|
Cambiare la natura umana? Biotecnologie e questione
antropologica
“Naturam expelles
furca,
tamen usque recurret” (Orazio)
“L’uomo, non il superuomo,
sia il fine” (H. Jonas) La questione antropologica Sull’idea di natura umana, piatto ghiotto per il filosofo,
s’addensano innumerevoli dibattiti, resi ancor più delicati dall’interrogativo
su che cosa essa significhi e se sia possibile cambiare la natura umana. Intervenendo sull’uomo in maniera influente
ma per molti aspetti ancora ignota quanto agli esiti e alle conseguenze, le
biotecnologie postulano un’adeguata conoscenza di chi sia l’uomo e di che cosa
egli abbia soprattutto bisogno. Ma proprio questo essenziale elemento è divenuto
problematico, anzi particolarmente arduo da inquadrare. La più alta e complessa
controversia, da gran tempo in corso e
che accende gli animi ovunque, è appunto la controversia sull’ humanum. Sembra che quanto più le scienze cercano di
stringere da presso la conoscenza dell’uomo, tanto più questa si divincoli e
sfugga alla presa dei saperi scientifico-analitici, lasciando dietro di sé
interrogativi e tensioni. Il crocevia dove scienza-tecnica e persona si
incontrano è divenuto un incrocio problematico, nel quale le scienze cercano di
trasmettere una nuova comprensione dell’umano. La sfida si era già dispiegata dinanzi all’occhio scrutatore
di Pascal. “Avevo trascorso gran
tempo nello studio delle scienze astratte, ma la scarsa comunicazione che vi si
può avere con gli uomini me ne aveva disgustato. Quando cominciai lo studio
dell’uomo, capii che quelle scienze astratte non si addicono all’uomo, e che mi
sviavo di più dalla mia condizione con l’approfondirne lo studio, che gli altri
con l’ignorarle. Ho perdonato agli altri di saperne poco, ma credevo almeno di
trovare molti compagni nello studio dell’uomo. Sbagliavo: son meno ancora di
quelli che studiano le matematiche” (1). Sembrerebbe che la situazione
contemporanea falsifichi l’assunto pascaliano, tante sono oggi le discipline e
le scienze che si occupano dell’uomo. Ad una considerazione un poco più attenta
risulta però che, a fronte di una grande varietà di saperi che si rivolgono ad
aspetti dell’uomo – in particolare al corpo – si trova un grande vuoto quando
si cerchi una considerazione interale dell’uomo. Nell’epoca dell’essor delle
scienze umane di ogni tipo diventa ancor più vero dire che l’uomo è un essere
sconosciuto che deve sempre e nuovamente venire riscoperto come ai tempi di
Pascal. Questi propone l’impegnativa domanda antropologica pochi anni dopo l’infausta separazione cartesiana
fra pensiero/mente e corpo/estensione, secondo cui l’io risiede nel pensiero e
il corpo – affidato alla contingenza e all’inessenziale – è pronto per essere
attribuito alla regia della scienza e a entrare nell’area del dominio tecnico.
Il presupposto di non poche utilizzazioni recenti delle scoperte genetiche e
biologiche può venire individuato con sicurezza nel dualismo cartesiano, molto
comodo e altrettanto improbabile, e verso la cui riproposizione occorre
mantenere un’alta vigilanza intellettuale. La semplicistica divisione dei compiti
fra scienza e filosofia – alla scienza la res extensa e alla filosofia il
pensiero – è diventata un ostacolo al sapere, in specie a quello vertente sulla
vita che si rifiuta nella maniera più totale a essere ridotta a mera
estensione. Intanto un nuovo
naturalismo è in cammino. Dal lato degli orientamenti della cultura occorre
infatti considerare che la koiné naturalistica sta sostituendo nella cultura la
koiné ermeneutica, rimasta in auge alquanto a lungo. Di questa tendenza è segno
grande il tentativo di pervenire ad un’integrale naturalizzazione della
mente/anima come parte di un processo indirizzato all’integrale
naturalizzazione dell’uomo: l’uomo dunque risolto nella vita della physis, nel
suo divenire evolutivo e cieco. Sembra crescente la persuasione che la
concezione scientifica del mondo porterà necessariamente ad un paradigma
antropologico apertamente naturalistico. Il
progetto che fa da sfondo a varie espressioni della scienza e della
filosofia attuale consiste nel riportare
tutto l’uomo a res naturalis vitalis, cancellando in lui la res cogitans come fenomeno irriducibile al
biologico. L’anima come ‘spettro nella macchina’ sarebbe solo il cattivo frutto
nato da un dogma, la res cogitans cartesiana. In realtà non vi sarebbe alcuno
‘spettro nella macchina’ da cercare, nessuna anima come entità a sé da
studiare, perché la psiche e i fatti psichici si riconducono soltanto a fisica.
