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Aspetti etici
dell’infertilità Non è evidentemente possibile
affrontare, in tempi necessariamente brevi, tutti i problemi di bioetica che vengono oggi proposti dalla cura della sterilità e, in
particolare, dalle tecniche di procreazione assistita. Mi limiterò dunque ad
alcuni argomenti, partendo da due premesse. La prima è che ad ogni discussione
sulle tecniche bisognerebbe far precedere una discussione sugli statuti delle
cose di cui vogliamo occuparci: in questo caso particolare, penso allo statuto
della fertilità e a quello della sterilità. Si tratta di definizioni difficili
e credo che pochi sappiano definire se la fertilità sia
un dovere, un diritto, un incidente, una casualità biologica o un impegno
sociale. È possibile che sia tutte queste cose insieme, una specie di insalata russa fatta di molte componenti, alcune più
importanti delle altre, tutte comunque necessarie. È ancora più difficile, dunque,
ragionare sullo statuto della sterilità, che può proporre definizioni
altrettanto numerose. Ma qui esiste nei fatti una divisione di
opinioni tra chi ritiene che la sterilità sia un disagio - e non più di
un disagio, non esistendo un diritto ad avere figli - e chi ritiene invece che
la sterilità sia (o meglio possa essere) malattia. In effetti, la sterilità non è
d'abitudine malattia, almeno nel senso più comune del termine. Nella coppia
sterile è molto difficile riscontrare una malattia in atto, evento questo che
tenderebbe a fissare l'attenzione di tutti su questioni diverse dalla
procreazione. E però vero che, in un certo numero di persone,
la sterilità determina una condizione di sofferenza, spesso anche molto viva,
persino drammatica, con conseguenze di straordinario rilievo sulla salute
psicologica della donna, dell'uomo, della coppia. È dunque possibile,
in questi casi, fare un confronto con altri problemi di differente natura, nei
quali la medicina è concorde nel trattare la sofferenza psicologica come
malattia e attribuire un analogo statuto alla sterilità. È una discussione importante
perché, se conveniamo che la sterilità sia un disagio - poco importa se
psicologico o sociale - dobbiamo ammettere che la società non ha il dovere di
impegnarsi più di tanto. Ma se si tratta di una
malattia, allora questo dovere esiste, ed è un dovere forte, che ci impegna a
stabilire criteri di prevenzione e a far sì che le persone sterili abbiano
assistenza negli ospedali, un'assistenza seria e tecnicamente corretta e non
quella paludosa e inadeguata sulla quale le coppie sterili sono oggi costrette
a contare. Questo è dunque un tema sul quale è mancato un dibattito serio e approfondito, e la
mancanza di una discussione adeguata ha certamente una responsabilità di
rilievo sul fallimento del dibattito parlamentare relativo alla proposta di
legge sulla procreazione assistita. Un solo esempio: il primo articolo della
proposta di legge approvata dalla XII Commissione della Camera dei Deputati
stabiliva la liceità di queste tecniche «una volta fallite le altre terapie» e dava così ad esse la stessa dignità di tutti gli altri mezzi di cura. La
Camera ha invece approvato questo articolo dopo averlo
così modificato: «Le tecniche di fecondazione assistita sì possono applicare
quando le terapie sono fallite»; il
che significa, in pratica, che le tecniche di fecondazione assistita non sono
terapie, o non sono terapie vere. Ciò è abbastanza grave perché ci si
potrebbe poi riferire a questo articolo specifico per
escludere questi interventi dagli ospedali e dalla medicina pubblica; scelta
grave e pericolosa. D'altra parte, anche le motivazioni che dovrebbero
giustificare questa scelta lasciano perplessi. Nella discussione parlamentare,
numerose voci hanno sottolineato il fatto che queste
tecniche possono sì far nascere un bambino, ma certamente non hanno effetti
sulla condizione di sterilità, che resta immodificata.
