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Quale
qualità della vita? Il concetto di qualità della vita
occupa una posizione centrale nel dibattito bioetico
contemporaneo, sia a motivo dell’attualità del problema, sia perché esso funge
da linea di crinale tra diverse impostazioni teoriche e contribuisce a
determinare diversamente la soluzione di una molteplicità di questioni
pratiche. Si tratta, però, di un concetto che non è privo di margini di ambiguità, soprattutto a motivo delle diverse chiavi di
lettura che vengono utilizzate. La riflessione sulle tematiche della qualità della vita si consolida a partire
dalla seconda metà del XX secolo, quando si vengono a creare condizioni
generali di vita[1][1] per cui la maggior parte delle
persone (nel mondo sviluppato) può considerarsi sollevata dalle necessità più
impellenti e ci si pone il problema di un miglioramento complessivo dello stato
di benessere da molti punti di vista. Il contestuale
sviluppo delle conoscenze dal punto di vista scientifico, specialmente in campo
biomedico, oltre a porre interrogativi che porteranno
al sorgere della stessa bioetica come disciplina specifica, rende possibili
cure e interventi un tempo impensabili. Le società - complessivamente - si
riorganizzano con l’obiettivo di garantire ai propri membri un sempre maggiore
“benessere”, tanto che si parla di “welfare state” e
di “welfare society”, ed
criterio per individuare gli spazi di benessere (e quelli di miglioramento) è
proprio quello di “qualità della vita”, che si precisa nei vari settori. Ampiezza
del concetto Quando si parla di “qualità della
vita”, senza ulteriori precisazioni si intende
abbracciare la totalità dei fattori che contribuiscono a determinarla, ma per
agire direttamente sulla qualità della vita, anche al fine di cercare di
migliorarla è importante fare riferimento ad una serie di “indicatori” che si
riferiscono ai diversi ambiti la cui “qualità” può migliorare o peggiorare; ne
indichiamo alcuni a titolo esemplificativo: popolazione: densità sul territorio, natalità,
indice di vecchiaia, carico sociale o indice di dipendenza (dato dal rapporto
tra le classi in età non lavorativa - giovanissimi e anziani - e quelle in età
lavorativa), saldo migratorio interno, ecc.; sanità: vita media o speranza di vita,
quoziente di mortalità, natimortalità (nati morti per
1000 nati), mortalità perinatale (nati morti + morti nella prima settimana di
vita per 1000 nati), mortalità infantile, suicidi, assistenza medica, livello
di alimentazione, ecc.; istruzione: grado di analfabetismo, di
scolarità, spesa per l’istruzione (in rapporto al PIL); lavoro: livello di occupazione (forza
lavoro per 1000 abitanti), tassi di disoccupazione, pensionamenti, ecc.; giustizia: litigiosità, amministrazione
della giustizia (durata media dei procedimenti in giorni), livello di
criminalità, delinquenza minorile, ecc.; tenore di vita:
ricchezza (prodotto interno lordo pro-capite), propensione ai consumi,
propensione al risparmio, abitazione (numero delle stanze, grado di
affollamento), ecc.; ambiente: stato di degrado, politiche di
tutela, ecc. Ambiguità
del concetto Al di là dell’ampiezza
di ambiti di applicazione vi è anche un’ambiguità di questo concetto che
dipende dalle diverse
prospettive teoriche (etico-filosofiche) alla
luce delle quali viene inteso. Limitandoci all’ambito strettamente bioetico, possiamo individuare innanzitutto una prospettiva di matrice utilitarista (Engelhardt,
Mori, Lecaldano, ecc.) la preoccupazione principale è
quella di opporre a questo concetto variamente inteso l’idea di una “sacralità
della vita” per prenderne con decisione le distanze: per loro una vita ha
valore solo se possiede un certo grado di “qualità”, anche se
diventa problematico il modo in cui tale grado può essere definito e si pone
anche la domanda circa il soggetto che abbia l’autorità di definirlo,
soprattutto in situazioni in cui questo comporta scelte irreversibili (come nel
caso della richiesta di eutanasia per un malato più o meno “terminale”). Tale
orizzonte di pensiero dà vita a quella che può essere identificata come una
“etica della qualità della vita”, le cui caratteristiche fondamentali sono: la
dipendenza da un’etica di tipo consequenzialista, l’assegnare
un valore relativo alle vite umane, differenziandole tra loro sulla base dei
diversi livelli di “qualità” che queste sembrano avere alla luce di determinati
parametri, assumere la norma
