Eutanasia: qualità o dignità?

 

Preambolo

 

L’Eutanasia oggi è uno fra i temi bioetici maggiormente dibattuti e controversi che abbia allo tempo stesso un risvolto concreto molto evidente e palese e che permetta, e quasi obblighi, a porsi alcuni degli interrogativi cruciali relativi alla nostra esistenza: il senso del soffrire e del morire, il diritto a vivere una vita “qualitativamente” dignitosa e il corrispettivo “dovere” di autoproclamarsi padroni indiscussi della decisione circa la sua cessazione, se e chi possa assumersi la responsabilità di attuare interventi eutanasici, il rapporto medico–paziente nel delicato equilibrio fra libertà individuale e responsabilità collettiva, come porsi dal punto di vista giuridico nello stabilire una giurisdizione che tenga conto di una corretta interpretazione del concetto di accompagnamento che non si riduca né a sentenza anticipata di morte né ad accanimento terapeutico inutilmente protratto; insomma è una problematica così complessa che interessa davvero ogni categoria sociale. Oltre a coinvolgere direttamente il principale protagonista-vittima, i suoi congiunti e l’opinione pubblica, è oggetto di indagine e di autorevoli dichiarazioni anche da tutto il mondo medico-scientifico, da eminenti studiosi di morale, filosofi, teologi, psicologi, sociologi, giuristi, da vari Comitati Etici,  dal Comitato Nazionale di Bioetica, dalla Chiesa Cattolica e altre confessioni cristiane; è una tematica inoltre rilanciata periodicamente da tutti i mass media: giornali, tv, internet alle cui implicazioni almeno esistenziali nessun uomo vivente può sottrarsi.

 

Definizione etimologica e status quaestionis

 

All’interno di questa molteplicità di prospettive è opportuno, quindi, fare il punto della situazione e definire lo stato della questione. Dal punto di vista strettamente etimologico il termine eutanasia deriva dal greco  eu (bene) e thanathos (morte): significa quindi letteralmente “buona morte” e attualmente ha assunto il significato di morte intenzionalmente provocata da parte di una persona “esterna” con un atto “positivo” (eutanasia detta attiva) oppure con un atto di omissione (eutanasia detta passiva) ai danni di una persona in gravi condizioni di salute fisica o psichica in ogni caso sofferente. Le motivazioni addotte per cui viene attuata ordinariamente nell’attuale contesto culturale si riconducono sostanzialmente alla necessità di evitare la sofferenza propria ed altrui (nel primo caso si tratta della così detta eutanasia su richiesta una volta accertate le condizioni soggettive di piena avvertenza, deliberato consenso ed esplicita richiesta, nel secondo caso la decisione è demandata a terzi); altre ragioni di ordine psicologico o politico sanitario come l’esigenza di assecondare le richieste di morte o di allocazione delle risorse sono semplicemente prassi che si stanno purtroppo consolidando sempre più; occorre inoltre tener conto, come puntualizza Francesco D’Agostino in un suo contributo[1], che dal punto di vista strettamente giuridico non è corretto usare il termine eutanasia per significare il rifiuto informato e consapevole di cure, anche di sostegno vitale, da parte di un paziente “competente”, non esiste, infatti, alcuna possibilità – non solo nel nostro ordinamento, ma in nessun ordinamento moderno – di poter ipotizzare, tranne in casi assolutamente eccezionali perché coinvolgono la salute pubblica, l’obbligo di sottoporre a un trattamento sanitario coattivo un paziente contro la sua volontà consapevole e informata; né va confusa con la rinuncia al così detto accanimento terapeutico cioè a tutte quelle pratiche mediche estreme e di carattere eccezionale, non proporzionate alla situazione sanitaria reale del paziente, che vengono poste in essere più per finalità di carattere narcisisticamente tecnologico che per rispondere ad un bisogno autentico del malato.

 

Breve rassegna storica

 

Va premesso, come ha fatto giustamente notare il Prof. Andrea Porcarelli nel suo articolo in proposito[2], che una ricognizione storica significativa circa l’eutanasia nella storia dovrebbe allargarsi soprattutto all’evoluzione dell’idea della morte e del morire, soprattutto sul piano esistenziale, sia in rapporto all’esistenza che la persona ha vissuto che in rapporto alle aspettative di una vita ultraterrena; in questo contesto delineeremo una più che sommaria sintesi tentando di individuare alcuni comportamenti che presentano significative affinità con la pratica eutanasica odierna.

