4 domande sulla FIVET dal punto di vista etico

 

 

Una questione strutturalmente complessa

 

I motivi di problematicità della questione, da un punto di vista etico, sono legati alla peculiare natura degli atti umani coinvolti dalle tecniche della procreatica che si innestano in modo profondo nella dimensione personale della coppia e sono orientati a rendere possibile la nascita di un nuovo individuo umano. In generale infatti non vi sono motivi etici di dissenso nei confronti delle tecniche mediche orientate alla cura di patologie e disfunzionalità nell’organismo umano (una tecnica che operi in aiuto alla natura è - a dir poco - una benemerita), ma che dire della tecnica quando non è orientata ad aiutare la natura, ma piuttosto a sostituirsi ad essa? Anche qui bisogna saper fare opportune distinzioni: è ovvio ed evidente che vi sono in campo medico interventi artificiali anche “sostitutivi” di funzioni organiche (si pensi alla dialisi renale) che non pongono problemi etici, ciò che muta nel nostro caso non è il fatto di compiere un intervento medico sostitutivo di una funzione biologica di un soggetto umano, ma il modo in cui le diverse persone umane sono coinvolte in questa “sostituzione”. Come dire che se dovessimo descrivere dal punto di vista “meccanico” il gesto di vibrare un colpo di sciabola potremmo sempre descriverlo in modo uniforme, però ci sarà una certa differenza etica se “dall’altra parte” di quel colpo di sciabola c’è un tratto di boscaglia in mezzo alla quale si vuole procedere, un’altra sciabola contro cui combattere, la testa di un uomo innocente che viene con quell’atto mozzata! Il “gesto” può essere descritto sempre allo stesso modo, ma la “azione” è radicalmente diversa: nel primo caso la chiameremo “disboscamento”, nel secondo caso “combattimento”, nel terzo “omicidio”.

 

L’atto del “procreare”, inteso come proprio ed esclusivo delle persone (gli animali “si riproducono”), ha indubbiamente un versante fisico, ma in senso proprio si colloca nel cuore della vita spirituale dell’uomo e della donna: scaturisce dal loro amore attualmente vissuto ed espresso con un linguaggio sessuale che, nell’ottica del reciproco dono gratuito di sé, si apre alla possibilità della nascita di una nuova vita che gli stessi coniugi si impegnano ad accogliere, accudire, educare, amare. Nel caso si riscontrino delle difficoltà a che l’unione sessuale porti anche i suoi frutti in senso procreativo si pone il problema dell’opportunità di un intervento medico; la valutazione etica di tale intervento si può schematicamente riassumere nelle seguenti domande:

fino a che punto l’eventuale intervento medico avrebbe carattere di aiuto terapeutico oppure si configurerebbe come atto sostitutivo e manipolatorio?

qualora si convenga che l’atto in questione si configuri come “terapia sostitutiva” (come nel caso della dialisi), fino a che punto possiamo dire che essa rispetti pienamente la dignità di tutte le persone coinvolte (coniugi e nascituro), man mano che vengono coinvolte?

 

Diversi livelli problematici dal punto di vista etico

 

Collocandoci in una prospettiva bioetica di tipo personalista, riteniamo di poter distinguere diversi livelli problematici, dal punto di vista etico:

a) le “fonti della moralità” di un’azione sono di quattro generi (fine, azione in se stessa, mezzi, circostanze) e vanno valutate congiuntamente per poter decidere della moralità dell’atto. In altri termini potremmo dire che ogni atto umano (azione liberamente compiuta) ha una sua “natura” specifica, come dire una “forma” che lo identifica (fa sì che sia quell’atto e non un altro) e che propriamente coincide con quella che abbiamo chiamato “azione in se stessa” (in risposta alla domanda “che cosa sto facendo?”), ma nessun atto umano è un’isola chiusa in se stessa, per cui la sua moralità va commisurata anche al fine (“perché lo faccio?”), ai mezzi (“come lo faccio?”) e alle circostanze (“con quali strumenti, quando, dove, quali ne saranno gli effetti? ecc...). Perché l’azione sia moralmente buona bisogna che tutto il contesto operativo sia in sintonia con i valori morali a cui ci siamo fin qui riferiti, perché l’azione (tutta l’azione) sia moralmente cattiva è sufficiente che anche un solo aspetto di questo contesto operativo sia moralmente disordinato.

