INFEZIONE DA HIV E MARGINALITA’. EPIDEMIOLOGIA E TRATTAMENTO ANTIRETROVIRALE IN SOGGETTI IMMIGRATI IN ITALIA DA PAESI EXTRAEUROPEI.

 

 

INTRODUZIONE

 

Ad uno scenario clinico dell’infezione da HIV in continua modificazione, grazie ai notevoli mutamenti della storia naturale della malattia intervenuti dopo l’introduzione delle terapie antiretrovirali ad elevata attività (highly active antiretroviral therapy, HAART), negli anni più recenti vanno emergendo problematiche di resistenza, aderenza, e tossicità a lungo termine nei confronti dei regimi antiretrovirali di combinazione [1-7], e si vanno sovrapponendo profonde modificazioni epidemiologiche, in buona parte connesse alle recenti ondate migratorie che hanno coinvolto tutti i Paesi dell’Europa Occidentale [8-12]. Anche nel caso dell’Italia, l’immigrazione verso il nostro Paese è stata caratterizzata dall’arrivo in misura massiccia di persone in cerca di lavoro, di profughi, e di rifugiati politici, provenienti per lo più da Paesi in via di sviluppo del bacino del Mediterraneo, dell’Est Europeo, dei Balcani, dell’Africa centrale e dell’Asia. Una particolare vulnerabilità nei confronti dell’infezione da HIV (come pure di altre patologie infettive, soprattutto tubercolosi e malattie sessualmente trasmesse), è stata riconosciuta come fattore prominente in queste popolazioni recentemente immigrate, o perché provenienti da aree altamente endemiche per HIV, o perché a particolare rischio per l’acquisizione dell’infezione retrovirale dopo il loro arrivo nei Paesi sviluppati, per le precarie condizioni di vita sul versante economico ed igienico-sanitario, ed al connesso stato di profondo disagio psico-sociale connesso all’emarginazione [13-17]. Particolarmente a rischio in questa ottica appare la popolazione femminile immigrata, interessata da maggiori difficoltà di inserimento sociale e lavorativo, dal frequente ricorso alla prostituzione, da un più frequente esposizione ad infezioni sessualmente trasmesse (rispetto a quelle connesse al consumo di droghe o farmaci), e potenzialmente a rischio di trasmettere patologie infettive alla prole per via verticale.

Ciò nonostante, molto limitati sono stati fino ad oggi gli studi indirizzati a cogliere le specificità dell’infezione da HIV nella popolazione femminile immigrata, salvo alcune esperienze a sfondo socio-epidemiologico  [18-23]. In una piccola casistica recentemente pubblicata, tra 250 immigrati di origine Birmana sottoposti a screening sierologico per infezione da HIV in Thailandia, la prevalenza di sieropositività per HIV risultava pari al 4,1% nel sesso maschile, ed all’1,2% nel sesso femminile [21]. Un’indagine svolta in 7 cliniche per malattie a trasmissione sessuale della contea di Los Angeles (USA), mostrava una prevalenza per HIV comparabile tra immigranti (provenienti per lo più dall’America centrale), ed Americani di nascita (1,8% versus 1,6%), ma appositi sottostudi mostravano una prevalenza significativamente superiore tra le donne di origine Africana subsahariana [22]. La popolazione locale di immigranti era peraltro rappresentata da soggetti che si trovavano mediamente negli USA da oltre 12 anni (situazione epidemiologica profondamente diversa da quella Italiana), e avevano presumibilmente contratto l’infezione da HIV nel Paese di arrivo [22].

Obiettivo del nostro contributo è valutare la frequenza e le caratteristiche demografiche, epidemiologiche, cliniche, e terapeutiche dell’infezione da HIV in donne immigrate da Paesi extraeuropei (extra-UE), in uno studio di confronto che coinvolge un’analoga popolazione di immigrati di sesso maschile, seguiti nello stesso periodo di tempo (anni 2001-2002), in un singolo centro di riferimento del nord Italia.

