INFEZIONE DA HIV IN ETA’ AVANZATA. RIFLESSI EPIDEMIOLOGICI, CLINICI, E TERAPEUTICI

 

 

L’aumentata aspettativa di vita legata alla significativa caduta degli indici di morbilità e mortalità successiva all’introduzione delle terapie antiretrovirali ad elevata attività (highly active antiretroviral therapy o HAART), ed il ruolo dei casi di malattia rilevata tardivamente, perché diagnosticata in pazienti che sono rimasti per lungo tempo ignari della loro malattia o l’hanno trascurata [1], rappresentano i fattori più importanti alla base del progressivo incremento dell’età media dei pazienti seguiti per infezione da HIV nel terzo millennio. Questo insieme di circostante favorenti è responsabile di un lento, ma inesorabile incremento dell’età media dei pazienti seguiti per malattia da HIV nel ventennio di durata della pandemia da HIV (dal 1983 al 2002), nei Paesi sviluppati [2-4]. In realtà, l’età avanzata è stata considerata fin dall’epoca antecedente l’introduzione dell’HAART come un fattore di rischio indipendente per una più rapida progressione della malattia da HIV [3, 5, 6], per il tardivo riconoscimento della sindrome, la presenza di affezioni concomitanti, e la scarsa efficacia delle terapie allora disponibili. Subito prima dell’introduzione dell’HAART come standard terapeutico dell’infezione da HIV, nell’anno 1995 veniva osservata una relazione diretta tra età dei pazienti e aumentata probabilità di complicanze HIV-correlate, con un rischio di progressione verso l’AIDS o il decesso valutato nell’ordine del 2% per ciascun anno di età [5]. Allo scopo di esaminare la frequenza e le caratteristiche di questo fenomeno, e l’attività e la tollerabilità delle potenti terapie antiretrovirali di combinazione (HAART) nei pazienti HIV-positivi con età uguale o superiore a 55 anni, seguiti per almeno un anno in corso di terapia anti-HIV, abbiamo effettuato un’indagine trasversale che ha coinvolto l’intero anno 2002. Come obiettivo secondario, ci siamo proposti di confrontare l’andamento di un sottogruppo di soggetti più anziani (66-84 anni), con i rimanenti pazienti, la cui età era compresa tra 55 e 65 anni. Una serie di caratteristiche epidemiologiche, laboratoristiche, cliniche e terapeutiche relative a 44 pazienti consecutivi di età compresa tra 55 e 65 anni, sono state confrontate con quelle dei 13 soggetti con età superiore a 65 anni (range 66-84 anni). La terapia antiretrovirale (HAART) somministrata era rappresentata da combinazioni contenenti almeno tre diversi farmaci, di potenza paragonabile tra loro, e comprendenti due analoghi nucleosidici inibitori della trascriptasi inversa, associati ad un inibitore delle proteasi, oppure ad un inibitore non-nucleosidico della trascriptasi inversa. L’aderenza dei nostri pazienti ai regimi terapeutici raccomandati è stata valutata combinando tra loro le dichiarazioni riportate spontaneamente, la compilazione di appositi questionari, e la distribuzione ed il controllo diretto dei farmaci antiretrovirali effettuati a cadenza mensile presso il nostro centro ambulatoriale. I markers laboratoristici più rilevanti ai fini dell’evoluzione dell’infezione da HIV (viremia plasmatica, e conta dei T-linfociti CD4+), sono stati eseguiti a cadenza almeno trimestrale. Un fallimento immunologico è stato determinato dal rilievo di un incremento della conta dei linfociti CD4+ inferiore o uguale al 10%, o inferiore o uguale a 20 cellule/µL rispetto ai valori del baseline, dopo 12 mesi di HAART.

