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Il testamento di vita: uno
strumento inutile E’ giusto incoraggiare i pazienti a
stilare, finchè sono ancora coscienti, un “testamento di vita” che indichi ai
medici come comportarsi in caso di malattia grave? Il Comitato Nazionale per la
Bioetica (CNB) – organismo istituzionale della Presidenza del Consiglio - per
iniziativa del suo presidente, il filosofo del diritto Francesco D’Agostino, ha messo
a punto un Parere che dovrebbe delineare l’introduzione nel nostro Paese
del Living will,
o “testamento di vita”. Il CNB non promulga leggi, ma il suo Parere potrebbe fornire la piattaforma su cui il Parlamento
discuterebbe il varo di una normativa in materia di direttive anticipate del
paziente. Se il progetto delineato da D’Agostino
dovesse andare in porto, ogni cittadino avrebbe la possibilità di mettere per
iscritto le terapie che non intende ricevere in caso di sopravvenuta
incoscienza per malattia. Allo scopo sarebbe già pronta una Biocard,
una scheda dettagliata in cui inserire queste volontà cliniche. Il medico
dovrebbe tenere in considerazione queste volontà anticipate, ma non sarebbe
obbligato a osservarle. Se
deciderà di disattenderle, dovrà però spiegare per iscritto i motivi della sua
condotta. Il paziente potrà nominare un tutore con il compito di garantire il
rispetto delle volontà anticipate e di interpretarle correttamente. Quale può essere il giudizio
complessivo dal punto di vista giuridico e morale dello strumento del living will? C’è il
serio rischio che questo strumento – in sé stesso abbastanza asettico e
ambivalente sul piano morale – venga utilizzato come
cavallo di Troia per introdurre nell’ordinamento la prassi eutanasica. Per
evitare questo rischio, il CNB ha subito stabilito che la richiesta del
paziente non possa mai essere obbligante per il
medico. Come a dire dire: le
domande del malato non possono mai piegare la volontà del medico, chiamato a
rispettare i principi fondamentali della deontologia. D’altra parte, non
possiamo fingere di ignorare che i più strenui fautori del testamento di vita
sono i bioeticisti e i circoli politoco-culturali
che si battono per la legalizzazione dell’eutanasia:
la Biocard è un’idea portata avanti dalla Consulta di
Bioetica, che associa da anni studiosi tendenzialmente favorevoli all’aborto,
alla fecondazione artificiale, all’eutanasia. C’è poi un problema di sostanziale
imprevedibilità delle reali circostanze che si verificano
nella realtà, in un futuro solo immaginato ma mai vissuto; e soprattutto,
un’incognita esistenziale intorno a quelle che possono essere le personali
reazioni quando veramente ciascuno d noi si trovasse in un certo
frangente. Ma, paradossalmente, la vera
domanda a proposito del living will è estremamente prosaica:
il testamento di vita serve davvero a qualcosa? Perché, scendendo dall’atmosfera
rarefatta dei massimi sistemi alla concreta e umanissima situazione dei singolo paziente, possiamo ricondurre l’infinita varietà
dei casi clinici a tre categorie di casi emblematici. Il primo: il paziente
chiede nel testamento di vita al medico di assumere una condotta che configura
una vera e propria eutanasia, cioè una condotta attiva
o passiva che contiene in sé l’intenzione di provocare la morte. In questo
caso, il medico ha il diritto e soprattutto il dovere di ignorare le direttive
anticipate. Il secondo caso: il paziente prescrive ai sanitari di insistere
oltre ogni ragionevole limite nel somministrare cure e farmaci, mettendo in
atto l’ipotesi dell’accanimento terapeutico. E’ probabile che in simili
situazioni il medico ancora una volta si smarchi dalla richiesta del paziente,
e applichi le terapie senza inutili insistenze. Terza ipotesi: il paziente
chiede al medico di fare esattamente ciò che il medico stesso è chiamato a
compiere in ossequio alla sua arte e alla sua retta coscienza. Per cui, anche in assenza del living will, il buon medico avrebbe assicurato al paziente il
medesimo trattamento. Mi pare che non siano pensabili altre situazioni.
E che, dunque, le direttive anticipate rivelino, a una
più attenta analisi, la loro sostanziale inutilità. Esse servono casomai a
nascondere alcuni veri problemi della medicina moderna, tentando di risolverli
con l’arma – sempre deleteria – del legalismo e del formalismo contrattuale.
Che il medico e il paziente riprendano a dialogare fra loro; che il medico si
sforzi di conoscere il malato nella sua complessità di persona, e non di insieme di organi da riparare; che il malato ritorni ad
affidarsi al medico con la fiducia di chi si riconosce bisognose di salute, di
quella salus che contiene in sé la radice
della parola “salvezza”. La figura del “tutore” è, in tal senso, emblematica: si affida a un terzo rappresentante legale la
cura degli interessi del malato, quasi che egli avesse necessità, davanti al
“tribunale medico” di un avvocato che ne difenda gli interessi. Sottintendendo che gli interessi del medico e della medicina
divergono da quelli del paziente e della sua famiglia. Il nodo del
problema sta qui, al livello del senso più profondo dell’arte medica, nella
riscoperta dei contenuti essenziali del Giuramento di Ippocrate.
Ritratta di decidere se è possibile una medicina che prescinda da quei
precetti, o se invece – come dimostra l’esperienza clinica – non c’è medicina
vera se non dentro questo misterioso “patto asimmetrico” che lega il paziente al
medico. Il testamento di vita appartiene a una visione
contrattualistica del rapporto medico-paziente,
dove i pilastri della fiducia e della compassione sono stati rimpiazzati dalla
volontà negoziale delle parti e dalla minaccia di salatissime richieste di
risarcimento danni. Triste il giorno in cui la medicina avrà accettato di
diventare una simile desolata landa senz’anima. Mario Palmaro Docente Facoltà di Bioetica UPRA di Roma |