 

Ø      Mondo antico: In Sparta e nel mondo romano (ma anche in culture più arcaiche come le popolazioni cannibali dell’isola di Sumatra) è attestata quella che potremo chiamare eutanasia sociale (la società sopprimeva o abbandonava alla propria sorte persone che potessero risultare un peso per essa; Platone ponendo a confronto le arti mediche con quelle giuridiche, scrive: Allora, insieme con tale arte giudiziaria, codificherai tu nel nostro stato anche la medicina nella forma da noi detta? Così, tra i tuoi cittadini, esse cureranno quelli che siano naturalmente sani di corpo e d’anima. Quanto a quelli che non lo siano, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato, i giudici faranno uccidere chi ha l’anima naturalmente cattiva e inguaribile[3]. D’altro canto, sempre Platone si esprime in termini chiari contro il suicidio, anche se sembra ammettere qualche eccezione; citiamo tra i diversi testi significativi quello in cui Platone dichiara, di colui che si toglie la vita: privandosi violentemente della sorte assegnatagli dal destino, e che, senza che lo stato abbia ordinato per punizione la sua morte, né che sia costretto da qualche acerba e inevitabile sciagura capitatagli, né che sia colpito da qualche ignominia irreparabile e tale da rendere insopportabile la vita, ma per dappocaggine e per ignavia, prodotta da debolezza di spirito, infligge a se stesso una pena ingiusta. (…) le tombe di coloro, che si sono distrutti in tal modo, siano, in primo luogo, a solo e non in comune con gli altri, in secondo luogo siano essi sepolti senza onori alle estremità delle dodici parti del paese, in luoghi incolti e senza nome; né vi siano cippi o iscrizioni a indicare le loro tombe[4]. Aristotele, nell’etica nicomachea, presenta il suicida come persona che commette un’ingiustizia nei confronti della città ed affronta specificamente anche il caso dei malati o in genere di chi è sottoposto a situazioni di particolare disagio, citandoli come esempio mentre parla della virtù del coraggio: Invece il morire per fuggire la povertà o la passione amorosa o qualcosa di doloroso non è di un uomo coraggioso, ma piuttosto di un vile: è infatti debolezza lo sfuggire ai travagli e chi s’uccide agisce non per affrontare una prova decorosa, bensì per fuggire un male[5]. Il Giuramento di Ippocrate esclude in modo categorico tale pratica: “Non darò a nessuno farmaci mortali, neppure se richiesto, né mai suggerirò di prenderne”; Gli stoici ammettono la liceità del suicidio solo nel caso di costrizioni che altrimenti impedirebbero il raggiungimento della virtù; Cicerone nel "Somnium Scipionis" (III, 7) così scrive: Tu, o Publio, e tutte le persone rette, dovete conservare la vostra vita e non dovete allontanarvi da essa senza il comando di colui che ve l’ha data, affinché non sembriate sottrarvi all’ufficio umano che Dio vi ha stabilito.

Ø      Età medievale: prosegue la tradizionale linea segnata da Ippocrate; un esempio vale per tutti: Tommaso d’Aquino esprime in modo lapidario le tre motivazioni per cui il suicidio è un atto moralmente illecito, sia nell’ottica della legge morale naturale, sia in quella della legge divina positiva: Il suicidio è assolutamente illecito per tre motivi. Primo, perché per natura ogni essere ama se stesso; e ciò implica la tendenza innata a conservare se stessi e a resistere per quanto è possibile a quanto potrebbe distruggerci. (…) Secondo, perché la parte è essenzialmente qualche cosa del tutto; ora, ciascun uomo è parte della società; e quindi è essenzialmente della collettività. Perciò uccidendosi fa un torto alla società, come insegna il Filosofo. Terzo, la vita è un dono divino, che rimane in potere di colui il quale “fa vivere e fa morire”. Perciò chi priva se stesso della vita pecca contro Dio (…). Infatti a Dio soltanto appartiene il giudizio di vita e di morte, secondo le parole della Scrittura: “Sono io a far morire e a far vivere”[6]