In questa linea viene a conclusione contraddittoria – grandiosa eterogenesi dei
fini – l’aspirazione di Nietzsche a preparare l’avvento dell’oltreuomo
(Ubermensch): quell’aspirazione non si è minimamente realizzata e ha dato
invece l’avvio al suo contrario, alla diminuzione dell’uomo, alla produzione del sottouomo. Non
dobbiamo sottovalutare il rischio che un esteso naturalismo antropologico
conduca infine a un deciso nichilismo sull’uomo: l’uomo ridotto, l’uomo come
“null’altro che”, infine l’uomo come prodotto casuale dell’evoluzione quale
ultima parola dell’evoluzionismo nichilistico. Intanto si può sostenere che il
naturalismo evoluzionistico rifiuta l’idea di essenza/natura come qualcosa di
stabile e di ‘eterno’, spingendo così la filosofia a recuperare questo
concetto. Larga parte della discussione morale e antropologica
contemporanea scaturisce dagli sviluppi incalzanti delle scienze della vita e
delle neuroscienze: stiamo assistendo ad una vera rivoluzione che concerne le
sorgenti della vita e che potremmo chiamare rivoluzione del genoma e del DNA.
Essa rimette in discussione le nozioni di identità (chi siamo come uomini? Chi
sono io?), di rispetto della persona, di responsabilità verso se stessi e gli
altri, che costituiscono la base della civiltà. Negli ultimi lustri si è
imposta all’attenzione la ‘questione antropologica’, ormai prepotentemente
affiancatasi alle classiche grandi questioni pubbliche che prendono da tempo il
nome di ‘questione istituzionale democratica’ e ‘questione sociale’, le quali
hanno dato almeno in Occidente il tono a due secoli di storia. Rispetto a queste problematiche la questione antropologica
presenta caratteri più radicali ed appare destinata a diventare sempre più
pervasiva. L’uomo è messo in questione tanto nella sua base biologica e
corporea quanto nella coscienza che forma di se stesso. E ciò non soltanto
astrattamente, ma praticamente, perché le nuove tecnologie incidono sul
soggetto, lo trasformano, tendono ad operare un mutamento nel modo di intendere
nozioni centrali dell’esperienza di ognuno: essere generato oppure prodotto,
nascere, vivere, procreare, cercare la salute, invecchiare, ecc. Se è vero che
la più gelosa questione sollevata dalle bioscienze è quella antropologica, il
nome finora universalmente impiegato di bioetica per denominare la riflessione
sui temi di cui sopra, appare inappropriato perché tende a velare che buona
parte degli interrogativi detti bioetici sono in realtà problemi non di morale
ma di antropologia (e spesso anche di ontologia). Ora tanto le scienze della vita che trovano un punto di
elezione nella genetica e nella biologia molecolare, quanto le neuroscienze
sono nuclei meritevoli di particolare attenzione per i problemi
antropologici che sgorgano dai due
ambiti. Nel primo caso è in gioco la possibilità di pervenire, manipolando il
genoma umano, ad una nuova forma dell’umano (l’espressione è volutamente
indeterminata perché siamo alle prese
con reali dubbi sulle possibilità e gli esiti delle manipolazioni genetiche),
nell’altro emergono i problemi del funzionamento del cervello,
dell’intelligenza artificiale, del rapporto fra mente e cervello (identità,
differenza?) e quello non meno cruciale dell’anima e della psiche. Se in questo
scritto ci dedicheremo al primo aspetto
ciò è dovuto al fatto che mentre il dibattito sulle neuroscienze è da tempo
avviato, quello sulla natura umana e la genetica appare più decisivo e forse
meno avanzato. L’indirizzo
generale metodico sarà di comprendere quanto sta accadendo, evitando
l’atteggiamento della paura come quello dell’entusiasmo: neque lugere, neque
ridere sed intelligere. Per comprendere occorre aggiungere che il discorso
sulle biotecnologie chiama in causa i saperi, l’antropologia, in specie la
filosofia. Quanto più avanza la scienza, tanto più indispensabile diventa la
filosofia, oggi in specie una filosofia
che si allontani dallo spensierato orientamento antiessenzialistico che
predomina alla grande in filosofia e nelle scienze, sul quale osserva Jonas:
“L’antiessenzialismo della teoria dominante che conosce solo i risultati de
facto della casualità evoluzionistica e non conosce alcuna essenza valida, che
li possa sanzionare, affida il nostro essere a una libertà senza norme” (2). Il