 

 

PAZIENTI E METODI

 

Tra i 1.036 pazienti seguiti per infezione da HIV negli ultimi due anni (2001-2002) presso il nostro centro ambulatoriale (sito presso il Policlinico S. Orsola di Bologna), 82 (7,9%) provengono da Paesi extra-UE. Abbiamo paragonato caratteristiche demografiche, epidemiologiche, cliniche, laboratoristiche, e terapeutiche di 41 soggetti consecutivi di sesso femminile, con quelle di 36 pazienti di sesso maschile seguiti e valutati nello stesso periodo di tempo, analizzando i dati tramite test t di Student, Mantel-Haenszel chi-square test, e Fisher exact test (con livelli di significatività fissati a p<.05) (Tabella). In tutti i casi, è stata somministrata una triplice combinazione antiretrovirale ad elevata attività (HAART), comprendente due analoghi nucleosidici inibitori della trascriptasi inversa, in associazione con uno o due inibitori delle proteasi, oppure con un inibitore non-nucleosidico della trascriptasi inversa.

La valutazione dei markers laboratoristici relativi all’evoluzione dell’infezione da HIV è stata effettuata a cadenza almeno trimestrale, sul versante virologico mediante saggi della viremia plasmatica (con valore-soglia <50 copie/mL), e sul versante immunologico con lettura della conta dei T-linfociti periferici in citofluorimetria a flusso a doppia marcatura. L’efficacia della terapia antiretrovirale è stata valutata sulla base delle attuali raccomandazioni internazionali, mentre la tollerabilità dei regimi terapeutici somministrati è stata monitorata attraverso controlli clinici mensili, ed esami laboratoristici effettuati a cadenza almeno trimestrale (e comprendenti tra l’altro esami ematologici, assetto epatico, funzionalità renale, assetto lipidico plasmatico, screening biochimico e coagulativo di base, ed esame urine). Il livello di aderenza alle prescrizioni è stato stimato sulla base delle dichiarazioni rese spontaneamente dai pazienti, della compilazione di questionari ad hoc, e della distribuzione e del controllo diretto dei farmaci distribuiti, effettuati ciascun mese presso i nostri servizi ambulatoriali. Eliminando dalla valutazione cinque soggetti su 82 (6,1%) seguiti per un periodo inferiore ad un anno, o con un’aderenza inferiore al 70% ai controlli ed alle terapie raccomandate, abbiamo limitato la nostra valutazione a 77 pazienti che dispongono di almeno un anno di follow-up e di controlli laboratoristici almeno trimestrali.

 

 

RISULTATI

 

Rispetto ai rimanenti 954 pazienti HIV-positivi afferenti alla nostra coorte, gli immigrati extra-UE presentano una percentuale significativamente più elevata di donne (p<.0001), una maggiore frequenza di trasmissione eterosessuale e perinatale (p<.0001), ed un più breve periodo di sieropositività nota (p<.0001) (dati non riportati). Mentre le prime due caratteristiche sono proprie delle modalità di contagio del virus HIV nei soggetti immigrati rispetto agli Italiani, l’ultima differenza trova la sua ragione preminante nel più breve periodo di follow-up trascorso presso la nostra struttura.

Per quanto concerne la provenienza geografica, la maggior parte dei pazienti giunti da Paesi extra-UE è originaria di regioni dell’Africa centrale, occidentale o orientale (subsahariana) (44 casi su 77 valutabili: 57,1%), seguita dal nord-Africa (Mahgreb) (19 pazienti: 24,7%), dall’Est Europeo (7 casi), dall’America meridionale (4 pazienti), e dall’Asia (tre casi). Ventisei diverse nazionalità sono però  rappresentate nell’ambito dei nostri 77 pazienti, con conseguente ampia frantumazione della casistica a seconda della provenienza geografica, in quanto l’Eritrea (5 pazienti) risultava il Paese di più frequente provenienza, seguito da Nigeria, Zambia e Brasile (4 casi), e Marocco, Tunisia ed Etiopia (tre pazienti ciascuno). Nel loro insieme, tutti i pazienti stranieri risultavano affetti da infezione da HIV-1, e non si registrava alcun caso di contagio provocato dal virus HIV-2, retrovirus più comune proprio in alcune regioni endemiche dell’Africa subsahariana.

