|
“Morire con dignità” nella società tecnologica Il ruolo della bioetica
per una ristrutturazione della simbolica della malattia e della morte[1] Pubblicato in Annali di Studi Religiosi 4/2003, pp.43-56 Abstract Il progresso medico-scientifico,
tra le altre novità, ha creato un lasso di tempo nuovo
rispetto all’esperienza tradizionale dell’uomo: il tempo del morire. Tempo
nuovo vuol dire culturalmente ancora da strutturare.
L’ipotesi dell’A. è che il modo in cui l’uomo contemporaneo narra questo tempo
della sua vita costituisca qualcosa di analogo al
racconto dei miti delle origini. La suggestione è che eutanasia e medicina
palliativa costituiscano due proposte simboliche di cosa significhi morire con
dignità per l’uomo tecnologico; che l’assistenza sanitaria rappresenti il luogo
di disvelamento della simbolica che la società
tecnologica vuole privilegiare per dire l’umanità
dell’uomo. 1. Premessa Il dibattito bioetico nella
forma pubblica, ad una prima impressione, sembra essenzialmente centrato sulla tematica “eutanasia”, eutanasia sì – eutanasia no; per
questa ragione, mi sembra importante tornare a chiederci cosa realmente si
voglia ottenere con la legalizzazione dell’eutanasia. Non sembra si tratti di
evitare la morte, perché la si anticipa; neppure di nasconderla
all’interessato, in quanto è il morente che deve personalmente, liberamente e
consapevolmente farne o averne fatto richiesta. Non è, dunque, la morte in sé
che fa paura, ma altro. Cos’altro? La sofferenza?
Certamente. Eppure, tutti ormai sappiamo che la
terapia del dolore, nella forma farmacologica e/o
chirurgica, è efficace in oltre il 95% dei casi, dunque non è neppure questo
che si vuole raggiungere in prima battuta.
Senza considerare che del dolore che precede il tempo legalmente
riconosciuto come appropriato per realizzare l’intervento eutanasico
non si parla gran ché. Credo che ciò che l’eutanasia
realmente eviti sia di vivere il tempo che intercorre tra la consapevolezza che
la malattia è ormai irrimediabilmente degenerativa, fuori del controllo clinico
al punto da portare inesorabilmente alla morte, e la realtà della morte. Questo
è il “tempo del morire”. Il tempo del morire è un fatto storicamente nuovo, sia in
senso qualitativo, sia quantitativo. In senso qualitativo,
non solo perché non si muore più a casa, ma soprattutto perché non rappresenta
più quell’evento familiare, vissuto quasi come
testamento corale, passaggio di testimone dal morente a chi egli riconosceva
come suo successore, custode della famiglia.[2] In senso
quantitativo, perché l’agonia si è trasformata (è persino sparito dall’uso
comune il termine che la designava), dilatandosi fino a coprire più giorni e
settimane, frutto dell’accresciuto controllo medico sulla malattia, potente sì
ma non al punto da vincerla completamente. Il tempo del morire è,
quindi, frutto della tecnologia e rappresentata l’altra faccia degli
indiscutibili benefici apportati dalla medicina; è un tempo che soltanto l’uomo
che possiede una tecnica medica avanzata si ritrova a dover vivere. Fatto storicamente nuovo vuol anche dire fatto culturalmente nuovo. La cultura è il modo mediante cui l’uomo reagisce alla sua
inadeguatezza nei confronti dell’ambiente; mediante cui dà risposte ai suoi
perché, risposte tecniche, come quando l’uomo scopre e utilizza il fuoco o le
biotecnologie, e risposte di senso. In quest’ultimo
caso si tratta di vie che gli consentono di passare dal “cosa fare” al
“perché”, al come comportarsi. Nell’elaborazione di risposte di senso la
cultura fornisce modelli, crea miti delle origini, proverbi, credenze e valori,
che nel loro insieme costituiscono la base su cui costruire le relazioni
interumane. La cultura è indispensabile all’uomo, perché egli si apre
consapevolmente alla sua originaria umanità solo attraverso la via mediata dei
rapporti con l’altro; è in questo modo che l’essere umano forma la sua
coscienza individuale e collettiva. Se c’è un tempo in cui è indispensabile per
l’uomo elaborare risposte di senso, in cui il cosa
fare (cosa fare per liberarsi dalla malattia) non è più sufficiente perché le
sue domande si rivolgono al senso della sua esistenza, questo è il tempo del
morire. La parola più ricorrente tra quelle pronunciate
dal morente è “perché?”. Ma di fronte al “perché
proprio a me?”, l’uomo occidentale contemporaneo si trova spiazzato, privo di
strumenti concettuali e di risorse culturali. La mia ipotesi di riflessione è che, ora che la fisionomia
della nostra epoca è quella tecnologica, così come l’aveva
anticipata Ellul,[3] diventa
indispensabile costruire miti e immagini, in altre parole una simbolica, che
consentano di rispondere alle domande che da sempre l’uomo si è posto: “Chi
sono? Da dove vengo?”, risposte che ora devono essere
costruite attraverso le conoscenze aperte dalla lettura scientifica e tecnica
del mondo che ci circonda. Ecco perché, attualmente,
il luogo di elaborazione di questa riflessione non è più il dibattito teoretico
di teologi e filosofi; infatti, la tecnologia medica l’ha strappata da tale
contesto per gettarla nella vita quotidiana di ospedali e strutture sanitarie
analoghe, o della casa, non più la casa tradizionale, bensì la casa
ospedalizzata. Il percorso che propongo per vagliare quest’ipotesi,
che ha come oggetto il tempo del morire in riferimento
al morente ospedalizzato, procede mediante una riflessione di tipo fenomenologico attraverso due modi: l’uno è l’immagine che
ne offrono sia la medicina sia l’informazione pubblica, l’altro è la realtà,
l’esperienza vissuta dal malato e da chi l’assiste. Questo percorso permetterà
di intravedere se e quali forme simboliche si stiano
costruendo per cogliere il senso del morire nell’era tecnologica e se esse
possano offrire alla bioetica suggestioni nuove per ripensare le questioni
aperte relative alla bioetica di fine vita. 2. L’immagine del tempo del morire a. L’immagine del tempo
del morire nella formazione medica La prima e più diretta immagine del tempo del morire è
data dalla formula che correntemente l’esprime: malato in “fase terminale della
malattia”, o in forma contratta e scorretta “malato terminale”. Questa
terminologia è strettamente connessa con l’assetto concettuale della medicina, cioè con l’autocomprensione che la
medicina ha di sé. Nel complesso sembra che essa tenda a configurarsi
principalmente come un insieme di scienze mediche, la cui base è la biologia. Quando l’università prepara il giovane a
diventare medico, gli indica come scopo, giustamente, la guarigione, ma non lo
sollecita alla dovuta attenzione al rapporto con chi non ha più possibilità di
guarigione. Dapprima gli insegna a vedere la persona
che ha di fronte in ciò che costituisce il suo organismo; a descrivere la
malattia mediante numeri e parametri di laboratorio, esecuzione di procedure.