Se questa fosse la condizione necessaria per ottenere
il riconoscimento di «terapia», ci troveremmo a mal partito per definire l'uso
dell'insulina nei diabetici o il taglio cesareo per un bacino viziato. La mia seconda premessa riguarda il
giudizio che io - e molti tecnici come me - ritengo di dover esprimere sulle
tecniche di fecondazione assistita. Credo che queste tecniche abbiano
dietro di sé uno statuto scientifico modestissimo. I biologi, ad esempio, sono
in grado, da 50 anni e forse più, di prendere una cellula e metterla dentro
un'altra cellula e in genere si tratta di tecniche manipolative che non
comportano grande cultura, né biologica, né tecnica,
né clinica. D'altra parte, e questo mi sembra molto importante, ad esse non possono essere negati due vantaggi: quello di
essere spesso l'ultima Thule, l'ultima speranza concreta per le
coppie sterili; quello di essere indispensabili per due eventi dell'avvenire
che sicuramente ci attendono e che - quelli sì - saranno molto importanti e
comporteranno mutamenti determinanti nella nostra società: le terapie geniche,
fatte sull'embrione e quindi destinate a guarire l'embrione da malattie
genetiche che altrimenti gli renderebbero impossibile una qualità di vita
accettabile; la possibilità di conservare la propria fertilità per l'avvenire. È noto che il numero di persone
sterili che chiede di essere trattato è in notevole aumento. Le ragioni sono
certo molte, ma voglio sottolineare quelle che mi
sembrano più importanti: oggi si sopravvive a molte malattie che una volta
comportavano il decesso di chi ne era affetto, ma si sopravvive avendo perduto
la fertilità; si verifica così una richiesta pressante di donne che hanno fatto
chemioterapie antiblastiche, che hanno perduto la fertilità e che chiedono di
essere aiutate. La richiesta di fertilità viene fatta da persone sempre meno giovani, spesso in un'età
in cui la medicina non riesce più ad essere utile, perché le tecniche di
fecondazione assistita riescono a conseguire risultati accettabili soprattutto
nelle donne più giovani. Molte ragazze vengono
sorprese dalla menopausa precoce, che è sempre esistita e ha sempre colpito
casualmente un grande numero di donne, ma in tempi in cui la ricerca dei figli
veniva fatta in epoca più precoce. Si può addirittura pensare che per molte
coppie la menopausa precoce rappresentava
paradossalmente una benedizione, perché toglieva il rischio delle gravidanze
non più desiderate. All'inizio di questo secolo il
fatto di poter ridurre le nascite e di contenere l'espansione della famiglia
all'interno delle possibilità di impegno economico del
capo famiglia era affidato molto spesso all'infanticidio, ancor più che
all'aborto, che era considerato troppo pericoloso e troppo caro. Ancora più complesso è il problema
della fertilità maschile, che sembra effettivamente in forte declino da alcuni
decenni. Niente che debba stupirci, comunque,
considerato il fatto che siamo una specie che inquina senza remore l'ambiente
in cui vive e mette trappole di ogni genere sul proprio cammino. Il primo problema che vorrei
affrontare, dopo questa premessa, riguarda l'autonomia procreativa, un problema
fondamentale perché sia il problema della sua reale esistenza, sia gli
eventuali limiti che le si possono imporre,
rappresentano il nodo che deve essere sciolto se si vuol arrivare a discutere
di alcuni importanti e concreti problemi: è giusto ricorrere all'inseminazione?
