Il caso delle gemelle iraniane: senza individualità corporea, meglio la morte

 

Volevano guardarsi finalmente negli occhi, ma durante il lungo intervento che avrebbe dovuto separare le loro teste unite dalla nascita, i loro occhi si sono spenti. Questo esito non era escluso dalle loro previsioni, anzi era il più probabile. Le due sorelle iraniane lo sapevano eppure avevano corso il rischio, perché la vita per essere vissuta esige un minimo di requisiti, primo dei quali è l’individualità del proprio corpo. La loro vita, che immaginiamo terribile, non le aveva spente. Si erano laureate in legge, avevano progetti per il futuro e anche una carica d’entusiasmo e di vitalità che non hanno nascosto davanti alle telecamere prima dell’intervento, ma insieme avevano capito che proprio la laurea, proprio il progetto, proprio l’entusiasmo, proprio la vita potevano esprimersi solo se il loro futuro avesse avuto i caratteri dell’individualità e della singolarità, fuori da quella condizione fisicamente simbiotica che avrebbe fatto della loro vita un puro quantitativo biologico. Perché in questo caso la morte era preferibile. Il mondo si è commosso come sempre accade quando la scelta non ha soluzioni intermedie ma gioca sul registro del tutto/nulla, dove il tutto è la vita e il nulla non è solo la morte, ma quella non vita che si profila all’orizzonte quando la condizione fisica chiude ogni progetto, preclude ogni amore, spegne qualsiasi futuro. La storia delle due ragazze iraniane ci riguarda, anche se la nostra condizione sembra così distante dalla loro. E’ una storia che ci dice che per gli uomini la vita non è un semplice percorso biologico da difendere a ogni costo, perché la vita è vita e va difesa comunque. No. La vita è vita se è la “mia” vita, se ha almeno quella caratteristica che Husserl indicava nella Jemeinigkheit (Mietà), se, pur tra mille condizionamenti, io posso considerarmi l’autore di quel che penso, di quel che faccio, di quel che progetto, di quel che realizzo, e non mi vedo ridotto a semplice espressione di una vicenda biologica, dove la natura, nella sua completa indifferenza, esprime la sua vitalità, anche mostruosa, ma non io la mia vita.

Penso che quando i cristiani parlano di anima si riferiscono alla vita che ciascun individuo progetta e costruisce al di là e oltre la sua vicenda biologica, per cui quando sento che la vita va difesa a tutti i costi, qualunque sia la sua espressione, avverto una sorta di rinnegamento dell’anima, un misconoscimento di tutti quei valori esistenziali che la parola anima porta con .

E questi sono che la vita che mi riguarda e mi coinvolge non è quella biologica che ricevo, ma quella personale che costruisco e in cui mi identifico. Solo specchiandomi in questa seconda vita posso chiamarmi per nome e riconoscermi e pormi in relazione agli altri come quell’io che sono di fronte a quel tu che sei.

Certo, il corpo organico, sede della vita biologica, mi dà le sue cadenze, ma non l’amore dell’infanzia, l’entusiasmo della giovinezza, la responsabilità dell’età adulta, lo sguardo sereno della vecchiaia. Questi tratti in cui riconosciamo la nostra vita non sono  eventi biologici, ma figure di quel nostro essere al mondo, non come le piante o gli animali, ma come quelli che sono al mondo per costruirne uno proprio in cui riconoscere la propria vita. Perché se la vita non è la propria, è qualche cosa che non ci riguarda. E siccome sono già tante le condizioni che ostacolano la “proprietà” della nostra vita, non difenderei a tutti costi i diritti della vita biologica quando le sue condizioni rendono impossibile quella esistenziale, l’unica in cui noi ci riconosciamo e, grazie a questo riconoscimento, a noi stessi possiamo dire: “Questa è, o è stata, la mia vita”.

Non neghiamo a nessuno il diritto a una vita personale solo per salvaguardare i diritti della vita biologica. Sarebbe bieco materialismo e misconoscimento dell’anima. Questo penso sia statoli vissuto delle due sorelle iraniane, alla base della decisione di farsi dividere. Una richiesta di vita “propria” anche a scapito della vita biologica.

L’intervento chirurgico non ha avuto successo. La biologia ha dettato la sua legge, corredata come sempre del suo solito tratto di inesorabilità. Ma non c’è in quella morte, seguita all’insuccesso dell’intervento, un’esigenza di vita, un tentativo di oltrepassare l’inesorabilità della natura? E non è proprio l’uomo il tentativo di oltrepassamento di questa inesorabilità? E non è proprio la parola “anima” a indicare il senso sotteso a questo tentativo? Io penso di sì.

 

Umberto Galimberti

Filosofo della storia, Università di Venezia