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Diagnosi e monitoraggio
virologici dell'infezione HIV Premessa La storia dell’AIDS (Acquired
immuno-deficiency sindrome o Sindrome da immuno-deficienza acquisita) è
iniziata nel Giugno 1981, quando il
CDC (Centers for Disease Control and Prevention) di Atlanta, negli U.S.A.,
segnalò la presenza di casi di polmonite da Pneumocystis carinii (un microrganismo a metà strada
tra protozoi e miceti, sino ad allora noto per la capacità di causare una rara
forma di polmonite, esclusivamente in soggetti affetti da una evidente compromissione del sistema immunitario, come i nati
prematuri o i soggetti con deficit genetici della risposta immune) in diversi
omosessuali maschi di Los Angeles. Si vide subito che la patologia
(inizialmente definita “gay pneumonia” o “polmonite dei gay”) si accompagnava alla presenza di sostanziali lesioni del
sistema immune che, non essendo legate alla presenza di alterazioni
genetiche, era necessario ammettere fossero state acquisite tardivamente, per
cause esterne. Poco dopo, si mise in evidenza che,
oltre alla polmonite da Pneumocystis carinii, e non
solo tra gli omosessuali di sesso maschile, ma anche tra i tossicodipendenti o
i soggetti sottoposti a trafusione di sangue o a
somministrazione di emoderivati, era evidenziabile,
sia pure con diversa frequenza, la comparsa di infezioni o di manifestazioni
tumorali (sarcoma di Kaposi) raramente riscontrabili
in soggetti capaci di una normale risposta immune. Nel 1982 questo insieme di patologie vennero
comprese nella denominazione di “Sindrome da immunodeficienza acquisita” (AIDS: Acquired
ImmunoDeficiency Sindrome) e,
anche per la presso che contemporanea dimostrazione della possibilità di
trasmissione materno-fetale della patologia, si
ipotizzò che alla sua radice dovesse trovarsi un agente infettante (un virus),
in grado di trasmettersi soprattutto con il sangue (durante rapporti sessuali,
con le trasfusioni, per via diaplacentare dalla madre
al feto, etc) e capace di colpire elettivamente
le cellule coinvolte nella risposta immunitaria. Nel 1983 Luc Montagnier in Francia e Robert Gallo negli U.S.A. sono riusciti ad identificare il
virus responsabile dell’AIDS, virus oggi denominato HIV (human immunodeficiency
virus) e di cui si conoscono due tipi, denominati rispettivamente HIV-1 ed
HIV-2, tra i quali HIV-1 è il tipo largamente più diffuso e di
maggiore patogenicità. L’identificazione e l’isolamento in colture cellulari del
virus responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita, ha reso
possibile la preparazione di una serie di reagenti diagnostici, alcuni dei
quali (preparazioni di antigeni
virali), disponibili in commercio sin dal 1985, hanno reso immediatamente possibili le procedure diagnostiche
per l’accertamento di infezione oggi definite di “primo livello” e lo screening preliminare dei donatori di
sangue o di organo, nonchè le preparazioni di immunoderivati, consentendo di portare il rischio di
trasmissione dell’infezione (almeno il rischio iatrogeno, ovverosia quello
legato a procedure o interventi sanitari) a livelli assai prossimi allo zero.