D’altra parte la medicina ha un’idea sostanzialmente biologica della malattia,
difficile negarlo, e proprio grazie a questa visione è stato possibile il
rapido progredire della medicina stessa.[4] Questa prospettiva
fa sì che il corpo e la patologia siano per gli
studenti oggetti tipicamente medici, cioè oggetto di intervento e manipolazione
esperta, ma estrapolati da qualsiasi altro aspetto della vita quotidiana. È indispensabile che lo studente impari a fare un referto,
così lo si guida a costruire la persona come paziente
adatto ad un certo trattamento terapeutico, come progetto medico. Per fare ciò,
gli si insegna
a tradurre le descrizioni fenomenologiche, cioè le
narrazioni che i malati fanno riguardo la situazione concreta che
esperimentano, in termini fisiologici, considerando elemento di disturbo, ai
fini della formulazione della diagnosi, tutto ciò che attiene alla dimensione
emotiva. La struttura narrativa dell’esperienza del paziente ha senso solo se e
quando rivela il piano fisiologico. Sennonché, in questo procedimento, avviene
uno slittamento di piano, perché la costruzione del referto non si limita a
rappresentare una descrizione, ma finisce per diventare una pratica che forma
il modo di colloquio tra medico e paziente. «La scrittura riflette e forma al tempo stesso le
conversazioni col paziente; fornisce le categorie e le strutture di quelle
conversazioni, e rappresenta una struttura di rilevanza che giustifica la
sistematica sottovalutazione della narrazione del paziente.».[5] In questo modo la persona è ridotta al suo organismo,
perché ciò che il medico deve presentare
è il malato su cui si dovrà intervenire. La cartella clinica, sintesi di questo
percorso, è raccolta di dati, sfrondata da elementi di connessione con
l’individualità della persona malata, con una quasi totale distrazione dalla
vita vissuta del malato.[6] La persona sofferente è rappresentata come luogo della malattia piuttosto che come
soggetto, come agente narrante.[7] L’attenzione alla
dimensione biologica del corpo è chiaramente indispensabile per la formulazione
di una diagnosi, ma è possibile dimenticare che le storie
sono mezzi per organizzare ed interpretare l’esperienza, e nel caso
della persona malata sono lo strumento per introdurre questo elemento tragico,
che è la malattia, nel racconto della propria vita[8] e in questo modo
darle senso? Come osserva Geets, è difficile mostrare
che queste considerazioni trovino posto entro il
quadro dei modelli scientifici della medicina contemporanea.[9] Il fatto che, avanzando negli studi, l’attenzione del
giovane studente si sposti progressivamente dalla persona malata al suo organismo è confermato dall’espressione che ha animato il
dibattito in anni recenti: “la medicina cura la malattia e non il malato”, o
dall’analoga “umanizzare la medicina”. Questi brevi rilievi servono per mettere in luce come
l’insegnamento della medicina si sia strutturato
mediante la proposta di atti linguistici, che non si arrestano alla dimensione
necessariamente descrittiva della cura, ma si tramutano in modello di forma di
relazione, quella professionale tra medico e paziente, che finisce per risultare
impostata sulle esigenze dell’organismo piuttosto che della persona.[10] Gli atti linguistici propri dell’insegnamento della
medicina mostrano di avere un impatto anche fuori del mondo clinico,
contribuendo a formare una mentalità, a strutturare
relazioni; in altre parole, costituiscono metafore, che superano il livello
“scolastico” per diventare metafore sociali. Il sapere medico diventa, così, un
modo di vedere il reale, di rappresentarsi il malato, di interpretare la
sofferenza, di costruire relazioni. Credo che si possa leggere all’interno di
questo quadro l’origine dell’espressione “fase terminale di malattia”, per
indicare il tempo del morire. In questa visione di una medicina fortemente tecnica possiamo inserire anche il fenomeno recente delle linee-guida[11].