è giusto dare un embrione in affidamento ad una madre
surrogata, che poi, restituirà il bambino alla madre genetica? Tutto ciò parte, comunque,
da un'analisi del valore che si può ascrivere alla scienza attraverso cui una
persona diventa norma, regola per sé stessa e che il modo con cui ognuno di noi
può decidere il proprio progetto di vita, leggendolo sulla falsariga di come
ognuno di noi vede il mondo. Questo principio del rispetto
dell'autonomia personale non ha niente a che fare con il soggettivismo radicale
- accusa che viene fatta spesso - anzi direi che
proprio il soggettivismo radicale, in cui i valori vengono inventati dalla
persona con un atto di volontà creativa, è, in qualche modo, un qualche cosa
che si autoesclude dal rispetto degli altri, perché
nella maggior parte dei casi l'autonomia procreativa condivide posizioni
sociali presenti nella società e, quando non le condivide, si mette da sola in
un piano di possibile critica e di possibile esclusione. Se si accetta il principio del
rispetto dell'autonomia procreativa ne conseguono
alcune cose: innanzitutto, che la scelta dell'individuo deve essere rispettata
anche se non è la scelta migliore, perché è possibile che questa scelta sia
diversa da quella che la società considera migliore, ma questa parola
«migliore» è soggettiva, non si può affidare alla società; in secondo luogo,
che gli interventi della società su questi problemi debbono essere limitati e
leggeri, e perciò rispettosi dell'autonomia personale; infine - e questo è
naturalmente negativo - che la pretesa dì scelte autonome non può essere
assoluta e che debbono contare, anche in questi casi, vincoli precisi. Di quali vincoli sì tratti, è
presto detto. Esistono delle ragioni fondamentali
che tutti conosciamo e che dipendono da uno specifico
principio morale. Cito, ad esempio, il fatto che per un cattolico scindere la
vita sessuale dalla vita procreativa non è consentito, perché la vita sessuale
ha valore solo se resta sempre e comunque collegata
con la procreazione. Si tratta di un vincolo molto forte non soltanto nei
confronti delle tecniche dì fecondazione assistita ma
anche confronti dell'anticoncezione, o di gran parte dell'anticoncezione non
naturale. Questo vincolo, però, riguarda solo i cattolici e non impegna
certamente chi cattolico non è. Mi sembra che maggior valore debba essere
attribuito ad alcune ragioni empiriche, ad alcuni vincoli concreti che
potrebbero avere un valore più generale. Alcune di queste ragioni, per
esempio, sono di carattere biologico. Possiamo
immaginare che alcune donne ricevano il seme dallo stesso donatore e siano
inconsapevoli di questo fatto, essendo il donatore sconosciuto. In questi casi
è possibile che i figli di queste donne si incontrino
e che scelgano di avere rapporti sessuali dai quali potrebbero nascere figli. Esiste dunque il problema di incesto potenziale ed esiste il problema della possibile
patologia genetica che può conseguire alla nascita di un bambino che è figlio
di due fratellastri. Credo che questo sia un tema da
affrontare in termini di rischio statistico soprattutto perché il problema
morale, cioè l'incesto, di due persone inconsapevoli
mi sembra assai poco importante. Ebbene, i calcoli fatti hanno
dimostrato che, tranne casi particolari (è citato l'esempio di un medico
americano che ha fecondato con il proprio seme tutte
le pazienti che gliene facevano richiesta e che alla fine ha avuto qualche centinaio
di figli), si tratta di un falso problema. È difficile, infatti, che un
donatore abbia più di otto figli, anzi generalmente il
numero si limita a tre o quattro. Ma, anche accettando il numero massimo, otto,
la probabilità che l'incontro si verifichi realmente e
che dall'incontro possa nascere un figlio si può calcolare inferiore a un caso
su alcuni milioni; si aggiunga a questo il fatto che la patologia genetica
comparirebbe, in questi bambini, non più di 10 volte su 100. Mi sembra molto maggiore il rischio
che deriva casualmente dall'incontro di persone nate senza l'intervento della
medicina e che ignorano di avere legami di parentela. È un
evento relativamente frequente, visto che in Francia, dato parzialmente
