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Identità della persona
e dibattito sull'embrione L’attuale condizione della bioetica e dei suoi problemi,
nonostante il convergere su di essa di tante ricerche e attenzioni, non può non
apparire alquanto precaria, per la difficoltà a fare emergere “evidenze etiche
e antropologiche” condivise. L’urgenza di trovare soluzioni ai dilemmi morali
suscitati dal progredire di tecnologie miranti a un integrale potere di
disposizione sulla vita, ha il suo peso nell’indirizzare verso elaborazioni
precipitose. In questo quadro assume valore emblematico il tema dell’embrione
umano, in cui si combinano la sua “inapparenza”, ossia il suo ridursi a
qualcosa di quantitativamente e dimensionalmente minimo, e il costituire un
crocevia imprescindibile, perché in esso ne va della comprensione dell’uomo e
della vita. Nei suoi confronti va reso operante il principio di rispetto, che
scopre nell’infinitamente piccolo una promessa, meritevole di tutela e di
nonviolenza in una misura pari a quella che si rivolge ai già nati; che tenta
di percepire, istruito dai dati che la scienza mette a disposizione, i
molteplici livelli di realtà compresenti nella vita. Il chiarimento del concetto di persona appare a un tempo
un crocevia imprescindibile per avviare a soluzione molti problemi con cui la
bioetica si confronta. Se da un lato l’idea che si debba rispettare la persona
risulta quasi universalmente accettata (è una sorta di valore ecumenico),
occorre ammettere che non di rado si è d’accordo solo a parole. Non è infrequente che nella ricerca sulla
identificazione della persona, particolarmente complessa nei casi di confine,
vengano ritagliati concetti di persona ad hoc tra loro distanti. Un tale evento
si verifica in ambito bioetico, dove quella identificazione è messa alla prova
in modo diretto. Le scienze biologiche non sanno alcunché della persona: con la riflessione su
di essa ci si colloca al di fuori della biologia, si accede alla sfera del
sapere filosofico. Volgendosi verso le cose stesse, il metodo della filosofia
cerca, contrariamente alla scienza che opera un esteso processo di
“disontologizzazione” (legittimo, sul suo piano), l’ordine, il valore e per
così dire il “sapore” dell’essere. Nel progetto scientifico moderno l’uomo è
visto come sdoppiato in un livello in cui è considerato soggetto inalienabile
(la persona, interpretata soprattutto come titolare di diritti), e in un altro
in cui è oggetto, ossia parte della natura fisico-biologica, su cui sovrintende
la mano della scienza. A buon diritto, Heidegger ha messo in guardia contro la
possibilità che l’uomo comprenda la propria essenza a partire da quella della
tecnica. Poiché al soggetto si riconosce una funzione operativa, non una
sostanzialità d’essere o ontologica, questi sperimenta con angoscia di poter
esser oggettivabile e manipolabile. Che cosa è persona? E chi è persona? La prima domanda
concerne l’elaborazione della definizione di persona; la seconda
l’identificazione dei soggetti a cui attribuire la qualificazione di persona.
In questo ultimo contesto si incontra il delicato problema dell’attribuzione o
meno della personalità all’embrione umano. Conviene avvertire, a scanso di
equivoci, che i dati della biologia saranno tenuti presenti, ma che
l’argomentazione non potrà che risultare inferenziale e non biologica, perché
l’esser persona è una condizione ontologica radicale non sempre evidente, per
l’affermazione della quale l’analisi biologica fornisce solo alcuni elementi.
