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Eutanasia, atto d'amore o delitto? A
smuovere le acque è stata una dichiarazione di Indro Montanelli, a un convegno del dicembre scorso: "Non ho
paura della morte — ha detto l’anziano giornalista —. Ho paura di morire, di
soffrire. Cerco un medico che si impegni con me a
farmi morire come e quando gli chiederò di morire. Ma
non ne trovo" (La Stampa, 3 dicembre 1999). Il Premio Nobel Rita
Levi Montalcini gli ha fatto subito eco: "Anche
io vorrei essere aiutata a morire, se soffrissi in modo indicibile o se fossi
ridotta a un vegetale" (ivi). Sono bastate
queste battute per riaccendere lo scontro tra contrari e favorevoli alla eutanasia. Il clamore è stato tale che lo stesso Montanelli ha voluto spiegare meglio il senso della sua
affermazione, prima in una lunga intervista a La
Stampa (4 dicembre 1999), poi sinteticamente e a più riprese nella sua
rubrica quotidiana La stanza: "Io — ha scritto — non intendo
l’eutanasia come la intendevano i nazisti di Auschwitz,
e cioè come diritto-dovere della Scienza a dare la morte a chi veniva
considerato inutile o dannoso all’umanità […]. No. Ho semplicemente enunciato e
difeso il diritto dell’uomo, quando si trovi
condannato da un male inesorabile alla perdita della propria autonomia e
memoria, insomma della propria identità e decoro e dignità, a una morte che,
senza sofferenze, ponga fine a quel suo inutile calvario senza speranza" (Corriere
della Sera, 9 dicembre 1999). Non
si era ancora spento il dibattito, che a rinfocolarlo è
giunto l’ennesimo fatto di cronaca: il 24 maggio un giovane ricercatore
universitario di Torre del Lago (lu), ventisettenne,
gravemente ammalato di cuore, non potendo rassegnaresi
all’idea di condurre una vita da invalido, ha pregato il suo migliore amico di
aiutarlo a morire dolcemente, iniettandogli alcune dosi di insulina. È stato un
atto d’amore, come hanno detto anche i genitori del giovane morto, o un
"omicidio di consenziente", reato penalmente perseguibile nel nostro
ordinamento (cfr c. p., art. 579)? L’opinione
pubblica si è divisa, e i mass media hanno dedicato ampio spazio alla
discussione che ne è seguita. Per
fare un po’ di chiarezza su un problema tanto complesso, occorre partire dalle
premesse stesse del dibattito. Le principali ci sembrano
sostanzialmente tre: 1) il significato della vita e della morte; 2) il diritto
di "morire con dignità"; 3) le implicazioni sociali dell’eutanasia.
1.
Il significato della vita e della morte La
vita e la morte dell’uomo non si possono ridurre solamente al loro aspetto
materiale. È questa la prima premessa di ogni discorso
sull’eutanasia. Certo anche il corpo umano è soggetto al proprio ciclo
biologico, come ogni altro essere vivente: viene alla luce,
cresce, invecchia, muore. Tuttavia nell’uomo questi eventi
non sono esclusivamente biologici, ma essenzialmente spirituali, nel senso
che solo la persona umana (intelligente e libera) è in grado di assumere
coscientemente e responsabilmente, senza subirle passivamente, sia la vita, sia
la morte. Cosicché, propriamente parlando, solo
dell’uomo si può dire che "vive" e che "muore". Sta in ciò
la sua grandezza. Ora,
finché la morte era universalmente considerata un evento naturale, di cui erano
fissate ineluttabilmente l’ora e le circostanze senza poterle mutare,
"morire con dignità" voleva dire rassegnarsi
a ciò che la natura (e quindi Dio) aveva stabilito per ciascun mortale. In un
simile contesto culturale, largamente condiviso, la
condanna morale dell’eutanasia incontrava meno difficoltà: infatti, appariva
chiaro che porre volutamente fine alla vita di un malato in fase terminale per
non farlo soffrire, significava andare contro le leggi intangibili della natura
(e contro Dio), contro la dignità stessa dell’uomo. La
questione di una possibile legittimazione dell’eutanasia cominciò invece a
farsi strada, quando il progresso scientifico e tecnico giunse a fornire
alla medicina strumenti in grado di contrastare il passo alla morte, riuscendo
in taluni casi a ritardarla e in altri casi ad anticiparla in modo
"dolce", evitando le sofferenze e le umiliazioni dell’agonia.