Paragonate con i pazienti di sesso maschile, le donne risultano più numerose (41 versus 36), significativamente più giovani (p<.0001), provengono dalle medesime regioni geografiche (dati dettagliati non riportati), ma sono prevalentemente esposte al virus HIV per via sessuale (rispetto all’uso di droghe e.v.) (p<.02), e scoprono la loro condizione di sieropositività più spesso dopo il loro arrivo in Italia (p<.04), perché l’infezione è stata con maggiore frequenza contratta e/o rilevata soltanto nel nostro Paese. In particolare, un test sierologico negativo antecedente l’immigrazione in Italia era disponibile per sole cinque donne e quattro uomini rispettivamente, mentre l’infezione da HIV risultava nota già prima dell’immigrazione in 14 uomini versus 7 donne (p<.04) (Tabella).

Dal punto di vista clinico-evolutivo, la maggiore brevità della condizione di sieropositività conosciuta ai pazienti stessa ed ai Sanitari (p<.05), si traduce in una minore incidenza di casi di AIDS conclamata tra i soggetti di sesso femminile (p<.02) (Tabella).

L’accesso alle terapie antiretrovirali, caratterizzato da una tempistica di inizio sovrapponibile rispetto alla popolazione maschile immigrata, dall’impiego di associazioni farmacologiche comparabili, e da una durata statisticamente simile, trova il suo elemento differenziale in livelli di compliance migliori tra le donne immigrate rispetto agli stessi parametri rilevati negli uomini (p<.0001) (Tabella). A parità di altre condizioni, proprio questa variabile potrebbe essere quindi artefice di una conta media attuale di linfociti CD4+ più elevata (p<.02), e di minori livelli di viremia plasmatica (p<.0001), considerando i parametri ottenuti all’ultima misurazione disponibile, anche se la differenza relativamente al raggiungimento di una completa soppressione virale (70,7% tra le donne versus 52,8% tra gli uomini) non risulta statisticamente significativa (Tabella). Oltre ad un’aderenza terapeutica significativamente maggiore rispetto a quelle riscontrata tra gli uomini (p<.0001), nel sesso feminile si nota una più diffusa tendenza a non necessitare di cambi del regime terapeutico per ridotta tollerabilità, scarsa compliance, o per rifiuto personale (73,2% versus 61,1%) (Tabella): anche quest’ultimi parametro potrebbe giocare un ruolo nel garantire una migliore efficacia dell’HAART tra le donne immigrate.

Sulla base di un’analisi multivariata dei diversi parametri demografici, epidemiologici, clinici, laboratoristici e terapeutici considerati nei due gruppi di pazienti immigrati, non si otteneva alcuna associazione statisticamente significativa con i singoli Paesi o continenti di provenienza (dati non riportati).

 

 

DISCUSSIONE

 

I flussi migratori diretti verso l’Italia costituiscono un fenomeno recente nella nostra realtà sociale, proprio in larga prevalenza dell’ultimo decennio. Essi pongono alla nostra attenzione soggetti provenienti da regioni del mondo altamente endemiche per l’infezione da HIV (dove contatti sessuali, trasmissione perinatale, e movimenti migratori interni giocano un ruolo primario) [18, 21], o individui che sono stati esposti all’infezione soltanto dopo essere giunti nel nostro Paese, a seguito delle loro disagiate condizioni economico-sociali e sanitarie [24]. Molti dei pazienti recentemente immigrati in Italia provengono da regioni ad elevata endemia per HIV (es. Africa subsahariana) [8-12, 17], dove attualmente si concentra la maggior parte dei casi di infezione da HIV, rimasta per lo più ancora indiagnosticata, e le risorse economiche disponibili restano largamente insufficienti in termini di terapia e profilassi rispetto alle necessità locali [15]. In tali Paesi, la frequenza del contagio per via eterosessuale e verticale ha condotto alla formazione di un immenso serbatoio di persone infette in età riproduttiva, che consente la diffusione esponenziale dell’epidemia, con conseguenze prevedibilmente catastrofiche sulla popolazione generale negli anni a venire.