Dal 1985 ad oggi, sono stati compiuti numerosi progressi
nelle conoscenze sulla patogenesi della malattia, nei procedimenti diagnostici e nelle applicazioni terapeutiche. Tuttavia l’AIDS rimane ancora oggi una malattia gravemente
invalidante sia sul piano fisico sia sul piano psicologico e delle relazioni
sociali e, quello che più conta, rappresenta una patologia che, nella quasi
totalità dei casi, è destinata a concludersi, anche se
dopo un periodo di tempo molto più lungo che in passato, nel definitivo
collasso del sistema immunitario e nell’esito infausto. La grande variabilità antigenica
di HIV, il fatto che, come tutti i retrovirus, HIV
sia in grado, già nella prima fase di contatto con l’organismo, di inserire il
proprio genoma - in forma di DNA provirale - nel
genoma di una serie di cellule bersaglio specifiche, alcune delle quali
rappresentano veri e propri santuari protetti dagli effettori della risposta
immune e la mancanza di efficacia della risposta immune che si verifica nel
corso dell’infezione naturale, con la conseguente totale assenza di “guarigioni
spontanee”, sono tutti fattori che rendono l’allestimento di un vaccino
preventivo estremamente improbabile. La prevenzione della malattia, quindi, è
(ed è destinata a rimanere per lungo tempo) esclusivamente legata alla adozione di
misure efficaci nel prevenire il contagio. Nel caso dell’infezione
iatrogena, come abbiamo già detto, lo screening accurato dei donatori di
sangue, dei donatori di organi o tessuti per i
trapianti, il controllo delle preparazioni di emoderivati,
l’isolamento funzionale e la corretta gestione dei pazienti infetti da HIV, etc, hanno praticamente azzerato il rischio di trasmissione
dell’infezione legato ad interventi sanitari. Più difficile è, ovviamente, la
situazione nella normale popolazione, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo
(ai quali appartiene più dell’80% dei circa 40 milioni di casi di AIDS presenti nel mondo alla fine del 2001) o in
collettività con peculiari atteggiamenti culturali (tossicodipendenti,
prostitute, etc). Almeno nei Paesi industrializzati, comunque,
ed a partire dalla metà degli anni ’90, si è osservata una tendenza alla
diminuzione di nuovi casi di AIDS, da collegare probabilmente all’ingresso, più
o meno consapevole, di norme comportamentali adeguate in ampi strati della
collettività, anche se, negli ultimi due o tre anni, la tendenza alla
diminuzione è sempre meno evidente ed il numero di nuovi casi sembra tendere
alla stabilizzazione intorno a cifre ancora consistenti, da riferire
evidentemente ad atteggiamenti e comportamenti “a rischio” di una quota di
popolazione incomprimibile senza l’intervento di programmi di
educazione/informazione sanitaria adeguati.
Va inoltre sottolineato che l'aumento della
sopravvivenza determina un incremento del numero di persone sieropositive viventi
(che, in Italia, si stima ormai vicino a 110 mila). Pertanto, anche se i
successi della terapia sono notevoli e hanno contribuito alla diminuzione di
casi di malattia conclamata e a un crollo dei decessi,
si rileva un aumento globale dell'impatto dell'epidemia (rischio di
trasmissione dell’infezione) a livello di popolazione. La diagnosi di infezione:
generalità La diagnosi di infezione in atto è possibile,
normalmente, attraverso la dimostrazione della presenza di un microrganismo
patogeno o di un virus o di loro tracce non equivoche (antigeni specifici,
peculiari sequenze genomiche o di RNA-ribosomiale,
trascritti specifici, etc.), in un adeguato campione di materiale patologico.
Nel caso in cui non sia possibile perseguire questa
strada e in presenza di precisi sospetti eziologici, si possono ricercare indicazioni indirette
della presenza di un'infezione, mediante indagini intese a svelare l'esistenza
di una specifica risposta immune umorale. Di norma, però, la mera rilevazione della presenza nel
siero di un paziente di anticorpi (IgG)
specifici per un determinato agente di infezione (quando si possa escluderne
l'origine da vaccinazioni o dalla somministrazione di emoderivati)
è solo l'indizio di una pregressa infezione ma non è sufficiente a porre la
diagnosi di infezione "in atto", alla quale, come è noto, le indagini
siero-immunologiche possono portare solo in alcuni
casi e solo quando esse siano condotte con particolari accorgimenti tecnici e
diano precisi risultati [comparsa (sieroconversione) o aumento significativo del titolo di
anticorpi (IgG) specifici, presenza di IgM specifiche, presenza di anticorpi (IgG
o IgM, a seconda dei casi) nei confronti di antigeni
