|
Il caso delle gemelle iraniane: meglio non giudicare Si
doveva proprio fare l’intervento su Ladan e Laleh Bijani? C’è polemica sul
fatto che i medici consentano ai pazienti di correre questi rischi e qualche
critico (ce ne sono sempre quando in medicina si fa qualcosa di nuovo) pensa
che qualcuno possa prendere vantaggio dalla disperazione di qualcun altro. Cosa dire? Meglio stare ai fatti. Le
gemelle iraniane avevano voluto molto fortemente
questo intervento, avevano consultato tanti chirurghi, nessuno era disponibile
a operare. L’ultima volta nel 1996 un neurochirurgo tedesco, bravissimo, aveva
detto no: troppi rischi. C’era in comune fra i due cervelli uniti
lo scarico venoso principale. Loro, Ladan e Laleh (colte, laureate in Legge, una pronta a fare l’avvocato,
l’altra con la passione del giornalismo) lo sapevano e hanno continuato a
cercare. Che cosa? Qualcuno che quel rischio lo volesse correre, e l’hanno trovato a Singapore: un
neurochirurgo dell’Australia Keith Goh che ha messo insieme un gruppo formidabile di
neurochirurghi, chirurghi vascolari, chirurghi plastici, e un centinaio di
altri tecnici ad aiutarli. Ha fatto venire Ben Carson,
direttore della neurochirurgia pediatrica del Johns Hopkins di Baltimora. Goh e Carson non erano alla prima
esperienza insieme, avevano separato nel 2001 due neonati del Nepal, anche loro
uniti per la testa. L’intervento era riuscito, i due bambini ora stanno benino,
hanno problemi, si capisce, ma vivono ciascuno la sua
vita. Ladan e Laleh
volevano vivere la loro vita e avevano detto esplicitamente, qualche settimana
prima dell’intervento: “Non vogliamo pensare a chi di noi vivrà e a chi invece
dovesse morire”. Sapevano anche perfettamente che una o entrambe avrebbe potuto svegliarsi con un danno permanente al cervello.
Paralizzate, magari, ma libere finalmente ciascuno con la sua
vita, con le sue idee, con la sua intelligenza, con il suo desiderio di affermarsi
in campi diversi. E di questo probabilmente si deve
solo prendere atto. Chi può dire se sia meglio una vita di sacrifici e di
privazioni, ogni ora del giorno, tutti i giorni dell’anno, per sempre, o non
piuttosto rischiare per riuscire a vivere una vita diversa? E
i medici? Anche qui stiamo ai fatti. Sul cervello,
sono in assoluto i più competenti al mondo, si sono preparati con uno scrupolo
straordinario. L’intervento è stato lunghissimo, segno di grande
attenzione ai minimi dettagli, erano in tanti e si davano il cambio. Per
loro è stata sul piano tecnico una grande sfida. Lo sapevano benissimo le
sorelle Bijani. Una sfida che con
queste premesse era giusto correre, che qualche volta in passato è
riuscita, che fra qualche anno riuscirà sempre. Interventi sulla vena
principale del cervello, se hanno successo possono
aprire frontiere straordinarie nella chirurgia dei tumori. La medicina va
avanti anche così. Giuseppe Remuzzi Primario Divisione Nefrologia e Dialisi Ospedali Riuniti di Bergamo |