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Il problema energetico Il problema energetico viene
normalmente impostato come la ricerca del modo meno dannoso per produrre
l'energia necessaria a coprire il fabbisogno mondiale dei prossimi anni, assumendo
detto fabbisogno come una variabile indipendente, una necessità da
soddisfare ad ogni costo. Ciò equivale a dire che il modo di vivere di tutto il
mondo sarà quello della civiltà industriale, considerata a priori come
desiderabile. Bastano poche considerazioni quantitative per accorgersi
che, se impostato in questo modo, il problema diventa comunque
insolubile nel giro di alcuni decenni: anche se fosse risolvibile, la
produzione di simili quantità di energia porterebbe tali catastrofiche
conseguenze sul Pianeta da causare poi comunque l'arresto del processo. Se si escludono le cosiddette fonti rinnovabili, qualunque modo di
produrre energia accumula rifiuti da qualche parte. Ma anche le fonti rinnovabili non costituiscono un ciclo
veramente chiuso, a meno che non si riciclino anche
tutti i componenti usati per costruire gli impianti. Bisogna ricordare inoltre
che un riciclaggio completo è impossibile, esistendo una specie di entropia della materia. Resta comunque in piedi un'altra
questione: dove va a finire tutta questa energia? Ad
alimentare altri consumi, costruzione di altri impianti, scomparsa di
risorse e accumulo di rifiuti. Strade, macchine, città, al posto di paludi,
foreste e praterie. Se saltasse fuori la famosa
fusione nucleare, cosa potrebbe più arrestare questo processo? E' la crescita dei consumi la causa dei
problemi: senza toccare questo tabù, si può solo guadagnare tempo, che è comunque un risultato di grande utilità, perchè
può consentire di arrivare ai tempi lunghi necessari per il cambiamento dei
fondamenti culturali sopra accennato. Solo come esempio, facciamo un piccolo esercizio:
supponiamo che la produzione industriale e i consumi di energia
aumentino con legge esponenziale con un tempo di raddoppio di venti anni.
Facciamo poi l'ipotesi di ottenere un risultato eccezionale, cioè
di diminuire il consumo di energia per unità di prodotto del 50%: ciò significa
consumare la metà di oggi per ottenere la stessa produzione industriale. In tal
caso per venti anni il consumo energetico resta lo stesso, e poi riprende a
salire con un nuovo rapporto rispetto al prodotto industriale, ma con lo stesso
andamento di prima. Abbiamo soltanto guadagnato venti anni per ritrovarci con
gli stessi problemi. La vera causa dei guai è il tabù
della crescita. Si noti che non abbiamo preso in considerazione il fatto che
anche tutte le industrie che fabbricano i componenti
relativi al mercato dell'energia hanno fatto i loro bravi piani di espansione e
forse si troverebbero in difficoltà in quei vent'anni,
in cui dovrebbero chiudere. I vari protocolli di Kyoto, di Rio o di altri convegni internazionali, pur
animati dalle migliori intenzioni, non potranno mai essere rispettati. Se
diminuiscono le emissioni di anidride carbonica,
crescerà qualche altro inquinamento o qualche altro guaio se non vogliamo
toccare la crescita. Siccome nessun governo parlerà mai in tal senso, quegli
impegni non potranno essere rispettati anche se vengono
presi in buona fede. E' infatti evidente che un
governo che non inneggia allo "sviluppo economico" non resta in
carica neanche un'ora. Il problema energetico non consiste nella ricerca
delle fonti più opportune per soddisfare i fabbisogni imposti dal modello ma è
uno dei segni dell'impossibilità di persistenza nel
tempo del modello industriale sempre-crescente. Quello dell'energia è solo un esempio: è evidente che le
stesse considerazioni si possono fare per i fabbisogni di acqua,
per l'accumulo dei rifiuti, per la distruzione delle foreste, e così via. Si
noti che abbiamo evitato considerazioni morali. Come ha scritto J. Servier, (L'uomo e
l'Invisibile, Rusconi, 1973): “Nessun moralista ha mai posto il problema
della responsabilità dell'Occidente in questa creazione di
bisogni artificiali, che mascheriamo sotto il nome di "civiltà" o di
"tenore di vita", che ha l'unico scopo di far lavorare le nostre
fabbriche”. Guido Dalla Casa Gruppo Ecologia ed
Energia ALDAI di Milano (Tratto da DirigentIndustria,
settembre 2000) |