L’immigrazione nei Paesi industrializzati di persone provenienti da regioni in via di sviluppo è quindi responsabile di un aumento diretto di casi di malattie da importazione (endemiche nei Paesi di provenienza), e di un ben maggiore incremento indiretto di patologie legate a condizioni di indigenza, i degrado socio-economico, di tossicodipendenza, di clandestinità, di prostituzione, ed alle conseguenti ridotte misure di igiene e di assistenza sanitaria [10, 11, 13-16, 25]. La patologia diffusiva di maggior impatto dal punto di vista epidemiologico e sociale è rappresentata dalla tubercolosi [8, 9, 12, 16, 26] (la cui incidenza appare incrementata di almeno 7 volte in presenza di malattia da HIV), ma anche le malattie sessualmente trasmesse, le patologie cutanee ad eziologia infettiva o parassitaria, e la stessa infezione da HIV [10, 11, 13, 14], sono sempre più frequentemente riportate come patologie direttamente o indirettamente connesse ad immigrazione. Sul versante dell’infezione retrovirale, vi è da segnalare il crescente riscontro di sierotipi di HIV-1 diversi dal B (e considerati non autoctoni) in Spagna, in Olanda ed in altri Paesi occidentali, potenzialmente legati a contatti con Paesi in via di sviluppo (prevalentemente Africa subsahariana, Caraibi, o Sud America), attraverso viaggi o immigrazione [27-30], ed una frequenza apprezzabile di infezioni da HIV-2 (non dimostrate nella nostra esperienza) [31].

Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile, i casi di AIDS notificati in Italia al 30 giugno 2002 ammontavano a 50.271: 2.815 di essi (5,6%) erano rappresentati da cittadini stranieri (ivi compresa l’Unione Europea). Le aree geografiche di provenienza dei cittadini non italiani erano rappresentate in primo luogo dall’Africa (2.4% del totale), seguita dal Sud America (1,6%), dall’Europa Occidentale (0,6%), dall’Est Europeo e dall’Asia (0,2% per ciascuna regione), e dal Nord America (0,1%). Purtroppo, non è disponibile un’ulteriore sottoanalisi relativa al sesso dei pazienti stranieri, né specifiche relative a parametri epidemiologici e clinico-terapeutici [32].

Per quanto concerne l’andamento dell’infezione da HIV e dell’AIDS in generale, nei Paesi sviluppati l’introduzione su larga scala delle misure di prevenzione del contagio [19, 33], e soprattutto del monitoraggio virologico ed immunologico e delle terapie antiretrovirali di combinazione (HAART), ha dimostrato un rapporto costi-benefici sicuramente favorevole [15, 34], nonostante l’emergere di una serie di problematiche a lungo termine correlate all’assunzione dell’HAART [3-7], e le elevate spese connesse al trattamento ed al monitoraggio dell’infezione da HIV [6, 34]. Al momento attuale, non sono però disponibili dati controllati (né retrospettivi, né prospettivi) relativi all’epidemiologia, alla clinica, al trattamento ed all’evoluzione dell’infezione da HIV in epoca di HAART nei pazienti immigrati in Paesi industrializzati, e nello specifico in Italia.

Nell’esperienza relativa al nostro Centro, si è assistito ad un rapido incremento del numero e dell’incidenza relativa dei pazienti extra-UE nell’ambito della coorte di soggetti HIV-positivi da noi seguiti. Nel corso degli ultimi due anni di osservazione (2001-2002), tale incidenza si è attestata su valori superiori all’8%, molto superiori rispetto a quelli da noi constatati nell’anno 1999 [24], e decisamente più elevati se confrontati con i dati, altresì scarsamente paragonabili, offerti dall’andamento dalle notifiche di casi di AIDS conclamato in Italia [32]. Pur con le limitazioni connesse alla ristrettezza del campione, la nostra esperienza ci ha permesso di confrontare alcune caratteristiche epidemiologiche, clinico-laboratoristiche e terapeutiche relative all’infezione da HIV ed al suo trattamento, sulla base del sesso dei pazienti immigrati da noi seguiti. Rispetto ai soggetti di sesso maschile, le donne sono in lieve sovrannumero, ma hanno provenienza geografica comparabile (prevalentemente, dall’Africa centrale). Esse manifestano un’età più giovanile, risultano per lo più esposte al contagio per via sessuale, e riscontrano il loro stato di sieropositività più spesso in Italia (per infezione contratta o scoperta nel nostro Paese), non di rado in occasione di controlli di routine svolti in corso di gestazione. Poiché soltanto 21 pazienti su 77 complessivi (27,3%) risultavano al corrente del loro stato di infezione prima del loro arrivo in Italia, se ne deduce che nella maggioranza dei casi osservati non sussistesserero elementi che permettessero di discriminare se l’infezione da HIV fosse stata contratta nelle regioni di origine, in altri Paesi dove i pazienti avessero precedentemente soggiornato, o dopo il loro arrivo in Italia; soltanto 9 pazienti (11,7%) disponevano di un test sierologico negativo per infezione da HIV, eseguito prima del processo migratorio (Tabella). Da sottolineare comunque la persistente assenza di infezione o co-infezione ad opera del virus HIV-2 [31], spesso endemico in alcuni Paesi di provenienza dei nostri immigrati HIV-positivi, e rilevato con maggior frequenza in altri Paesi europei [30].