espressi solo nella fase iniziale dell'infezione (antigeni virali "precoci"), presenza di anticorpi (IgG) a bassa avidità, etc.]. La diagnosi di infezione
da HIV Essendo l’infezione da HIV un’infezione persistente e,
anzi, l’infezione virale persistente paradigmatica, la diagnosi di infezione rappresenta, per alcuni versi, un'eccezione a
quanto detto in precedenza. L’infezione da HIV, infatti, è seguita dalla costante e
progressiva replicazione del virus in una serie di organi bersaglio ed è [anche se per un lungo periodo di
tempo (anni) può essere in qualche modo contenuta dalla risposta immune
dell'organismo e non accompagnarsi a sintomi clinici evidenti (latenza clinica)] ineluttabilmente (o quasi) destinata a
sfociare nella definitiva compromissione del sistema
immunitario e nella comparsa della sintomatologia clinica. Poiché, quindi, l'infezione da HIV, una volta
verificatasi, si mantiene costantemente "attiva", la "sieropositività",
ovverosia la mera rilevazione della presenza di anticorpi
specifici per HIV nel siero di un individuo, consente di porre
inequivocabilmente la diagnosi di infezione "in atto" (anche se
clinicamente silente). La ricerca di anticorpi anti-HIV viene eseguita
mediante saggi immunoenzimatici (ELISA: enzyme lynked immonosorbent assay) nei confronti di preparazioni antigeniche
virus-specifiche altamente purificate, scelte
nell’ambito di quelle autorizzate dal Ministero della Sanità, e le cui
caratteristiche consentano la rilevazione di anticorpi (IgG)
nei confronti di HIV-1 (inclusi gli stipiti con una fisionomia antigenica meno
frequente, come i cosiddetti stipiti outlier o stipiti “O”) e HIV-2. Anche se le preparazioni di antigeni virali oggi in uso consentono di considerare i
risultati positivi altamente specifici, è generalmente considerato utile
confermare un risultato positivo alla metodica ELISA nei confronti di una
miscela di antigeni virus-specifici, mediante un ulteriore test di immunoblotting o
Western blotting che consente di evidenziare la
presenza di anticorpi contro le singole proteine virus-specifiche separate in
base al peso molecolare e singolarmente identificabili come effettivamente
appartenenti al virus[1].
Pur consentendo, di norma, una sicura diagnosi di infezione, la ricerca di anticorpi presenta però precisi
limiti di utilizzo in almeno tre circostanze: 1) nella fase iniziale (3-4 settimane) dell'infezione nella quale
la quantità di anticorpi circolanti non è ancora sufficiente ad essere
evidenziata dalle tecniche di rilevazione disponibili (la cosiddetta
"finestra" iniziale), 2)
nei neonati da madri infette da HIV, i quali
possiedono anticorpi sierici anti-HIV di origine materna e, quindi, di nessun valore
diagnostico per l’accertamento di infezione nel neonato, 3) in quella (generalmente modesta) percentuale di soggetti
infetti in cui i risultati delle indagini sierologiche
possono dare risultati di dubbia positività (i cosiddetti risultati "borderline”) che propongono una difficile
interpretazione. Quando sia necessario accertare la presenza di infezione in situazioni in cui non sia possibile fare
affidamento sulle indagini sierologiche o, comunque,
in presenza di risultati dubbi di queste ultime, è necessario ricorrere alla
ricerca del virus. La ricerca di HIV può essere condotta tentando di
dimostrare la presenza di virus infettante
nei linfomonociti circolanti mediante isolamento
del virus in colture cellulari in vitro
(si tratta però di una tecnica relativamente indaginosa
e che comunque richiede tempi relativamente lunghi e
laboratori particolarmente attrezzati e che ha una precisa indicazione pressocchè esclusivamente nel monitoraggio delle varianti
antigeniche circolanti in un determinato territorio) oppure, più agevolmente,
tentando di dimostrare la presenza di antigeni virus-specifici nel plasma
(ricerca della proteina p24 del "core" o capsìde
virale) o di specifiche sequenze nucleotidiche (DNA provirale
nei linfomonociti circolanti, RNA virionico
nel plasma). Anche se la ricerca di proteina p24 o RNA virionico nel plasma rappresentano
strumenti di elevata sensibilità ai fini diagnostici, va sottolineato che al
fine di stabilire una diagnosi di infezione in atto, nei casi in cui le
indagine sierologiche non consentano interpretazioni
sicure, la ricerca del virus mediante la rilevazione, con idonee metodiche di
amplificazione (PCR), della presenza di DNA provirale
nei linfomonociti circolanti, costituisce il tipo di
indagine di maggiore affidamento in quanto la sua positività è costante in
tutti i soggetti infetti, indipendentemente dalla presenza di replicazione virale (Figura 1).
