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Sui
concetti di malattia e di terapia Le idee di essenza e di natura
avanzate in questo saggio implicano una filosofia che si sottragga almeno in
parte all’empirismo radicale che risolve differenze di qualità/essenze in mere
differenze di quantità. Una filosofia del genere è oggi rara per
l’antiessenzialismo indotto da generalizzazioni pseudoscientifiche dell’evoluzionismo che qui mostra una
valenza nichilistica. Quando questa si esercita sulla
natura umana, cerca velleitariamente di privarla di ogni
necessità, di considerarla completamente trasformabile e in sé priva di un
senso, che le dovrà essere attribuito dal soggetto. Un esito di questo processo
è la attenuazione sino alla cancellazione delle
differenze fra interventi terapeutici e interventi ‘manipolativi-migliorativi’,
nell’intento di rimettere alle preferenze individuali dei soggetti,
all’ingegnere genetico e alle regole del mercato il compito di gestire l’intero
ambito della salute, della terapia, della selezione genetica. Coerentemente N.
Agar ha scritto: “I liberali dubitano che il concetto di malattia possa servire
a risolvere, in sede di teoria morale, i problemi posti dalla distinzione fra
terapia e selezione genetica” (citato da Habermas, p.
22). Su questo importante
aspetto che chiama in causa un concetto reggente di ogni medicina, quello di
malattia, ora ci soffermiamo nell’intento di trovare criteri per separare il
momento terapeutico da quello ‘potenziante’. Le idee di malattia
e terapia necessariamente rinviano alla
natura come normalità di funzionamento, alla malattia come scostamento da tale
normalità, e alla terapia come ricostituzione della normalità. La medicina come
arte e scienza e l’idea di terapia che le è immanente
non possono venire esplicitate senza fare riferimento all’idea di natura almeno
come normalità di funzionamento e correlato accertamento anche statistico. In effetti l’idea di terapia è connessa, dipendente e
consecutiva a quella di malattia e quest’ultima implica che vi sia una
deviazione dallo stato normale, cioè
dalla condizione di salute, che
costituisce la “condizione naturale”. Ora, se il concetto di natura
smarrisce ogni rilevanza obiettiva almeno fenomenologicamente
accertabile, e diventa soltanto il prodotto culturale storicamente variabile di
scelte e decisioni del singolo in cui si
esprimono i suoi desideri, impulsi, istinti, anche i concetti di malattia e di
terapia andrebbero abbandonati. Se niente è di per sé naturale e normofunzionale, neppure lo stato di salute lo è, e neppure
la declinazione dal naturale (ossia la malattia) ha senso: conseguentemente
cade il concetto di terapia. Più in generale viene
compromesso il concetto di medicina ippocratica, che
è basata su poche ma nodali nozioni che ne sostengono l’impalcatura: il
concetto di naturale quale normalità di funzionamento, la malattia come
deviazione da una condizione naturale o normale, la terapia quale azione volta
a ristabilire la salute. Ora l’eugenetica ‘negativa’ o terapeutica non può venire
giudicata sfavorevolmente a priori: non vi è nulla di censurabile bensì di
meritorio nel curare le malattie genetiche, a condizione che lo scopo
terapeutico non proceda ad autoinvalidarsi mediante
la violazione del principio per cui l’essere umano non può mai diventare mezzo per altro o altri. La gestione concreta
dell’eugenetica pone e porrà una miriade
di delicati problemi che non possono essere soltanto previsti a tavolino.
Indubbiamente occorrerà evitare una eugenetica che
violi il principio di uguaglianza naturale del genere, e che introduca differenze
antropologicamente rilevanti fra individui e gruppi
umani. Nonostante la
diversità di linguaggio filosofico e di orizzonti di
riferimento, vi sono somiglianze fra le
posizioni di Habermas e quelle di Fukuyama,
fra cui il significativo mantenimento
della differenza fra terapia genica ed eugenetica: la prima a scopo curativo,
l’altra volta a interventi selezionanti, migliorativi e potenzianti. Entrambi
si esprimono criticamente sull’eugenetica liberale,
ossia su un impiego della genetica che conduca al superamento della differenza
fra terapia e potenziamento, o che proceda a selezionare fra coloro cui si
concede di continuare lo sviluppo e coloro che vengono soppressi. Digressione
sui rischi del “riduzionismo
contenutistico” Assumo come provato che le scienze, cercando leggi e
regolarità per singoli ambiti del cosmo, costruiscono modelli semplificati, in
cui cioè alcuni fattori non vengono considerati per
evitare un’ingovernabile complessità del problema, e che pertanto risultano
validi entro certi limiti: si tratta del riduzionismo che chiamerò
metodologico, nel senso che alcuni fattori sono ‘ridotti’
ossia semplificati o tralasciati. Costruendo legittimamente modelli di realtà
in cui entrano un ristretto numero di variabili, le scienze dovrebbero essere
consapevoli dei limiti del metodo che adottano. Quando
ciò non accade, spunta una seconda forma, pericolosa, di riduzionismo, quella
contenutistica che presenta due versioni. Nella prima ciò che è stato
legittimamente tralasciato sul piano
metodologico volto a gestire la complessità, viene
considerato ontologicamente inesistente o
irrilevante; nell’altra si cerca di riportare altri livelli di realtà solo al
livello empiricamente accessibile alle singole scienze. Nel problema
antropologico il riduzionismo di secondo tipo significa che, scoperto un nuovo
campo di indagine e le relative verità e spiegazioni,
si cerca di riportare o ridurre ad esse senza residui l’uomo. A titolo di esempio cito il riduzionismo genetico: accadono
importanti scoperte genetiche e puntualmente si presenta il tentativo di
spiegare tutto con i geni (analogamente nel campo delle neuroscienze).