Come si sa, si tratta di un insieme di proposizioni, elaborate da esperti a
seguito di sperimentazioni cliniche randomizzate, che
tendono ad incanalare le decisioni del medico entro percorsi prefissati. Sono
indicazioni tratte dalle più recenti ricerche scientifiche, e, in quanto risultanti da trials,
ritenuti fatti scientifici a garanzia della scelta del medico a fronte del
rapido progredire della conoscenza scientifica. Senza entrare nel merito della
questione del loro ruolo, a noi interessa evidenziarne la logica interna. Essa
è del tipo lineare “Se .. Allora”; oggetto descritto è
la malattia da manuale, astratta, universale. Ma al medico “la” malattia non si
presenta mai, egli incontra sempre una persona malata, una malattia concreta,
inserita in una storia personale, intessuta di attese
e timori. Ancora ci imbattiamo in una proposta,
interna alla professione medica, che tratta la medicina come tecnica o scienza
tecnologica, come scienza hard, che
procede nella certezza che da tali cause derivano tali effetti. E spesso, proprio per questi limiti interni, le linee-guida
mettono in difficoltà il medico nell’esercizio della sua professione, che è e
resta scienza e arte insieme. b. L’immagine del tempo del morire
nella comunicazione mass-mediale Non meraviglia che tale immagine, che possiamo dire
scientifica in quanto base dell’insegnamento
universitario, sia recepita e ripresa dai mass media. Sul tipo di comunicazione
veicolata dai mass media la
letteratura è vasta, ma a noi interessa indicare sommariamente quali immagini
produce questo tipo d’informazione. Peraltro non possiamo dimenticare che
l’unico modo che tutti noi abbiamo per conoscere e ricevere informazione è
quello pubblico; nessuno, se non un addetto ai lavori, è in grado di accedere alla fonte delle notizie, quindi ciò che viene
detto è per il ricevente la verità su ciò che si dice.[12]
Se ripensiamo alle trasmissioni radiotelevisive, sia di intrattenimento sia d’informazione, la medicina è
raffigurata come una scienza in continuo sviluppo, strettamente connessa con la
ricerca tecno-scientifica, piuttosto che come arte;
si dice che ciò che essa non rimedia oggi, sarà in grado di realizzarlo domani,
quasi fosse possibile, col tempo, curare ogni malattia e persino la morte. La
medicina viene presentata non soltanto sotto la
metafora del mezzo che aumenta il bene, inteso come benessere e salute,
dell’umanità, ma come fine stesso dello sforzo dell’uomo, in quanto salvezza
terrena. Non è un caso che il principio salute sia diventato
ormai la parola chiave per accedere alla realizzazione di qualsiasi pretesa in
ambito medico.[13] La malattia è rappresentata come fatto organico, o
genetico; ad essa si fa riferimento mediante
percentuali, in quanto oggetto di ricerca scientifica. È la malattia descritta
in termini biologici, senza riferimenti all’esperienza di chi vi si trova
compromesso. La morte è trattata come la fine della malattia, e, in quanto insieme alla malattia inguaribile smentisce
l’immagine di una medicina trionfante e salvatrice, è negata, nascosta,
mistificata perché rappresenta un non-senso. Il malato è il grande assente nell’immagine di medicina e
malattia veicolata dall’informazione mass-mediale, nel senso che di lui si
parla per dire che non è in grado di conoscere la situazione in cui vive, e
questo “racconto” costituisce il quadro generale entro cui si origina il cd.
problema della verità al morente. La sua esperienza concreta non ha spazio, o,
quando vi si fa riferimento, è talmente idealizzata (come nel caso di quelle
donne affette da cancro all’apparato riproduttivo, che rifiutano le cure per
non compromettere la gravidanza in corso) e quindi vanificata, oppure viene strumentalizzata, ideologizzata
e quindi risulta priva di valore sull’immaginario collettivo per ciò che
riguarda la costruzione di un’immagine di malattia e morte. Questa è l’altra concausa in origine all’espressione
“paziente in fase terminale di malattia”, espressione che richiama il campo
semantico della dimensione biologica della malattia piuttosto che dell’evento
che colora il tempo del morire. In questa ottica la
richiesta di eutanasia è la più immediata via d’uscita che si presenta al
morente e a chi l’attornia. Acconsentire a questa richiesta e legittimare
l’eutanasia anche sul piamo giuridico rappresenta una
risposta di tipo tecnico, in armonia con la narrazione che ha come suo centro
l’immagine di una tecnologia medica che domina il male fisico, del medico come taumaturgo, emblema dell’uomo
tecnologico, che ormai ha il dominio su ogni cosa del mondo. Infatti, il
racconto del cosmo che scienza e mass media narrano ci dice che esso è costituito da
materiale biologico di cui si conoscono
leggi e funzioni, sul quale si ha ormai potere e capacità di controllo. Accanto a questa cosmogonia è in atto la costruzione di
un’antropologia, che parla di un uomo costruito dall’uomo, di ciberborg e ciberantropo,[14]
di embrioteche, donatori e madri temporanee, ma le
metafore sono indubbiamente molto più numerose. Con l’avanzamento
dell’elettronica e dell’informatica, la lettura nello strumento ha sostituito
l’osservazione diretta dell’organismo, poiché essa dà l’immagine verosimile
dell’invisibile a occhi nudo; con il perfezionarsi
della conoscenza genetica e il suo utilizzo come strumento medico, si è
verificato un ulteriore passaggio riduttivo, dall’organismo ai suoi componenti.