confermato per l'Italia, tra il 10 ed il 15% dei secondogeniti non è
figlio del padre «legittimo». Esistono poi problemi di carattere
psicologico e sociologico che debbono essere
considerati, cosa che chiama direttamente in causa il concetto di famiglia e la
difesa della famiglia tradizionale. Esistono anche, a questo proposito,
due posizioni diverse, entrambe assolutamente rispettabili e che mi limito a
descrivere. C'è chi ritiene che la famiglia,
ultimo baluardo nei confronti di una aggressione alla
società che viene da molte parti e che può avere effetti dirompenti sui valori
morali ai quali noi siamo tradizionalmente legati, avrebbe notevolmente a
soffrire dall'ingresso di un genoma estraneo, che potrebbe avere effetti
dirompenti sui rapporti familiari e parentali e tenderebbe a creare comunque le
condizioni di un grave disordine morale. A questa difesa della famiglia e
dei suoi valori tradizionali si contrappone un'altra
interpretazione del significato che oggi deve essere attribuito alla parola
«famiglia». In effetti, oggi siamo più abituati
a parlare di «famiglie» che di «famiglia». Esiste inoltre un differente
concetto relativo ai termini di «paternità» e
«maternità» che considera una genitorialità diversa
da quella genetica, che assume dignità perché si basa su una promessa. Si
tratta, in fondo, di quella che è stata definita l'etica della responsabilità:
prometto di essere presente quando il bambino avrà
bisogno di me; quando avrà bisogno di assistenza, di affetto, di amore, di
nutrizione, di difesa, io sarò lì... È un atto d'amore ed è un atto
d'amore che fa di una persona un genitore. Migliore, peggiore? No, diverso, un
genitore diverso che si affida a valori diversi, ma che richiede di essere
considerato con la stessa dignità dei genitori tradizionali. Uno dei ragionamenti più critici che
si fanno contro le donazioni di gameti, riguarda l'uso sconsiderato
dell'autonomia procreativa. Questo è in
effetti possibile, il problema è di capire fino a che punto lo si può
prevedere e quando è giusto intervenire per impedirlo. Dal punto di vista morale, una
fecondazione assistita è un modo di procreare diverso, ma altrettanto
legittimo, e altrettanto morale, come qualsiasi altro
tipo di fecondazione compresa quella naturale. Debbo
quindi ritenere che ceteris paribus l'eventuale danno che può venire ad un nato dal
fatto di essere venuto al mondo non deriva da come è stato procreato, ma
dipende dalle circostanze sociali in cui la nascita è avvenuta. In altre parole, i vincoli che vengono imposti per l'autonomia positiva che richiede il
ricorso alla procreazione assistita dovrebbero valere anche sempre ceteris paribus per
le scelte che portano alla procreazione naturale; cosa questa molto
imbarazzante per la società. Come si fa a mettere vincoli alla
procreazione naturale? Detto così, sembra irrazionale e sciocco. Ma sappiamo
tutti che, se invece di partecipare a questo Convegno, ci recassimo
tutti insieme a un Convegno dedicato ad un problema come quello dell'attenzione
necessaria per la crescita civile e regolare dei nostri bambini, sentiremmo
molti discorsi amarissimi su come i bambini nascono e su come i bambini
crescono, e critiche forti e richiami alla responsabilità e alla decenza.
Questi discorsi vengono però dimenticati appena entriamo
in un'aula come questa e ci mettiamo a parlare di fecondazione assistita. Credo che questo sia il modo per
trovare «l'isola per stranieri morali» sulla quale andare a discutere il nostro
problema: leggere tutte queste cose su una falsariga comune che si può indicare nell'interesse del bambino. Dopo di che, si
potrà discutere sul fatto che questo interesse debba
essere assoluto, se non ci siano altri interessi da prendere in esame e da
considerare: ma avremo messo al centro della nostra attenzione, comunque, l'interesse del bambino, senza fare
differenze per il fatto che la procreazione abbia avuto come teatro un letto
matrimoniale o l'ambulatorio del medico. Esistono poi alcune considerazioni ulteriori che riguardano, ad esempio, la
liceità di fare accedere alle tecniche di fecondazione assistita le donne sole,
il problema delle madri surrogate e il problema delle donne anziane. Credo che per