rifiuto apriorico delle essenze, equiparate a un suono (flatus vocis)
senz’altro significato, è atteggiamento diffuso, mentre l’antiessenzialismo
altro non è che una forma di nichilismo. Abbiamo perciò estremo bisogno di un
rinnovato sapere sulla natura dell’uomo
e sul suo posto nell’universo. Non si tratta di svolgere un discorso
primariamente religioso, sebbene anche la religione possa intervenire
nell’ambito biotecnologico e
antropologico con le sue prospettive. L’approccio alla ‘bioetica’ tramite
l’idea di natura umana appare ‘laico’, se vogliamo far ricorso a questo
aggettivo alquanto usurato e polisenso almeno nel contesto culturale italiano:
laico dovrebbe significare razionale, fondato sulla cosa stessa, ontologico. Dopo aver scelto
il titolo della mia relazione, mi sono
reso conto che col riferimento alla natura umana esso richiama quello di due
notevoli saggi recenti di J. Habermas e di F. Fukuyama. Il titolo del primo
suona: Il futuro della natura umana e l’altro “L’uomo al di là dell’uomo”
(traduzione dell’originale inglese: Our posthuman future). L’evento conferma che nelle tecnologie della vita è in
gioco il significato stesso di uomo e di natura umana, qualcosa che concerne
l’autocomprensione del genere, l’antropologia prima ancora che l’etica. Gli
esiti collegati non potranno non esercitare un profondo e per ora poco
prevedibile influsso sulla politica: è possibile che le conseguenze
dell’impiego delle biotecnologie siano ben superiori a quelle accadute col
crollo del muro di Berlino. Negli approcci di Habermas e Fukuyama, nati in contesti
culturali diversi e avendo alle spalle prospettive filosofiche e antropologiche forse lontane, la domanda
centrale suona all’incirca: il concetto di natura umana che si ritiene
rilevante tollera o meno che l’uomo sia costruibile e dunque manipolabile entro
confini volta a volta determinati? Tale questione ne introduce un’altra che non
sempre emerge in maniera diretta ma che influisce sull’intero dibattito: è
possibile cambiare la natura umana? Desidero attirare l’attenzione sul fatto
che essa di per sé solleva una questione di possibilità ontologica, non di
liceità morale. La domanda, se è imposta dalle applicazioni biotecnologiche
all’ambito delicato e antropologicamente geloso dell’embrione, della
fecondazione extracorporea, dell’intervento sul genoma umano, genera problemi
di alta complessità per il cui schiarimento sembra impossibile non ricorrere
alla riflessione filosofica sull’uomo e al concetto di natura umana. Nell’ ‘800
si era ancora persuasi di ciò e di conseguenza il filosofo morale responsabile
componeva trattati di antropologia in ausilio della scienza morale e della
politica. Con l’ingresso del nichilismo
speculativo, di cui costituisce una
manifestazione l’essor del pensiero debole, non si ritengono più possibili
risposte filosofiche solide ai temi della vita buona, della natura umana, di
un’etica sostantiva e non soltanto
procedurale e formale (3). Un ‘debolista’ di classe quale è J. Habermas
cerca da almeno vent’anni di promuovere questa prospettiva che implica una
diversa autocomprensione dell’uomo e della filosofia: “Oggi, superata la
metafisica, la filosofia non crede più in risposte vincolanti sulle questioni
della condotta di vita, personale e collettiva che sia” (p. 5). La filosofia
“si limita a indagare le caratteristiche formali dei processi di
autocomprensione, facendo astrazione dai loro contenuti. Certo tutto questo può
sembrare deludente. Ma che obiezioni potremmo mai sollevare contro questa
astensione ben giustificata?” (p. 7). Dinanzi a questa corriva rinuncia - cui curiosamente
contravviene Habermas stesso che di fatto nelle pagine successive difende
posizioni sostantive - si fa più chiaro che le questioni sollevate dalle
biotecnologie richiedono di porre nuovamente la domanda sulla natura umana,
senza risparmiarci alcune necessarie spese intellettuali. La riflessione
scientifica e filosofica non sa però come farlo: anzi sussistono al presente obiezioni
così forti contro tale concetto che potrebbe forse convenire chiudere il
dossier e allontanarci in silenzio. E’ perciò ancor più significativo che Habermas e Fukuyama lo richiamano in
servizio, il primo già nel titolo: ma con quali modalità? Qui le vie tendono a
divergere; per rendercene conto è opportuno ripercorrerle in modo succinto.