E proprio questo cammino rende più difficile la
visione complessiva del vivente e l’umanità dell’uomo.[15] Si può ritenere che questa voce pubblica rappresenti
qualcosa di analogo al ruolo del cantastorie dell’età pre-omerica. Oggi come allora, siamo agli albori di una
nuova forma di civiltà, per noi quella tecnologica, e stiamo cercando di
costruire una simbolica che indichi all’uomo il suo orizzonte mediante
miti e immagini. I mass media come l’antica agorà,
la corsia d’ospedale come il teatro greco. Le metafore che stiamo costruendo,[16] il racconto che
tessiamo nella comunicazione pubblica descrivono un’antropologia dell’uomo
quasi onnipotente, che può determinare il corso della vita, controllando il
patrimonio genetico, decifrando la durata genetica del suo organismo,
costruendo in laboratorio le generazioni future, eliminando gli embrioni dal
patrimonio genetico poco gradito. Il futuro è indicato come frutto del
progresso della conoscenza scientifica e del saper fare tecnologico: il bene
dell’umanità futura dipende dall’uomo e dalle sue scelte. La salvezza è in
prospettiva terrena ed è frutto del progresso medico-scientifico. La simbolica che l’uomo tecnologico sta costruendo ha
questa matrice ed esprime una visione strumentale e riduttiva dell’uomo e della
sua umanità.[17]
Restando in questa prospettiva l’uomo ha difficoltà a vivere in modo umano
l’esperienza del morire. “Morire con dignità”, non a caso, è la richiesta
condivisa da tutte le correnti etiche e culturali; ma cosa significa morire con
dignità nell’era tecnologica? 3. L’esperienza
vissuta Se questa è l’immagine che la cultura
tecnologica offre dell’uomo e del tempo del suo morire, ben diversa è la
realtà. Ad un tratto, all’insorgere della malattia devastante, ecco che questo
racconto, così accattivante, si mostra fallace, illusorio e nella malattia
mortale l’uomo scopre che egli resta ancor oggi una fragile creatura che nulla
può del suo destino, se non darsi spontaneamente la morte, già inesorabilmente
a lui prossima. a. L’esperienza del curante Se torniamo alla preparazione
universitaria, non appena il giovane medico vive la professione scopre il
limite della sua formazione. Infatti, s’accorge subito che la dimensione esperenziale, emotiva, del paziente deve essere presa in
conto, se si vuole delineare una giusta diagnosi,
terapia e prognosi. Ma gli studi universitari non hanno preparato il medico
all’incontro con la persona[18], per le ragioni precedentemente indicate, legate all’impostazione della
medicina come scienza sperimentale[19], impostazione che
impedisce, dopo aver astratto la dimensione biologica dell’organismo umano, il
recupero di una visione antropologica dell’uomo e della sua corporeità. Di qui la difficoltà del dialogo medico-paziente
e la propensione diffusa ad accondiscendere alla richiesta della famiglia di
tacere con il paziente la sua condizione, contrariamente alle norme
deontologiche che prevedono il malato come primo referente del colloquio.[20] Qui si evidenzia il circolo perverso tra la
narrazione mass-mediale sull’incapacità dell’uomo a sopportare la conoscenza
della diagnosi infausta[21] e il comportamento
interpersonale nella concretezza della vita. La narrazione pubblica trascura ogni riferimento
all’esperienza umana di chi vive, direttamente o indirettamente, il tempo del
morire. La verità, a cui fa riferimento quando suggerisce che
il malato non ha risorse per farvi fronte, ha come referente esclusivo la
conoscenza biologica dell’organismo; non comprende l’evento che il malato sta
vivendo. Resta assente
tutta la crisi esistenziale e spirituale che attraversa ogni persona che
fa esperienza del male. E morire è male, è
perdita, è abbandono. Basta pensare alla necessità del morente d’integrare
nella sua vita l’esperienza del morire, all’angoscia che deriva dalle
inquietanti domande sul senso di questa sofferenza e morte imminente. Il medico, però, in quanto uomo,
sente la profonda drammaticità che scuote il suo paziente, alla quale è spinto
a sottrarsi per mancanza di strumenti adeguati, pur percependo che il suo ruolo
di curante dev’essere rivolto alla persona malata,
non alla manifestazione biologica che origina la malattia. Di qui il senso di
malessere diffuso nelle équipe di unità ad alta
mortalità.[22] Questo disagio del curante ha forma e nome noti, burn out. Indica la crisi esistenziale di
chi si trova quotidianamente coinvolto nella cura dell’uomo morente. Crisi
personale, certo, in quanto vissuta da un individuo,
ma se la intendessimo in senso soggettivista sbaglieremmo. Si tratta, infatti,
di una crisi strutturale che investe la medicina come scienza sperimentale. Anche il medico, come il suo paziente, è condizionato
nei confronti della malattia e della morte dal sentire diffuso, al punto che,
pur sapendo che non può rendere l'uomo immortale come la società gli chiede, si
ritrova a vivere con gran fatica la morte del suo paziente. Il burn out diviene segno esteriore del limite
intrinseco all’immagine che la medicina stessa fornisce di sé, quando ricorre
ad una simbolica che rappresenta la medicina come scienza e tecnica medica
piuttosto che come scienza e arte insieme, due facce di un’unica realtà; la
cura come riassesto dell’organismo piuttosto che come attenzione alla persona
malata nella sua totalità. Se percepito in questa ottica, il
burn out può indicare la via di riumanizzazione della medicina, perché è la metafora del
