Fecondazione extra-corporea: questioni di fondo

 

 Da modesto cultore di bioetica, aderente alle posizioni del personalismo “ontologico”, quello che esige il rispetto assoluto di ogni umano individuo dal concepimento alla morte naturale, continuo a dire no alla fecondazione artificiale extracorporea per quattro principali ragioni.

1-       In una società che nella sua bimillenaria evoluzione culturale ha stabilito una tappa fondamentale e decisiva col celebre aforisma di E. Kant: “L’uomo sia sempre <fine>, mai <mezzo>”, questa modalità alternativa di generazione non può che risultare inaccettabile. Infatti, per chi nasce per essere idealmente libero da altrui condizionamenti, unico fra le specie viventi a nascere esclusivamente per realizzare se stesso in ogni fase della sua vita, a me sembra che neppure il suo concepimento possa essere condizionato da qualsiasi pretesa costrittiva, in modo che alla fine risulti un “mezzo” per soddisfare esigenze altrui. Neppure quelle di un’aspirante madre ad ogni costo,  in cui una fisiologica pulsione alla maternità si trasforma in una compulsione “patologica”, alla quale cioè non si può dire di no, per incapacità di metabolizzare uno dei tanti possibili lutti della vita. In questo modo viene contraddetta la pari dignità del figlio rispetto ai genitori. Al momento della decisione di ricorrere alla fecondazione artificiale il desiderio aperto alla vita, del tutto legittimo, anzi virtuoso, si trasforma infatti “in intenzione di avere”, su commissione, un figlio. Il figlio dovrà dire: non sono stato atteso, ma voluto, e prodotto. La più grande conquista della cultura occidentale cristiana è l’affermazione della pari dignità di tutti gli esseri umani. Ora, mi sembra evidente che fra chi è voluto e chi lo ha voluto viene a stabilirsi un rapporto squilibrato di dipendenza, per cui fra di loro non può realizzarsi quella pari dignità, enfatizzata anche nella “dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Si possono “volere” le cose, ma non gli uomini. C’è chi teorizza addirittura il “diritto” al figlio, magari con l’intenzione, in tutta modestia, di replicare …. i propri geni. Sembrerà a qualcuno impossibile, ma è stata avanzata anche questa giustificazione.  (Solo che nessuno “ha diritto” ad un altro essere umano, a meno di non volere regredire al diritto romano che ammetteva la schiavitù). Per queste ragioni, dal punto di vista etico, la fecondazione artificiale si classifica come intrinsecamente ingiusta.  

2-       Tale generazione “alternativa” risulta inopportuna anche da un punto di vista, oltre che filosofico, anche semplicemente umano. A me sembra che, per doveroso rispetto della sua libertà, il figlio debba essere preservato da ogni possibilità di futura recriminazione rivendicativa  verso i genitori, anche nelle situazioni più dolorose della vita. “Mamma, perché mi hai fatto nascere?”: questa, nella mia esperienza professionale di medico l’ingiusta domanda rivolta da un giovane malato di AIDS in fase terminale all’infelice madre che l’assisteva. La risposta? Difficile e dolorosa, ma quanto più lo sarebbe stato nel caso di una nascita assolutamente “pretesa”. A mio parere solo se concepiti come risultato aleatorio e “possibile” di un “agire” umano”, buono o cattivo che sia (compreso lo stupro), e non come un “prodotto” (manufatto) del “fare” di un tecnico, l’umano individuo potrà evitare di essere tentato, nella sventura, di “chiedere conto” ai genitori della sua sofferenza. Così come non deve loro alcuna riconoscenza per essere stato concepito, ma semmai per il loro amore profuso per la sua sopravvivenza. Della sua vita avvertirà così di dover rendere conto solo al Dio creatore se è credente, al capriccio del caso se non lo è. Solo così potrà sentirsi realmente libero nella propria realizzazione personale.

3-       Si è anche sostenuto che “un figlio in vitro” sia espressione di un amore in qualche modo “superiore”, in qualche modo “disincarnato”, in quanto sostituisce al “piacere” la grave sofferenza, per la donna, di metodiche invasive e dolorose sul piano fisico, psichico e spirituale. Sarà proprio così? Occorre intendersi su quello che significhi “amore”, in particolare fra uomo e donna e madre e figlio.