Nacquero così gli interrogativi nuovi che tuttora ci interpellano:
fino a che punto si può e si deve resistere alla morte? È moralmente lecito
"accanirsi" nel combatterla? Avendo la possibilità scientifica e
tecnica di scegliere responsabilmente il momento più adatto e un modo
"dolce" di morire, perché non farlo? Perché mai l’eutanasia dovrebbe essere un affronto alla
natura e a Dio? Infatti, se Dio stesso ha affidato all’uomo il compito di
amministrare la natura e la sua stessa vita, perché egli non può disporne
liberamente in modo che la morte avvenga in circostanze meno umilianti e più conformi alla "dignità" della persona? Già
una trentina d’anni fa, movendo appunto da queste domande, un folto gruppo di
personalità della scienza e della cultura (compresi alcuni Premi Nobel)
redassero redassero il primo
Manifesto sull'Eutanasia. "È immorale - vi si afferma - tollerare,
accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità
dell'individuo; ciò implica che lo si tratti con rispetto
e lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte […]. In
altri termini bisogna fornire il mezzo di morire "dolcemente,
facilmente" a quanti sono afflitti da un male incurabile o da lesioni
irrimediabili, giunti all'ultimo stadio. Non può esservi eutanasia umanitaria
all'infuori di quella che provoca una morte rapida e indolore ed è considerata
come un beneficio dell'interessato. È crudele e barbaro esigere che una persona
venga mantenuta in vita contro il suo volere e che le
si rifiuti l'auspicata liberazione quando ha perduto qualsiasi dignità,
bellezza, significato, prospettiva di avvenire. La sofferenza inutile è un male
che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate […]. Ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità, ha anche il diritto di
morire con dignità" (The Humanist, luglio
1974). Oggi
queste idee sono largamente diffuse e si vanno estendendo di pari passo con il
ricorso alla pratica dell’eutanasia, ammessa ormai in diverse nazioni, dalla
Svizzera all’Olanda, ad alcuni Stati degli usa. Perché invece la Chiesa insiste nel giudicare
intrinsecamente immorale qualsiasi intervento tendente ad abbreviare o a
troncare la vita di un infermo grave o di un morente (eutanasia attiva),
quali che siano le sofferenze a cui l’ammalato va incontro? "È necessario ribadire con tutta fermezza — afferma la Dichiarazione
sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede (5 maggio
1980) — che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano
innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato
incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo
gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua
responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna
autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una
violazione della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana,
di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità" (Enchiridion Vaticanum,
vol. 7, n. 356). La
ragione per la quale la Chiesa condanna con tanta forza l’eutanasia attiva è riposta nel significato stesso della vita, che dà
senso anche alla morte. La vita della persona umana è un assoluto, ha in
sé valore di fine, è quindi indisponibile in tutte le fasi del suo divenire,
dalla concezione alla morte; la vita non può mai avere ragione di mezzo, non se
ne può mai fare un uso strumentale. Pertanto la
soppressione diretta della vita innocente è sempre intrinsecamente disonesta, e
non può essere ammessa in nessun caso, neppure per raggiungere un fine buono,
quale sarebbe alleviare le sofferenze di un moribondo. Certo, determinati
condizionamenti psicologici, culturali e sociali possono talvolta attenuare o
annullare la responsabilità soggettiva; tuttavia ogni suicidio e ogni
omicidio (anche se compiuto "per pietà") sotto il profilo oggettivo è
sempre un atto gravemente immorale. La morte, essendo il momento supremo ed
estremo della vita, partecipa della medesima dignità della persona (cfr Giovanni Paolo II, Evangelium
vitae [1995], n. 66). Questa
concezione etica della esistenza umana non è
esclusiva della visione cristiana, non è cioè di natura confessionale, ma
appartiene a qualsiasi altra visione del mondo che consideri l’uomo il valore
supremo e lo ponga al centro della vita sociale e del cosmo. La storia, del
resto, dimostra che ogni qual volta la vita umana cessa di essere considerata
il valore primo e assoluto, l’uomo finisce col
distruggere se stesso. La salute viene prima della vita? Allora si eliminano i
malati fisici e mentali, gli handicappati, i neonati affetti
da malformazioni. Il primo valore è la razza? Allora si giustificano i campi di
sterminio e le pulizie etniche. Il primo valore non è la vita, ma il danaro? Allora si può uccidere per rubare o per
impossessarsi di una eredità. 2.