ciascuno di questi temi sia molto difficile arrivare a conclusioni
definitive. Consideriamo il problema delle donne anziane: ma quale
è l'età massima alla quale si può contare sulla capacità di una donna di
mettersi in relazione con un bambino? Esiste? 0 deve essere valutata caso per
caso? 0 non esistono già molti esempi di bambini che vengono
affidati a donne non giovani che ne fanno dei giovanetti normali, degli adulti
assolutamente stimabili e felici? Questo vuol forse dire che dobbiamo
essere aperti a qualsiasi soluzione? Io credo di no, credo che esistano addirittura proposte sciocche, come quelle che
riguardano le fecondazioni assistite a donne in condizioni di salute precarie
o in drammatiche condizioni di instabilità emotiva. Si tratta ad avviso di molti, di
problemi che andrebbero discussi caso per caso e sui
quali ogni genere di dichiarazione assoluta potrebbe rivelarsi inadeguata. Veniamo
ora al problema delle madri surrogate. Credo che non ci sia nessuna cosa come
il problema della madri surrogate che richiama
critiche negative; e la critica è così immediata, comune e forte che non esiste
neppure il tempo per spiegare che c'è surrogazione e surrogazione e che non bisognerebbe
mai fare di ogni erba uno spinello. In effetti, esistono madri surrogate che
si propongono per amore: faccio un figlio per te, rinuncio ad un anno della mia
vita normale, ad un po' della mia bellezza, ad un po' della mia salute perché
ti voglio bene e voglio metterti un bambino tra le braccia perché tu possa
sentirti madre. Soffrirò? Sarà grave per me il distacco dal bambino? P un
rischio che io mi assumo, e nessuno può intervenire se qualcun altro vuole
assumersi un rischio consapevolmente e pagandone gli eventuali prezzi. Un atto ablativo, che non si può mettere insieme con la maternità
surrogata, che si basa su un contratto, quello dell'affitto del proprio corpo:
tu mi paghi e io faccio un figlio per te. Su questo tipo di maternità
esiste una letteratura negativa amplissima: molte donne che fanno figli per
altre donne mantengono o peggiorano abitudini igieniche negative: se bevevano continuano a bere, se si drogavano continuano a
drogarsi, sembrano assolutamente prive di interesse
per la vita che nutrono in seno, forse per dimostrare che con quel bambino non
hanno altro rapporto che non sia quello economico. Ma un filosofo che viene spesso citato in campo di bioetica, Engelhardt, dice: «Attenti a vietare la vendita degli
organi o il prestito del proprio utero, perché non so quanto questo alla fine
non possa rappresentare l'inizio di un danno molto più
grave per la persona alla quale voi impedite di trovare fonti di sopravvivenza
in questi modi. Potreste costringerlo, ad esempio, ad attività molto più rischiose, molto più drammatiche». Forse il problema della maternità surrogata, che
certamente è un problema che a prima vista fa rizzare i capelli, dovrebbe
essere considerato con qualche maggiore attenzione. Non sono mai riuscito a trovare una
ricerca empirica valida che dimostri, almeno con limiti di dubbio accettabili,
che è indispensabile per un bambino crescere con due genitori di sesso diverso.
Mi piacerebbe trovare una ricerca di questo tipo, con questa premessa: gli
autori dovrebbero dimostrare che la doppia genitorialità
è indispensabile, non solo conveniente. Del resto, l'esperienza ci dice che
sarebbe molto meglio per molti bambini avere un solo genitore e che la violenza
famigliare ha raggiunto ormai quote assolutamente inaccettabili per una
società civile. Faccio quindi un po' fatica a
immaginare come sia stato possibile elaborare una critica così pesante nei
confronti della richiesta di maternità che arriva dalle donne sole. Accetto in
parte - ma ho bisogno di chiarire bene il mio punto di vista - la critica nei
confronti dell'analoga richiesta che viene fatta da
coppie omosessuali. Personalmente ritengo che una
coppia di lesbiche sia in pieno diritto di avere un figlio e di allevarlo, e
credo nella capacità della maggior parte di queste coppie di
allevare un figlio con intelligenza e sensibilità. Viviamo però - me lo si conceda - in una società ipocrita e perbenista che su