FIGURA 1: possibile flusso delle operazioni diagnostiche.
La negatività della ricerca di anticorpi mediante reazione immunoenzimatica
(ELISA) o la positività della stessa reazione in un soggetto con un’anamnesi
positiva (presenza di comportamenti “a rischio”) non lasciano dubbi
interpretativi. Una reazione immunoenzimatica dubbia
(borderline) o positiva ma
in un soggetto con anamnesi negativa, prevedono necessariamente la ripetizione
dell’esame su un secondo campione di siero prelevato immediatamente ed
eventualmente la successiva conferma del risultato mediante immunoblotting. Nel caso in cui le reazioni
sierologiche si mantengano di dubbia interpretazione
(borderline/indeterminato) anche se ripetute dopo
qualche settimana, è necessario ricorrere alla ricerca del DNA provirale, per dirimere definitivamente il quesito
diagnostico. Il follow-up del
paziente infetto Nel follow-up
del paziente infetto, nel quale evidentemente l’infezione è definitivamente
accertata, quello che è essenziale, non è più stabilire o
meno la presenza del virus, ma piuttosto accertarne il livello di replicazione, misurando la quantità di virus (il cosiddetto
“viral load” o
“carico virale”) presente in circolo. I parametri virologici in grado di dare utili indicazioni
sul “viral load” sono
fondamentalmente rappresentati da: 1) determinazione della quantità di virus
infettante presente nel sangue periferico (infectious culture dose o ICD) misurata in colture di cellule in vitro, 2) determinazione quantitativa
del DNA provirale mediante PCR (DNA/PCR), 3)
determinazione dei livelli plasmatici di antigeni
virus-specifici, utilizzando a questo scopo la quantificazione della principale
proteina presente nel virione maturo e rappresentata
dalla proteina capsidica p24 (antigenemia),
4) determinazione quantitativa di RNA virionico nel
plasma. Ancorchè i singoli criteri di valutazione
del viral load
presentino ciascuno limiti di significatività e di
applicabilità nelle varie fasi evolutive dell’infezione, essi sono tutti
correlati in modo abbastanza soddisfacente tra di loro e con la progressione e
la gravità della malattia. La determinazione della quantità di virus infettante
presente nel sangue periferico (ICD) è, comunque, una
pratica indaginosa che, come abbiamo già detto, è
possibile solo in laboratori particolarmente attrezzati, e può anche risultare
non abbastanza sensibile. La DNA-PCR, misura la quantità di virus “latente” (provirus) che rappresenta esclusivamente un’indicazione
dell’ampiezza del “reservoir”
di virus presente nell’organismo, peraltro non sempre e non necessariamente
correlata alla intensità della replicazione
virale produttiva tuttavia, almeno in alcune circostanze (ad esempio nei
soggetti in cui la terapia riesca a bloccare, almeno temporaneamente, la replicazione virale), può rappresentare l’unico parametro
virologico quantificabile ed ha quindi precise indicazioni di impiego nel follow-up del
paziente. La determinazione dei livelli plasmatici di p24 è estremamente
agevole dal punto di vista tecnico e, purchè condotta
previa dissociazione degli eventuali immunocomplessi
(allo scopo di evitare il “mascheramento” di una quota più o meno consistente
dell’antigene virale ad opera degli anticorpi prodotti nell’organismo infetto),
è sufficientemente sensibile ed è correlata in modo accettabile alla intensità
della replicazione virale. Non si può, tuttavia, non prendere atto del fatto che
tutte le più recenti sperimentazioni di nuovi regimi
terapeutici e tutti i protocolli che ne sono derivati, fanno riferimento al “viral load”
misurato attraverso le più costose e sofisticate metodiche (RT-PCR, NASBA, bDNA) per la determinazione quantitativa di RNA virionico nel plasma e che il “viral load” espresso come numero di molecole
di HIV-1 RNA/ml di plasma rappresenta, ormai, il criterio fondamentale (insieme
alla presenza di infezione “sintomatica” e/o al numero di linfociti T CD4+)
sia per impostare la terapia con farmaci antiretrovirali,
sia per valutare l’efficacia del regime terapeutico in atto e la prognosi della