Si può però domandare: siamo solo l’insieme dei nostri geni? O l’insieme delle nostre sinapsi? Il riduzionismo contenutistico avanza l’idea secondo cui
“una realtà x è null’altro che…”; spesso la riduzione è effettuata nel senso di
riportare senza residui il superiore all’inferiore, ad es. la mente al cervello
entro l’assunto apriorico che la realtà dell’uomo è
null’altro che materia organizzata in vari modi e in vari modi manipolabile. Il
riduzionismo contenutistico applicato all’uomo è la cultura secondo cui non
esiste alcuna ‘forma’ non riducibile alla materia. In
genere il limite di tale riduzionismo è di considerare inesistente quanto è inconoscibile mediante l’accertamento empirico,
dimenticando l’imperfezione dei modelli e il fatto che essi riguardano
parametri misurabili che non hanno presa su ciò che non è empirico. Assolutizzando il modello, si cancella come inesistente
tutto quello che sporge e si stabilisce la regola del ‘null’altro
che’. Al riduzionismo contenutistico si può addebitare il
difetto di non saper fronteggiare la sfida della complessità, l’illusione di
aver risolto i problemi quando essi sono stati appena scalfiti. Il limite è
superabile solo abbandonando il riduzionismo, in quanto
questo ipersemplificando la realtà, la coarta in
schemi rigidi che ‘perdono’ con le loro maglie larghe
elementi importanti del campo cui ci si rivolge. La riduzione della qualità a
quantità, delle differenze di essenza a differenze di
grado (intensamente praticata dalle scuole empiristiche),
dell’intellettuale-spirituale al corporeo, del non-necessario e contingente al deterministico risultano
modalità frequenti di riduzionismo. Spesso tale approccio esamina un
fattore per volta, ritenendo senza giustificati motivi che l’intero risulterà dalla somma dei vari fattori, senza considerare
che l’interrelazione non la consente. I sensi umani presi uno ad uno
probabilmente funzionano similmente a quelli di un cavallo, ma l’uomo non è un
cavallo perché i suoi sensi operano in sinergia con l’intelligenza. Il rischio del riduzionismo aleggia in vari modi di
affrontare il difficile nesso fra genetica e libertà, fra identità genetica e
identità personale. In questo caso il riduzionismo opera per ricondurre
l’intera identità personale – che significa tutte le azioni dell’individuo
umano quali le operazioni organiche, i comportamenti, il funzionamento della
psiche, il pensiero, gli atti di volontà, desiderio, libertà – all’identità
genetica. Allontanarsi da un tale riduzionismo, fortunatamente praticato da
pochi nella sua forma radicale e ‘pura’, implica che modificazioni del genoma potranno influire
su singoli aspetti dell’individuo, non sulla totalità del suo essere persona. Un intento in certo
modo ‘riduzionistico’ è immanente al progetto
fondamentale dell’ingegneria genetica, nel senso che questa si volge a
diminuire l’ambito della contingenza, della causalità,
dell’indeterminazione, limitando l’ambito
del possibile che è anche l’ambito della libertà. Ad un certo impiego
dell’ingegneria genetica è immanente un conflitto preoccupante: da un lato si
assegnano al tecnico o ai genitori grandi possibilità di scelta nei confronti
del futuro nato, ma tali scelte tendono oggettivamente a ridurre per lui le
contingenze e il ventaglio delle possibilità, di modo che si dà proporzione
diretta fra mutamento delle caratteristiche individuali e riduzione dello
spazio del possibile. Né sussistono elementi apriorici
per stabilire che la sostituzione del casuale col pianificato sia la soluzione ottimale, in particolare a livello di
genere. Una volta che si sia ammessa una qualche forma
di autoplasmabilità dell’io, rimane come grande
domanda l’invenzione di un giusto mezzo fra fissismo genetico e illimitata
modificabilità genetica (11). Epilogo 1) Secondo Paul Valéry “Atene è la scoperta dell’individuo, Roma la
creazione del cittadino, Gerusalemme la
rivelazione della persona”. In vario modo le tre città storico-mondiali
hanno favorito il rispetto della persona nella sua
integrità, inviolabilità e “non-patrimonialità”,
ossia nel suo carattere non-mercantile o commerciale. Le biotecnologie vanno ad
incidere su una situazione spirituale dell’occidente in cui si confrontano
due modi estremi, entrambi riduzionistici, di concepire l’uomo. Quello per cui la natura umana è solo una costruzione sociale, di modo che P. Ehrlich sostiene che i cittadini delle democrazie hanno una
natura umana diversa da quelli che vivono sotto una dittatura; e quello che
all’inverso squalifica i fattori sociali-ambientali e
punta sull’uomo espressione solo dei suoi geni.