quel bambino eserciterebbe una critica pesante e dannosa. Mi rendo conto di quanto teorica (e fondamentalmente anarchica) sia la mia
posizione, ma mi piacerebbe che alle coppie omosessuali fosse riconosciuto il
diritto ad avere un figlio, ma che questo diritto fosse esercitato con estrema
cautela, almeno fino a quando non vivremo tutti in una società più matura. È forse il momento di trarre le
prime conclusioni. Credo che dovremmo adesso, tutti insieme,
stabilire i criteri ai quali il legislatore si dovrebbe attenere quando cerca
di intervenire su materie sulle quali esiste un disaccordo così netto. Si dovrebbe tenere conto di alcuni elementi di fatto: innanzitutto che su questi temi
il disaccordo si basa frequentemente su alcuni principi che vorrei definire
ultimi, principi che non possono essere toccati perché appartengono alla
categoria dei dogmi. Ma esistono anche molti principi
penultimi, che sono quelli che dovremmo mettere in discussione e sui quali
dovremmo riuscire a mediare. Sono convinto che una convivenza civile, basata
sul reciproco rispetto, dovrebbe essere possibile anche in società come la
nostra, che sono attraversate da differenze così
profonde. La seconda conclusione possibile riguarda il fatto che il diritto non può avere il compito di
sostenere e difendere una confessione religiosa o una concezione morale
specifiche e che, in un Paese laico come il nostro, si dovrebbe tenere conto
della complessità delle posizioni morali presenti, trovando possibilmente un
terreno comune per costruire norme accettate da tutti. Mi viene in mente ancora
una volta il ragionamento di Engelhardt:
«sull'isola per gli stranieri morali», che può essere riassunto cosi: «possiamo
trovare accordi per i problemi per i quali apparentemente un accordo vero non
esiste, se nell'isola per stranieri morali andiamo lasciando sulla terra ferma
i nostri dogmi». Questa scelta abbassa certamente il
livello della discussione etica, ma crea la possibilità di trovare accordi che
hanno valore e dignità per il fatto di essere utili
socialmente. È un discorso complesso ed è una
proposta non condivisa da molti. C'è chi ritiene, ad esempio, che non esistano
«stranieri morali» sulla base di un discorso molto
semplice; in fondo quello che Engelhardt propone è il
dialogo, l'incontro di persone disposte a incontrarsi e a parlare. Persone: che
si riconoscono come tali sia pragmaticamente che dal
punto di vista ontologico. C'è però un ulteriore tipo
di riconoscimento che è necessario, quello assiologico:
siamo persone perché portiamo valori. Qui nasce il problema, perché ci
sono due interpretazioni diverse del riconoscimento assiologico
delle persone, una forte ed una debole; la forte dice:
«certo, tutti portiamo valori, ma i valori veri sono i miei e gli altri sono
semplicemente fratelli che sbagliano, non certamente stranieri morali». Sarebbe forse un po' più civile
mettere tutti i valori sul campo e confrontarli, ammettendo che i valori hanno la stessa dignità e cercando di valutarli serenamente. Dovendo concludere
rapidamente, devo quasi rinunciare a parlare di uno dei temi fondamentali della
bioetica, quello dello statuto dell'embrione sul quale mi limito ad un solo
accenno. Ritengo che su questo terreno, cioè sul problema dell'inizio della vita personale, esistano
molte differenti posizioni inconciliabili, certo tutte decorose, ma
decorosamente inconciliabili e che sia molto difficile che una delle posizioni
riesca a convincere chi sostiene una delle altre della giustezza delle proprie. Non ho mai visto
una persona uscire da un incontro di questo tipo dicendo: «il mio interlocutore
ha ragione, mi ha convinto», e siccome trovo molto faticoso stabilire a priori
che una di queste posizioni sia moralmente eccepibile credo, allora, che la
cosa più saggia e conveniente sia quella di lasciare convivere le differenti
posizioni e di trovare anche per loro soluzioni intermedie: un'isola per
stranieri morali c'è probabilmente anche per lo statuto dell'embrione. Concludo con un accenno ai due argomenti
che ho citato all'inizio come i temi del futuro: il problema della genetica e
il problema di come conservare la fertilità. La genetica è certamente il futuro
