Per una rinnovata “ecologia del nascere”

 

Oggi si dà grande importanza alle tematiche ecologiche, con mobilitazioni a volte eclatanti in difesa dei pinguini, delle foche monache, degli ambienti naturali minacciati dall’eccessiva invadenza delle tecnologie elaborate dall’uomo. La “misura” delle attenzioni ecologiche è data - in genere - da criteri come quello della salvaguardia dell’ambiente, il recupero di equilibri ecosistemici compromessi, il “rispetto della natura” globalmente intesa, cercando una mediazione tra i legittimi desideri indotti dal progresso tecnologico e la necessità di uno “sviluppo sostenibile” da molti punti di vista. Sarebbe ben curioso se le attenzioni che vengono riservate ai pinguini o alle foche monache non fossero riservate, anche in misura più forte, a quegli esseri particolarmente fragili e deboli che sono i bambini, specialmente nelle primissime fasi del loro sviluppo, embrionale e neonatale. Perché tutto questo possa essere favorito, vogliamo dunque proporre alcuni spunti di riflessione per una sorta di “ecologia culturale” in rapporto all’esperienza umana del nascere.

Il primo spunto di riflessione è quello che dà il titolo al presente lavoro “nascere non è solo un fatto biologico”, vale a dire che - fin dal primo istanti in cui si volge lo sguardo sui dinamismi biologici che caratterizzano il nascere e il crescere di una persona umana - è necessario guardare più lontano, come ci viene spontaneo fare di fronte alla persona che ha già raggiunto un certo sviluppo, specialmente se si tratta di un amico, di una persona che ci sta a cuore. “Quando vediamo il corpo di un uomo non vediamo un corpo ma un uomo, perché l’uomo non è solo corpo ma, oltre il corpo, c’è un’anima, una psiche, uno spirito, una persona. (…) L’uomo è per essenza intimità; a differenza di tutte le realtà dell’universo, l’umano è un arcano segreto che si svela tramite la corporeità. L’intimità umana non ha spazio; perciò per svelarsi ha bisogno di una materia e si fa presente tramite il corpo; in esso si proietta, si stampa, si manifesta. La corporeità è espressione d’interiorità. Non vediamo mai il corpo di un uomo come semplice corpo, ma sempre come corpo umano; cioè con una forma spaziale carica di riferimenti ad una intimità”[1][1]. Punto di forza, sul piano immaginativo, della riflessione che abbiamo appena suggerito è il riferimento alla persona visibile, in carne ed ossa, virtualmente immaginata anche in perfetta salute, con la capacità di esprimere in modo visibile tutte le potenzialità della sua corporeità umana, ma speriamo che sia evidente che - sul piano concettuale - non cambia nulla se anche l’immagine fisica di tale corporeità dovesse risultare più “sbiadita”. Guardare un bel volto sereno e sorridente, fissandolo quando gli occhi “si illuminano” induce certamente a pensare - in modo molto spontaneo - che quegli occhi sono lo “specchio dell’anima”. Certamente - sul piano immaginativo - è diverso guardare un volto umano deturpato da un grave incidente, in cui gli occhi esprimono una grande tristezza e le diverse espressioni del volto, dei sentimenti che celano, non risultano tra loro distinguibili … ma questo non vuol dire che dietro tale corporeità non vi sia un’anima come nell’altro caso. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, si legge nel Piccolo principe, e tale massima ha un suo valore peculiare quando riflettiamo sulla corporeità umana in quanto luogo in cui la persona umana si esprime nella pienezza della sua dignità spirituale. 

Tra le condizioni in cui la corporeità umana sembra - sul piano emotivo - manifestare con minore evidenza lo spessore spirituale della persona umana, vi sono tutte quelle in cui, per qualche motivo, la piena espressione della sua ricchezza antropologica non è possibile. Questo può accadere perché alcune funzionalità biologiche vengono danneggiate in seguito ad una malattia, a un incidente, ad una malformazione congenita … o semplicemente perché non sono ancora o non sono più in grado di essere espresse. Nessuno potrebbe ragionevolmente affermare che una persona handicappata o malata è “meno umana” di una persona che può esprimere pienamente tutte le proprie potenzialità. Lo stesso si può dire del bambino che ancora non è in grado di parlare, ma che - se non vi sono impedimenti di altro tipo - lo sarà, anche grazie all’aiuto degli adulti che gli sono vicini. Lo stesso bisogna poter dire del feto, dell’embrione, di una piccola blastula, pochi giorni dopo la fecondazione, mentre la sua attività fondamentale è quella di mobilitare ogni risorsa biologica per dotarsi di tutti quegli organismi di cui avrà bisogno per poter esprimere pienamente la propria umanità. Come nel vagito di un bambino che ancora non è in grado di parlare ci viene spontaneo vedere non un “verso animalesco”, ma una sorta di “aurora” di quelle parole che verranno, allo stesso modo bisognerebbe essere in grado di vedere[2][2], in un piccolo organismo della specie umana in cui si stanno formando la lingua, le corde vocali e quant’altro, un’aurora ancora più primordiale di quelle stessa parole che verranno. L’essenziale è invisibile agli occhi.