Su 930 pazienti complessivamente trattati con farmaci antiretrovirali da almeno 12 mesi consecutivi, 67 (pari al 7,2% del totale) presentavano un’età uguale o superiore a 55 anni. L’età di 55 anni è stata scelta come spartiacque per caratterizzare i soggetti HIV-positivi più anziani sul versante epidemiologico, già ad opera dei primi prospetti elaborati dai Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta (USA) [7]. Analizzando la distribuzione di alcune variabili demografiche, epidemiologiche, cliniche e terapeutiche, non emergevano differenze statisticamente significative tra i due gruppi allo studio, suddivisi sulla base dell’età più o meno avanzata. In particolare, il sesso, il tipo di rischio per l’infezione da HIV, una pregressa diagnosi di AIDS conclamata, l’uso pregresso di terapie antiretrovirali antecedentemente all’introduzione dell’HAART, la durata media di queste eventuali terapie nei soggetti pre-trattati, i livelli di aderenza alle raccomandazioni farmacologiche, e la frequenza di modificazioni del regime HAART divenute necessarie per intolleranza o effetti collaterali, mostravano differenze che non raggiungevano livelli di significatività statistica, anche per le ridotte dimensioni dei due campioni esaminati. Sul versante virologico, non si rilevavano differenze significative nei livelli di viremia misurati al baseline (4.2±1.3 Log10 copie di HIV-RNA/mL nei più giovani, versus 3,9±1,7 Log10 copie di HIV-RNA/mL negli ultrasessantacinquenni). L’andamento di questo indice di replicazione virale non mostrava significative variazioni tra i due gruppi nel corso dei 12 mesi allo studio, e la caduta media della viremia plasmatica era limitata ad un massimo di 1 Log10 raggiunto al nono mese nel gruppo di pazienti con età tra 55 e 65 anni, e a 0,5 Log10, sempre al nono mese di follow-up dei soggetti di età maggiore di 65 anni. Una completa soppressione virale (viremia inferiore a 50 copie/mL) veniva ottenuta da 14 pazienti nel primo gruppo, e da soli tre soggetti nel secondo gruppo. A differenza di quanto riscontrato in ambito virologico, dal punto di vista immunologico, pur non registrandosi differenze all’epoca dell’inizio dell’HAART (conta media di linfociti CD4+ pari a 142,3±77,9 cellule/µL nei soggetti di età compresa tra 55 e 65 anni, versus 122,8±52,5 cellule/µL nei pazienti ultrasessantacinquenni), nel corso del successivo anno di osservazione, il recupero immunologico risultava limitato per ambedue i gruppi rispetto a quanto noto per la popolazione HIV-positiva in età giovanile-adulta (con un guadagno massimo intorno al 30% rispetto al baseline, tradotto in un incremento medio assoluto pari a 30-60 cellule/µL nel corso dell’intero periodo di osservazione), ma in questo caso la differenza del pattern immunologico nel tempo risultava chiaramente significativa a favore del gruppo più giovane: p<.008 al terzo mese, p<.0001 al sesto e al nono mese, e p<.02 al dodicesimo mese di studio. Non significativo era invece l’indice di fallimento virologico misurato al dodicesimo mese, così come definito in precedenza: tale fallimento riguardava 21 pazienti su 44 nel primo gruppo (47,7%), e 8 su 13 nel secondo gruppo (61,5%). Nel complesso, sembra particolarmente indicativo sottolineare come la conta media dei linfociti CD4+ si sia mantenuta persistentemente al di sotto delle 200 cellule/µL in ambedue i gruppi di pazienti, e per tutto l’anno di osservazione. Questo mancato recupero immunologico si rendeva responsabile dello sviluppo e/o della recidiva di affezioni definenti l’AIDS nel corso dell’intero periodo di follow-up, in 16 casi tra i pazienti con 55-65 anni (36,4%), ed in 5 casi tra gli ultrasessantacinquenni (38,5%). L’incidenza complessiva di affezioni AIDS-correlate risultava quindi pari al 36,8% nell’intera nostra casistica.