Ø      Età moderna: le posizioni sono più variegate, da un lato il suicidio continua ad essere considerato un atto illecito, dall’altro vengono espresse posizioni nuove e autonome di alcuni autori come David Hume e Immanuel Kant[7] che esprime la sua contrarietà alla pratica di questo atto in un ottica del tutto “laica”. Il termine eutanasia compare per la prima volta in uno scritto del 1605di Ruggero Bacone (anche se il significato rimane ancora differente da quello attuale): Dirò inoltre, insistendo su questo argomento, che il compito del medico non è solo quello di ristabilire la salute, ma anche quello di calmare i dolori e le sofferenze legate alle malattie; e questo non solo perché questo alleviamento del dolore, considerato un sintomo pericoloso, contribuisce alla guarigione e conduce alla convalescenza, ma inoltre per poter procurare al malato, quando non c’è più speranza, una morte dolce e tranquilla; questa eutanasia è una parte non trascurabile della felicità (…). Ma nel nostro tempo sembra che i medici ritengano loro dovere abbandonare i malati al momento della fine; contrariamente alla mia opinione, se essi fossero zelanti nell’adempiere il proprio dovere e di conseguenza rispettassero i propri doveri nonché le esigenze della propria professione, non risparmierebbero nessuna cura per aiutare gli agonizzanti ad uscire da questo mondo con maggior dolcezza e facilità. Ora, questa ricerca la qualifichiamo ricerca sull’eutanasia esteriore, che distinguiamo da quell’altra eutanasia che si riferisce alla preparazione dell’anima e che poniamo fra le nostre raccomandazioni.[8]

Ø      Età contemporanea: soprattutto nel XX secolo, cresce in genere la domanda eutanasica e l’eutanasia sociale viene praticata in modo più massiccio. Nel 1906 il parlamento dell’Ohio presentò il testo di una legge sull’eutanasia su richiesta (che fu respinto dal Consiglio Superiore), analoga proposta fu presentata nel 1936 a Londra da “Vesper” (Società per l’eutanasia volontaria, nata nel 1935 ad opera di Lord Moynihan e del Dr Killick Millard), ma il progetto fu respinto dalla Camera dei Lords. Nel 1938 nasce a New York la Società Americana per l’eutanasia volontaria ad opera del rev.do Charles Potter. Alla domanda sociale di eutanasia, portata avanti da alcuni gruppi di pressione, fa riscontro un riemergere di quella che possiamo chiamare eutanasia sociale, già presente nel mondo antico e che assume in età contemporanea forme nuove, anche sul piano giuridico.

 

 Il caso dell’Olanda

 

In età contemporanea, oltre a tutta una serie di questioni che abbiamo tralasciato per brevità, è paradigmatico il caso olandese; la legislazione che regolamentava in Olanda la “dolce morte” fino a pochi mesi fa, in vigore dal 2002, quella stessa legge che ha infranto la Convenzione europea sui diritti dell’uomo (la quale vieta espressamente ogni forma di eutanasia) e la Risoluzione del Parlamento europeo del 1999, permetteva di richiedere l’eutanasia a chi aveva compiuto 16 anni, e da 12 a 16 anni solo previo esplicito consenso dei genitori. Il 30 agosto 2004 è stato firmato un  protocollo di accordo, approvato dalla giustizia olandese, fra la magistratura e la clinica universitaria della città di Groningen che prevede la possibilità della pratica eutanasica anche per i bambini al di sotto dei 12 anni e che facilmente sarà estesa anche ad altre case di cura.

Le condizioni per praticarla sui bambini sono precise e stabiliscono, passo dopo passo, la procedura che i medici devono seguire: ad esempio si richiede che un medico esterno all’unità ospedaliera si pronunci sulle reali condizioni del bambino per stabilire se egli soffra realmente di una patologia incurabile.

Già l’Associazione Medica Mondiale, di fronte alla situazione che si delineava circa le condizioni di assistenza del malato in Olanda, si era pronunciata per ben due volte (a Madrid nel 1987 e a Marbella nel 1992) contro l’introduzione dell’eutanasia e ultimamente dopo l’entrata in vigore di quest’ultimo accordo la Federazione Internazionale dei Centri di Bioetica Personalista (rappresentante di trentacinque Centri e Istituti di Bioetica presenti in diversi Paesi nei cinque continenti), si è fatta interprete di un giudizio negativo e assoluto in quanto “la vita di ogni uomo non è disponibile ai fini della sua soppressione da parte di chicchessia, neppure da parte del soggetto eventualmente richiedente, trattandosi di un bene fondamentale dell’individuo stesso e per la società e della condizione prima per l’esercizio della autonomia presunta, ed è qualificabile come primario bene della comunità”. Anche il Vaticano rappresentato da mons. Elio Sgreccia, vicepresidente della Pontificia Accademia per la vita, in un articolo sull’Osservatore Romano del 2 settembre 2004 dice: “E’ necessario ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità”. Giuseppe del Barone, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, ha espresso pieno dissenso nei confronti della decisione Olandese: “ Si tratta di un provvedimento che lede la coscienza di ogni medico, getta un’ombra sull’intera collettività e risulta tanto più grave nel momento in cui si consente la soppressione di un individuo certamente non in grado di manifestare appieno la propria volontà”.