disagio che subisce l’uomo se fa della tecnica la chiave d’interpretazione del
reale.[23]
Il burn out è un segnale che tutti i mezzi tecnologici di cui l’uomo
dispone devono ritornare ad essere concepiti come mezzi d’uso per il bene
dell’uomo e non come visione di vita.[24]
Il percorso a ritroso dal fenomeno tecnico all’operazione tecnica può diventare
possibile se prendiamo sul serio questo disagio, individuale e strutturale, del
medico che cura e si prende cura di chi vive il tempo del morire. b. L’esperienza della famiglia Anche la famiglia mostra un chiaro
disagio nel rapportarsi al proprio familiare.[25] Lo attesta la
frequente richiesta di tenere il malato all’oscuro della sua condizione; lo
evidenziano i dialoghi, che si svolgono nelle corsie d’ospedale, incentrati
sulle cure mediche, sull’assistenza, su cose marginali rispetto a ciò che
suscita angoscia nel malato, o su ciò che succede fuori, nel mondo quotidiano
dei sani, dove la vita è altro rispetto a quella di chi vive nella sofferenza
totale. Si sperimenta la mancanza di parole per dire emozioni e angosce, per
condividere la sofferenza che tutti devasta. La comunicazione di senso è
interrotta. Anche in questa forma di relazione
interumana il malato si ritrova isolato, solo, perché gli è impedita la vera
comunicazione, quella che è necessaria per la costruzione e la conferma
dell’identità personale. Il tempo del morire si delinea
come tempo della fuga antropologica da parte dell’uomo sano. Dall’immagine della malattia, della sofferenza e della
morte veicolata dall’autocomprensione della medicina
e dalla comunicazione mediale deriva una simbolica dell’uomo tecnologico,
dominatore del mondo, ma al tempo stesso privo di riferimenti antropologici.[26]
Così, disarmato dal punto di vista psicologico e spirituale, l’unico senso che rende vivibile la vita
resta la sua capacità di dominio. In quest’orizzonte
si può comprendere, anche se non si condivide, la richiesta di
eutanasia, perché rispecchia la risposta tecnica alla situazione di
bisogno dell’uomo morente. Rispondere in modo tecnico al malessere
antropologico: questo è il condizionamento che rende anche la medicina meno
umana di quanto in realtà essa non vorrebbe essere e di fatto
non sia. c. L’esperienza del malato È ormai risaputo
che il malato vive una crisi d’identità, che è stata oggetto di
approfondite riflessioni, alle quali rimando.[27]
Qui mi limito a richiamare la dimensione di senso di questa crisi, connessa con
la scoperta della totale dipendenza da altri e da altro che non il proprio
potere e volere. La radice originaria credo possa essere individuata
nella percezione del morente che il corpo ha rappresentato e rappresenta la
forma simbolica del suo esistere. Egli è quel corpo, oggi così diverso da ieri,
attraverso il quale si deve riconoscere per continuare a sentirsi lo stesso
“Io” di quando era sano. Il tempo del morire, per il malato, è il tempo
impegnato a ritrovare la propria identità personale nella diversità
esistenziale indotta dalla malattia. Ormai è un dato acquisito che l’uomo
costruisce e riconosce se stesso nei rapporti interpersonali, nella relazione,
nella comunicazione. Ma il tempo del morire è un tempo
in cui, si è osservato, la comunicazione è interrotta, è negata. Questa
situazione impedisce al malato di vivere in relazione, e quindi in modo umano,
con dignità, il tempo del morire, ma al tempo stesso costringe chi l’assiste, curante e familiari, ad autointerrogarsi
sul senso del proprio comportamento, improntato alla fuga piuttosto che
all’aiuto. Credo che per l’uomo negare risposta ad una domanda
d’aiuto in situazione di pericolo esistenziale, anche se proferita in forma non
verbale, non sia possibile. Farlo, o doverlo fare, è all’origine della fuga
antropologica, da parte dell’uomo sano, dalla condivisione del tempo del
morire. La relazione in cui il malato sente di vivere assume la figura della
mediazione medica, o per dirla con Ricoeur la figura
della relazione dell’essere socio, e non quella antropologica
dell’essere prossimo[28]. Fuga antropologica vuol dire non cogliere la complessità
della corporeità e della comunicazione umana, costituita da
elementi descrittivo-letterali e da elementi
analogici, polisemici, metaforici. Ogni gesto dell’uomo,
ogni parola è costituita da un di più di senso; trascurarlo è negare
all’interlocutore la sua intrinseca dimensione trascendente, la sua dignità. Questo contesto è all’origine
della sensazione di vivere un tempo non-umano, e conseguentemente della richiesta
di morire con dignità, richiesta che incontra consenso universale. A me pare si
tratti di un contesto più complesso e fecondo di
quanto non appaia a prima vista, perché presenta anche elementi a partire dai
quali diventa possibile costruire una condizione di vivibilità della morte
anche per l’uomo tecnologico. 4. Esiste una
simbolica alternativa? Non è facile per l’uomo percepire l’essenzialità del suo
limite ontologico - non lo è mai stato, ma ancora meno lo è per l’uomo
tecnologico che vive ascoltando la simbolica del superuomo. La malattia è
simbolo della vita umana, è percezione del limite, perché mette a confronto con
situazioni fuori e oltre il controllo dell’uomo e questa difficoltà costituisce
una concausa della fuga antropologica dal morente. Solo cambiando prospettiva, la capacità di comunicazione
ritorna e il tempo del morire da non-senso si fa significativo.