Successivamente svolgeremo qualche spunto sulla natura umana, adottando una
riflessione ontologica sull’uomo, non un cammino di antropologia filosofica. I due approcci risultano notevolmente diversi. La
riflessione ontologica è più sobria, incisiva, capace di stabilire i limiti –
molto vasti – entro cui si muove la complessità dell’uomo, mentre
l’antropologia filosofica è disciplina dallo statuto alquanto incerto e ondivago.
Socrate e i suoi molti successori erano interessati all’uomo, non
all’antropologia filosofica, ambito novecentesco che può esibire caratteri variabili dal conservatorismo al progressismo, e che è
spesso connesso a filosofie della storia altrettanto diversificate. Di gran
lunga precedente all’antropologia filosofica, la riflessione ontologica sulla
natura umana non nutre nostalgie dell’uno o dell’altro tipo. Standosene alla
‘oggetto’ essa apre il significato di che cosa sia esser uomo e quali siano le
sue possibilità, quale sia l’umanità dell’uomo. Tenta di rispondere alla
domanda: che cosa fa dell’uomo un uomo? Quanto manca crudelmente alla bioetica
è proprio questa riflessione che - individuando nell’umano il “fondamentale” e
lo “storico” e percependo che le quasi illimitate manifestazioni storiche
dell’umano sono possibili solo entro i limiti di campo stabiliti dal
fondamentale - può delineare i tratti comuni e universali dell’uomo, ossia
costanti antropologiche e inclinazioni umane basali che fluiscono dalla natura
umana e che stabiliscono il confine fra ciò che è umano e quanto umano non è. Habermas: un approccio etico per stabilire il futuro della
natura umana Qualificandosi come postmetafisico, il pensiero
habermasiano adotta due esclusioni coerentemente dichiarate: l’esclusione della
trascendenza, la riluttanza a ricorrere ad un concetto ontologico di natura
umana. Qui ci occuperemo solo del secondo aspetto. La bioetica postmetafisica
ha percepito che i problemi detti bioetici sono spesso più propriamente
problemi antropologici, ma non ritiene percorribile la strada di un approccio
ontologico all’antropologia: piuttosto quello di un cammino etico,
significativo ma forse insufficiente per evitare che la scienza sia ritenuta
l’unica forma di conoscenza e che la natura umana sia sottoposta ad un continuo
processo di ridefinizione (4). Esula dai miei scopi l’esposizione compiuta delle
posizioni di Habermas: ci concentreremo sui due casi, cui egli destina adeguato
spazio, costituiti dalla diagnosi di preimpianto sull’embrione e dagli
interventi di modificazione del genoma. Essi aprono scenari nuovi la cui
rilevanza morale “oltrepassa ampiamente la sostanza delle tradizionali
questioni politiche” (p. 19), e richiede attenti e lenti processi di rischiaramento
normativo sottratti alle pressioni degli interessi e delle preferenze. Questi
viceversa pesano per l’autore in un’eugenetica liberale che “trascurando ogni
differenza fra interventi terapeutici e interventi migliorativi – rimette alle
preferenze individuali degli utenti del mercato il compito di definire gli
obiettivi degli interventi correttivi” (p. 22). Nel caso del test preimpianto
sull’embrione l’autore chiede se sia compatibile con la dignità della vita
umana l’essere generato con riserva, cioè giudicato degno di vita e di
sviluppo, oppure no, in base agli esiti di una prova genetica. Nel caso della
manipolazione genetica si domanda se essa non tocchi la stessa identità di
genere, e non intacchi la distinzione fra ciò che è spontaneamente cresciuto e
ciò che è prodotto tecnicamente. Dalle due questioni emergono altre
fondamentali domande, ossia 1) se l'insieme di questi processi non cambi la
nostra comprensione etica del genere; 2) se la conoscenza ex post della
programmazione genetica del proprio patrimonio ereditario effettuata da altri
non riduca gli spazi creativi della propria autonomia individuale negando al
soggetto di considerarsi l’autore indiviso della propria vita, e comprometta le
relazioni idealmente simmetriche fra persone e libere e uguali. “Stiamo chiedendoci
se possiamo giustificare la tutela di predisposizioni genetiche integre, non
manipolate, facendo appello alla indisponibilità dei fondamenti biologici della
nostra identità personale. La tutela giuridica potrebbe trovare espressione in
una sorta di ‘diritto a un patrimonio genetico non compromesso da interventi
artificiali’. Un diritto che è già stato proposto dal Consiglio di Europa e che
non pregiudicherebbe affatto la liceità di una eugenetica negativa fondata in
sede terapeutica” (p. 29). Secondo l’autore l’ingegneria genetica potrebbe
