Fukuyama: il tentativo ‘neoaristotelico’ di ristabilire il concetto di natura umana

 

 

In Our Posthuman Future (trad. it. L’uomo oltre l’uomo, cui ci riferiremo) F. Fukuyama elabora la sua prospettiva sulle biotecnologie, imperniandola attorno al concetto di natura umana che assume importanza reggente nella sua prospettiva. Negli intenti dell’autore l’argomentazione vuole seguire il modello aristotelico di dissertazione in merito alle questioni di natura e di politica (p. 21). Muovendosi in senso contrario all’antiessenzialismo prevalente, l’autore  non rifiuta a priori i concetti di natura umana e di diritto naturale: “La natura umana esiste, è un concetto pregnante e ci ha fornito un elemento di continuità nella nostra evoluzione come specie. Insieme alla religione, rappresenta ciò che definisce i nostri valori fondanti. La natura umana attribuisce la forma e stabilisce i confini dei tipi possibili di regime politico, quindi una tecnologia abbastanza potente da rimodellare ciò che siamo può dar luogo a conseguenze perniciose per la democrazia liberale e per la stessa natura della politica… Sebbene vi fossero forti divergenze fra chi cercava di definirla [la natura umana], nessuno contestò mai la sua importanza come fondamento dei diritti e della giustizia. Sostenitori del concetto di diritto naturale furono i padri fondatori degli Stati Uniti…Negli ultimi cento o duecento anni, però, tra gli intellettuali e gli accademici di filosofia questo concetto è caduto in disgrazia” (p. 14 e p. 22). Oltre Fukuyama allude al “pregiudizio contemporaneo contro il concetto di natura umana” (p. 23), e alla possibilità che le biotecnologie ce la facciano perdere: “Ma in che cosa consiste questa essenza umana che potremmo rischiare di perdere? Per un fedele potrebbe essere un dono divino, la scintilla con cui nascono tutti gli esseri umani. Da un punto di vista laico, invece, si potrebbe trattare di qualcosa che appartiene alla natura, cioè le sue caratteristiche tipiche condivise da tutti gli esseri umani in quanto tali. In fin dei conti questa è la posta in gioco nella rivoluzione biotecnologica” (p. 140), e con essa la stessa base del senso morale umano.

Se è frequente assegnare scarso rilievo a parole all’idea di natura umana, quando ci troviamo impegnati a dibattere questioni di diritti e di politica, presupponiamo l’esistenza di un’essenza/natura umana universale e immutabile quale base naturale o fondamento dei  diritti naturali. “Anche se i circoli filosofici accademici danno poco credito a concetti come quello dei diritti naturali, gran parte della nostra attività politica si fonda sull’esistenza di un’ ”essenza” umana immutabile di origine naturale, o meglio, si basa sulla nostra convinzione che tale essenza esista” (p. 296).

La scelta metodica di non poter emarginare l’idea di natura umana merita una sottolineatura, anche in rapporto alla scelta diversa praticata sino a pochi anni fa dalla filosofia politica di un Rawls, di un Dworkin fondata su un approccio procedurale e contrattualistico. Esso, forse idoneo per i bisogni di un pensiero volto a  problemi politici usuali, si manifesta in seria difficoltà nell’affrontare i dilemmi proposti dalle biotecnologie, che richiedono un ri-aggancio all’idea di natura e un allontanamento dalla prospettiva kantiana. Questa, in cui complessivamente si manifesta un rapporto disturbato con la natura, procedendo a separare natura e libertà, assume che l’etica opera realmente solo quando volontà e libertà si esprimono separatamente dalle inclinazioni della natura (umana).