La prima posizione, di taglio storicistico e attenta ai fattori
ambientali, è stata a lungo forte e si è legata spesso a visioni politiche di
sinistra. L’altra, una forma di naturalismo attento ai fattori genetico-ereditari e che può sfociare nel determinismo
biologico, risulta oggi in ripresa e non sembra
interessare un’area più di un’altra delle visioni politiche. Nell’oscillazione
fra natura e cultura sembra in alcune sedi prevalere il primo elemento. Il
rapporto fra la quota che nell’uomo occorre riconoscere all’ambiente e quella
proveniente dall’ereditarietà è comunque problema
lungi dall’essere risolto. Va anche considerata la discrasia emergente fra due
versioni di globalizzazione: quella tecnico-economica
che omogeneizza procedendo a cancellare le differenze, e quella
tecnico-genetica che ‘singolarizza’, rendendo più
sensibili e profonde le diversità fra i soggetti. 2) L’assunto secondo cui è impossibile mutare la natura
umana non deve paradossalmente indurre a disinteressarsi delle
biotecnologie (tanto non succederà
niente di importante…), ma a dedicare loro la più
acuta attenzione. Se infatti non possiamo diventare
una specie che si autocrea nel senso proprio e
radicale del termine (sebbene non manchino affatto fantasie di questo tipo), le
biotecnologie possono variare una grande quantità di fattori nell’individuo e
nei rapporti sociali, mutando il rapporto fra volontario e naturale a favore
del primo e ponendo nelle mani dell’uomo un potere ancipite. Da una rinnovata meditazione antropologica può sorgere il superamento della
contrapposizione fondamentale che ha afflitto il cammino della bioetica sin
dalle origini, ossia la polarità fra una bioetica di pura difesa da ogni
innovazione sulla scorta di principi tradizionali e un’altra di mera
giustificazione di ogni forma di novità offerta dalla
tecnologia. La prima diffidente verso la scienza, la seconda
pronta ad accogliere ogni sua scoperta. La prima più
presente in Europa in specie nei Paesi latini e in Germania, l’altra prevalente
nella bioetica anglosassone e accolta in Europa dai fautori
dell’indirizzo liberale. Le due propensioni mostrano limiti in
quanto non pongono in maniera adeguata la questione del bene umano,
certo assai difficile in rapporto alla diffusa situazione di scepsi del pensare
filosofico, già rilevata. La ricerca del bene umano e la sua parziale
attuazione si pone come il centro di ogni bioetica
degna di questo nome, nonostante i modi spesso conflittuali sotto cui il bene
umano è inteso. 3) In un noto libro H. Rommen ha parlato dell’eterno ritorno del diritto naturale
(Die Ewige Wiederkehr des Naturrechts).
Forse le biotecnologie potranno stimolare un ‘eterno ritorno’ della natura umana e dei suoi diritti
fondamentali. Un adeguato concetto di natura umana è a fondamento dell’ordine
politico e morale, forse in modo più diretto che la religione la quale peraltro
non marginalizza
la natura umana: piuttosto aiuta a conoscerla meglio, a contribuire a
che l’uomo si comporti secondo giustizia. E’ di grandissimo rilievo osservare
che solo un ordine politico fondato sulla natura umana e sui diritti
naturali che spettano all’uomo in virtù
della sua natura, è giusto e durevole: già Vico osservava che le cose portate a
forza fuori dal loro equilibrio naturale non vi stanno
né vi durano. ß Vittorio Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato
Nazionale di Bioetica NOTE (11) Nell’esame dell’ingegneria genetica appare opportuno
differenziare i due casi costituiti dall’intervento sul genoma altrui o sul
proprio ovviamente da parte dell’adulto (prospettiva oggi lontana, ma chissà
domani…). Si tratta di due situazioni diverse, perché nella prima si pone il
problema dell’azione giusta verso l’altro (justitia
est ad alterum: hanno diritto i genitori, l’ingegnere genetico di modificare il
genoma dell’embrione?), nella seconda verso se stessi:
è possibile fare a se stessi tutto ciò che si vuole? Io sono mio e basta? Ciò
significherebbe che non esistono doveri verso se stessi. |