b) i “criteri di moralità” (aderenza ai precetti della legge morale naturale: salvaguardia del “bonum integrale” della persona) vanno utilizzati per illuminare tutti gli atti umani, si noti inoltre come la persona possa effettivamente “disporre” di ciò che è per natura inferiore (e quindi ordinato) a lei, ma non può mai disporre allo stesso modo di altre persone nè di “cose” in qualche modo soggette al diritto di altre persone ... la sessualità umana non è solo un atto umano (della persona) diverso dagli “atti dell’uomo”, ma è anche un atto per natura sua ordinato al nascere di una nuova persona ... quindi potremmo dire che è un atto due volte umano (sia rispetto all’agente che rispetto al fine);

c) si pone infine il problema della “imputabilità soggettiva” di un’azione dal punto di vista etico, per cui bisogna tener conto di diversi fattori (piena avvertenza, deliberato consenso, “volontario diretto”, “volontario indiretto”). In altri termini è possibile che un’azione oggettivamente disordinata non sia soggettivamente imputabile ad un soggetto che non era pienamente lucido, pienamente consapevole o anche solo correttamente informato. Nel nostro caso può in effetti accadere che il cosiddetto “consenso informato” non sia sempre autenticamente tale e non per responsabilità di chi si accosta alle pratiche della fecondazione extra-corporea, ma per difetto di chi tali informazioni dovrebbe fornire, sia in ordine alle procedure, sia in ordine alla loro presumibile efficacia, sia in ordine alle modalità con cui la procedura si compie ed ai riflessi etici che queste potrebbero avere.

 

Alcuni interrogativi etici fondamentali

 

Cercheremo ora di formulare alcuni interrogativi che ripercorrono lo schema delle quattro domande che abbiamo identificato sopra (le “fonti della moralità”), per ragionare in modo razionale e sistematico sulla fisionomia etica delle attuali tecniche di fecondazione artificiale.

 

La prima - anche se non unica - fonte di moralità di un’azione è il fine per cui viene compiuta, il quale costituisce in certo modo la risposta alla domanda “perché lo fai?” ed è anche il primo motore da cui l’azione trae inizio; ogni azione infatti è specificata dal proprio fine, in modo diretto ed immediato se stiamo parlando del “finis operis” (il fine intrinseco di ogni atto come tale), in modo indiretto ma talora più radicale se alludiamo al “finis operantis” (cioè alle “motivazioni ultime” per cui si vuole compiere un determinato atto).

Prescindendo da un’eventuale valutazione psicologica dei diversi elementi motivazionali che possono portare i coniugi alla scelta di volere un figlio “ad ogni costo”, ci limitiamo a segnalare alcuni elementi di quella che potremmo chiamare “fisiologia motivazionale”, usurpando il termine medico per alludere al problema filosofico di cui sopra e indicando semplicemente alcuni punti fermi:

il bambino è un “valore” in se stesso, un “soggetto” e non un “oggetto” che va considerato, rispettato e amato come tale, non solo - e questo è ovvio - dal momento in cui comincia ad esistere, ma anche in rapporto al modo in cui questo nuovo soggetto viene chiamto all’esistenza,

l’amore - in termini metafisici - è una relazione che unisce due soggetti esistenti, per cui non è possibile (propriamente parlando) amare chi ancora non esiste, però ci si può “disporre ad amarlo”, ma come è possibile questo?

bisogna creare attorno al nascituro un “contesto amoroso” di cui l’elemento più significativo è il reciproco amore coniugale che è anche il motivo che porta all’unione sessuale che a sua volta è condizione fisiologica per il concepimento di un nuovo essere umano, in questo contesto amoroso; altro elemento importante di questo contesto amoroso consiste nella capacità di “rispettare” le modalità naturali con cui esso si esprime, sia per una forma di rispetto della verità dell’amore coniugale, sia per disporsi interiormente ad amare in modo rispettoso colui che in forza dell’espressione sessuale di questo amore potrebbe essere chiamato all’esistenza.