L’elaborazione filosofica dell’idea di natura umana non si spinge peraltro molto in là nelle pagine di Fukuyama, per cui il richiamo ad Aristotele appare forse sovradeterminato. Non vi è infatti ricorso all’analisi ilemorfica e alla categoria essenziale di forma, necessaria per stabilire il concetto di natura: la teoria darwiniana che nessuna specie è portatrice di un’essenza particolare significa appunto cancellare le forme specifiche.  “La definizione di ‘natura umana’ cui farò riferimento in queste pagine è la seguente: la natura è la somma delle caratteristiche e dei comportamenti tipici della specie umana, originati da fattori genetici piuttosto che ambientali” (p. 177s). In questo approccio orientato al gene e che con la tipicità chiama in causa la statistica,  l’idea di natura umana  in Fukuyama pare ricondursi ad una sommatoria di fattori certo notevoli ma che nella loro molteplicità e dispersione non sembrano in grado di designare l’essenza/natura, richiamando invece sue manifestazioni operative di vario genere. Impiegando la concettualità aristotelica, la determinazione di Fukuyama sembra includere tanto proprietà  essenziali come il linguaggio, la razionalità, il senso morale, quanto proprietà accidentali come la statura, il peso, il colore della pelle, la maggiore o minore loquacità.

Un’elaborazione più approfondita dell’idea di natura (umana) dovrebbe a mio parere richiamare in servizio le prospettive di Aristotele e di Tommaso, riprese dalle rispettive tradizioni, almeno secondo due direttrici: a) l’assunto secondo cui la natura è un invariante che stabilisce i caratteri essenziali del genere umano, include un elevato grado di universalità e difende un carattere cui come uomini siamo legati, ossia che tutti partecipiamo a qualcosa di comune, di invariante, di metaculturale; b) l’idea di natura (e di vita) come principio immanente di autocostruzione e di automovimento (5). La seconda accezione sembra applicarsi validamente alle attuali scoperte genetiche dove il genoma appare come un codice interno di autocostruzione e di ‘programmazione’ dell’individuo, qualcosa che concerne il lato della ‘forma’ e che potrebbe favorire il superamento del paradigma deterministico. In effetti la struttura genetica dell’uomo rappresenta non una forma che ci determina in un solo modo (determinatio ad unum), ma una forma che schiude un campo di possibilità, un ventaglio di linee aperte, e che verrà orientato e ulteriormente determinato dalla libera attività del soggetto. Non dunque un soggetto ricondotto al determinismo genetico di chi sostiene che noi siamo i nostri geni, gradino estremo di un processo riduzionistico che dapprima riduce l’uomo a corpo, e successivamente il corpo al genoma.

Un concetto di natura umana non-ontologico e non-universalistico ma di tipo esclusivamente storico e culturale è esposto al serio svantaggio di non essere universalizzabile, di poter lasciare nelle mani dei potenti di turno lo stabilire chi appartiene alla natura umana e chi no. Nella presupposta riduzione storico-culturale dell’idea di natura umana si individua un limite maggiore del “Manifesto di bioetica laica” pubblicato nel 1996: “Al contrario di coloro che divinizzano la natura, dichiarandola qualcosa di sacro e di intoccabile, i laici sanno  che il confine fra quel che è naturale e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è più culturale dell’idea di natura… i criteri per determinare ciò che è lecito e ciò che non lo è non possono in alcun modo derivare da una pretesa distinzione tra ciò che è naturale e ciò che naturale non sarebbe” (Il sole-24 ore, giugno 1996, p. 27). Al di là dell’uso equivoco del termine ‘natura’, nel testo al concetto di natura si sottrae ogni oggettività e normatività, sostenendo che essa sia totalmente culturale, dipendente soltanto dalle scelte e dai valori degli uomini. Il problema del  rapporto fra natura e cultura è dunque segato alla radice. Poiché la natura umana è in ipotesi un costrutto culturale e storico, non esisterà nulla di naturale e nulla di innaturale, ma tutto sarà convenzionale e storico: siamo dinanzi ad una forma esplicita di “nichilismo delle essenze”. Nell’intento di dissolvere le essenze si manifesta infatti un volto fondamentale del nichilismo, cui si è già alluso (6). Tale nichilismo delle essenze si può anche chiamare unantinaturalismo’ oppure un ‘denaturalismo’, intendendo appunto con ciò la posizione filosofica che ritiene nullo e privo di  senso il concetto di natura/essenza, come accade nelle posizioni nominalistiche, empiristiche (Hume), dualistiche secondo il dualismo Sein-Sollen (Kelsen). Difficilmente potrà essere recuperata la nozione autentica di essenza senza oltrepassare la razionalità pragmatica, strumentale e debolistica che oggi viceversa prevale.

