (in-differente alle scelte etiche), quando non
immorale (cioè corrotta). Con un termine di Zigmunt
Barman [1993, tr. it. 1996], una società adiaforica, che riduce le
scelte etiche a questioni tecniche, ossia è indifferente al problema del bene e
del male. Il senso generazionale viene oggi affidato
alle risposte che i giovani danno alle difficoltà di vivere in una società eticamente neutra, che, cioè, non fa scelte etiche, non le
indica, ma dice a ciascuno: la scelta d’azione è personale, tu devi fare la
tua, dato che non c’è regola sociale comune, e le opzioni non sono più
confrontabili, anzi non fanno più differenza. Vivere in una società così fatta
può essere esaltante, ma non è certo facile. Essa non
aiuta a prendere decisioni. Decide di non decidere, cioè
decide di non avere norme morali in comune, ma invia un messaggio paradossale:
segui la regola che ti sei dato. (…) In questo
sentimento della vitalità della decisione etica sta il fatto nuovo di essere o
non essere generazione. I giovani tendono dunque a riconoscersi su questo sentimento,
che è certo molto individualizzato, ma anche ecologico, in quanto rimanda ad un
contesto di vita”[8][8]. à
Prof. Andrea Porcarelli – Docente di Pedagogia generale e sociale all'Università di Padova, Presidente del Centro di Iniziativa Culturale (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica [1] Cfr. E. Scabini, Il senso della generazione nell’epoca della tecnica, in: Aa. Vv. (a cura di S. Zaninelli), Scienza, tecnica e rispetto dell’uomo. Il caso delle cellule staminali, Vita e Pensiero, Milano 2001, pp. 143-160. [2] Ibidem, p. 143. [3] “La liberazione dell’uomo ha essenzialmente una dimensione comunitaria e mondana: essa deve realizzarsi insieme con altri uomini attraverso la creazione di un mondo umano. In altre parole, la liberazione dell’uomo attraverso la ricerca della verità e dei valori e la creazione di una cultura umana, è un compito storico. (…) La conquista della verità è un compito incompiuto al quale contribuiscono tutte le generazioni attraverso la storia. Di storicità si è parlato anche a proposito dei valori che esprimono le esigenze assolute dell’uomo nella relatività del tempo. Essi si scoprono e si realizzano faticosamente attraverso l’impegno e le lotte di molte generazioni. Infine l’idea di storicità si è affacciata inevitabilmente quando si parlava di libertà e di liberazione. Dono costitutivo e distintivo dell’uomo, la libertà è tuttavia un compito di liberazione, che si realizza lentamente attraverso il tempo, senza mai giungere ai limiti delle sue possibilità. La dimensione storica sembra quindi appartenere costitutivamente all’esistenza umana e caratterizzare tutte le sue espressioni” [J. Gevaert, Il problema dell’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1989, p. 183]. [4] "Suppongo
che il corpo altro non sia se non una statua o macchina di terra che Dio forma
espressamente per renderla più che possibile a noi somigliante: dimodoché, non solo le dà esteriormente
il colorito e la forma di tutte le nostre membra, ma colloca nel suo interno
tutti i pezzi richiesti perché possa camminare, mangiare, respirare, imitare,
infine, tutte quelle nostre funzioni che si può immaginare procedano dalla
nascita e dipendano soltanto dalla disposizione degli organi. Vediamo orologi,
fontane artificiali, mulini e altre macchine siffatte che, pur essendo opera di uomini, hanno tuttavia la forza di muoversi da sé in
più modi; e in questa macchina, che suppongo fatta dalle mani di Dio, non
potrei - mi pare - supporre tanta varietà di movimenti e tanto artifizio da
impedirvi di pensare che possano essergliene attribuiti di più." [René Descartes, Il mondo. L'uomo,
trad. it. di M. Garin, Laterza, Bari 1969, pag.
135]. [5] "L'anima e il corpo si addormentano insieme. A mano a mano che il movimento del sangue si calma, un dolce sentimento di pace e di tranquillità si diffonde in tutta la macchina; l'anima si sente mollemente appesantita insieme alle palpebre e si rilassa insieme alle fibre del cervello; essa diviene così a poco a poco come paralitica, insieme a tutti i muscoli del corpo. Questi non riescono più a sostenere il peso del capo; questo a sua volta non può più sostenere il peso del pensiero; nel sonno l'anima è come inesistente. [...] Il corpo umano è una macchina che ricarica da sé le molle che la muovono: immagine vivente del moto perpetuo. I cibi ricostruiscono ciò che la febbre consuma. Senza di essi l'anima languisce, infuria e cade morta. E' come una candela la cui fiamma si fa più viva poco prima di spegnersi. Nutrite invece il corpo, versate nei suoi canali succhi e liquori vigorosi: allora l'anima, divenuta generosa come quelli, si arma di fiero coraggio..." [J. Lamettrie, L'uomo macchina, tr. it. cit. in “Grande Antologia Filosofica”, Marzorati, vol. XIV, p. 800]. [6] Illuminanti, per intendere i molteplici aspetti della mentalità tecnologica, sono le riflessioni del filosofo Hans Jonas, di cui riportiamo un breve stralcio: “Per quanto riguarda la posizione della tecnologia stessa nella gerarchia dell’umanità, qui accennerò semplicemente al suo «prestigio» prometeico, che induce i suoi avvocati difensori alla tentazione di rivestire della dignità di scopo più alto la sua attività senza fine - cioè di innalzare a fine ciò che all’origine era mezzo, e vedere in esso la vera destinazione dell’umanità. Per lo meno il suggerimento c’è (sebbene di recente turbato da voci contrarie) ed esercita il suo magico potere sullo spirito moderno. Il progresso dell’umanità è inteso come un avanzare da potenza a potenza” [H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità (ed. orig. 1985), tr. it. a cura di P. Becchi, Einaudi, Torino 1997, p. 19]. [7] Cfr. P. Donati - I. Colozzi (a cura di), Giovani e generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, Il Mulino, Bologna 1997. [8] Ibidem, pp. 24-25 |