Perché ciò avvenga, è necessaria anche una simbolica diversa da quella precedentemente tratteggiata. Credo che i segni di una simbolica alternativa, dai tratti
più consoni alla specificità dell’uomo, siano sotto i nostri occhi e ancora una
volta rintracciabili nella realtà
medica. Esiste, infatti, ormai da decenni[29]
un modo di prendersi cura del morente, che muove dalla convinzione che malattia
e sofferenza siano una dimensione della vita e
costituiscano un evento significativo. Si tratta della medicina palliativa, la
quale presenta aspetti interessanti, perché mette in luce modi alternativi
nell’assistenza sanitaria; non credo sia errato ritenere che ciò avvenga
proprio a partire da una presa di coscienza del senso
del burn out. Infatti,
quando, nel prendersi cura della persona morente, il medico rinuncia ad un uso
sproporzionato degli strumenti di cui dispone, facendovi ricorso solo per
sollevare dalla sofferenza, questa crisi svanisce. In tale diversa situazione il medico impara da altre
scienze, quelle antropologiche ma non per questo meno scientifiche delle
scienze sperimentali, la possibilità di utilizzare altri strumenti, che possono
aiutare e migliorare la relazione con il paziente e la sua famiglia: la parola
e il silenzio, l’ascolto partecipe, la comunicazione, l’empatia. Il medico
riscopre le scienze antropologiche come strumento parimenti importante ed
efficace in medicina rispetto alla tecnologia più sofisticata;
sta alla sua capacità professionale capire quando usare l’una e quando l’altra. Questo mutamento rappresenta un’inversione di prospettiva
rispetto alla medicina eziologica. Se, come si è
visto, la medicina in quanto scienza sperimentale si
trova spinta a considerare il corpo della persona malata come organismo fuori
controllo, la medicina palliativa mostra di considerarlo come simbolo di finitudine. Solo riconoscendo nel morente l’uomo nella sua
umanità piena e totale, è possibile accettare, e quindi ascoltare, il lamento
del morente. Infatti, per chi gli è vicino e
l’ascolta, si tratta di un’esperienza terribile, ma permettere il lamento è un
atto d’amore, perché il lamento è un modo di uscire dall’isolamento, di vivere
in forma personale il proprio dolore. Per l’uomo soffrire in
silenzio non è umano. In particolare quando i “perché?” sono l’espressione di
una domanda metafisica, “perché il male nel mondo?”, allora la condivisione è
indispensabile. E la medicina palliativa, ascoltando
l’interrogarsi del morente, mostra di
cogliere nel corpo sofferente del malato il simbolo del mistero della
presenza del male nel mondo. In questo ostinato interrogarsi sul senso della sua vita e
del perché della morte che avanza, la persona morente rappresenta l’uomo senza
orpelli, troppo umano nella sua fragilità e finitudine,
spogliato di ogni elemento che non sia l’essenzialità
dell’essere uomo, ma insieme sempre grande nel suo rivolgersi verso il mistero.[30] Se si offre al morente l’opportunità
di poter condividere la sua sofferenza esistenziale e ontologica, allora i
“perché proprio a me?” del malato, da espressione di disperazione assoluta
quando inascoltati, si fanno grida di disperazione e preghiera insieme,
preghiera perché la protesta contro il male è un atto di fede; è ricerca di un
partner, come testimonia la figura biblica di Giobbe, non di un Dio astratto.[31] Accogliere questi “perché?” – che non vuol dire rispondere
ad essi, perché a certe domande risposta non c’è –,
significa creare nella relazione interpersonale la possibilità affinché vengano
espressi. Ma ciò può avvenire solo se l’uomo morente e
l’uomo sano parlano un linguaggio pieno, mediante tutte le forme di cui la
comunicazione umana è capace. Si tratta di valorizzare la dimensione polisemica, simbolica del comunicare umano,
la capacità di esprimere e cogliere il di più di senso, basta pensare alla
dimensione comunicativa del toccare[32] o più in generale
al linguaggio del corpo.[33] Questa è l’intuizione che la medicina palliativa
ha reso concreta. Per questo, credo che
la medicina palliativa, senza idealizzarla in quanto
nessuna palliazione può togliere drammaticità alla
morte, vada guardata come l’indicazione di una diversa opportunità, tra quelle
possibili, per affrontare la morte in malattia. In quanto
tale, può essere interpretata come un’altra simbolica, reale quanto quella
delineata in precedenza, e presenti entrambe nella nostra esperienza
quotidiana. Morire con dignità allora vuol dire ridare parola di senso al tempo del morire. In questo contesto i segni
dell’assistenza sanitaria assumono la figura di una simbolica essenzialmente
antropologica, perché fanno propria la finitudine
dell’uomo. Nel condividere il tempo del morire, insieme di fronte al mistero
della creaturalità di ciascuno, si dà alla persona
morente la possibilità di ritessere la trama della sua storia personale e dare
un senso al morire. Ciò che sorprende è la marginalità in cui è rimasta la
medicina palliativa. Nel 1988 si costituiscono la Società italiana di cure
palliative (SICP) e quella europea; nel 1989 la Scuola
italiana di medicina e cure palliative (SIMPA). Ma bisogna attendere un
decennio perché la politica sanitaria si faccia carico di strutturare
questo nuovo tipo di assistenza medica (D.M. del 28 settembre 1999 Programma nazionale per la realizzazione di
strutture per le cure palliative[34]). 5. Prospettiva Quale può essere il ruolo reale della bioetica a fronte di
questa ambiguità di segni che narrano il tempo del