Osservo inoltre che nella posizione  dipinta sono contenute le premesse per abolire la differenza fra malattia, salute, terapia (su ciò più avanti).

 

 

La natura umana e l’impossibilità di cambiarla

 

Sotto questo titolo affrontiamo una questione filosofica decisiva, il che significa moltiplicarne le difficoltà se si considera che l’orientamento delle numerose e contrapposte scuole filosofiche contemporanee si unifica nella diffusa propensione scettica. La riflessione sulla natura umana non sfugge a tale temperie, di cui anzi sembra soffrire in modo particolare in quanto produce crescenti difficoltà teoretiche, che bloccano l’argomentazione razionale e finiscono per addossare le decisioni sulle biotecnologie alla scienza, alla politica, al diritto. E’ nelle biotecnologie problema scottante, sotteso ad ogni discussione su di esse ma spesso alluso solo di sbieco e senza che sia oggetto di una discussione in pari con il suo rilievo,  se sia possibile cambiare la natura umana. La modernità può essere letta in vari suoi aspetti come un tentativo di cambiare o andare contro inclinazioni fondamentali della natura umana, nel comunismo mediante l’abolizione della proprietà privata e nel tentativo di far prevalere la solidarietà di classe contro quella del gruppo familiare, nelle biotecnologie con l’intento di pervenire all’oltreuomo trasformando la natura umana.

A questo crocevia si materializza l’interrogativo sulla trasformabilità dell’uomo, in merito al quale una risposta può essere trovata solo se le domande giuste sono state formulate. Ora sembra che perfino la domanda sia diventata difficile nel senso che l’idea di natura umana, che ha forti radici nel senso comune e che è poi elaborata filosoficamente, è diventata qualcosa di estraneo su cui l’accordo è raro e il disaccordo frequente: in larga parte della cultura scientifica e filosofica paiono mancare i presupposti minimi per poter impostare con speranza di successo l’argomento. D’altra parte la diffidenza contemporanea verso il concetto di natura umana non ha ragione di esistere, una volta che si è determinata la natura umana in modo adeguato tramite una determinazione essenziale capace di ospitare una grande varietà di comportamenti. L’uomo pratica il mestiere di cercatore e cacciatore delle essenze molto più frequentemente di quanto si pensi e  – più curiosamente ancora – continuerà a praticarlo contro ogni invito scettico e utilitaristico di smettere un tentativo considerato inutile, superato, sterile. Non verrà mai il tempo in cui non chiederemo più “che cosa è l’uomo?”

Una volta afferrata l’idea di essenza, si percepisce che le essenze sono immutabili, ‘eterne’, non soggette alla presa della volontà di potenza e di trasformazione. Se l’uomo è un essere dotato di logos (ragione e  linguaggio), se è un animal rationale, intuiamo agevolmente che sino a quando ci sarà l’uomo, egli avrà queste qualità essenziali; e che è del tutto impossibile trasformare l’uomo togliendogli tanto la ragione quanto il linguaggio. Che le essenze siano eterne e immutabili significa esattamente questa impossibilità, la quale  rilancia però la domanda su che cosa  nel soggetto umano è aperto alla trasformazione biotecnologica.

All’indagine si aprono tre cammini. 1) Possiamo mutare un gran numero di elementi ‘accidentali’, ossia elementi che fanno parte dell’uomo, ma non ne stabiliscono l’essenza, quali sono la statura, il grado di intelligenza, il colore degli occhi, il sesso, la magrezza o la grossezza, la velocità dei movimenti, ecc.. Dio mi guardi dal sostenere che accidentale significhi secondario e ininfluente!  Un uomo privo di molte malattie di origine genetica e dotato di memoria acuta e di gradevole aspetto si trova avvantaggiato rispetto ad un altro senza tali proprietà. Molte qualità dunque che definiamo col linguaggio preciso della filosofia come accidentali, rivestono per noi e per gli altri massimo rilievo, ma il loro mutamento non provoca un cambiamento di natura, non produce una trasformazione sostanziale, cioè un cambiamento da un ente-sostanza a un altro ente-sostanza appartenente ad un diverso genere. Sostenere l’immutabilità delle nature non significa minimamente negare il mutamento, la trasformazione e il loro impatto sulla nostra vita, ma neanche significa accogliere l’idea che mutamenti di quantità a un certo momento si ribaltino in mutamenti di qualità, ossia di essenza.