per cui la tutela della vita umana non comporta un obbligo superiore,
indipendente dalla valutazione della sua “qualità”. Salta immediatamente
agli occhi come il punto nodale di tale
orizzonte di pensiero sia quello dei criteri per determinare un grado di
qualità della vita che possa essere considerato “accettabile” e quindi generare
una sorta di diritto alla tutela della persona. Ma
quali possono essere tali criteri? Fletcher[2][2] enumera i seguenti: minimo
intellettivo (Q.I. superiore a 20-40), autocoscienza, autocontrollo, senso del
tempo (presente, passato, futuro), capacità di relazione, interesse per gli
altri, capacità comunicativa, controllo dell’esistenza, curiosità, capacità di cambiare, equilibrio tra ragione e sentimento,
funzioni neocorticali. Naturalmente anche altri autori si sono misurati con il
problema ed hanno compilato altre “liste” di caratteristiche ed indicatori,
ciascuna delle quali - a sentir loro - consentirebbe di individuare una sorta
di “soglia” del grado di accettabilità della vita
umana. Ci sembra interessante un testo di Lecaldano
che esplicitamente si pone questo tipo di problematica: Un’etica che afferma la centralità
della nozione di qualità della vita per le scelte private e pubbliche sulle
questioni relative all’inizio della vita, alla sua
fine e alla cura riconosce la possibilità di dare diverso valore alle vite
degli individui (o alle varie possibilità di vita di un singolo individuo). A
quest’assunzione che presiede alla nozione di qualità della vita
è spesso opposta la concezione della sacralità della vita, la quale afferma che
tutte le vite (in genere solamente vite umane) hanno un uguale valore assoluto
e sacro. (…) Dal punto di vista teorico, la questione
centrale relativamente alla nozione di qualità della vita riguarda la natura
del metro di valutazione della qualità della vita. In proposito, si possono
distinguere tre principali approcci teorici: le teorie edonistiche, le teorie della preferenza e le teorie perfezioniste. Le teorie
edonistiche definiscono la qualità della vita in funzione della presenza di stati mentali piacevoli e dell’assenza di stati mentali
spiacevoli o dolorosi. In questi termini, la promozione della
qualità della vita consiste nella produzione di stati mentali piacevoli e nella
rimozione di quelli spiacevoli. (…) La teoria della preferenza ha l’indubbio
merito di mettere al centro della nozione di qualità della vita il ruolo della
scelta autonoma degli individui nel guidare le proprie scelte. Anche tale teoria, tuttavia, non è immune dai problemi. Il
ricorso diretto alle preferenze che un individuo esprime può non essere
risolutivo. Spesso, infatti, le preferenze sono il risultato di un processo di adattamento alle circostanze. (…)
Le possibilità di vita che sembrano sfuggire a chi esprime preferenze frutto
dell’adattamento sono invece al centro delle teorie perfezioniste. Tali teorie,
infatti, identificano la promozione della qualità
della vita con l’esercizio di alcune capacità propriamente umane. (…) Ciò che è essenziale per la promozione della qualità
della vita sarebbe la presenza di un’effettiva capacità di sviluppo in ambiti
che appartengono propriamente e universalmente agli esseri umani, come le
relazioni affettive, la riflessività, la creatività, e così via. (…) Una teoria convincente della qualità della vita, quindi,
dovrebbe essere in grado di combinare elementi della teoria della preferenza e
di quella perfezionista, salvaguardando l’idea che è la pluralità degli stili
di vita e delle scelte autonome a determinare la lista delle capacità umane da
promuovere[3][3]. Per gli autori che si rifanno ad
una concezione di matrice personalista il
fondamento della riflessione è l’idea che la dignità
della persona (che le appartiene di diritto e non per cortese attribuzione
dall’esterno) sia il fondamento del dovere di rispettare/favorire anche la
qualità della sua vita, e non viceversa. Se la persona
umana è meritevole di tutela, lo è in forza di quello che è
e non in forza di quello che ha, fa o può fare. Se è
pur vero che in un’ottica di tipo teologico si potrebbe dire che la vita umana
è “sacra” (in quanto immagine e somiglianza della vita divina e oggetto di un
particolare amore da parte del Creatore), in termini strettamente filosofici
sembra più corretto affermare che essa rappresenta un
bene “non disponibile”, in forza della dignità intrinseca della persona umana.