Il più recente aggiornamento dei casi di AIDS notificati in Italia riporta 50.271 denunce, registrate fino al 30 giugno 2002, ma la distribuzione per fasce di età mostra (secondo i dati attualmente disponibili) un incremento degli ultracinquantenni dall’anno 1990, al 1995, al 2000, che per i soggetti di sesso maschile va dal 5,3% al 7,7%, fino addirittura al 16,2%, e per le pazienti di sesso femminile aumenta dal 3,9% al 4,3%, fino a toccare l’8,3% [8]. Particolarmente significativo il dato relativo ai pazienti con oltre 60 anni, che nel 1990 costituivano soltanto l’1,4% e l’1,7% dei soggetti di sesso maschile e femminile rispettivamente, mentre nel 2000 esso raggiungeva la quota del 5,5% e del 3,7%, rispettivamente [8]. I dati di letteratura reperibili su efficacia e tollerabilità delle terapie antiretrovirali nell’anziano sono ancora molto limitati e frammentari [3, 4, 9, 10], tanto più che non sono ancora stati realizzati studi prospettici controllati su questo gruppo di popolazione, che come abbiamo visto presenta invece una crescente importanza epidemiologica e clinica. In un’esperienza condotta presso il nostro centro nell’anno 1999, il numero di pazienti HIV-positivi di età superiore o uguale a 55 anni trattati con antiretrovirali per almeno 12 mesi era limitato a 21 casi, e la loro incidenza complessiva nell’ambito dell’intera coorte trattata farmacologicamente era ridotta al solo 2,7% [2] (p<.0001 rispetto all’incidenza del 7,2% rilevata nel presente studio, relativo all’anno 2002). Nel lavoro citato, quando messi a confronto con pazienti HIV-infetti di età inferiore a 35 anni in uno studio caso-controllo, i pazienti con 55 o più anni mostravano una maggiore incidenza di trasmissione sessuale del virus HIV, una più frequente diagnosi di AIDS, una più lenta discesa della viremia (limitata ai primi 6 mesi di follow-up), ed un più evidente difetto di immunoricostituzione, in termini sia di rapidità che di entità della ripresa [2]. La nostra più recente esperienza, riferita all’anno 2002, conferma l’esistenza di una risposta immunologica più limitata, più rallentata, ed incompleta alla terapia antiretrovirale, in relazione parallela con l’incremento dell’età media dei pazienti coinvolti. Sebbene il recupero della conta dei linfociti CD4+ sia sempre rimasto sotto la media attesa per i pazienti giovani-adulti, la più evidente differenza statistica veniva osservata al sesto ed al nono mese di HAART. Il permanere di una conta media di CD4+ sempre inferiore a 200 cellule/µL, era inoltre responsabile dell’insorgenza o della recidiva di affezioni associated ad AIDS in poco meno del 40% dei pazienti allo studio. In virtù dell’esperienza da noi precedentemente effettuata [2], possiamo quindi confermare che il progressivo incremento dell’età dei pazienti con infezione da HIV sembra influenzare in misura francamente negativa la risposta immunologica all’HAART, ancor più di quella virologica. Questo aspetto potrebbe derivare dalla mantenuta efficacia antivirale dei potenti farmaci che sono alla base dell’HAART, ma dalla limitata funzione residua dei centri linfoidi primari e secondari, ed in particolare del timo (inteso come organo centrale per la proliferazione e la maturazione dei T-linfociti) [11-13]. La nostra valutazione, sebbene limitata da un punto di vista numerico, ci ha permesso di osservare nell’ambito dei pazienti più anziani (con 66 anni o più) un’aumentata frequenza di soggetti naïve agli antiretrovirali (76.9% versus 70.4%), ed una tendenza verso una più frequente diagnosi di AIDS (92.3% versus 70.4%). Oltre a ciò, un indice di completa soppressione virale limitato al 23,1% veniva osservato nei soggetti più anziani, versus un indice del 31,8% rilevato nel gruppo con età compresa tra 55 e 65 anni. Nel complesso, la caduta media della viremia risultava limitata a valori compresi tra 0,5 e 1 Log10 nell’intera popolazione allo studio (valori sicuramente molto al di sotto dell’efficacia dimostrata dall’HAART nei primi 12 mesi su pazienti in età giovanile-adulta). D’altra parte, l’avanzare dell’età non sembra sortire alcun effetto negativo sulla frequenza di modificazioni del regime HAART per effetti collaterali o tossici, e sui livelli di aderenza (compliance) alla terapia, indicatori di grande importanza sull’esito a lungo termine di qualunque regime HAART. Un simile profilo di aderenza è stato osservato da Emlet in una recente esperienza, che ha tenuto conto delle possibilità di accesso alle strutture ambulatoriali dedicate e ai farmaci