 

Qualità della vita e dignità della persona

 

Per riuscire a comprendere un po’ più a fondo la mentalità che sta dietro questo massiccio diffondersi, a livello mass-mediatico e di opinione pubblica, di una cultura ostile alla vita (tradizionalmente intesa), è utile a nostro avviso focalizzare l’attenzione su quella che si autodefinisce, ai giorni nostri, “bioetica laica”[9] e fare una breve disamina sul suo quadro concettuale di fondo. Innanzitutto è opportuno osservare che il punto di partenza di una siffatta impostazione è un vero e proprio relativismo etico che avendo l’intenzione di rivolgersi agli individui razionali in quanto tali presume di adottare un linguaggio comune neutro[10] che sarebbe valido per tutti; chiaramente la presunta neutralità è solo apparente infatti il riferimento culturale è esplicitamente situato all’interno della tradizione illuministica. Si parte dalla constatazione di un pluralismo etico di fatto (non è più possibile fare riferimento ad un unico orizzonte concettuale dal punto di vista religioso, filosofico, morale) e da questo si deduce impropriamente che sia l’unica situazione assumibile di diritto proponendo al massimo, come alternativa per uscire da questo empasse, un accordo convenzionale di tipo sociale circa i valori ritenuti più elevati. Maurizio Mori, facendo una riflessione su questo pluralismo etico, sostiene in un suo saggio[11] che tutti i contrasti bioetici si possono ridurre ad una contrapposizione i cui due poli catalizzatori sarebbero da un lato quella che egli chiama l’Etica della Qualità della Vita (EQV) fondata su criteri sostanzialmente utilitaristici (massimizzare la felicità intesa edonisticamente e minimizzare la sofferenza degli individui umani considerati come “senzienti”); dall’atro ci sarebbe, come unica alternativa, la così detta Etica della Sacralità della Vita (ESV) basata sulla Sacralità della vita umana e sulla necessità di rispettarne il finalismo propria di una visione religiosa facente capo alla Chiesa Cattolica. A nostro avviso questa dicotomia fra visione laica da un lato e visione cattolico-religiosa dall’altro è capziosamente indebita in quanto anche e proprio da un punto di vista razionale e umano (prescindendo quindi dall’accettazione di una rivelazione soprannaturale) è possibile fare riferimento ad un principio ispiratore di ordine filosofico (il “personalismo” ontologicamente fondato)  e se proprio fosse necessario inventare una “sigla” per individuare questa visione potremmo connotarla come Etica della Dignità Ontologica della Persona (EDOP)[12]. In questa prospettiva la qualità della vita non solo non verrebbe trascurata ma sarebbe all’interno di una struttura concettuale che le offrirebbe il suo vero fondamento razionale: la dignità della persona; se invece si presume di partire dalla qualità della vita volendo garantirla in nome di se stessa con la convinzione che ci sia una sostanziale equivalenza fra ciò che la natura spontaneamente compie e ciò che l’uomo è in grado di fare per compiacere i propri desideri allora si scardina il fondamento ultimo e si pone come obbiettivo “assoluto” ciò che non lo è (una qualità) senza darne la dovuta ragione. Un’ultima pericolosa distinzione che viene fatta all’interno dell’impostazione laica e che ci è d’obbligo segnalare in un contesto in cui si parla di eutanasia, è quella teorizzata sempre da Mori[13] fra essere umano e persona in modo tale da riconoscere a quest’ultima i diritti di inviolabilità che la nostra cultura non può non attribuirle (come ad esempio il fatto che non possa essere uccisa) mentre si apre il varco alla possibilità di non garantire alcun diritto a quegli individui appartenenti alla natura umana (esseri umani) senza essere persone vere e proprie; anche Engelhardt[14] propone questa pericolosa distinzione della quale ci limitiamo a segnalare come in una prospettiva di questo tipo sia inevitabile, perché profondamente coerente con le premesse da cui si parte, la soppressione di vite umane considerate non personali soprattutto quando si adottano come criteri per stabilire la personalità di un individuo la piena capacità di intendere e di volere per lo più ridotta alla funzionalità di ordine fisiologico del cervello[15]