 

Per quanto concerne la valutazione dei fini che animano l’agire dei medici che si dedicano a quella che loro stessi hanno ribattezzato “procreazione assistita”, anche prescindendo da alcune motivazioni soggettive meno nobili (vi sarà pur qualcuno animato principalmente da sete di notorietà, successo o guadagno ... ma questo non è visibile se non a Chi scruta nel segreto delle coscienze), dobbiamo segnalare perlomeno due interrogativi forti circa la moralità dei fini del loro agire: in primo luogo chi coopera consapevolmente ad un’azione altrui che ha un determinato fine deliberatamente accetta e “vuole” a sua volta il medesimo fine, anzi nel nostro caso si può affermare che almeno una delle condizioni necessarie per l’imputabilità soggettiva di un atto morale (la “piena avvertenza” cioè la piena consapevolezza di quello che si sta facendo e del modo in cui lo si sta facendo) è indubbiamente più forte nel medico che nel paziente; in secondo luogo si pone il problema della presenza o meno di altri “fini collaterali” che magari possono condizionare alcuni elementi della prassi di chi opera nel campo della procreatica, come ad esempio il desiderio di far sì che ci sia una certa sovrabbondanza di embrioni in vista di un loro eventuale uso per la sperimentazione.

 

Abbiamo già detto che se la nascita di un bambino può essere concepita come “fine” di qualche azione degli sposi può esserlo solo in un contesto d’amore: di amore tra i coniugi, di amore per il nascituro, di rispetto amoroso della natura intima del rapporto coniugale che è condizione necessaria per la nascita di un bambino. A questo punto possiamo farci la domanda centrale per il nostro tema: quale legame ci deve essere tra l’evento procreativo (il concepimento) e l’atto coniugale (il rapporto sessuale)?

Prima di rispondere a questa domanda facciamo un piccolo passo indietro e poniamo un altro quesito: è lecito per l’uomo dominare in modo “dispotico” sulla natura dei propri atti liberi, o vi è perlomeno in alcuni di essi un dinamismo intrinseco che in qualche modo dev’essere rispettato? È evidente come in certi casi il fatto di dominare la natura dei propri atti non ponga problemi dal punto di vista etico: l’uomo può usare le proprie gambe per correre, per camminare, per saltare e - se lo desidera, anche solo per il gusto di farlo - l’uomo può mettere alle sue gambe protesi, trampoli, pedali, molle e quant’altro gli consenta di compiere meglio quello che egli desidera compiere con esse ... dovrà semplicemente stare attento a non rompersele. È altresì evidente come in altri casi l’uomo non possa avere tale dominio dispotico sulla natura dei propri atti, nel senso che vi è una “legge morale naturale” che egli deve rispettare, salvo “pervertire” il significato stesso degli atti che compie: come il fatto di usare un bacio, un abbraccio, un segno d’affetto come “segnale” con cui si consegna un amico ai propri persecutori (“con un bacio mi tradisci?”). Criterio principe di tale legge morale naturale è il rispetto della dignità della persona, tanto di quella persona che siamo noi come quelle persone che sono gli altri, non facendo mai nulla che sia contrario alle “esigenze connaturali” della persona come tale (per cui ciascuno deve rispettare, in se stesso come negli altri, il diritto alla vita, alla salute, all’integrità psicofisica, alla conoscenza del vero, alla libera e serena convivenza sociale).

 

A quale genere di atti umani appartiene dunque l’atto procreativo: esso chiama o non chiama in causa la dignità della persona come tale? La chiama in causa perlomeno in due modi:

innanzitutto la dignità della persona è chiamata in causa nella sessualità umana che, essendo espressione corporea della donazione totale di due esseri legati da un vincolo spirituale d’amore, non tollera al suo interno manipolazioni o mistificazioni, quale ad esempio la dissociazione dell’elemento unitivo dall’apertura procreativa, intrinsecamente uniti nella sessualità della persona umana e che potrebbero illecitamente venire scissi sia in un senso che nell’altro (una sessualità “chiusa” alla procreazione, mediante l’uso di tecniche contraccettive, oppure una procreazione slegata dalla sessualità che è ciò di cui ci stiamo occupando);

