|
La volontà del paziente,
il consenso informato e le direttive anticipate Nelle più recenti proposte legislative presentate nel
Parlamento italiano s’insiste prevalentemente sul diritto di decidere
consapevolmente sul trattamento terapeutico a cui sottoporsi. Si tratta di un
diritto costituzionale che è una conquista di civiltà giuridica e che combatte
il paternalismo sanitario imperante. Tuttavia dal diritto di
decidere come curarsi non discende affatto sul piano logico il diritto di
essere aiutato a morire. La morte non è una cura o una guarigione dal
male della sofferenza. Qualora si ammettesse apertamente in casi estremi
l’omicidio del consenziente, bisognerebbe affidarlo ad istituzioni apposite da non confondere con i luoghi di cura e a persone
che esiteremmo a chiamare "medici". Ma
dubito che si arriverà a tanto, perché ciò significherebbe dire apertamente
cos’è l’eutanasia e questo non è politicamente corretto. Ed
allora non resta che far leva sul rispetto sacrale della volontà del paziente e
sulla situazione drammatica di una sofferenza senza speranza. I medici
capiranno. Vorrei fare alcune osservazioni proprio su questi due
ultimi aspetti: la sofferenza senza speranza e la volontà del paziente. Un argomento spesso avanzato dai sostenitori della liceità
morale dell’eutanasia si basa sulla perdita della dignità del malato terminale.
Questa vita non ha più valore, ha perso di qualità e quindi di dignità proprio
agli occhi di chi la possiede. L’etica della qualità della vita implica,
infatti, che la vita umana non abbia alcun valore in se stessa, ma l’abbia solo
in quanto ricca di potenzialità e di opportunità. È
ovvio che queste qualità hanno un radicamento sociale, sono cioè
misurate sulla base dell’opinione comune riguardante una vita ben riuscita. Sono
i sani ad essere il modello che i malati aspirano a raggiungere. Quanto più una
società esalta il potenziamento della salute fisica e psichica e ne fa una
condizione di ammissibilità e di riconoscimento, tanto
più i malati si sentono emarginati e privi di dignità. Sono i diversi, i
disuguali e gli esclusi. Perciò preferiranno sparire
nel nulla e lo desidereranno sinceramente. Si dirà che si tratta dell’atto
caritatevole di alleviare le loro lancinanti sofferenze. Ma
fino a che punto l’insopportabilità di queste sofferenze non sarà un transfert
sociale? Già questo dubbio mette in forse la consistenza reale della tanto esaltata "volontà del paziente".
Certamente la completezza dell’informazione sullo stato della malattia e sulle
terapie disponibili è una condizione preliminare per la costituzione di una
volontà consapevole. Tuttavia bisogna riconoscere che il c. d.
"consenso informato", che è in realtà un ideale-limite,
si sta trasformando in una vera e propria ideologia, avente a modello
antropologico l’uomo come assoluto padrone della propria vita e del proprio
destino. In realtà siamo spesso sforniti delle conoscenze adeguate per valutare
le proposte terapeutiche del medico, che a sua volta non sempre è in grado di
fornirci previsioni certe e inoppugnabili. La malattia ci pone in uno stato di
minorità, da cui difficilmente riusciamo a liberarci, anche perché non siamo
aiutati a farlo. La sofferenza ci costringe a chiedere l’aiuto degli altri e ci immette in un circuito di affidamento. D’altronde, un
clima di fiducia non è di per sé in contrasto con le scelte consapevoli sul
futuro della nostra esistenza. Insomma, il consenso informato deve essere
coniugato con un atteggiamento cooperativo, altrimenti il ruolo del medico non
sarebbe distinguibile da quello del meccanico con la differenza che in questo
caso non possiamo comprare l’auto nuova. Ora, anche ammesso che vi siano tutte le condizioni
favorevoli per la formazione di una volontà consapevole, in ragione del lungo
decorso di una malattia gli orientamenti del malato potrebbero cambiare ed egli
stesso potrebbe non essere più in grado di decidere personalmente sulla propria
vita. Allora è opinione diffusa che bisognerebbe attenersi alle disposizioni
della "volontà anticipata" se espressa in forme certe e inequivocabili.
Tuttavia anche qui, per non sottostare acriticamente agli
imperativi ideologici del nostro tempo, c’è da chiedersi quale valore debba
avere per il futuro una volontà formulata in circostanze ben diverse.
Certamente, se aderissimo alla concezione dell’io multiplo sostenuta da Parfit, sarebbe ben difficile far valere per il nostro io di oggi scelte prese da un altro io precedente. Ma, pur
restando legati all’io unitario cartesiano, resta il
fatto che esso non può conoscere a priori le future circostanze della sua
malattia. Ciò significa che le sue disposizioni testamentarie dovranno essere
"interpretate" e attualizzate. Per inciso osservo che l’analogia tra
"testamento biologico" e testamento patrimoniale mi appare un po’ zoppicante.
Il testamento patrimoniale ha valore solo quando il testatore è morto, mentre
quello biologico quando è ancora in vita. Sarebbe assurdo per il diritto civile
prevedere un interprete autentico delle ultime e incomplete volontà del
testatore, mentre ciò è necessario per il testamento biologico. Attraverso la finzione di un prolungamento della coscienza
del testatore nella coscienza della "persona di
fiducia" ancora una volta si riafferma il principio metafisico del primato
della coscienza sulla vita biologica. Si configurerebbe così una sorta di
coscienza transpersonale. Questa figura della
"persona di fiducia" è veramente singolare. Tradizionalmente questo
ruolo era svolto dai familiari, cioè da coloro che
hanno avuto una consuetudine di vita con il paziente terminale e che per questo
non solo sono i migliori interpreti del suo orientamento, ma soprattutto sono
coloro che lo amano e che lo accettano nella sua indigenza e sofferenza. Ora
questa "persona di fiducia" è chiaramente un individuo decontestualizzato, più un rappresentante della società dei
sani che un prossimo del malato. Al giudice che, se del caso, deve nominarlo
non si danno indicazioni al riguardo. Ciò conferma che l’eutanasia è una
pratica della solitudine, è l’essere lasciati soli di fronte alla morte. A queste
condizioni chi non la desidererebbe? Prof. Francesco Viola Filosofo del diritto, Università di Palermo |