 

 

Considerazioni conclusive

 

La riflessione sui retroscena della “cultura di morte” nella quale siamo immersi può servire per comprendere più da vicino la mentalità comune di molti comportamenti che hanno a che fare con la pratica eutanasica; in sintesi il dibattito attuale sull’eutanasia è caratterizzato dalla contrapposizione di due opposte mentalità irriducibili fra loro: quella che guarda in prima istanza al profitto economico e alla qualità della vita fondamentalmente mossi da una mentalità empirista di tipo anglosassone secondo la quale tutto ciò che è tecnicamente possibile è perciò stesso moralmente lecito (e facendo così demonizzano in nome della pretesa tolleranza tutti coloro che osano proporre l'adesione a canoni a portata "universale") e quella che mette al centro l'uomo e la sua dignità, mentalità tipica non solo dei cattolici o di chi si fonda su una rivelazione soprannaturale, ma anche di chi prende coscienza dell'inalienabile diritto alla vita che affonda le sue radici antropologiche nella dignità ontologica della persona. La visione “religiosa” è, come abbiamo visto, etichettata come obsoleta e come vincolata a posizioni retrograde e oscurantiste non tenenti conto della molteplicità di impostazioni bioetiche attualmente vigenti, mentre quella “laica” (nipotina dell’illuminismo) si presenta come caratterizzata da un profondo senso critico, svincolata da credenze religiose deformanti e, a differenza di quella cattolica, profondamente tollerante nei confronti delle posizioni avverse e promotrice dal punto di vista ontologico di un agnosticismo metafisico che ha come corrispettivo conoscitivo un relativismo gnoseologico e come corrispettivo pratico un utilitarismo etico; tuttavia abbiamo visto che l’autentica contrapposizione non si attua affatto fra la così detta Etica della Qualità della Vita (EQV) e l’Etica della Sacralità della Vita (ESV) - per quanto quest’ultima non sia in contrasto con quello che noi abbiamo chiamato “personalismo ontologicamente fondato” e che è proprio del Magistero della Chiesa - semmai il vero irriducibile contrasto sta fra l’Etica della Qualità della vita e l’Etica della Dignità Ontologica della Persona (EDOP).

 

 

Dott. Denis Gallino

collaboratore in qualità di Segreteria Scientifica

 del Portale di Bioetica (www.portaledibioetica.it )

 

 

 



[1] Francesco D’Agostino, Non è di una legge che abbiamo bisogno, articolo pubblicato sul Portale di Bioetica: http://www.portaledibioetica.it/documenti/001127/001127.htm  

[2] Andrea Porcarelli, L’eutanasia nella storia, articolo pubblicato sul Portale di Bioetica: http://www.portaledibioetica.it/documenti/000627/000627.htm  

[3] Platone, Repubblica, 409e – 410a

[4] Platone, Leggi, IX, 873 c-d.

[5] Aristotele, Etica nicomachea, III, 116 a

[6] Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, II-II, qu. 64, art. 5, c.

[7] IMMANUEL KANT, Metafisica dei costumi, tr. it. Laterza, Roma-Bari 1991, III ed., p. 279.

[8] Cit. da Patrick Verspieren, Eutanasia? Dall’accanimento terapeutico all’accompagnamento dei morenti,  Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1985, pp. 137-138.

[9] La terminologia utilizzata  è infatti un’ autodefinizione di un gruppo di autori che, pur appartenendo ad aree di pensiero non coincidenti, hanno come punto in comune una certa polemica antireligiosa  ed una visione “ostile” a chi osi proporre l’adesione a valori oggettivi a “portata universale”; a nostro avviso l’espressione “laica” non è teoreticamente corretta in quanto non chiarisce l’orizzonte concettuale di riferimento e attribuisce alla bioetica uno statuto che non gli compete. La bioetica, in se stessa, non è né laica né religiosa, è semplicemente una disciplina etica appartenente alla filosofia morale che si interroga sulla liceità o illiceità di specifici comportamenti umani aventi come contesto privilegiato le applicazioni scientifico-tecniche a determinati momenti della nostra vita.