in secondo luogo viene chiamata in causa la dignità di quella persona che è il concipiendo-concepito, il quale - nel momento stesso in cui inizia ad esistere - ha diritto a tutto l’amore e tutto il rispetto che è dovuto alla persona umana. In particolare, al di là di problemi più specifici e drammatici che tratteremo tra breve, l’evento del concepimento (vera genesi dell’avventura umana di quella persona che è il figlio), avviene totalmente al di fuori delle loro persone e l’unico contributo dei genitori (a prescindere da quello economico) è il consenso a che medici e tecnici di laboratorio compiano quanto è necessario perché la fecondazione avvenga, non nel grembo di una donna innamorata nell’atto di esprimere il suo amore per il proprio uomo, ma in una provetta e al cospetto di persone che hanno con il concipiendo-concepito una relazione di tipo oggettuale, di padronanza e dominio come tra il “produttore” ed un suo prodotto, tanto che sono disposte a distruggerlo se manifesterà qualche “difetto di produzione” o se si verificherà un “surplus”. Le stesse manipolazioni linguistiche[1][1] di cui si servono gli operatori sanitari tendono a sottolineare questa “cosalizzazione” dell’embrione (se usassero termini che evocano la sua realtà personale sarebbero costretti a domandarsi in ogni momento se hanno il diritto di trattarlo così).

 

Arriviamo a quella che può essere considerata la questione più delicata e drammatica nella valutazione etica delle tecniche di fecondazione artificiale, ovvero arriviamo a chiederci che genere di tutela riceva il nascituro che viene chiamato all’esistenza mediante tali tecniche.

In primo luogo riprendiamo il discorso accennato poc’anzi sul “contesto relazionale” freddo e disumano in cui il concepimento stesso avviene, si tratta di un’offesa alla persona del nascituro[2][2] intrinseca all’uso stesso delle tecniche di procreatica ed ineliminabile anche qualora migliorasse la loro qualità e la loro riuscita; né vale l’obiezione per cui l’embrione appena concepito “non si accorge” del contesto relazionale in cui è venuto al mondo, perché in ogni modo un’offesa ad una persona resta tale anche se questa non se ne rende conto: insultare o offendere un handicappato psichico o uno straniero che non capisce la nostra lingua non è meno grave (anzi, in un certo senso lo è di più) che offendere qualcuno che possa comprendere le offese (ed eventualmente difendersi). Se il concepito è una persona ha diritto a veder rispettata da subito la sua dignità di persona, a partire dal diritto di essere generato come una persona e non “fabbricato” come una “cosa” o come un animale.

Una seconda questione è quella del cosiddetto “surplus embrionale” scientemente previsto e voluto: per evitare di sottoporre la donna a pressione endocrinologica troppe volte si cerca di portare a maturazione un elevato numero di ovuli che vengono poi fecondati “in vitro” e dei quali solo una parte viene immessa ad ogni tentativo di impianto.

Terzo problema è quello della “dispersione di embrioni”  in fase di impianto (FIVET), meglio sarebbe dire “morte degli embrioni”, prevista e accettata da quanti consapevolmente decidono[3][3] di “sacrificare” la maggior parte degli embrioni di cui si tenta l’impianto per aumentare le probabilità di un esito positivo del medesimo.

Ancora possiamo prendere in considerazione il “rischio eugenetico” profondamente radicato in una tecnica che - nelle sue stesse modalità operative - mette gli embrioni “nelle mani” di colui che dovrà impiantarne, di volta in volta, solo alcuni: egli comunque deve scegliere tra quelli disponibili quali impiantare, ma con quale criterio si opera questa scelta? A caso? Sulla base della maggiore o minore “vitalità” che manifestano? Oppure - su richiesta dei committenti/clienti - anche sulla base di alcuni loro desideri (per es. il fatto di desiderare un figlio maschio o femmina, o altre richieste per le quali sia oggi possibile individuare nell’embrione caratteristiche di un tipo piuttosto che di un altro)?

Altre considerazioni andrebbero fatte riguardo alla questione dell’identità del concepito: il fatto che sia in parte già possibile (e si sta studiando per aumentare sempre di più gli spazi di tale possibilità) operare su di lui dei cambiamenti, magari per curare determinate malattie, non aumenterà anche la possibilità di operare sull’embrione modifiche non propriamente terapeutiche, visto lo scarso rispetto di cui gode il concepito?