Essa rileva nell’embrione umano una serie di caratteri, dal cui insieme non è
possibile attribuire immediatamente la personalità all’embrione: non pare
esservi cioè deduzione immediata dallo statuto biologico dell’embrione di un
suo eventuale statuto ontologico personale. In alcune correnti della bioetica contemporanea a sfondo
riduzionistico viene rifiutato il concetto stesso di persona, e tutto è
ricondotto a forme compiute di utilitarismo etico e di “sensismo”: hanno
diritti solo gli esseri senzienti capaci di provare piacere o dolore. Di
conseguenza, saranno titolari di diritti gli animali adulti, perché capaci di
godere e di soffrire, ma non gli embrioni umani privi del sistema nervoso. Dal
punto di vista ontologico questo sensismo estremo, che appiattisce ogni rango
dell’essere riducendo tutto a materia animata capace di provare sensazioni, si potrebbe
definire un “animalismo trascendentale” (vedi gli scritti di Peter Singer). Al
di fuori di questa posizione, le altre sembrano riportabili a due linee, a
seconda del metodo assunto per rispondere alle domande di cui sopra. A) La posizione funzionalistica
cerca di definire la persona a partire da sue operazioni ritenute
particolarmente qualificanti. Questa posizione si potrebbe anche denominare
empiristica in senso lato, perché ritiene empiricamente accertabile l’esser
persona e il divenir persona, attraverso la verifica della presenza di certi
caratteri, che sono stati assunti come rilevanti per definire la persona
stessa. E’ noto che alcuni autori (tra cui ad esempio il filosofo
americano e studioso di bioetica Hugo Trisrtam Engelhardt) definiscono la
persona attraverso i caratteri dell’autocoscienza, dell’autonomia, della
razionalità, del possesso del senso morale. Altri, come Derek Parfit, in base
al possesso di stati mentali/psicologici coscienti. Questa determinazione della
persona è più larga della precedente, per cui coloro che sono persone in base
al primo paradigma lo sono anche secondo Parfit, mentre è falso il viceversa.
Nelle due posizioni si verifica rispettivamente una “sovradeterminazione” e una
“sottodeterminazione” dell’idea di persona: in genere l’approccio
kantiano-trascendentale, a cui quello di Engelhardt si collega, inclina verso
il primo corno, perché include nel concetto di persona sue funzioni alte,
mettendo tra parentesi il lato biologico-materiale, mentre l’approccio psicologico-empirico
inclina verso una sottodeterminazione della persona. In tutti questi casi il
principio “ecumenico” del rispetto della persona è da intendere come rispetto
di sue singole proprietà o funzioni, non del suo nucleo ontologico radicale. Con l’assunto secondo cui la condizione necessaria e
sufficiente per essere persona è il possedere stati mentali coscienti, si viene
tra l’altro a impoverire la vita psichica, perché il riferimento al livello
della coscienza psicologica lascia da parte sia la vita dell’inconscio
istintuale, sia quella del sopraconscio o preconscio dello spirito. La
definizione psicologica di persona sembra assumere senza prove l’identità di
mente (o spirito) e di attività psichica conscia, non di rado riducendo lo
stesso livello psichico a quello cerebrale-neuronale. Si è perciò di fronte a
una forma di riduzionismo, se intendiamo con questo termine l’intento
sistematico di riportare il più alto al più basso, e nella fattispecie lo
spirituale allo psicologico, e questo al cerebrale. Rimane come problema aperto quello dell’identità
personale, affidata alla precaria e fluttuante continuità stabilita dalla
memoria. La teoria della persona definita in base ai suoi stati
psichici nega più o meno implicitamente la possibilità di una differenza
intrinseca tra la specie umana e le altre specie, perché i flussi che accadono
nella psiche possono essere ridotti a quanto è comune a specie non-umane e
possono coprire molti livelli, da un minimo a un massimo, senza che con questo
siano stabilite essenze ontologicamente diverse. A tale concezione, che
trasforma differenze essenziali in differenze di quantità secondo un canone
tipico dell’empirismo, si lega il suggerimento di estendere il gradualismo
anche ai diritti dell’uomo, ad esempio al diritto alla vita. In tal caso
verrebbe formulato un diritto alla vita che parte da zero e progredisce in
relazione al processo ontogenetico del feto, raggiunge un massimo nella vita
post-natale sino alla piena maturità e incipiente vecchiaia, e poi inizia a
declinare in relazione all’invecchiamento e all’alterazione psicologica dell’