Il poeta ha il privilegio di saper esprimere nella sapiente successione di pochi versi quello che l’uomo comune può sentire, ma non sa dire, anche se acculturato, sensibile e profondo. Scandalizzerò il lettore se mi rifugio nella poesia? “Amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona”. Si faccia attenzione: non si tratta di un amore casto, di un amore benedetto. Di Dio resta solo la nostalgia: “… se fosse amico il re dell’universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi ch’hai pietà del nostro mal perverso.” Si tratta al contrario di un amore lussurioso e adulterino, ma sempre e comunque di un amore compiutamente “umano”, che tuttavia va oltre la morte e, in questo caso, persino oltre la dannazione. Queste frasi toccanti Francesca da Rimini le pronuncia infatti …. all’inferno (Dante: Inferno, canto V°). Quando viceversa questo tipo di amore sia benedetto, come non considerarlo una scintilla de “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, canto XXXIII)? Ora, per sussistere, un tale amore non abbisogna di apporti esterni, tanto meno di un figlio “ad ogni costo”. Quanto poi all’amore fra madre e figlio soccorre G. Ungaretti (“La Madre”): “ E il cuore quando d’un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d’ombra, per condurmi, Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano. In ginocchio, decisa, sarai una statua davanti all’Eterno come già ti vedeva quando eri ancora in vita. ……. E solo quando m’avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi. Ricorderai d’avermi atteso tanto e avrai negli occhi un rapido sospiro”. In quel sospiro liberatori, di sollievo per l’ottenuta salvezza del figlio, si concentra il vero amore di madre, che è sempre e solo donativo”, rivolto solo ed esclusivamente al bene del figlio, non al soddisfacimento totale o parziale di un proprio interesse. Altro che amore “disincarnato”! 

4-       Come tutte le altre tecniche, anche la fecondazione artificiale coincide col fare e non con il semplice agire, e come molte altre comporta, a causa del suo basso rendimento (non oltre il 20-25% nei migliori “Laboratori della felicità” (sic)), un abbondante materiale di scarto, Solo che, qui, materiale di scarto non sono trucioli di falegname, ma embrioni umani. In una recente riunione a Ferrara ho appreso che nel 2004, in quella provincia, sono stati prodotti 2047 embrioni per 37 bambini nati. E gli altri? Destinati ad una morte programmata, soppressi o, in minor misura, congelati. Così stando le cose, sarà illecito chiedersi se, anche solo in via di ipotesi, non abbia ragione R.G. Edwards, il “padre tecnologico” della prima bimba concepita in vitro, quando, a domanda su cosa sia un embrione, risponde “un essere umano in una fase inizialissima di sviluppo”? Chi vorrà negare che anche il solo sospetto che si tratti di un essere umano non susciti qualche problema di coscienza. Non per nulla, da parte di operatori del settore, si è fatto e si arrampica sugli specchi per dimostrare, credo più a se stessi che agli altri, che, sino ad un determinato stadio di sviluppo, peraltro diversamente collocato, l’embrione non è ancora “umano” (ma cosa altrimenti?). La data  più gettonata? Il 14° giorno dal concepimento , secondo la proposta della biologa A. McLaren (comparsa della “linea terminale”): è l’ipotesi del cosiddetto “pre-embrione”. Poiché, sul piano logico e biologico, l’ipotesi è molto traballante e difficile da sostenere, è stata successivamente avanzata quella che si tratti di un indubbio essere umano, ma non ancora ”persona”, e per ciò stesso non ancora titolare di alcun diritto. Un essere umano quindi posto alla mercè, vita e morte comprese, delle vere “persone”, quelle adulte e vaccinate. Ipotesi preoccupante!  Se infatti  l’embrione non è persona perché non è in grado di esplicitare qui ed ora, come vuole il personalismo “fenomenologico” della “bioetica laica pluralistica”, certe specifiche qualità esclusive degli “umani”, quale ad esempio quella di “tematizzare la morte”, chiunque altro non sia in grado di farlo risulterà anch’egli, logicamente “non persona”. Di costoro, la lista è lunga: feti, neonati, bimbi piccoli, malati di Alzheimer, disturbati psichici gravi ed altri, tutti ugualmente incapaci di immaginare in anticipo la propria morte. Ce lo conferma, nero su bianco, il “bioetico laico” P. Singer nel suo importante volume: “Ripensare la vita. La vecchia morale non serve più” ( Ed. “Il Saggiatore”). Una teoria, questa delle pre- e post-persone, secondo me  piuttosto pericolosa per il futuro dell’umanità. L’estrema difficoltà (impossibilità) di discriminare l’embrione dal contesto umano trova d’altra parte conferma nelle conclusioni dell’ormai famoso rapporto Warnock, istituito nel Regno Unito per regolamentare la pratica della fecondazione extracorporea (giugno 1984!). La Commissione, constatato che, all’interno di un intenso dibattito fra enti ed istituzioni, la prestigiosa “Associazione medica britannica si è pronunciata a favore di un limite di 14 giorni (di sviluppo dell’embrione, n.d.r.)”, pur giungendo a deliberare (a maggioranza) che “una data anteriore a questa può costituire un appropriato (sic) limite finale per la ricerca”, si noti bene: “allo scopo di “calmare l’ansietà diffusa nella pubblica opinione”, essa testualmente, e onestamente, riconosce che: “ … una volta che il processo è incominciato non c’è una particolare parte dello sviluppo che sia più importante di un’altra; tutte sono parte di un processo continuo e, se ogni stadio non si svolge normalmente, al momento giusto nella giusta sequenza, ogni ulteriore sviluppo cessa. Per questo, biologicamente, nello sviluppo dell’embrione non si può identificare un singolo stadio al di là del quale l’embrione in vitro non dovrebbe essere tenuto vivo.” Quale miglior conferma della “qualità” umana dell’embrione, fornita per di più da una fonte insospettabile? Valga essa come ennesimo richiamo a chi insiste a restare strumentalmente fedele a vecchie “dichiarazioni” di principio (Atti Convegno Politeia, 29-30 marzo 1990: “La bioetica. Questioni morali e politiche per il futuro dell’uomo”, a cura di M. Mori, ed. Politeia-Biotechne, Milano, p. 140)), secondo cui “tenendo conto delle migliori conoscenze scientifiche ed adeguandosi ad esse” si giunge ad affermare che “le recenti conoscenze relative alla toti-potenzialità dello “zigote” e dell’”embrione” è da escludersi che l’”embrione” abbia “vita personale” o sia “persona”.” Affermazione peraltro duramente contestaae a suo tempo sul piano logico dal prof. Marcello Pera, Ordinario di Filosofia teoretica (“Questa è una bestialità somma”!), in quanto trae impropriamente deduzioni filosofiche da premesse biologiche (“Scienza e etica: quali limiti”? (a cura di J. Jacobelli) (Ed. Laterza, 1990).