A questo punto possiamo cercare di porre nella prospettiva più alta il problema della “ecologia del nascere” chiedendoci quali sono i criteri in nome dei quali valutare l’impatto ecologico delle straordinarie possibilità offerte dalle biotecnologie. In tal senso è opportuno tenere presente che vi è nella cultura tecnologica una “dinamica formale” che ha le sue linee di tendenza, come ha ben rilevato Jonas in un saggio a cui abbiamo già fatto riferimento. In particolare vorremmo sottolineare quella che Jonas chiama “inevitabilità dell’applicazione”[3][3], alludendo al fatto che i ritrovati tecnologici - una volta che siano stati inventati - “richiedono” una sorta di applicazione e, a loro volta, inducono ad escogitarne di nuovi. Indichiamo schematicamente alcuni punti di attenzione per una ecologia del nascere che non sia “schiava”, ma “libera” rispetto alle sollecitazioni della cultura tecnologica:

1) un atteggiamento “accogliente” nei confronti di ogni persona che viene all’esistenza;

2) la predisposizione di un “contesto umano” pienamente adeguato alla sua dignità;

3) il rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona, senza discriminazioni di sorta.

Volendo esplicitare maggiormente il significato del primo punto di attenzione, possiamo chiederci che cosa significhi propriamente parlando “accogliere” ogni persona che viene all’esistenza. Riteniamo che il primo segno di accoglienza, di apertura e non di chiusura, sia costituito dal fatto di lasciare che chi ha iniziato ad esistere continui a farlo, anzi rimuovendo ogni ostacolo ed ogni impedimento a che ciò avvenga. Quando un nuovo membro dell’umana famiglia si insedia nel “mare dell’essere”, ossia inizia a prendere forma anche solo a livello di esistenza embrionale, ha diritto a trovare quella che abbiamo volutamente chiamato “umana famiglia”, di cui qualcuno - in modo più o meno consapevole - lo ha chiamato a diventare membro. Un segno particolare di accoglienza è dato dallo sviluppo di tutte le metodiche atte a favorire la vita anche di quei soggetti “deboli” che un tempo non sarebbero riusciti a sopravvivere. Si pensi, ad esempio, ai grandiosi progressi che sono stati compiuti nel campo delle cure pre-natali e neonatali, tanto che oggi è possibile dare alla luce bambini prematuri che in tempi neppure troppo lontani non avrebbero avuto speranza di sopravvivere. Risulta direttamente contrario ad una mentalità “accogliente” ogni atto che miri - direttamente o indirettamente - a sopprimere il bambino o il nascituro, come nel caso dell’aborto, dell’infanticidio o di quella prassi oggi tristemente sempre più diffusa dell’abbandono dei minori nei cassonetti delle immondizie.

Accogliere la persona che si affaccia sulla scena dell’esistenza significa anche accoglierla “da persona”, cioè predisporre un “contesto umano” per ogni tappa della sua vita. Quando una coppia sa di essere in attesa di un bambino fervono le attività per preparargli la stanza, scegliere i vestiti, mobilitare le persone che potranno collaborare ad assistere il nascituro in caso di bisogno. Tutto questo in determinate situazioni viene certamente spontaneo, come nel caso di un bambino cercato con convinzione ed atteso con gioia, ma - se si guarda la cosa dal punto di vista del bambino - possiamo dire che tutti coloro che vengono chiamati all’esistenza hanno diritto a trovare il contesto umano di cui stiamo parlando e non solo dal momento della nascita. Studi medici sullo stato di gravidanza hanno individuato in modo sempre più preciso quanto la saggezza popolare suggeriva fin dai tempi più antichi: la donna incinta assume, nei suoi comportamenti, alcune attenzioni particolari che - ormai ne abbiamo la certezza - possono incidere in modo significativo sullo stato di salute psicofisica del bambino. Il fatto di abusare di determinate sostanze, subire un trauma di qualsiasi tipo, o anche solo trovarsi in situazioni eccessivamente stressanti costituiscono fattori che possono causare dei danni al bambino che è già in grembo alla mamma e che può già risentire del modo in cui lei vive l’esperienza della gravidanza. Lo stesso problema si pone - a nostro avviso - fin dalle primissime fasi di esistenza e questo ci porta a porre interrogativi molto seri su alcune metodiche di fecondazione artificiale: al di là del “fatto biologico” di unire “in vitro” i gameti maschili e quelli femminili, quali considerazioni si possono fare sul “contesto antropologico” in cui si viene a trovare colui che entra nella scena dell’esistenza con questa modalità? È pienamente rispettoso della dignità della persona umana il fatto di entrare nella vita essendo “fabbricati” come delle “cose”, in un laboratorio (e non nel grembo della madre), per essere poi - se va bene - trasferiti in utero con forti rischi che il trasferimento si traduca in un mancato impianto e quindi con la morte (dispersione embrionale)? Se poi va male i cosiddetti “embrioni soprannumerari” vengono poi congelati, il che - in termini di contesto antropologico - può essere paragonato ad una “prigione di ghiaccio” in cui alcune persone conducono una parte della loro esistenza per poi trovarsi, se sopravvivono (il che per molti non avviene), o nella situazione di dover tentare un impianto improbabile o in quella di essere destinati ad altri usi (sperimentazione o pura e semplice eliminazioni) certamente non augurabili per nessuna persona. Si tenga presente che il “contesto antropologico” a cui ci riferiamo non viene modificato dal fatto che gli individui non siano consapevoli di ciò che sta loro accadendo: anche tra le persone adulte il fatto di offendere chi non può sentire non viene considerato meno grave della stessa azione condotta ai danni di chi, potendo capire ciò che gli accade, avrebbe al limite la possibilità di difendersi.