malattia. La farmaco-resistenza di HIV. Un problema
fondamentale della terapia. L’introduzione relativamente recente di regimi terapeutici
basati sulla contemporanea somministrazione di diversi inibitori della trascrittasi inversa (inibitori nucleotidici
e non-nucleotidici) e di inibitori della proteasi virus-specifica i quali, pur con effetti secondari
non trascurabili a livello di tossicità per l’organismo, sono in grado di
ridurre, in modo efficace, la replicazione del virus
nella maggior parte dei soggetti infetti, ha portato ad alcuni cambiamenti
radicali a livello epidemiologico, che sono consistiti soprattutto in un calo
significativo del numero di pazienti che necessitano di ricovero ospedaliero e
nel crollo della mortalità specifica. La disponibilità di farmaci ragionevolmente efficaci, è
però bilanciata dalla frequente
insorgenza di stipiti virali resistenti a tutti o a parte dei farmaci
impiegati, per la comparsa di mutazioni nei geni che codificano le
proteine-bersaglio dei diversi farmaci, con la conseguenza di una molto minore
affinità del farmaco per la proteina-bersaglio modificata, che tuttavia
continua a svolgere la sua funzione “fisiologica” nell’economia replicativa del virus. Il genoma di HIV, infatti,
come quello degli altri
membri della famiglia Retroviridae,
presenta un complesso ciclo replicativo, nel quale
intervengono ben tre sistemi enzimatici diversi, di cui uno virale
(trascrittasi inversa) e due cellulari (DNA polimerasi
e RNA polimerasi). Il genoma dei retrovirus, quindi,
essendo sottoposto agli “errori di copiatura” di ben tre diversi sistemi
enzimatici, può godere di una notevole variabilità che
gli consente la capacità di esplorare gli effetti di un altrettanto notevole
spettro di possibili condizioni di pressione di selezione positiva. Mentre
l’attività della DNA polimerasi
e della RNA polimerasi cellulare che provvedono, rispettivamente,
alla replicazione del provirus
integrato nel genoma cellulare ed alla trascrizione degli RNA da esso
codificati, sono enzimi la cui attività è controllata da una serie di sistemi
“correttivi”, la frequenza di errori nella trascrizione inversa (che trasforma
le molecole di RNA virionico in altrettante molecole
di DNA provirale che si integra nel genoma delle
cellule sensibili) è relativamente alta, con una conseguente elevata frequenza
di errate incorporazioni di nucleotidi, che si
traducono, a loro volta, in altrettante “mutazioni”, molte delle quali
compatibili con il mantenimento della capacità replicativa
del virus mutato. Da ciò consegue che mentre il virus infettante
è formato da una popolazione di virioni con un genoma
relativamente omogeneo, man mano che l’infezione progredisce la popolazione
virale, a causa dell’alto tasso di replicazione del
virus e della concomitante comparsa di continue mutazioni, diventa sempre più genomicamente disomogenea, fino a raggiungere un milioni
di “varianti”, con più o meno consistenti modificazioni in una o più sequenze mucleotidiche, nel paziente asintomatico
ed oltre 100 milioni di varianti nel paziente in fase avanzata di
malattia. Considerato che il genoma di HIV è composto da poco meno di 10.000 basi, è facile comprendere come sia
possibile reperire nell'organismo, entro poche settimane-mesi dall'infezione,
una serie di particelle virali contenenti pressocchè
tutte le possibili mutazioni non-letali (ovverosia compatibili con l’attività replicativa del virus), tra cui una serie di mutazioni
non-letali che interessano il gene “pol” che codifica
sia la trascrittasi inversa (necessaria alla retro-trascrizione della molecola
di RNA del genoma virionico nel DNA provirale), sia la proteasi
virus-specifica (necessaria alla definitiva liberazione delle proteine
virus-specifiche dalle poliproteine prodotte nella
fase iniziale del processo traduttivo) le quali, di
conseguenza, possono risultare variamente modificate (pur mantenendo
l’originaria attività catalitica) e con una molto minore affinità per i farmaci
inibitori specifici. Con l’inizio della terapia farmacologia è