Analogo discorso va fatto per gli embrioni “soprannumerari” che vengono utilizzati come “materiale” per esperimenti o che addirittura dovessero venire appositamente prodotti a tal scopo. La tendenza è quella di evitare la produzione di embrioni al solo scopo di servire da materiale per esperimenti, ma nulla ci dice che tale tendenza non possa progressivamente venir meno in futuro: se infatti si ritiene già che l’embrione - previo consenso dei genitori - possa venire soppresso per molti motivi, che cosa impedisce che in un futuro più o meno lontanto - sempre con il consenso dei genitori - non si arriverà a “produrre” appositamente embrioni per la sperimentazione?

 

Conclusioni

 

Qualsiasi tentativo di risolvere queste delicate questioni senza ancorarsi con forza al princìpio del rispetto assoluto della persona come tale, rischia di naufragare in un mare di contraddizioni e a nulla vale certo perbenismo con cui “autonomamente” gli operatori direttamente coinvolti fissano delle linee di confine che segnino dei limiti arbitrari al loro stesso operare. Tali linee di confine (in un contesto “laico e pluralistico”) sono generalmente controllate solo o soprattutto dal comune sentire dei più (non si può fare ciò che i più riterrebbero ingiusto o esecrabile), ma possono tranquillamente venire “spostate” con il mutare di tale comune sentire, anzi addirittura si può tentare di fare in modo di agire sull’opinione pubblica in modo tale da far sì che detti confini si “allarghino” sempre più. Anche i limiti posti dal punto di vista legislativo sono sottoposti al rischio di essere “spostati”, o attraverso referendum (più o meno parzialmente abrogativi della legge) o attraverso azioni parlamentari che già sono state annunciate (di solito chi le annuncia le ritiene “migliorative” dell’esistente ... ma resta da capire in che senso).

Bisogna dunque riaffermare con forza il valore assoluto della persona: essa è un bene per se stessa e nessuno mai ha il diritto di “finalizzarla” a qualcosa di diverso dal suo bene individuale e sociale. Tale riconoscimento è dovuto alla persona come tale, a prescindere dalle sue condizioni di razza, di sesso, di nazionalità, di efficienza fisica e psichica o di sviluppo: questa non è una questione di poco conto, ne va della dignità stessa dell’uomo e noi dovremo rendere conto, di fronte alla generazione presente e a quelle future, della nostra capacità di salvaguardare tale dignità come un bene prezioso e intangibile.

 

 

[Prof. Andrea Porcarelli – Docente di Pedagogia generale e sociale all'Università di Padova, Presidente del Centro di Iniziativa Culturale (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica]

 



 

[2][1]  L’embrione diviene “pre-embrione” o più genericamente il “prodotto del concepimento”, la morte di numerosi embrioni durante i tentativi di impianto viene chiamata “dispersione”, la uccisione degli embrioni congelati che non servono più viene chiamata “distruzione”: non è difficile notare come tutti i termini che implicherebbero o sottintenderebbero un significato “personale” in riferimento all’embrione vengono sostituiti da termini che sottintendono il riferimento ad esso come ad una “cosa”.

[2][2]  Che cosa penseremmo se qualcuno ci rinchiudesse, prigionieri, in una corsia d’ospedale, magari in condizioni igienicamente buone ma con la consapevolezza che pochi lasceranno vivi quell’ospedale, il tutto non perché noi abbiamo bisogno di cure ospedaliere ma perché altri hanno deciso che una porzione della nostra vita dobbiamo trascorrerla lì?

[2][3]  È ben vero che gli operatori del settore si difendono affermando che anche in natura ci sono aborti precoci e che loro non fanno che riprodurre in laboratorio ciò che in qualche modo già accade in natura (compresa la morte precoce degli embrioni che non si annidano), ma dal punto di vista etico ci sono responsabilità diversissime secondo il mutare del rapporto tra un evento ricorrente o probabile e colui che ad esso assiste o coopera: non tutto ciò che può avvenire in natura con buona probabilità (come la morte di una persona anziana) ha lo stesso valore se viene scientemente “provocato”.