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Il testamento di vita come
scelta di libertà
Senz'altro è un passo decisivo e sostanziale nella
questione relativa alla fine della vita, perché si
tratta di introdurre anche nell'ordinamento giuridico il riconoscimento
dell'autonomia e delle capacità di scelta in tale ambito. Ora, in questo caso uno potrebbe richiedere appunto la
sospensione delle terapie oppure di lasciare i propri resti corporei, mortali (bodily remains li
chiamano in inglese perché a quel punto non si può neanche più parlare di
"corpo") ad esempio, per la sperimentazione scientifica, per testare
nuovi farmaci. Ormai la persona non c'è più, non c'è
neanche più la capacità di provare piacere o dolore. Può sembrare brutale, ma a
mio parere questi soggetti sono già morti, indipendentemente dal fatto che
respirino: sono morti in quanto persone, non in quanto
esseri umani. La distinzione tra essere umano e persona è
fondamentale: non tutti gli esseri umani sono persone. Si tratta evidentemente di una questione controversa.
Quello che è certo è che ormai gli avanzamenti tecnici in campo bio-medico, con la capacità di conoscere e sostenere la
vita biologica, impongono scelte precise in proposito, che non sono più
demandate o demandabili a terzi. E questo non perché, come sostengono molte
delle tesi conservatrici e tradizionaliste, la tecnica distrugge ogni valore,
ma piuttosto in quanto apre nuove possibilità di
scelta. Ecco, se Sartre diceva: "Siamo
condannati a essere liberi", sottolineando
soprattutto il peso della libertà, possiamo dire che la carta
dell'autodeterminazione è un ulteriore passo in quella direzione. D'altra
parte, un tempo l'autodeterminazione non esisteva
neanche in campo sociale: non occorreva scegliersi il lavoro (arrivati a una
certa età, senza neanche rendersene conto, si faceva il lavoro del proprio
padre), e nemmeno se, quando o chi sposare (decidevano i genitori). Oggi
dobbiamo continuamente scegliere cosa fare, e talvolta è senz'altro un grosso
carico, perché il campo di scelta oggi si estende fino a coinvolgere la sfera
biologica. Qui varrebbe la pena di essere chiari anche
su un punto: non è vero che sulle questioni che stiamo trattando le decisioni
non vengono prese, che vengono prese dalla natura: le prende comunque qualcuno.
E allora noi riteniamo che la persona più titolata a prendere tali decisioni
sia il soggetto medesimo, appunto lasciando disposizioni
conformi alle proprie volontà. Ove questo non accada, o nel caso che la
situazione che si verifica non fosse prevista,
l'interessato può designare un fiduciario, eventualmente anche un vice, (se
l'incaricato risultasse irreperibile oppure fosse la moglie e ci fosse stato un
incidente stradale che ha coinvolto entrambi). Noi riteniamo che questo sia un
forte avanzamento di civiltà perché, ripeto, le decisioni vengono
prese comunque, semplicemente spesso restano occultate. Ora, qui non si discute
della bontà o cattiveria di chi decide, ossia i medici. Il punto è che possono esserci divergenze di visioni del
mondo tali da farci pensare che quand'anche si trattasse del migliore medico,
preferiamo che la decisione sia demandata al soggetto. In questa prospettiva, cade anche l'idea che la vita sia sempre un bene.
L'avanzamento tecnico delle nostre conoscenze, per quanto riguarda
la fase terminale della vita, ha svelato che quella convinzione, a prima vista
scontata e ovvia, addirittura banale, in realtà è falsa. L'enciclica Evangelium vitae, al n. 34 dice
esplicitamente: "La vita è sempre un bene". E
aggiunge che questa è un'intuizione, o addirittura un dato d'esperienza, di cui
l'uomo è chiamato a cogliere la radice profonda. Ebbene, in realtà che la vita
sia sempre un bene non lo crede più neanche la chiesa
cattolica, perché allora ci sarebbe il dovere di fare sempre tutto il
possibile, e anche l'impossibile, pur di preservarla e non sarebbe mai lecita
la sospensione delle terapie. Invece da Pio XII in avanti anche i cattolici
ritengono che in circostanze terminali, a un certo
punto, è lecito sospendere le terapie e lasciare che la natura faccia il
proprio corso. Perché è vero che la vita è un bene nelle
circostanze normali, ma oggi la scienza e la tecnica ci hanno costretto a
confrontarci con situazioni che, se in passato erano del tutto marginali e
quasi inesistenti, oggi sono diventate sempre più visibili e frequenti.
Un tempo il processo del morire era caratterizzato da
tre aspetti: primo, la morte era prematura, si moriva giovani rispetto alle
reali potenzialità dell'organismo; secondo, la morte era imprevista e
imprevedibile, anche perché la capacità di diagnosi era limitata (c'era lo
sguardo, un po' di tatto e basta); terzo, il processo del morire era di breve
durata, con la polmonite, ad esempio, dopo 9 giorni c'era la crisi e nella fase
acuta, quando la febbre saliva non c'era niente da fare, semplicemente si
aspettava. Oggi invece il morire può essere prolungato di anni,
decenni, per cui una situazione prima di dimensioni limitate, si espande e diventa
un problema anche sociale. Non solo, la medicina contemporanea ci costringe a una chiarezza che un tempo potevamo cercare di evitare. Prof. Maurizio Mori Filosofo del diritto Università di
Torino |