 

 Le fecondazione extracorporea in vitro, trasferita dalla zootecnia alla specie umana da R.G. Edwards e P.C. Streptoe (primo successo nel 1978) come “terapia della sterilità di coppia” (in realtà soluzione alternativa che, per quanto riguarda l’infertilità, lascia le cose come stanno) ha riconosciuto all’inizio un’unica indicazione medica: l’ostruzione anatomica o funzionale di ambedue le tube di Falloppio, con conseguente impossibilità per gli spermatozoi di raggiungere l’ampolla, sede fisiologica della fecondazione ed eventualmente all’embrione di scendere nella cavità dell’utero. L’ovvia constatazione che, dopo tutto, il successo del tentativo era legato esclusivamente alla disponibilità di materiale biologico, cellule uovo e spermatozoi della stessa specie animale, a prescindere dalla sua provenienza e dalle ragioni della richiesta, ha successivamente esteso enormemente il campo delle possibili indicazioni, coinvolgendo desideri, e anche semplici capricci, grazie soprattutto alla possibilità di associare alla fecondazione “omologa” (con coppia richiedente) la fecondazione eterologa, cioè con utilizzo di gameti di un “donatore”, maschio (quasi sempre)  femmina. Fra queste vari tipi di sterilità femminile e maschile, ma anche richieste di singoli, anche omosessuali di ambedue i sessi, donne vecchie e così via, senza parlare della presto riconosciuta possibilità di usufruire “uteri in affitto”, sino alla ricerca di un figlio con sperma crioconservato del partner defunto. D’altra parte i ricchi risvolti economici delle pratica hanno prodotto il fiorire di centinaia di laboratori specializzati su tutto il territorio nazionale, di varia e diversa competenza ed affidabilità. Si è venuta così a creare una situazione, non so quanto opportunamente definita di far west, comunque complessa e sregolata alla quale si è cercato di sopperire, dopo lunghissima e sofferta gestazione, con la recente legge 40/2004 sulla cosiddetta “Procreazione assistita”.

 

  [Prof. Aldo Mazzoni, già ordinario di microbiologia all’Università di Bologna, è Coordinatore scientifico del Centro di Bioetica “A. Degli Esposti”]