Come premesso, lo stato di diffuso disagio psico-sociale ed economico aggiunge ulteriori rischi ai giovani pazienti immigrati, che nella maggior parte dei casi provengono proprio da aree ad elevata endemia per l’infezione da HIV. Sempre in confronto con la popolazione maschile extra-UE, le donne, pur avendo un follow-up della loro sieropositività più limitato nel tempo, manifestano una minor frequenza di casi di AIDS conclamata. Sul versante della terapia antiretrovirale, l’epoca di inizio dell’HAART e la durata della terapia risultano finora paragonabili nei due gruppi allo studio, ma le donne manifestano una migliore aderenza all’HAART, e minori interruzioni o switch terapeutici per intolleranza o rifiuto: quest’ultima situazione potrebbe essere alla base del miglior risultato dimostrato in termini immunologici e virologici, e di un’aumentata frequenza di soppressione virale (Tabella). I nostri dati  confermano quindi quanto osservato sull’efficacia dell’HAART in base al tipo di esposizione all’infezione da HIV, con un più sfavorevole decorso nei pazienti tossicodipendenti rispetto ai contagiati per via sessuale [34], per motivi fondamentalmente connessi ai diversi livelli di aderenza all’HAART [35]. Focalizzando appunto il versante dell’aderenza, un ampio studio multicentrico Italiano condotto su 366 pazienti ha recentemente dimostrato che la variabile che maggiormente indice sulla compliance alle terapie raccomandate è l’uso di droghe e farmaci d’abuso, in assenza di differenze significative a seconda del sesso e dell’orientamento sessuale [35]. Nella nostra esperienza, il numero significativamente inferiore di tossicodipendenti tra le donne immigrate (7,3% versus 22,2%), potrebbe largamente contribuire ai superiori livelli di aderenza dimostrati da queste ultime, rispetto ai soggetti extra-EU di sesso maschile, con positivi riflessi sulla risposta terapeutica.