Vi sono infine da considerare i diritti fondamentali delle persone, alla vita, alla salute, al rispetto della propria identità fisica (a partire dall’identità genetica, che è la radice fondamentale di ogni altro livello di identità fisica) che a loro volta devono essere fatti valere a 360°. Per questo ci sembra importante rimarcare come rispetto a nessuno dei diritti delle persone sia legittimo prevedere delle discriminazioni basate sul sesso, sulla religione, sul colore della pelle, ma nemmeno sull’identità genetica, sul fatto di essere sani o malformati, o addirittura sul fatto di essere troppo piccoli per colpire lo sguardo e - di conseguenza - l’immaginazione della gente. Vi è un proverbio popolare che dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, il che può essere saggio in determinate circostanze, ma per il riconoscimento della dignità di ogni persona umana ci sembra più pertinente l’altra espressione che abbiamo più volte citato: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. ß

 

Prof. Andrea Porcarelli – Docente di Pedagogia generale e sociale all'Università di Padova, Presidente del Centro di Iniziativa Culturale (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica



[1]  Ramón Lucas Lucas, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001, pp. 20-21.

 [2]  “La vita umana è la vita di una persona, che è un’unità coroporeo-spirituale; essa non è soltanto bìos, ma non è nemmeno spirito “puro”; la vita umana è la vita di uno “spirito incarnato”. Sebbene l’uso delle facoltà superiori specificamente umane sia il segno distintivo della nostra “umanità”, da sole non costituiscono il soggetto umano né come facoltà, né tanto meno come atti da esse posti. Per il filosofo l’argomento è facile da comprendere. Infatti l’anima umana è l’unico principio di vita, cioè l’unica forma sostanziale del corpo. (…) D’altra parte si riconferma così l’esperienza fenomenologica della propria corporeità come soggettività. L’uomo è un soggetto non solo per la sua autocoscienza e autodeterminazione, ma anche per il suo proprio corpo. La struttura della corporeità gli permette di essere l’autore di un’attività specificamente umana. In questa attività il corpo manifesta la persona e presenta se stesso, in tutta la sua materialità come corpo umano” [Ramón Lucas Lucas, op. cit., pp. 84-85].

 [3]  “In generale il possesso di una facoltà o di un potere (presso individui o gruppi) non significa ancora il suo impiego. Tale facoltà può rimanere ferma quanto si vuole, pronta all’uso, per essere attivata all’occasione, su desiderio e a discrezione del soggetto. Chi ha il dono della parola non ha bisogno di parlare di continuo e può addirittura essere nel complesso taciturno. Anche qualsiasi conoscenza, a quanto pare, può riservarsi di venire applicata. Questo rapporto così evidente tra potere e fare, tra conoscenza e applicazione, possesso ed esercizio di un potere non vale tuttavia peril patrimonio di capacità tecniche di una società che, come la nostra, ha basato l’intera organizzazione della sua vita, sia nel lavoro che nel tempo libero, sulla continua attualizzazione del suo potenziale tecnologico coordinandone le singole parti. La cosa assomiglia dunque più al rapporto tra poter respirare e dover respirare che a quello tra poter parlare e parlare. E ciò che vale per il patrimonio esistente può essere esteso anche a ogni suo incremento: se si è presentata questa o quella nuova possibilità (per lo più grazie alla scienza) e attraverso l’azione è stata sviluppata in un ambito limitato, essa ha in sé di costringere alla sua applicazine in grande e sempre più in grande e di rendere tale applicazione un bisogno vitale duraturo” (H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità [ed. orig. 1985], tr. it. a cura di P. Becchi, Einaudi, Torino 1997, pp. 29-30).