Tale dignità deve essere “riconosciuta” e non “attribuita”, né pertanto ha
senso assumere una qualsiasi “valutazione” della qualità della sua vita come
criterio di attribuzione di tale dignità: La contrapposizione tra un’etica
della qualità della vita e un’etica della sacralità della vita perde di
consistenza se i due termini sono assunti in modo formale, cioè
prescindendo da determinazioni contenutistiche più precise. Infatti
la “sacralità” è propriamente una “qualità” della vita e, nello stesso tempo,
nessuna visione sacrale può trascurare il significato quantitativo, empirico,
materiale, presente nel concetto di qualità. Ma, così dicendo, si trascura ciò
che è invece lo specifico di questa contrapposizione, e la si
svuota del suo potere dialettico. La sacralità della vita, che per l’occidente ebraico-cristiano è però
riconducibile alla specificazione “vita umana”, ha ragione d’essere pensata
come contraddittoria rispetto alla “qualità della vita” soltanto se
quest’ultima espressione indica la radicale negazione di qualsiasi significato
e valore dell’esistenza umana che non sia in qualche modo empiricamente
equiparabile alle condizioni della vita di un adulto sano e consapevole. Tutte
le situazioni marginali e di marginalizzazione, dalla
vita prenatale alle condizioni di malattia, assumono, indubbiamente, un significato
differente se il parametro di valutazione è esclusivamente empirico. Il
problema consiste nel sapere se le variazioni delle condizioni di vita di un uomo (fisiologiche, biologiche, psicologiche,
sociali), che ne determinano la “qualità”, siano un criterio sufficiente per
stabilire il “valore” dell’uomo stesso. Ora, se si assumesse questa
prospettiva, lungi dall’introdurre una nuova etica si ritornerebbe, con la
mediazione della scienza, a quell’impostazione che ha dominato tutte le culture
che non hanno riconosciuto l’eguaglianza ontologica tra tutti gli uomini.
Indubbiamente la tesi dell’eguaglianza tra gli uomini, e quindi quella del loro
valore intrinseco, è storicamente debitrice sia della filosofia stoica sia
della religione ebraico-cristiana, ma queste origini non impediscono che si possa accedere ad
un riconoscimento della “dignità” dell’uomo che non passi attraverso queste
fondazioni[4][4]. Interessante anche la “diagnosi
culturale” della situazione contemporanea prodotta da un testo dei vescovi
italiani, nel tentativo di darsi ragione di un’evoluzione culturale che - letta
alla luce del Vangelo - presenta i tratti di uno scivolamento verso una
mentalità sempre meno attenta al valore della vita: Anche nel nostro paese, nel quale
il rispetto e l'amore verso la vita sono stati alla base di una cultura
millenaria, la mentalità e il costume dominanti sono complessi, notevolmente diversificati e talvolta persino contraddittori. Sembrano
contrapporsi una cultura della vita e una cultura
della morte o, più in profondità, una vera cultura della vita e una presunta
cultura della qualità della vita. (…) La cultura dominante considera la
"qualità della vita" come valore primo e assoluto e la interpreta
prevalentemente o esclusivamente in termini di efficienza
economica, di godibilità consumistica, di bellezza e
vivibilità della vita fisica, separata dalle dimensioni relazionali,
spirituali e religiose dell'esistenza. Una simile cultura conduce, come a suo
esito ultimo, alla eliminazione di tutte le vite
umane che appaiono insopportabili, perché prive di quella pretesa qualità
della vita. Così, di fronte al rischio di dare alla luce una creatura
malformata o malata, le diagnosi prenatali diventano una facile premessa per
l'aborto. Di qui anche i tentativi di emarginazione
degli anziani, delle persone non autosufficienti, di malati gravi e di quelli
terminali, sino alle forme più o meno larvate di eutanasia, per la quale non
manca chi invoca una legittimazione giuridica, facendo leva sui cosiddetti "casi pietosi", come già è accaduto
per l'aborto. Così si sopprime la vita, perché la si
pretende perfetta![5][5] Uno
spunto di riflessione filosofica Per Aristotele la qualità è uno dei modi di essere dell’ente
e - precisamente - una delle categorie accidentali che determinano la sostanza.