morire? Innanzi tutto credo che la bioetica, per fedeltà alla sua
natura epistemica che la definisce pluridisciplinare e ponte tra sapere tecno-scientifico
e sapere antropologico, abbia il compito, il dovere e il diritto di riconoscere
la compresenza di queste due forme simboliche del
narrare l’esperienza della sofferenza e della morte e di ripeterle all’uomo
occidentale contemporaneo, entrambe. Questo lo deve fare nel suo spazio
specifico, cioè il dibattito pubblico[35]
e professionale, nel momento pedagogico di Corsi e Master formativi, nella
formulazione di Pareri espressi nei
differenti livelli dei Comitati Etici, in particolari quelli a più ampio
respiro come i Comitati Internazionali e Nazionali per la Bioetica. Entrambe
queste narrazioni rappresentano dimensioni della realtà attuale,
l’errore da evitare consiste nell’assolutizzare
una delle due forme, negando visibilità all’altra. Nel
contesto di fine vita, essere ponte tra i due saperi significa mettere
in luce ora l’una ora l’altra simbolicaper
articolarle secondo le esigenze e i bisogni del morente. Riconoscere la qualità del tempo del morire non come fase
terminale della malattia ma come luogo dell’emergere del senso della vita e della morte significa permettere, anche
nell’era tecnologica, all’uomo morente di vivere ancora nella relazione
interpersonale. Per far questo è necessario ascoltare il malato, affrontarne lo
sguardo, dargli voce. Ruolo della bioetica è anche accorgersi che c’è un luogo
in cui le due simboliche convergono e dunque valorizzarlo, portandolo a pieno
titolo nel dibattito pubblico. Non mi sembra metodologicamente corretto
concentrare l’attenzione soprattutto sull’opposizione “eutanasia sì, eutanasia
no”, perché in questo modo si isola l’eutanasia dal
contesto reale, e la si snatura; occorre presentare anche la medicina
palliativa come modo di accoglienza del malato morente. Presentarla non come
proposta alternativa, quasi in opposizione alla medicina eziologica,
ma valorizzandone la portata che è proprio quella di
esserne un completamento. In questo modo diventa possibile restituire alla tecnica medica tutto il suo valore, quello di strumento
d’uso utile a contrastare, finché è possibile, l’avanzare della malattia o a
evitare il dolore, strumento d’uso entro una relazione di dialogo umano tra
medico e paziente. Il compito della bioetica nell’ambito delle problematiche di fine vita può essere allora sintetizzato nell’impegno di
contribuire a costruire uno statuto epistemico della
medicina palliativa, statuto ufficiale con pari dignità rispetto alla medicina eziologica. Ciò potrebbe significare darle visibilità nei
dibattiti pubblici, nell’intento di svolgere un’azione di formazione a livello
di comunità civile, per contribuire a preparare il terreno affinché possa
entrare realmente (e non solo sulla carta) nei programmi universitari di
formazione del medico fin dall’inizio degli studi e non solo a livello
successivo di master, colmando il vuoto che a tutt’oggi esiste. Due
medicine ufficiali in dialogo e collaborazione per rappresentare insieme la
simbolica della sofferenza e della morte nell’era tecnologica a partire
dall’esperienza concreta e totale che tutti noi viviamo, che tenga conto delle
opportunità offerte dal sapere scientifico e dal fare tecnico, ma anche
consapevole dell’indispensabile contributo della conoscenza antropologica,
senza la quale all’uomo tecnologico è sottratta la possibilità di morire con
dignità. Mariella Lombardi Ricci Professore incaricato di Bioetica,
Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Sezione di Torino); Università Cattolica del S.Cuore, Roma (Sede parallela di Torino) [1] Dalla relazione tenuta al
Seminario “Gender Studies
e metodologia nella bioetica di fine vita”, organizzata dal Centro per le
Scienze Religiose di Trento, 5-7 dicembre 2002 [2] Ph. Ariès , L’uomo e la morte dal
Medioevo ad oggi, trad. it., Laterza,
Bari 1979 (or. 1975) [3] Si veda in particolare P.
Ellul, La
tecnica, rischio del secolo, trad. it., Giuffré, Milano 1999, or. 1954 [4] M. Foucault, Naissance de la clinique, PUF, Paris 1963 [5] B.J. Good, Narrare la malattia. Lo sguardo
antropologico sul rapporto medico-paziente, trad.
it., ed. Comunità, Torino
1999 (or. 1994), p.121. [6] Esistono forme di cartelle
cliniche già strutturate secondo formulari, che
prevedono risposte chiuse a crocette. Una tale impostazione condiziona il tipo
di dialogo medico/paziente, impoverendolo. [7] M. Lombardi Ricci, Malati
di vita, L’uomo contemporaneo, la malattia e la morte, ISB, Acireale 1999 [8] A questo proposito si veda C. peruselli, Approccio
narrativo alle cure sanitarie,
in «L'Arco di Giano», 14 (1997), pp.41-56. [9] C. geets, La maladie comme expérience et comme condition, in «Le Supplement»,
184 (1993), pp.33-55 [10] Non
stupisce che da qualche anno la relazione medico-paziente
sia oggetto di rivisitazione critica: spinsanti s.,
L'alleanza terapeutica. Le dimensioni della salute, Città
Nuova, Roma 1988; A. Autiero, Il rapporto medico-paziente nei suoi aspetti etici in P. Benciolini – C. Viafora (a cura
di), Etica e medicina generale. Il
rapporto medico-paziente, coll. “Quaderni di etica e medicina”, ed. CIC Roma 2000, pp.55-64. [11] g. federspill, È davvero possibile servire due padroni? Il medico tra scienza delle linee-guida e risorse limitate, in «Società Italiana di Medicina Generale», n.10 dicembre (1996), pp.5-11 [12] M. Lombardi Ricci, Mass media e bioetica, in E. Sgreccia – V.