2) Un’altra importante linea di argomentazione concerne il livello morale, dove l’intervento delle biotecnologie sull’uomo può generare una diversa sensibilità morale, non nel senso di mutare oggettivamente la linea che divide bene e male, ma di cambiarne la percezione che ne abbiamo, variando la nostra attenzione etica. Trasformazioni accidentali dell’uomo possono alterare il senso morale fondamentale che portiamo in noi, ossia  accentuare, indebolire o colorare diversamente le inclinazioni basali inscritte in noi e che sono alla base della moralità. Ciò può accadere rinforzando alcune inclinazioni (ad es. l’inclinazione a persistere nell’esistenza con l’allungamento della vita) e indebolendone altre come l’inclinazione a conoscere la verità. Oltre al problema di acquisire conoscenza della eventuale relazione causale fra geni e inclinazioni, si pone quello di mantenere desto il moral sense, evitando che differenze indotte biotecnologicamente snaturino il senso di uguaglianza di natura, di rispetto dell’altro, di desiderio di conoscenza, di sentimenti di giustizia, di pietas per il debole, che sono propri dell’uomo; in certo modo quella che Habermas chiama l’autocomprensione etica del genere.

3) Con trattamenti del genoma è possibile influire sulle relazioni umane e quelle sociali, modificando le differenze fra individui e cambiando la percezione che il soggetto ha di se stesso come singolo e nel rapporto con gli altri. Il fatto è che risulta possibile impiegare in modo ancipite le tecnologie genetiche, per aumentare le differenze oppure per diminuirle, per una politica razzista e antiegualitaria alla Nietzsche oppure per una politica egualitaria giacobina. Nel primo caso col ricorso all’eugenetica potenziante arriveremo finalmente a dare concretezza alla profezia nicciana dell’Ubermensch, finora sempre smentita, nella versione del superuomo genetico? E con l’altro arriveremo agli schiavi felici tutti uguali? L’influsso politico e sociale delle biotecnologie apre un campo immenso  e per ora poco battuto, che si affianca a quello altrettanto delicato delle conseguenze morali delle trasformazioni biotecnologiche.

Pur senza assumere che i soli mutamenti del soggetto siano dovuti alla linea genetica, nelle trasformazioni genetiche vi saranno geni la cui manipolazione condurrà a trasformazioni accidentali  lievi dell’uomo; e altri geni la cui manipolazione produrrà trasformazioni accidentali profonde dell’uomo: pensiamo ipoteticamente a manipolazioni che incidano sulla forza della mente e le abilità cognitive, oppure sull’inclinazione sessuale. La plausibilità tecnica di queste prospettive rilancia il tema della loro liceità. Ma che dire quando con mix  fra corredo genetico umano e non umano si creerà – come evento certo del tutto ipotetico – una chimera? In tal caso non vi è stata alcuna trasformazione della natura umana che di essa conservi qualcosa di riconoscibile, ma suo abbandono. Si è prodotta una trasformazione sostanziale il cui esito è un ente non-umano, che non partecipa più della natura umana in quanto dotata di ragione, linguaggio, senso morale, ecc. La ‘morale della favola’ è che cambiare la natura umana non è possibile, abbandonarla sì (7).