antiretrovirali, ad opera di una popolazione anziana [14]. Quanto da noi riportato conferma inoltre i recenti riscontri di Hinkin, che ha documentato livelli di compliance all’HAART addirittura maggiori in pazienti ultracinquantenni, nonostante una maggiore frequenza attesa di deficit cognitivi, e la più frequente concomitanza di altre patologie e di altri trattamenti farmacologici [15]. Gli adulti e gli anziani consapevoli del loro stato di sieropositività per HIV si rivolgono infatti con maggiore frequenza presso i centri specializzati, in confronto con pazienti più giovani, spesso tossicodipendenti o affetti da altre problematiche psico-sociali, che manifestano invece un inferiore livello di contatto con le strutture sanitarie [16]. In una recente casistica di 165 soggetti HIV-positivi di età superiore a 55 anni, la frequenza relativa di patologie concomitanti (in media, 2,4 per ciascun paziente), e le relative, molteplici prescrizioni terapeutiche (in media, 2,7 per paziente), non sembravano infatti condizionare in misura negativa un trattamento efficace della malattia da HIV [10]. Queste situazioni potrebbero essere alla base del migliore livello di aderenza degli anziani rispetto ai giovani HIV-positivi, nonostante la più frequente co-morbidità per altre patologie propria dell’età più avanzata [16]. Il progressivo incremento dell’età media dei pazienti con malattia da HIV rappresenta un fattore di notevole interesse e preoccupazione, nell’ambito della gestione dell’infezione retrovirale nel terzo millennio, per il sensibile incremento di frequenza, ed il suo ampio spettro di implicazioni eziopatogenetiche, clinico-laboratoristiche, terapeutiche, evolutive, nonché psico-sociali. A queste problematiche fa riscontro l’emergere di significativi interrogativi in termini di sanità pubblica, assistenza medico-sanitaria, e predisposizione e riorganizzazione delle future risorse economiche, tecniche, ed assistenziali [4, 17]. Un’aumentata co-morbidità con indicazione ad assumere altri farmaci, un più frequente coinvolgimento degli organi vitali (fegato, reni, cuore, circolazione, metabolismo), un conseguente, più elevato rischio di tossicità e/o di interazioni farmacologiche sfavorevoli, una maggiore vulnerabilità ai molteplici, potenziali effetti collaterali indotti dall’HAART (da noi peraltro non osservata), una temuta, accresciuta difficoltà di aderenza nei confronti di regimi terapeutici oggettivamente complicati (anch’essa finora scongiurata dai dati finora disponibili), unitamente ad una diversa risposta alla terapia antiretrovirale in termini immunologici, virologici e clinico-evolutivi [3, 17], sono attesi parallelamente all’incremento dell’età media dei pazienti verso la vecchiaia, e sono gravati da attese problematiche di interesse psico-sociale e culturale derivanti dal trattamento di una patologia cronica, contagiosa, e potenzialmente letale, quale l’infezione da HIV [3, 4, 9, 18, 19]. Particolare attenzione dovrebbe essere prestata al rischio di trasmissione sessuale, che appare rappresentare virtualmente l’unica modalità di diffusione dell’HIV in età avanzata, e necessita di appropriati interventi preventivi ed informativi [18, 19]. In conclusione, studi clinici controllati che non escludano le età più avanzate (in genere tagliate fuori dai trial preliminari eseguiti con nuovi farmaci o associazioni di farmaci antiretrovirali), sembrano particolarmente necessari al fine di validare dati relativi agli effetti ed alla tollerabilità della terapia antiretrovirale nel paziente anziano, che rappresenta un target di popolazione vieppiù emergente di anno in anno. In attesa di dati controllati, in età avanzata appare prudente intervenire con i regimi antiretrovirali più potenti finora a disposizione, e realizzare uno stretto monitoraggio immunologico, virologico e clinico, poiché il recupero in questi ultimi soggetti sembra in genere meno rapido ed incompleto [2, 20]. In particolare, la persistenza di un grave deficit immunitario (espresso da bassi livelli di linfociti CD4+), rappresenta un grave fattore predisponente lo sviluppo o la ricorrenza di severe complicazioni cliniche correlate ad infezione da HIV avanzata e all’AIDS, che vanno attentamente prevenute con una stretta sorveglianza clinica ed opportune misure di chemioprofilassi.

 

Roberto Manfredi

Dipartimento di Medicina Clinica Specialistica e Sperimentale, Sezione di Malattie Infettive, Università degli Studi di Bologna

 

 

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