anziano. La concezione gradualistica della persona e del suo
diritto alla vita è stata sostenuta da Parfit: “L’ovulo fecondato non è un
essere umano e una persona fin dall’inizio ma lo diventa lentamente... (si
osservi che viene negata all’ovulo fecondato anche l’appartenenza alla specie
umana, non solo la personalità, ndr), la distruzione di questo organismo
all’inizio non è moralmente sbagliata, ma a poco a poco lo diventa. Mentre all’inizio
non è per nulla moralmente sbagliata, in seguito diventa una mancanza non grave
che sarebbe giustificata solo se, tenuto conto di tutto, la futura nascita del
bambino fosse un’eventualità seriamente peggiore o per i suoi genitori o per
gli altri (manca ogni cenno agli interessi del feto, ndr). Quando l’organismo
diventa un essere umano a pieno titolo, ossia una persona, la mancanza non
grave si trasforma in un atto moralmente molto sbagliato”. Chiarissima e
altrettanto sgradevole è la sensazione fondamentalmente materialistica che
individualità, personalità e dignità dipendano dal numero di cellule di cui
siamo composti, ossia: poche cellule=poca o punta dignità. B) La prospettiva del personalismo ontologico, pur
assegnando rilievo alla ricerca degli indizi che possano segnalare la presenza
della persona, non ritiene che l’esser persona o il divenirlo siano accertabili
solo funzionalmente o empiricamente (e questo in particolare negli
stati-limite), ma che siano argomentabili razionalmente entro una concezione
dell’essere e dei suoi diversi gradi. Questa linea fa perno sull’idea di
sostanza. Nella tradizione filosofica sono state avanzate determinazioni del concetto di persona, tra
loro affini, che per la loro coerenza razionale si pongono come imprescindibili
termini di confronto. La più nota e antica è la determinazione formulata dal
filosofo latino Boezio, vissuto tra il V e il VI secolo, secondo cui persona è
“rationalis naturae individua substantia”. Vicine si collocano le definizioni
di Riccardo di San Vittore (“rationalis naturae individua existentia”) e di
Tommaso d’Aquino (“individuum subsistens in rationali natura”). Queste
definizioni tengono insieme tutti i concetti necessari, cioè natura, individuo,
sostanza, esistenza, razionalità. Esse non escludono il livello
corporeo-biologico-genetico, nel senso che la sostanza individuale umana è
anche corporea. Di conseguenza ci si può attendere che non venga messo da parte
il livello genetico-biologico, come sembra accadere nell’approccio stipulativo-idealistico
che vede l’autocoscienza, la razionalità e il giudizio morale come unici
elementi costitutivi della persona. Non c’è perciò contraddizione nel sostenere che un
individuo può essere allo stesso tempo persona in atto e personalità in potenza.
Mentre il divenire persona come possesso del suo proprio statuto ontologico
radicale non è un processo, ma un evento o atto istantaneo, per cui si è
stabiliti nell’esser persona una volta per tutte –, la personalità è qualcosa
che si acquista processualmente, attraverso l’effettuazione di atti personali
(secondi). Ne consegue che dalla identica posizione d’essere (essenza)
scaturisce l’ugual valore di ogni persona, in modo indipendente dal possesso
attuale di certe proprietà e/o funzioni. Con l’anteriorità e la distinzione
dell’atto primo della sostanza rispetto alle sue operazioni si afferma invece
l’antecedenza e il maggior valore della persona nei confronti delle sue
operazioni; in ciò si fonda anche l’identità del soggetto, che altrimenti
rischierebbe di esser dissolta nella molteplicità, anche contraddittoria, degli
atti che si succedono nel tempo. C) La domanda che ora ci incalza è se l’individuo umano
possa essere separato dalla persona, ossia esistere eventualmente in forma non
personale. In base alla corrente che determina la persona sulla scorta della
coscienza/autocoscienza, è possibile che esistano individui umani non
ancora/non più persone. Tale è la posizione di Engelhardt che, negando
l’equivalenza dei termini “essere umano” e “persona”, conclude: “Non tutti gli
esseri umani sono persone... I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e
coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone
umane. Tali entità sono membri della specie umana”. Tuttavia la definizione di persona come un ente dotato di
coscienza o di autocoscienza o di stati psichici non stringe adeguatamente il
problema, perché non costituisce una definizione pienamente reale della
persona; ne coglie solo un aspetto o un attributo che non è in senso proprio