Una rapida identificazione ed una terapia tempestiva della malattia da HIV rappresentano questioni di emergente interesse nell’ambito dei pazienti recentemente immigrati, per ragioni epidemiologiche (ben oltre l’8% della nostra coorte di oltre 1.000 pazienti HIV-positivi è oggi costituito da stranieri extraeuropei), e per le particolari caratteristiche socio-economiche e psicologico-colturali che sottendono il fenomeno dell’immigrazione ed il vissuto di infezione trasmissibile e di malattia cronica potenzialmente letale, che necessita di una terapia farmacologica e di controlli da proseguire quoad vitam. Anche se negli immigrati ci si attende un decorso clinico-immunologico dell’infezione da HIV del tutto simile a quello osservato nei pazienti italiani con analoga infezione (vista anche la virtuale assenza di casi di infezione da HIV-2 nella nostra coorte), la risposta virologica iniziale può essere influenzata dalla maggiore brevità del follow-up, e dalla più rapida raccomandazione terapeutica, rispetto a pazienti italiani già seguiti da tempo presso il nostro centro di riferimento [24]. I pazienti immigrati nel nostro Paese e riscontrati affetti da malattia da HIV mostrano alcune differenze di natura epidemiologica rispetto ai soggetti di origine italiana o comunitaria, ma presentano un grado di evoluzione clinico-laboratoristica della malattia e di accettazione, efficacia e tollerabilità dei regimi terapeutici sostanzialmente sovrapponibili, se non addirittura più favorevoli rispetto a quelli osservati nei pazienti Italiani [24]. Nelle più estese aree metropolitane dell’Europa Occidentale si è registrato negli anni più recenti un costante incremento dell’entità della popolazione immigrata per motivi socio-economici o politici, per la quale è necessario prevedere strategie di assistenza sanitaria e di prevenzione idonee e mirate [13, 14, 17-21, 23, 25, 26]. Nell’ambito dei programmi clinico-assistenziali da implementare, non vanno trascurate le necessità di uno screening e di un trattamento precoci dell’infezione da HIV negli immigrati, e l’adozione di adeguate misure preventive, specie quando sussistano situazioni di disagio socio-economico e sanitario, ed in particolare nel sesso femminile, data la maggiore esposizione al contagio per via sessuale, e la potenziale trasmissione del virus HIV per via materno-fetale. In alcuni Paesi sviluppati sussistono purtroppo ancora limitazioni di accesso alla diagnostica e ai trattamenti per l’infezione da HIV nei soggtti immigrati, che versino in condizione di clandestinità o siano privi di adeguata copertura assicurativa [36]. Campagne di informazione e di prevenzione “mirate” sui soggetti recentemente immigrati a rischio di aver contratto, di poter contrarre, e di diffondere l’infezione da HIV (e altre patologie trasmissibili) sono state programmate nella maggior parte dei Paesi sviluppati oggetto di flussi migratori [10, 13, 23, 25, 33], allo scopo di limitare per quanto possibile i comportamenti a rischio e di informare e controllare in modo adeguato i soggetti immigrati poco dopo il loro arrivo nel Paese, attraverso un adeguato percorso sanitario. Particolare importanza ai fini del successo dei messaggi educativi, formativi e di counseling, è legata ad una stretta considerazione dello specifico background culturale e sociale degli immigrati. Studi epidemiologici di sorveglianza e trial terapeutici prospettici si rendono infine fortemente necessari al fine di valutare l’entità del fenomeno su larga scala, di verificare l’efficacia delle misure di profilassi del contagio sessuale e materno-fetale, e di disporre di dati attendibili circa l’andamento dell’infezione da HIV e la risposta immunologica, virologica e clinica della malattia al trattamento antiretrovirale, il grado di aderenza alle terapie farmacologiche raccomandate, nonché i livelli di tollerabilità a breve e a lungo termine dei regimi terapeutici, nei soggetti immigrati da Paesi in via di sviluppo.

 

Roberto Manfredi

Dipartimento di Medicina Clinica Specialistica e Sperimentale, Sezione di Malattie Infettive, Università degli Studi di Bologna “Alma Mater Studiorum”, Azienda Ospedaliera di Bologna, Policlinico S. Orsola-Malpighi, Bologna

 

 

 

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Tabella. Caratteristiche dei 77 pazienti immigrati valutabili seguiti negli ultimi due anni (2001-2002). La tabella riporta il confronto di una serie di variabili epidemiologiche, laboratoristiche, cliniche, e terapeutiche.

 

Caratteristiche dei pazienti

Donne (N=41)

Uomini (N=36)

Età media dei pazienti (anni ± DS)

30,9 ± 2,3

34,6 ± 4,2

N. pazienti con esposizione sessuale / TD e.v. / trasmissione verticale

38 / 3 / 0

26 / 8 / 2

N. pazienti provenienti dall’africa subsahariana

23

21

N. pazienti con infezione nota prima dell’immigrazione

7

14

N. pazienti con sierologia negativa prima dell’immigrazione

5

4

Durata media sieropositività nota (mesi ± DS)

10,4 ± 1,7

11,3 ± 2,1

N. pazienti con diagnosi di AIDS conclamata°

8

16

Durata media trattamento antiretrovirale (mesi ± DS)

14,2 ± 2,3

13,7 ± 3,2

Attesa precedente l’introduzione dell’HAART (mesi ± DS)

5,9 ± 0,6

6,1 ± 0,4

N. pazienti in terapia antiretrovirale da almeno 12 mesi

32

26

Conta media linfociti CD4+ (cellule/µL ± DS)*

379,2 ± 118,4

312,4 ± 122,2

Livello medio copie HIV-RNA/mL (Log10 ± DS)*

3,2 ± 0,3

3,8 ± 0,9

N. pazienti con viremia inferiore a 50 copie/mL°

29

19

Stima aderenza media alla terapia anti-HIV (%)°

95

81

N. pazienti con terapia modificata per scarsa tollerabilità, ridotta compliance,  o volontà personale°

 

11

 

14

 

* in occasione dell’ultimo controllo laboratoristico effettuato

° nel corso dell’intero periodo di follow-up