L’aver stabilito che non si può cambiare la natura umana potrebbe avere l’esito  paradossale del quietismo: non preoccupiamoci di come andranno le cose perché comunque avremo sempre a che fare con uomini, non potremo evadere dalla natura umana! Esito infausto in quanto se non possiamo cambiare l’essenza umana, diventa proprio allora acutissima la domanda sull’entità dell’intervento manipolativo ‘accidentale’ che è lecito praticare. Poiché esso è l’unico alla nostra portata, ci interpella più che mai. Ed è a questo crocevia che sorgono gli interrogativi più decisivi: quali criteri dovranno regolarlo? Chi è abilitato a intervenire? Solo i singoli o anche  la società politica tramite regolamentazioni? Ricerca sugli embrioni umani, loro produzione a scopi riproduttivi e/o terapeutici, creazione di cellule staminali embrionali con distruzione di embrioni, utilizzo dei cosiddetti embrioni sopranumerari, clonazione di ogni tipo e scopo: ognuno di questi punti scottanti alla confluenza di intenti di conoscenza scientifica, scopi terapeutici, corposi interessi economici, consiglia interventi legislativi propri della responsabilità politica, che facciano perno su valori e diritti riconoscibili ai soggetti impegnati nel processo biotecnologico. Ed è su questi aspetti che ferve la battaglia bioetica in tutto il mondo, nel confronto fra posizioni libertarie permissive, posizioni che pongono limiti ricorrendo alla leva di un’etica della responsabilità anche collettiva, posizioni ispirate da una morale utilitaristica in cui il fine giustifica i mezzi, posizioni ontologiche che individuano nuclei indisponibili i quali non possano essere assoggettati al criterio dell’utile e della convenienza terapeutica per altri. Per quanto concerne l’ingegneria genetica le domande suonano: in che senso i fondamenti genetici della nostra natura corporea sono indisponibili? Esiste un diritto naturale ad un patrimonio genetico non manipolato? Un diritto naturale tanto della specie quanto dell’individuo? Qual è il grado di determinismo genetico  che si profila in base agli esiti delle scienze?

Uno dei maggiori rischi dell’eugenetica liberale è la richiesta di allentare i controlli in favore dell’autonomia individuale, che spesso conduce al piano inclinato delfai da te’, in cui potrebbe affermarsi l’idea che ogni trasformazione accidentale è lecita perché non muta la natura umana.  In realtà molti altri fattori possono intervenire nella valutazione etica, legati al rapporto con gli altri e ai valori fondamentali che devono essere rispettati. Una trasformazione accidentale innocente sembra quella concernente l’aumento di statura. Eppure non può essere concessa senza beneficio di inventario perché soggetti differenziati in statura molto al di là delle normali differenze naturali possono dar origine a pericolose discriminazioni. Il gruppo di coloro che sono altissimi per manipolazione può sviluppare sentimenti di superiorità e di dominio verso gli altri e viceversa questi sentimenti di soggezione e al limite di sudditanza verso gli alti. Affermare ‘io sono mio e faccio di me quello che voglio’ è un’espressione antisociale che le biotecnologie potrebbero rendere frequente. Oltretutto è prevedibile un incremento di difficoltà per l’io: difficoltà a raggiungere un’unità di senso della propria vita, a mettere insieme i suoi pezzi in modo che compongano uno schema unitario. I problemi di identità sono fra i più complessi, ed è diagnosticabile un loro aumento in un soggetto che già ora spesso appare psicologicamente labile e frammentato, e che si troverà a fronteggiare nuove sfide alla percezione della sua identità.

 

 

Persona e unità dell’uomo

 

L’analisi svolta ha chiamato in causa il concetto di natura umana, lasciando però  nello sfondo quello di persona e la domanda sull’unità dell’uomo, su cui un richiamo appare ora necessario, dal momento che le trattazioni antropologiche e morali sulle biotecnologie sembrano dimenticarli o comunque assumere come allant de soi la completa separabilità fra corpo e anima. Questa separabilità induce a trascurare l’indagine concernente i riflessi della manipolazione corporea sulla vita della psiche. In proposito si verifica come una visione antropologica ipersemplificata diventa un via libera etico ad intervenire sull’uomo, ponendosi di fatto come un’autorizzazione al dominio delle biotecnologie sulla dimensione corporea.