naturale che i subset di virus che presentano mutazioni che conferiscono loro
la “resistenza” ai farmaci impiegati, prendano
rapidamente il sopravvento e quando il loro numero diventi consistente, o
addirittura preponderante, possono vanificare l’efficacia terapeutica dei
farmaci. Proprio per limitare al massimo questo inconveniente, la terapia viene di norma effettuata
con la somministrazione contemporanea di farmaci con
diverso meccanismo d’azione, ed è necessario controllare periodicamente la
sensibilità/resistenza nei confronti delle diverse classi di farmaci
disponibili, della popolazione virale di ogni singolo paziente, allo scopo di
cercare di modulare il regime terapeutico nel modo migliore. L’analisi della la
sensibilità/resistenza nei confronti delle diverse classi di farmaci è
possibile sia con metodi fenotipici sia con metodi genotipici. I test fenotipici consistono attualmente
nel determinare la capacità del virus isolato dal paziente, di moltiplicarsi in
colture di cellule in vitro mantenute
in presenza di dosi adeguate del farmaco che si desidera saggiare. I test fenotipici sono di interpretazione facile e sicura. Infatti, se il virus si
moltiplica nelle colture cellulari in presenza del
farmaco, evidentemente esso è “resistente” (o meglio, nella popolazione virale
che infetta il paziente è presente una quota apprezzabile di virioni “resistenti”), mentre se non si osserva moltiplicazione,
è chiaro che la popolazione virale infettante è omogeneamente “sensibile”. I test fenotipici,
però, richiedono laboratori adeguatamente attrezzati per l’isolamento e la
coltivazione di HIV in colture di cellule in
vitro, sono di esecuzione complessa, richiedono
tempi lunghi ed i costi, al momento, sono estremamente elevati. I test genotipici consistono nella ricerca diretta nel genoma
virale, amplificato direttamente dal materiale patologico ed impiegando idonei
strumenti molecolari, la presenza di mutazioni (a tutt’oggi ne sono state
identificate almeno 100) correlate alla presenza di farmaco-resistenza. I test genotipici
prescindono dall’impiego di colture cellulari, sono relativamente poco costosi
ed i tempi necessari per ottenere una risposta utile risultano
abbastanza contenuti (3-5 giorni). L’interpretazione “lineare” dei test genotipici, però, non è sempre facilissima, essendo che le
mutazioni evidenziabili, o almeno alcune di esse, non
sono costantemente associate al carattere fenotipico
di “resistenza” alle dosi di farmaco utilizzabili in terapia. In entrambi i casi, i livelli di sensibilità non sono estremamente elevati, essendo, ambedue i tipi di test, in grado di evidenziare la presenza di subset di virus portatori di mutazioni associate a farmaco-resistenza solo se presenti nel 20% o più della popolazione virale in osservazione. Pur con queste limitazioni, lo studio della
farmaco-resistenza della popolazione virale presente nel paziente,
rappresenta oggi uno degli elementi essenziali del ventaglio di indagini
virologiche ed immunologiche da effettuare, prima di
iniziare o di modificare il trattamento farmacologico,
al fine di circoscrivere al massimo i possibili rischi di insuccesso
terapeutico. [Prof.ssa
Maria Carla Re - Professore Straordinario
Microbiologia e Microbiologia Clinica - Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Bologna] [1] Secondo i criteri universalmente utilizzati a livello internazionale l'immunoblotting è considerato positivo qualora il siero in esame risulti reattivo per la proteina capsidica p24 ed almeno una delle (glico)proteine pericapsidiche (gp41 o gp120), o il loro precursore (gp160) o per almeno due proteine pericapsidiche contemporaneamente, cui può associarsi o meno una positività per polipeptidi virali di basso peso molecolare (p17 e simili). L'immunoblotting è considerato negativo in completa assenza di reattività per qualsiasi proteina virale, mentre è considerato "indeterminato" in presenza di bande di reattività che non soddisfino i criteri di positività prima indicati. | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||