Il diritto di "morire con dignità" Un’altra
premessa al discorso sulla eutanasia è il diritto di
"morire con dignità". Che senso avrebbe — chiedono i sostenitori
della "morte dolce" — accettare supinamente di terminare la propria
vita in preda a sofferenze atroci e a umiliazioni
indicibili? Non è forse la stessa grandezza dell’uomo a
esigere che gli venga riconosciuto il diritto di morire con dignità? In
questo ragionamento sono due gli aspetti da chiarire. Il primo è vedere in
che senso esista un diritto di morire con dignità.
Di per sé, non si può parlare di "diritto" di morire, in senso
proprio, dato che la fine della vita è un evento
ineluttabile, al quale — volenti o nolenti — nessuno si può sottrarre. Si deve
invece parlare di un diritto di morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili; esso coincide in pratica con il diritto
di essere curato e assistito con tutti i mezzi ordinari disponibili, senza
ricorrere a cure pericolose o troppo onerose e con l’esclusione di ogni
"accanimento terapeutico", che solo servirebbe a prolungare la
vita in modo artificiale e penoso con danno del malato. Ora
questo diritto di "morire con dignità" (cioè
di usufruire di cure adeguate che mirino sia ad alleviare le sofferenze sia a
rallentare, per quanto è possibile, il processo mortale) si estende pure al diritto-dovere
che ogni uomo ha di assumere in modo responsabile l’evento morte, che è
il più decisivo della sua esistenza e riguarda sia la coscienza personale, sia
eventuali obblighi sociali che il morente ha verso i familiari o verso altri.
Insomma, come la morte "umana" non si può ridurre esclusivamente alla
fine del ciclo biologico corporeo, così non la si può
ridurre nemmeno al suo solo aspetto personale. Oltre che un evento materiale e
individuale, è sempre anche un evento spirituale e sociale. Di
conseguenza, il diritto di morire con dignità non coincide affatto con il
supposto diritto alla eutanasia, la quale invece,
più che un’assunzione responsabile della morte anche nella sua dimensione
spirituale e sociale, è un comportamento essenzialmente individualistico e di
ribellione che induce ad anticiparla spesso con autosufficienza. Dunque, eutanasia e diritto di morire con dignità sono due
realtà completamente diverse. L’altro
aspetto da chiarire nel ragionamento di chi propugna il diritto alla eutanasia è collegato al primo: si tratta cioè di
vedere in che misura il ricorso alla "morte dolce" sia
effettivamente il modo di risolvere il problema della sofferenza umana. Il
limite culturale di chi lo pensa è quello di considerare la sofferenza
come una maledizione, una condizione umana priva di valore e inutile, quasi che
"sofferenza" e "dignità" siano
incompatibili, quasi che l’una escluda l’altra. È vero invece il contrario.
La persona umana, finché vive, non perde mai la sua radicale dignità.
Non la perde il delinquente, per quanto abbia compiuto i più orrendi delitti, e
per questo rifiutiamo la pena di morte; non la perde l’infermo o il moribondo,
per quanto sia degradato il suo stato di salute fisica o mentale, e per questo rifiutiamo l’eutanasia. Certo, la sofferenza è un male da combattere anche per chi ha la fede;
tutti hanno il dovere di impegnarsi a guarire e a curare quanti sono afflitti
da qualsiasi genere di infermità. Il credente, però, sa che Cristo,
assumendo su di sé il dolore umano, lo ha redento e lo ha trasformato da
mera conseguenza del peccato in occasione di amore
e quindi in strumento di salvezza. La fede, dunque, non solo è un valido aiuto
a sopportare con forza il dolore, ma può condurre addirittura (come
testimoniano i santi) a desiderare per amore di partecipare alla passione e
alla morte di Cristo, collaborando così alla sua missione di liberazione dal
male e di risurrezione. Tuttavia,
anche a prescindere dalla fede — nonostante sia più difficile
comprenderlo —, il dolore ha un suo valore e,
se non lo si può eliminare, lo si può però umanizzare. Quante
volte la presenza in famiglia di un infermo o di un handicappato si trasforma
in occasione di solidarietà e di amore, aiuta tutti a
essere meno egoisti. Perciò, è assurdo pensare che il
problema del dolore si risolva eliminando chi soffre. Sarebbe come se, per
risolvere il problema della fame, si uccidessero gli affamati, anziché produrre
di più e distribuire equamente i beni destinati a tutti. Analogamente,
il problema della sofferenza non si risolve con l’eutanasia, ma eliminando le
cause che inducono a chiederla. Occorre, da un lato, evitare
l’accanimento terapeutico e, dall’altro, mettere in atto una "terapia
del dolore" e "cure palliative" adeguate, favorendo nello
stesso tempo forme di solidarietà e di accompagnamento,
che aiutino gli infermi (soprattutto nella fase terminale) a superare il senso
di disperazione che prende quando si vedono abbandonati e sono lasciati a
soffrire in solitudine. 3.