 Chi è l’uomo  e che cosa la persona? su questi temi la storia della filosofia ha percorso un cammino di progresso dai Greci a noi, in cui centrale è stato l’apporto della riflessione biblico-cristiana. Infatti nella nota definizione aristotelica  che suona: homo est animal rationale (Zoon logon echon),  l’uomo è definito mediante il genere prossimo e la differenza specifica e perciò con l’intento di determinare l’essenza o natura umana, in una maniera che forse non rende pienamente ed esplicitamente ragione della sua originalità e non-assimilabilità ad elemento del cosmo. Dopo l’avvento del cristianesimo incontriamo in Boezio la prima decisiva determinazione della persona: rationalis naturae individua substantia. Aristotele definisce l’uomo mediante il riferimento alla sua natura/essenza, Boezio la persona nella sua sostanzialità spirituale, ossia nella sua identità metafisica  inoltrepassabile, come qualcosa di originale e di irriducibile ad altro, al cosmo. Tuttavia le due determinazioni si collegano nel senso che la prima incammina verso la seconda, poiché è proprio della natura umana individuata in un singolo l’essere persona. Ogni essere che è dotato di natura umana e appartiene per la sua dotazione genetica al genere umano è per ciò stesso persona (8).

 Nonostante le rielaborazioni, gli opportuni approfondimenti e le critiche più o meno pertinenti cui è stata sottoposta, la determinazione boeziana si pone come un punto di svolta nella storia universale della filosofia e come un riferimento assolutamente imprescindibile: con essa il grandioso tema della persona, introdotto per sempre nella cultura, continuerà a dare i suoi frutti e a compiere il suo percorso nella storia universale. Un cammino che è ancora al suo inizio, se si pone mente alle aree di civiltà ancora alquanto ristrette in cui è riconosciuto ilprincipio-persona’. Numerosi spazi geoculturali solo recentemente cominciano ad incontrarlo, sì che esso celebrerà la sua fecondità quando sarà riconosciuto universalmente, ben oltre  il mondo storico in cui prese forma (9). Se vogliamo evitare espressioni vuote, parlare di dignità della persona significa che l’uomo ha valore, che non si riduce a cosa. Ciò induce a cercare  l’ irréductible dans l’homme, ossia ciò che è originariamente e fondamentalmente umano, [di] ciò che costituisce l’originalità piena dell’uomo nel mondo…Irréductible significa anche tutto ciò che nell’uomo è invisibile, che è totalmente interiore, e per cui ogni uomo è come il testimone evidente di se stesso, della propria umanità e della propria persona” (10). Le posizioni personaliste affermano appunto che nell’uomo vi è qualcosa di irriducibile alla natura cosmica: l’uomo non è un oggetto del mondo, qualcosa di riducibile al cosmo, ma un ente dotato di  autocomprensione ed esperienza di sé come eventi spirituali. Il personalismo si colloca agli antipodi  del recente radicalismo antropologico, diffuso nella cultura anglosassone e forse in specie statunitense, che prima mette da parte l’idea di persona e poi quella di natura/essenza umana, per approdare all’uomo come prodotto del caso.

 Una volta che sia stato acquisito che la dignità di fine dell’individuo umano è salvaguardata  se questo è persona, ossia una totalità concreta, un tutto che non è subordinato alla specie, e non vale perciò solo come un mero e transitorio punto di addensamento dei rapporti sociali, rimane ancora aperta la domanda sulla ‘incisività antropologica’ delle biotecnologie dal punto di vista della retroazione sullo ‘psichico’ dell’intervento sul corporeo. Difficile questione, che non sembra poter ricevere risposta adeguata se non si prende in conto un’antropologia unitaria, in cui cioè l’uomo esiste come essere unitario, come un tutto, corpore et anima unus. Molto dubbio appare l’assunto secondo cui sarebbe possibile intervenire quasi illimitatamente sulla corporeità umana quasi che essa non facesse parte della persona e il corpo fosse un indifferente, qualcosa che può venire affidato senza problemi alla tecnica, e la  cui manipolazione risulterebbe senza effetti sulla persona.  Se questa è tale nell’unità dell’anima e del corpo, nell’unità delle sue inclinazioni tanto spirituali quanto biologiche, la considerazione antropologica dovrà prendere  le distanze dal dualismo cartesiano fra res extensa e res cogitans che spesso è il presupposto implicito del modello di uomo che le biotecnologie presuppongono, quando non sia invece uno schietto monismo materialistico. Una corporeità separata dalla persona e analizzata in vitro non è più portatrice di senso e finisce nel meccanicismo. Analogamente deve dirsi per la complessa sfera della sessualità umana che rimane incompresa nel dualismo e nel monismo. Tali inconvenienti non sono facilmente aggirabili muovendosi solo sul piano di un’argomentazione morale, che intenda allontanare i rischi delle biotecnologie  ricorrendo all’etica del genere. ß  à