In altri termini si può dire che chi esiste propriamente, chi esercita l’atto di essere, è l’ente in quanto sostanza ontologicamente
costituita (un uomo, un albero, un animale, ecc.), ma questo ente è soggetto a modificazioni
che non lo annientano, ma ne modificano alcuni aspetti (sono queste quelle che
Aristotele chiama proprietà “accidentali”). Le qualità rappresentano l’insieme
principale e più significativo delle proprietà
accidentali (altre sono la quantità, la relazione, ecc.), ma - in quanto
categoria accidentale - non possono contribuire a modificare la natura intima
della persona umana, conferirle o toglierle una dignità che le compete in
quanto tale. Il contributo di Aristotele - pertanto -
offre una chiave di lettura metafisicamente avvertita della prospettiva
personalista. In una cultura dominata dalla
categoria dell’avere possiamo ritrovare la
dicotomia tra essere e avere anche nella riflessione sui fondamenti della
bioetica e sui criteri di azione in campo biomedico. Soprattutto nelle situazioni “di frontiera” vi è
la tentazione di applicare in modo assoluto la categoria dell’avere,
subordinando il riconoscimento del valore di una persona a ciò che essa ha (in
termini di “qualità della vita”), fa, o può fare. A
tale mentalità si oppone una logica centrata sull’essere, in cui la persona ha
valore e dignità in forza di quello che è e non di quello che ha. Il bivio
concettuale e culturale è netto e profondo e ci sembra difficile individuare,
di fronte a tale bivio, soluzioni intermedie che possano
salvare entrambe le posizioni. Come Ercole, giunto al
famoso “bivio”, ciascuno è chiamato a fare la propria scelta. Prof. Andrea Porcarelli – Docente di Pedagogia generale e sociale all'Università di Padova, Presidente del Centro di Iniziativa Culturale (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica [1] Le grandi guerre mondiali, la diffusione di malattie infettive di proporzioni epidemiche (come la terribile “spagnola”), l’alta mortalità infantile, la bassa durata media della vita caratterizzano ancora le condizioni di vita della prima metà del XX secolo e si modificano radicalmente nella seconda metà, in cui si avvia - peraltro - quel processo di risanamento economico che porterà al “boom” degli anni ’60. [2] Cfr. J. Fletcher, Four Indicators of Humanhood, in “Hastings Center Report”, 4, 1975; cit. da S. Leone, La riflessione bioetica sulla qualità della vita, in: G. Russo (et alii), Bioetica fondamentale e generale, SEI, Torino 1995. [3] Simone Pollo, Qualità della vita, in Eugenio Lecaldano (cur.) “Dizionario di Bioetica”, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 245-247 passim. [4] Adriano Pessina, Bioetica. L’uomo sperimentale, Bruno Mondadori, Milano 1999, p. 74. [5] CEI, Evangelizzazione e cultura della vita umana, Roma, 1989, nn. 4 e 6. |