Le implicazioni sociali dell’eutanasia Un
terzo elemento, infine, del quale occorre tenere conto per fare un discorso
serio sull’eutanasia, è dato dalle implicazioni sociali della "morte
dolce". Questa non va considerata come una questione meramente privata,
che riguarda solo il singolo che vi fa ricorso, ma va valutata nella sua inevitabile
ricaduta sociale. Infatti l’uomo non è mai una
monade chiusa in se stessa. Il concetto stesso di persona dice
essenzialmente relazione con l’altro. L’uomo è fatto per vivere in società.
Nel momento che uno decide di non esistere più ferisce
non solo se stesso, ma anche la società. In
realtà, la logica effettiva dell’eutanasia è essenzialmente egoistica e
individualistica e, in quanto tale, contraddice
radicalmente la logica solidale e la fiducia reciproca su cui poggia ogni forma
di convivenza. Infatti — come nota Giovanni Paolo II —, in tal caso
"la vita del più debole è messa nelle mani del più forte; nella società si
perde il senso della giustizia ed è minata alla radice la fiducia reciproca,
fondamento di ogni autentico rapporto tra le
persone" (Evangelium vitae, cit., n. 66). Appare
quindi assurda la tesi sostenuta addirittura da un
presidente onorario del Consiglio di Stato sulle pagine di un diffuso
quotidiano nazionale: lo Stato — vi si legge — "non può
proseguire nell’assumere come oggetto della tutela penale il mantenimento in
vita di un soggetto distrutto dal dolore o completamente alterato nella sua
personalità"; infatti, si spiega, in questo caso non solo il singolo ha
perso l’interesse a conservare la sua vita, ma viene meno anche l’obbligo dello
Stato a tutelare l’interesse della società a non essere privata di una vita,
perché "si ha a che fare con una vita che non è più vita" (T. Ancora, "Non punite l’eutanasia", in Il
Sole-24 ore, 21 maggio 2000). Si
tratta di una tesi insostenibile. In base a
quale criterio un soggetto può essere ritenuto "distrutto dal
dolore"? Come può lo Stato determinare l’intensità della sofferenza che si
richiede per legittimare l’eutanasia? Un esaurimento nervoso, un’umiliazione o
lo scoraggiamento per un rovescio patito spesso sono
in grado di "alterare completamente la personalità" non meno di un
male incurabile in fase terminale; può bastare la completa alterazione prodotta
dall’uno o dall’altro trauma doloroso per eliminare una persona "distrutta
dal dolore"? E chi è autorizzato a decidere per
il sì o per il no: il medico o anche un amico o un familiare? Chi garantisce
che la "morte dolce" venga decisa
effettivamente per porre fine a una sofferenza divenuta intollerabile e non per
qualche altra ragione, magari per interessi inconfessabili? Soprattutto come
dimostrare che sussiste il consenso esplicito e libero dell’interessato, quando
non è più capace di esprimersi? Si tratta di interrogativi angosciosi, ai quali nessuno riuscirebbe
mai a dare risposta, qualora l’eutanasia fosse legalizzata. In quest’ultima ipotesi, verrebbe
minato alla base il rapporto di fiducia su cui poggiano i rapporti
interpersonali, sia in famiglia sia nella società. Che fare allora? Occorre ripartire da una cultura della vita, eticamente fondata. Ma questa
ha bisogno del supporto della fede, per potersi affermare. La realtà è
che l’uomo non può realizzarsi pienamente, se esclude Dio dal suo orizzonte
personale e sociale. Solo in riferimento
all’Assoluto possono avere valore assoluto i diritti umani e la loro
tutela. L’uomo e Dio stanno insieme o cadono insieme. In
particolare, solo alla luce della fede, che fonda la certezza di una vita
futura, si può comprendere il significato integrale della sofferenza
umana e della morte, oltrepassando l’aspetto di destino tragico e assurdo
che queste realtà hanno senza Dio. "Senza dubbio — scrive Paolo VI
— l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla
fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo
inumano" (Populorum progressio [1967], n. 42). BARTOLOMEO SORGE S.I. giornalista, già direttore di Civiltà
Cattolica, direttore responsabile di 'Aggiornamenti sociali' Da “Aggiornamenti sociali 2000 n. 7-8
- Luglio-Agosto” Fonte in internet: http://www.gesuiti.it/ag_sociali/EDI0700.html |