“modificare la nostra autocomprensione di ‘esseri di genere’, nel senso che
essa potrebbe intaccare, assieme alle moderne concezioni del diritto e della
morale, anche i non aggirabili fondamenti normativi dell’integrazione sociale”
(p. 29). Conseguentemente egli fa appello all’indisponibilità dei fondamenti
biologici della nostra identità personale. Perciò la strumentalizzazione della
vita embrionale - quale emerge nell’idea che il nuovo concepito è generato con
riserva e ammesso alla vita dopo un test genetico – “mette a rischio quella
autocomprensione etica del genere che è discriminante per poter decidere, anche
rispetto al futuro, se noi vogliamo continuare a intenderci come esseri che agiscono
e giudicano in termini morali” (p. 71). In genere un grave problema soggiacente è se sia lecito
cambiare il mix finora vigente di naturale e di volontario, spostando il
confine fra caso e decisione; e di rischiare
nel test preimpianto, “la strumentalizzazione di una vita umana –
generata con riserva – rispetto alle preferenze e agli orientamenti di valore
nutriti da terzi” (p. 33). Ciò violerebbe per Habermas l’obbligo reciproco che
gli uomini come membri di una comunità morale si danno vicendevolmente,
obbligandosi l’un l’altro e accettando una simmetria di relazioni. In altre
parole gli esseri umani non sono individualizzati solo dalle sequenze del DNA
ma pure dal processo di socializzazione: “Solo nella sfera pubblica di una
comunità linguistica, l’essere di natura si costituisce come individuo e come
persona dotata di ragione” (p. 37). Processo di costruzione sociale dell’io,
cui Habermas attribuisce più rilievo che Fukuyama. La critica del liberalismo eugenetico da parte di Habermas
non si indirizza alla valenza terapeutica delle biotecnologie, ma a quella
programmatoria e decisoria di interventi ‘migliorativi’. Il perno
dell’argomentazione risiede nel fatto che l’intervento migliorativo rischia di
alterare quell’uguaglianza casuale della nascita cui tutti i cittadini devono
l’inizio del loro esclusivo destino di socializzazione. Mantenendo
giuridicamente indisponibile la casualità della nascita, i cittadini si
garantiscono uguaglianza di accesso alla comunità ideale dei soggetti morali e
alla comunità reale dei cittadini. La peculiarità del
discorso habermasiano risiede nell’assunto che su piano morale - nonostante i
vantaggi che le biotecnologie arrecano - non ci sono sufficienti motivi per
pagare il prezzo alto che esse esigono. Egli ritiene che la grande spinta per
un uso disinvolto della tecnica in ogni campo della vita, non esclusi i
fondamenti biologico-genetici della specie umana, stia sollevando e debba
sollevare una reazione riflessiva che si confronti con le nuove tecniche e
individui nuclei umani indisponibili all’oggettivazione tecnologica. Egli
chiede: “possiamo considerare l’autotrasformazione genetica della specie come
un mezzo per accrescere l’autonomia individuale, oppure questa strada metterà a
repentaglio l’autocomprensione normativa di persone che conducono la loro vita
portandosi mutuo ed ugual rispetto?” (p. 31). In Habermas assume speciale
rilievo un’etica del genere che assume come primari i temi dell’uguaglianza e
della reciprocità. Il problema dell’uguaglianza umana verrà infatti reso
assai più acuto dalle pratiche prenatali tanto di prevenzione della nascita di
un bambino tarato, quanto di eugenetica in cui si procede a selezionare e
‘migliorare’ l’esito (il bambino). In effetti con la diagnosi pre-impianto sull’embrione, alcuni singoli si
arrogano il diritto, che loro non compete, di stabilire che cosa è degno di
vivere e che cosa no. Inoltre “Se si accetta come normale la generazione e
l’impiego di embrioni ai fini della ricerca medica, si trasforma anche la
percezione culturale della vita umana prenatale, con il risultato di rendere
sempre meno affilato il sensorio morale che stabilisce i limiti entro cui far
valere il calcolo ‘costi-benefici’. Oggi noi avvertiamo come oscena questa
prassi di reificazione. Ci chiediamo anzi se vorremmo davvero vivere in una
società in cui il rispetto narcisistico per le preferenze personali venga
affermato al prezzo di un’insensibilità verso i fondamenti normativi e naturali
della vita” (p. 23). Il fatto è che l’alterazione, sia pure migliorativa, del
genoma, e la programmazione eugenetica introducono nuove forme di
disuguaglianza fra gli uomini. Conseguentemente l’autore suggerisce
l’indisponibilità dei fondamenti genetici della nostra esistenza corporea (p.