Mele – D. Sacchini (a cura di), Le radici della bioetica,
Vita e Pensiero, Milano 1998, pp.361-371; id., La comunicazione in sanità, in «Janus», 4
(2001), pp.33-38. [13] Il principio salute è alla base
della richiesta di legittimazione di qualsiasi mezzo
nell’ambito della ricerca sulla clonazione terapeutica umana. [14] G. hottois, Il paradigma bioetico. Un’etica per la tecnoscienza,
trad. it Rubbettino,
Messina 1996 (or.1990) [15] Come osserva Testart,
“Se la qualità prima dell’acquisizione del sapere è di conoscere il tutto
perché la conoscenza ridotta alle parti, o peggio a de frammenti delle parti,
allontana dalla verità, potrebbe essere che la nostra epoca, vittoriosa nella
conoscenza molecolare, si mostri storicamente la più impotente nell’aiutare l’uomo a vivere con se
stesso, con gli altri, e nel mondo.” J. testart, Des hommes probables, Seuil, Paris 1999,
p. 268 [16]
M. Lombardi Ricci, La comunicazione in sanità, op. cit. [17] J. testart, Des hommes probables,op. cit.; G. Piana, Bioetica. Alla ricerca di nuovi modelli , Garzanti, Milano 2002 [18] Non è un
caso che l’insegnamento sulla comunicazione umana nella sofferenza abbia scarsissimo peso, quando non è assente del tutto, dal
corso di studi di base. [19] C. Bernard, Introduzione allo studio della medicina sperimentale, trad. it., Feltrinelli,
Milano 1967 (or. 1865) [20]
Il Codice Deontologico lo
prevede dal 1995. [21] Infatti,
nella prospettiva che l’immagine di medicina costruisce la diagnosi rappresenta
la sentenza definitiva e senza appello, in quanto
ricavata da conoscenza e strumenti tecno-scientifici
quindi esatti. [22] Sul malessere di chi cura i
morenti secondo la filosofia della medicina eziologica esiste ormai una vasta letteratura, a cui
si rimanda: si veda il numero monografico «L’arco
di Giano», n.14 (1997); E. goldenberg, Près du mourant, des
soignants en souffrance..., in «Etudes», 3675 (1987), pp.483-495 [23] Questo pericolo era già stato
indicato da Ellul, quando ha
introdotto il concetto di fenomeno tecnico. Esso rappresenta la disposizione dell’uomo contemporaneo di rispondere ad
ogni problema antropologico ricorrendo a modalità
tecnica [24] Su quest’invasività
del fenomeno tecnico, l’interpretazione di Ellul resta ancora attuale e può essere d’aiuto per capire
l’essenza della tecnica e rimediare ai limiti di una medicina che è stata
indicata come “medicina delle macchine”: “A una potenza tecnica si può opporre
solo un’altra potenza tecnica. Il resto è spazzato via. ”, P. Ellul, op. cit., p.88 [25] La famiglia, nonostante viva anch’essa una profonda crisi in relazione al mutamento di ruolo del proprio famigliare, resta ai margini di questa riflessione, in quanto si tenta di evidenziare il ruolo della medicina rispetto all’ospedalizzazione della morte. [26] Sulla censura del senso della
malattia e dell’esperienza del malato si veda G. Angelini, La malattia, un tempo per volere, Vita e Pensiero, Milano 2000 [27] M. bellet, L'épreuve
ou le tout petit livre de la divine douceur, Desclée de Brouver, Paris
1988; Id. L’écoute, Desclée de Brouver, Paris 1989; M. de HENNEZEL, La
morte amica, trad. it., bur-Rizzoli,
Bergamo 1998; C. geets, La maladie comme expérience et comme condition,
op. cit.; G. Morasso – G. Invernizzi (a cura di), Di fronte all'esperienza di morte: il
paziente e i suoi terapeuti, Masson, Milano 1990;
L. sandrin,
L'esperienza della malattia: reazioni, crisi,
opportunità,
in «Camillianum», 2 (1990), pp.297-316;
A. vannesse, Ce qu'être malade veut dire, in «Le Supplement»,
184 (1993), pp.21‑32. [28]P. Ricoeur, Il socio e il prossimo in AA.VV., L’amore
per il prossimo, Paoline, Alba 1958 [29] Si fa risalire la fondazione delle
cure palliative al 1967 con la fondazione del Saint Christopher’s Hospice da parte di
Cicely Saunders. [30] Interessante a
questo proposito la lettura che ne fa Angelini, Angelini G., La malattia, op. cit. [31] Giobbe, più che un personaggio
dell’antico Israele, è la figura che rappresenta la vicenda dell’uomo che
soffre. Egli soffre e lotta, fa domande sul senso della sua esperienza, cerca
di capire. [32]
N. Autton,
Parlare non basta, trad. it., EDT, Torino 1992 (or. 1989) [33] A. Lowen, Il linguaggio del corpo, trad. it., Feltrinelli, Milano 1990 (or. 1971); Hall E.T., La dimensione nascosta, trad. it., Bompiani, Milano 1969; Id., Il linguaggio
silenzioso, trad. it., Bompiani,
Milano 1969 [34] A tale D.M. fa seguito il Decreto
del Presidente del Consiglio, 20 gennaio 2000, “Atto di indirizzo e coordinamento recante i
requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi per i centri
residenziali di cure palliative”, quindi la legge n.12
dell’8 febbraio 2001 (G.U. 14 maggio 2001) “Linee
guida sulla realizzazione delle attività assistenziali concernenti le cure
palliative”, il D.M. del 26 aprile 2001 (G.U. 14 maggio 2001), “Corso pilota di alta qualificazione in cure
palliative”. Ora Corsi post-universitari di perfezionamento e Master di
formazione sono numerosi. [35] Uno dei compiti della bioetica è
quello di contribuire a fornire un’informazione
corretta e completa all’opinione pubblica sulle questioni che riguardano il tema
della salute dell’uomo e la conservazione dell’ambiente. |