[10] Hugo Tristram Engelhardt Jr., Foundation of Bioethics, New York, Oxford University Press, 1986, trad. It. Manuale di Bioetica, Milano, Il Saggiatore, 1991, p. 11 dice: Inizialmente il Centro delle discussioni nel campo della bioetica fu tenuto da individui che operavano nell’ambito di particolari tradizioni religiose. Tuttavia questo centro di interesse è stato sostituito da analisi che oltrepassano i confini delle singole tradizioni, comprese le particolari tradizioni laiche. Di conseguenza, è sorta una specifica tendenza laica che tenta di formulare risposte non su una base di una particolare tradizione, ma piuttosto in modo da rivolgersi agli individui razionali in quanto tali. La bioetica fa parte di una cultura laica ed è la nipotina dell’illuminismo. […] Vale a dire che l’esistenza di discussioni aperte, pacifiche, fra gruppi in disaccordo, come gli atei, i cattolici, gli ebrei, i protestanti, i marxisti, gli eterosessuali e gli omosessuali, su problemi di politica pubblica relativi all’assistenza sanitaria, spingerà inevitabilmente verso un linguaggio comune neutro. La bioetica si sta sviluppando come la lingua franca di un mondo che si interessa dell’assistenza sanitaria ma non possiede una concezione etica comune. Citazione tratta da Andrea Porcarelli, Scienza e persona umana, Società editrice il Mulino, Bologna 1994, p. 64-65.

[11] MAURIZIO MORI, Per un chiarimento delle diverse prospettive etiche sottese alla bioetica, in Quale etica per la bioetica?, cit. p. 49: […] a nostro giudizio ESV è l’etica “tradizionale”, cioè quella che ha regolato – o sembra aver regolato – la vita sociale dell’Occidente. D’altro canto, EQV è la nuova “etica” che sta emergendo, per cui la bioetica nasce non tanto perché non si sappia bene quale giudizio dare su certi nuovi interventi sulla scorta di una data etica condivisa, quanto perché c’è contrasto circa l’etica da abbracciare, e proprio per questo le controversie bioetiche sono tanto profonde e radicali. Citazione tratta da Andrea Porcarelli, Ibidem, p. 67.

[12] ANDREA PORCARELLI, Ibidem, p. 67.

[13] MAURIZIO MORI,Il filosofo e l’etica della vita, in AA. VV., Bioetica, a cura di Antonio di Meo e Claudia Mancina, Roma-Bari, Laterza, 1989, p. 89.: si sottolinea la distinzione tra vita umana personale e vita umana non personale, e si osserva che solo la “persona” ha il “diritto alla vita” in senso proprio cioè quel diritto derivante dal fatto di essere un’entità di un certo tipo, diritto da cui deriva il correlativo dovere degli altri. La vita umana non-personale, invece, non ha tale “diritto” in senso proprio, e quindi resta aperto il problema concernente la forza del dovere nei suoi confronti. Citazione tratta da ANDREA PORCARELLI, Ibidem, p. 79-80

[14] Hugo Tristram Engelhardt Jr., op. cit. p. 232 dice: Solo le persone hanno problemi e obblighi morali. Il mondo stesso della morale è reso pensabile dalle persone. Il problema è che non tutti gli esseri umani sono persone. Per lo meno, non sono persone nel senso stretto di agenti morali. Gli infanti non sono persone. Gli individui in stato di senilità avanzata e i ritardati mentali molto gravi non sono persone in questa accezione importantissima e centrale. Né lo sono coloro che hanno subito delle gravi lesioni cerebrali. Citazione tratta da ANDREA PORCARELLI, Ibidem, p. 80

[15] Hugo Tristram Engelhardt Jr., op. cit., p. 236 dice: La morte di una persona segna la fine di un’entità che può fare promesse ed elaborare forti pretese morali. Bisogna sottolineare questo punto con riguardo alle definizioni di morte: un corpo in cui sia morto tutto il cervello, o tutto il cervello tranne il midollo allungato, non supporta una vita mentale, tanto meno la vita di una persona. Citazione tratta da ANDREA PORCARELLI, Ibidem, p. 81