25) e sostiene il diritto a un patrimonio genetico non manipolato, per cui sono
possibili interventi ‘negativi’ di tipo terapeutico e non interventi ‘positivi’
di manipolazione e alterazione. Ciò presuppone una condizione data o naturale del genoma,
e un recupero almeno parziale del concetto di natura umana, che l’autore opera
differenziando in senso nettamente antistoricistico e antidebolistico natura
(umana) e cultura, la prima universale e la seconda invece chiaramente situata:
“Non si tratta dunque della cultura che è in ogni luogo diversa, bensì
dell’immagine che le diverse culture si fanno dell’uomo: di quell’uomo che è in
ogni luogo identico a sé sul piano della universalità antropologica” (p. 41).
E’ notevole che l’assunto habermasiana vada in direzione opposta alle posizioni
che intendono l’idea di natura come irrimediabilmente culturale e situata. La
preservazione del genoma umano adombrata nelle posizioni suddette può essere
considerata come un’istanza morale
normativa di rispetto dell’essenza umana, seppure quest’ultimo termine
venga raramente impiegato. Essa introduce un dubbio fondato sulla possibilità
di rispettare la dignità umana se accettiamo di manipolare le sue basi
genetiche e biologiche. à Vittorio
Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica NOTE (1) Pascal, Pensées, n. 176, ed. Serini, Mondadori,
Milano 1970, p. 135. (2) Tecnica, medicina ed etica, Einaudi, Torino 1997, p.
26. Appena dopo Jonas osserva che “una riflessione sull’ ‘immagine dell’uomo’
diverrà più imperiosa e pressante di qualsiasi altra riflessione sia mai stata
richiesta alla ragione dei mortali” (p. 27). (3) Per il primo aspetto facciamo nuovamente parlare
Habermas, che riferendosi alla dialettica kierkegaardiana del Sé che esiste
dinanzi a Dio e si fonda in trasparenza sulla potenza che l’ha posto, aggiunge:
“noi soggetti di linguaggio e di azione preoccupati di non mancare la nostra
esistenza, nelle condizioni del pensiero postmetafisico non potremo mai vedere
in questa ‘potenza indisponibile’ da cui dipendiamo un Dio che si manifesti
‘nel tempo’ “ (Il futuro della natura umana, Einaudi, Torino 2002, p. 13). La traduzione
italiana del titolo del lavoro habermasiano non risulta corretta. Il
titolo originale Die Zukunft der menschlichen Natur. Auf dem Weg zu einer
liberalen Eugenik? è stato reso Il futuro della natura
umana. I rischi di una genetica liberale, mutando indebitamente l’eugenetica in
genetica. Ciò che Habermas intende sottoporre a critica è l’eugenetica che
dipende dalle scelte, dalle preferenze e dai gusti dei soggetti adulti, non la
genetica come metodo scientifico di conoscenza del genoma umano. (4) In rapporto alle biotecnologie G. E. Rusconi coglie
efficacemente la nuova centralità dell’idea di natura umana, sebbene si
arresti alla rilevazione del problema
antropologico, esprimendo un sostanziale scetticismo sulla possibilità di
comprendere che cosa sia natura umana: non qualcosa di invariante, ma “soggetta
a ridefinizione continua” (Il Mulino, n. 4/2002, p. 67). A mio avviso si può
individuare nella renitenza a riflettere sull’idea di natura umana per tenersi
indenni dal cammino ontologico, un limite notevole della bioetica italiana cosiddetta
‘laica’ che definisce come ‘religiosa’ la riflessione razionale e ontologica
sull’uomo, sebbene natura umana e diritto naturale non siano concetti
religiosi. Influisce in tale approccio la precomprensione postmetafisica, la
quale rischia di consegnare la riflessione antropologica alle scienze e di
attribuire alla filosofia solo l’etica.
|