 

Vittorio Possenti

 Ordinario di Filosofia Morale all'Università di Venezia

 e membro del Comitato Nazionale di Bioetica

 

NOTE

 

(5) Per Tommaso “essentia vel natura comprehendit in se illa tantum quae cadunt in definitione speciei” (S. Th., I, q. 3, a. 3). Sulla natura come principio immanente di automovimento cfr. Fisica, l. II, 192 b 20s. La profonda modernità di questo modo di intendere la natura (e la vita) è evidenziata nel mio studio “Nature, life and teleology”, The Review of Metaphysics, September 2002, pp. 37-60.

 I concetti di essenza e di natura sono fra loro molto vicini. L’essenza di qualcosa (che risponde alla domanda: che cos’è questo qualcosa?) si esprime nella definizione che chiarisce che cosa quel qualcosa sia, mentre l’idea di natura richiama il campo delle operazioni. Per l’Aquinate il termine natura “videtur significare essentiam rei secundum quod habet ordinem ad propriam operationem rei, cum nulla res propria operatione destituatur” (De ente et essentia n. 3). 

 La polivocità del termine natura rende traballante l’accusa di naturalismo al pensiero greco, almeno sino a quando non sia meglio determinato il significato di ‘naturalismo’. Se ad es. per naturalismo si intende che l’uomo si riduce solo a natura fisica, si può sostenere che il pensiero greco è stato naturalista solo al prezzo di mettere da parte Platone, Plotino, Proclo, i tragici greci e altri aspetti ancora.

 

(6) Su questi aspetti cfr. V. Possenti, Terza navigazione. Nichilismo e metafisica, Armando, Roma 1998, e Id., La filosofia dopo  il nichilismo, Soveria, Rubbettino 2001.

 

 (7) In base a questi argomenti si percepisce l’impossibilità di alterare in modo graduale l’essenza umana, come pare sostenere Fukuyama (p. 296), che peraltro in proposito oscilla osservando che fra gli scienziati e i ricercatori è abbastanza diffusa la persuasione che noi forse non riusciremo mai a modificare la natura umana (p. 235). In ogni caso l’alterazione dell’essenza non è un processo ma un atto istantaneo nel quale si produce una nuova sostanza (e una nuova essenza). Si apre in proposito un’affascinante ricerca sullo schieramento dei nostri geni, e sull’individuazione di quelli più decisivi, nel senso che la loro alterazione provoca trasformazioni più incisive.

 L’impiego dell’aggettivo postumano, presente nel titolo del libro: Our Posthuman future, lascia alquanto perplessi, perché il postumano in senso proprio, cioè ottenuto mediante una trasformazione sostanziale, è esattamente ‘l’altro-dall’umano’.

 

(8) L’argomentazione sull’equiestensionalità dei concetti di “individuo umano” e di “persona umana” è sviluppata in Approssimazioni all’essere, Il Poligrafo, Padova 1995, pp. 110-129.

 

(9) Sull’idea di persona cfr. i miei seguenti studi: V. Possenti, Pensare la persona, dispense del corso di Storia della filosofia morale, Cafoscarina, Venezia 2001; Id., “Filosofia della persona e personalismo metafisico”, Una filosofia per la transizione, Massimo, Milano 1984, pp. 80-105;  Id., “Noi che non sappiamo affatto che cosa sia la persona umana…”, Filosofia oggi, gennaio-marzo 2004, pp. 3-28.

 

(10)  K. Wojtyla, Perché l’uomo, Leonardo, Milano 1995, p. 47 e p. 52.