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Bioetica: per difendere
l'uomo non basta fargli la morale Sganciare il dibattito
sull'embrione dalla questione dell'«essere» per spostarlo solo sul piano etico
è una soluzione falsa e illusoria Abbandonando lo studio della matematica e geometria, Pascal si volse al quello
dell'uomo, pensando di trovarvi molti compagni. Scrisse invece: «Sbagliavo:
sono meno ancora di quelli che studiano le matematiche». Parrebbe che la
situazione contemporanea falsifichi la sua
osservazione, tante sono le discipline che si occupano dell'uomo. Eppure a una considerazione un poco attenta molti avvertono che
quest'ultimo rimane un essere sconosciuto che deve sempre venire riscoperto
come ai tempi di Pascal. Di questa situazione sono chiaro segnale i dibattiti, le
perplessità, i dubbi che circondano l'idea di persona. Certo, il rispetto della
persona è diventato un principio «ecumenico», davanti al quale ciascuno si cava
il cappello e presta un omaggio verbale. Ma se si
gratta un poco la vernice, ci si accorge che l'omaggio nasconde decisive
differenze. Figuriamoci poi quando si ha a che fare con la persona negli stati
di confine, vale a dire al primo inizio della vita umana (embrione) e nel
periodo di prossimità alla morte. Come è largamente
noto, e su questi eventi che si trasferiscono con angoscia decisivi dilemmi
morali, che sono tali in quanto implicano ancor più decisivi dilemmi
antropologici: chi e che cosa è persona? Quale rispetto dobbiamo
all'embrione? L'embrione è persona umana sin dal concepimento? La posizione ontologico-sostanzialistica
offre buoni argomenti che rendono plausibile questo assunto,
mentre quella gradualista ritiene che l'embrione
umano acquisisca a passettini quelle qualità che
faranno di lui una persona: in tal mondo l'embrione (e poi il feto) apparterrebbe
alla specie homo sapiens, ma non sarebbe una persona umana. Il rischio spiritualistico, che stacca le persone dalla
loro corporeità, non è forse migliore di quello materialistico che riduce
l'individuo a materia organica. Ai miei occhi l'embrione non è soltanto un
essere del mondo, alla stregua di un oggetto, ma un essere nel
mondo, ben radicato nello strato basale della vita ma non riducibile a ciò. Fin
dal suo inizio l'embrione umano va considerato un cittadino della società degli
uomini, uno come noi per il suo volto d'uomo, dotato
del carattere essenziale di essere un altro: un Autrui,
come avrebbe detto Lévinas. Se
qualcuno è un Autrui, non riceve il suo valore
e la sua consistenza da noi, ma li possiede per diritto di natura. Che dire della pratica del
congelamento degli embrioni? Quale diritto abbiamo di
bloccare brutalmente lo sviluppo dell'embrione che presto sarebbe divenuto feto
e poi neonato? Un minimo di riflessione, che invece tanti rifiutano
ostinatamente di effettuare, convincerà che producendo
il congelamento noi esercitiamo una violenza iniqua e vessatoria sull'embrione,
un altro atteggiamento sostiene che il feto e perfino il neonato è persona solo
in quanto è voluto, accolto, nominato. Il presupposto tragico di questa tesi è
che l'uomo è soltanto relazione e che di conseguenza se l'altro gli nega
accoglienza e razionalità, egli non è, è mera realtà biologica senza
valore e qualità che può essere ricacciata nella non-vita. Sembra riesumata la crudele prassi del primo diritto
romano, secondo cui il Pater familias aveva
diritto di vita o di morte sul neonato? Queste e altre
pseudo-soluzioni dipendono da un assunto filosofico
fondamentalmente anti-realistico: sganciare il dibattito sull'embrione umano
dal piano ontologico-descrittivo per spostarlo solo
su quello morale-giuridico, dove non si confrontano
conoscenze ma si ricercano mediazioni basse secondo le variabili maggioranze.
Il fare della persona non una qualità reale, ma il frutto di una decisione
morale, fondata in ultima istanza sull'arbitrio, è
un volto imponente di quel nichilismo che affligge la cultura. Esso, nascendo dall'oblio dell'essere, riduce la filosofia
solo all'etica, e sottintende una enorme illusione:
ossia che ce la possiamo cavare appellandoci all'etica (per favore, dateci un
etica, dicono molti con affanno), senza considerare che l'etica da sola è
assolutamente impari rispetto a problemi come quelli dell'embrione. Vittorio Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica da Avvenire-1 DICEMBRE
2004 Fonte: http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/041201a.htm |