essenziale, cioè relativo ai caratteri essenziali. Se nella definizione di un
cosa si seleziona una sua proprietà, si determina una classe di “oggetti”, a
cui naturalmente appartengono tutti coloro che la possiedono. Con questo siamo
però lontani dall’aver risolto il problema di una definizione reale, che è
quanto soprattutto importa, perché la proprietà prescelta potrebbe non essere
“essenziale” in senso proprio. Se si procede così nella determinazione del
concetto di persona, ne consegue che verranno arbitrariamente eliminati dalla
“classe delle persone” individui che lo sono, ma che mancano del carattere
abusivamente assunto come essenziale (in ipotesi: la coscienza, la memoria,
ecc.). Mentre i caratteri essenziali non posseggono un più o un
meno, ma ci sono o non ci sono, i caratteri accidentali sono soggetti a cambiamento (crescita,
diminuzione, privazione). Si può anzi arrivare sino alla privazione completa di
una certa qualità non essenziale, senza che muti la natura di un soggetto: una persona umana non è meno
persona se è cieca. L’equivalenza dei concetti di “individuo umano” e di
“persona umana” conduce ad attribuire all’embrione lo statuto di persona. Tale
conclusione, che gode del grado di certezza che è proprio del sapere
filosofico, sembra la più plausibile. In virtù dei più sicuri elementi offerti
dalla scienza biologica è certa l’individualità sostanziale dell’embrione
umano, manifestata dalla sua attività immanente, autonoma, autoprogrammata,
finalizzata. Appena concepito, lo zigote comincia a comportarsi come un essere
vivo, indipendente, in possesso di un patrimonio genetico assolutamente
individualizzato e appartenente in modo esclusivo alla specie umana, e che
procede a svilupparsi in modo omogeneo e continuo. Secondo il rapporto Warnock
(dal nome di Mary Warnock, ex presidente del Comitato per la fecondazione umana
e l’embriologia britannico), “una volta che il processo è incominciato non c’è
una particolare parte dello sviluppo che sia più importante di un’altra: tutte
sono parte di un processo continuo”. Dalle informazioni della biologia si trae
la certezza che sin dall’istante del concepimento c’è vita umana per la sua
origine, la sua struttura genetica, per l’organizzazione cellulare, per il
senso teleologico dell’ontogenesi. Il personalismo ontologico potrebbe esser chiamato anche
“personalismo biologico”, nel senso che esso interpreta come indissociabili il
biologico umano e il personale. Esso legge nel movimento teso a un fine e
autoprogrammato dell’embrione verso più compiuti stati corporei e psichici, la
regia di una forma immanente. Questa, presente sin dall’inizio, presiede
all’intero processo con la sua capacità costruttiva unificante. D) Il rispetto della vita umana inizia dal rispetto dell’embrione: una posizione che non ha
nulla del panvitalismo che non distingue fra le quasi infinite modalità della
vita. L’embrione umano è vita umana, non genericamente vita. E’ perciò una vera
banalità sostenere che vita e persona non sono sinonimi: lo sanno tutti, ma non
è questo il punto, poiché la domanda verte non solo sulla vita indistintamente,
ma su quella umana. Quest’ultima inizia con la trasformazione sostanziale del concepimento in cui dal seme e
dall’uovo prende avvio una realtà/sostanza diversa. Al momento del concepimento
si forma un individuo umano (ossia appartenente alla specie umana) quale
sostanza determinata e che esercita in proprio l’atto di esistere, anche nel
caso in cui successivamente per divisione l’uno diventasse due (gemelli
monozigoti). Qui rimarrebbe da determinare se un embrione che poi si scinderà
sia all’inizio una sola sostanza, o una soltanto in apparenza: ma in entrambi i
casi abbiamo che fare con individualità sostanziali appartenenti alla specie
umana. L’ indisponibilità dell’embrione umano richiede che nessuna
violenza sia esercitata nei suoi confronti, fra cui quella inapparente ma non
per questo meno insidiosa e profonda, di congelarlo:
con questo metodo il soggetto adulto si arroga il potere di bloccare la
crescita naturale dell’embrione, impedendogli di svilupparsi e di diventare
feto e poi neonato. Sulla base di quale ‘diritto’, se non quello di considerare
l’embrione umano un ‘signor nessuno’? Molti di coloro che sostengono la liceità
di manipolare e sopprimere l’embrione, affermano infatti che non si fa del male
a ‘nessuno’. L’embrione umano, appunto, come nessuno. Vittorio Possenti Ordinario di Filosofia Morale all'Università
di Venezia e membro del Comitato Nazionale di Bioetica |