della medicina, anzi è forse la medicina di domani. La medicina che ha
preceduto la nostra, quella dell'inizio del secolo, aveva una caratteristica
straordinaria: rappresentava la medicina «della persona». Involontariamente i
medici della fine del secolo riuscivano a mettere in atto una medicina molto più moderna della nostra perché il fatto di avere una
comunione di vita con i loro pazienti gli consentiva di identificare
empiricamente caratteristiche genetiche che altrimenti sarebbero loro sfuggite
e che certamente sfuggono al medico di oggi. Questa medicina è stata sostituita
dalla medicina «della malattia», che si basa sulla epidemiologia
e sulla statistica. Chi va dal medico oggi si sente
diagnosticare una malattia e riceve informazioni sul rischio statistico che
questa malattia presenta. Silenzio assoluto, invece, sulla cosa più importante
che riguarda il suo particolare destino: dove si colloca, il suo numero
personale, all'interno delle cifre della statistica? Ebbene, torneremo alla medicina
«della persona» quando avremo concluso questa grande
fase di ricerca e di studio sulla genetica. Dobbiamo però sapere che, in quel
momento, ci dovremo confrontare con problemi nuovi e complessi. Immaginate, ad
esempio, che una donna si senta dire, dal suo medico, che il bambino che porta in seno è portatore di una malattia genetica che lo
priverà di ogni autonomia a trent'anni. Immaginate il dramma di questa
donna che si porrà probabilmente il problema di interrompere la gravidanza; e
chiedetevi a chi andrà questa informazione (al datore di lavoro? all'assicuratore? agli amici?) e
cosa si potrà fare per assicurare il segreto. Non si tratta di quesiti teorici.
Già oggi, negli Stati Uniti, si elargiscono borse di studio a giovani studenti
non solo capaci, ma anche in grado di dimostrare di non essere portatori di anomalie genetiche che potrebbero abbreviare il loro
periodo di vita «produttiva». Ed esistono condizioni genetiche
(talora neppure malattie, ma solo predisposizioni) che impediscono l'accesso ad
un certo tipo di lavoro o delle quali il datore di lavoro tiene conto prima dell'assunzione. Dunque,
la genetica, oggi, ci sta togliendo qualcosa, o minaccia di farlo. Come
chiederle di restituirci quanto ci toglie? Ritengo che tutte le nostre
speranze, a questo proposito, debbano essere affidate alla terapia genica,
quella basata sulla sostituzione del gene ammalato, non l'eugenetica positiva migliorativa della fantascienza. Esiste una resistenza forte nei
confronti di questo tipo di intervento, una
opposizione che è particolarmente forte nella morale di senso comune, quella
che esiste in tutti noi, che noi ci costruiamo piano piano
nel tempo con le nostre letture, il dialogo con gli amici, gli insegnamenti
familiari, la frequentazione della chiesa e della scuola. La morale di senso
comune è la morale più difficile da modificare, la più sospettosa del nuovo.
Per renderla meno ostile bisogna affidarci a quella che viene
definita l'intuizíone delle conoscenze possibili e
dei vantaggi che da queste conoscenze possono derivare. Soltanto così si riesce
a cambiare l'atteggiamento morale comune, in una specie di giro di vite che
procede con molta lentezza, ma consente alla fin fine di accettare le nuove
proposte senza sentirsi per questo violentati dalla scienza e dalla modernità. Infine, conservare la fertìlità per domani. Anche questa
possibilità avrà ripercussioni importanti e risonanze affettive molto gravi
sulla società, nel giorno in cui una donna potrà mettere da parte le sue
capacità riproduttive e conservarle per l'avvenire. Questo vorrà dire una serie
di vantaggi, ma anche molti interrogativi complessi per la società intera.
Forse conviene a tutti noi cominciare oggi a porci i quesiti che queste nuove
frontiere ci propongono, dal punto di vista morale come da quello sociale. t bene che, per una volta, non ci lasciamo sorprendere dagli
eventi e che iniziamo, per tempo, una discussione pacata, cercando di
confrontarci sui nostri dubbi e lasciando da parte, almeno per un attimo, le
nostre certezze. [Prof. Carlo Flamigni, Professore ordinario di Ginecologia e Ostetricia
presso l'Università di Bologna, Presidente della S.I.F.E.S.] |