Bioetica e volontariato

 

Quale rapporto vi può essere tra la bioetica e il volontariato? La domanda può apparire curiosa, ma trae motivo da alcune scelte concrete che sono state fatte da diversi soggetti e - in particolare - dalle lungimiranti scelte compiute dal Centro di Servizi per il Volontariato - VSSP, del Piemonte, che ha offerto un supporto culturale nel campo della bioetica alle Associazioni di volontariato, attraverso diverse iniziative: dai corsi di formazione per operatori, fino alla strutturazione di un vero e proprio Portale di Bioetica (www.portaledibioetica.it) che offre loro un servizio di documentazione e di informazione.

Il legame tra volontariato e bioetica è molto più reale e profondo di quanto osservatori disattenti e superficiali potrebbero immaginare: chi opera al servizio di altre persone ha un quadro di motivazioni personali in cui si colloca la sua scelta, ma deve a sua volta collaborare con altre persone che hanno un loro quadro di motivazioni ed una loro visione della vita. In una società multiforme e pluralistica, come quella in cui viviamo, il livello ottimale a cui trovare un raccordo tra le diverse motivazioni e tra le diverse visioni della vita, non è necessariamente quello dei principi più alti (su cui le divergenze possono essere anche molto forti), ma quello di alcuni beni umani comunemente intesi come tali (la tutela della salute, della pace, dell'ambiente, ecc.). Gli argomenti che entrano nel dibattito bioetico non sono dunque da considerare solo come un problema per pochi “addetti ai lavori” o come un vezzo di chi guida i dibattiti mass-mediatici, ma rappresentano lo spazio di intersezione culturale in cui si incontrano le motivazioni, gli ideali, le riflessioni di quanti si interessano di tutela della vita, della salute e dell’ambiente. Si tratta di un settore molto ampio, in cui molte associazioni di volontariato stanno compiendo cose egregie, facendo un lavoro prezioso che potremmo considerare come “inconsapevolmente bioetico”. Le presenti riflessioni hanno l’obiettivo principale di fare emergere tale ricchezza e portarla a livello consapevole.

I legami più specifici tra bioetica e volontariato si possono collocare su tre versanti fondamentali: quello delle motivazioni soggettive per cui ci sceglie di impegnarsi nel volontariato, quello delle azioni concrete che vengono compiute e quello degli effetti culturali di lungo periodo a cui le associazioni di volontariato - in genere - puntano.

Le motivazioni soggettive di chi opera nel volontariato

 Chi opera come volontario ha fatto la propria scelta per qualche motivo, ma è esperienza comune delle associazioni di volontariato che il livello di motivazione delle nuove generazioni di volontari tende ad assumere tratti diversi rispetto a quello delle generazioni che li hanno preceduti: spesso le persone si accostano all’esperienza del volontariato con grande entusiasmo, magari sotto la spinta di una emotività positiva che si è orientata in tal senso, ma capita che all’entusiasmo iniziale non sempre corrisponda la capacità di dare continuità e costanza al proprio impegno.

La centralità strategica della dimensione motivazionale è dunque ben chiara a chi si trova nel campo del volontariato, ma di solito si è portati a pensare che le motivazioni siano una condizione soggettiva, quasi “innata”, che dovrebbe scattare automaticamente di fronte alle percezione dell’urgenza di un bisogno. Come non pensare che, di fronte alla solitudine delle persone sole, non si generi spontaneamente il desiderio di essere loro vicini, di farsi carico della loro solitudine, di aiutarli ad ampliare la loro rete di relazioni? In realtà la nostra cultura non dispone a questo tipo di meccanismi: il trionfo di una mentalità individualista e utilitarista condiziona anche le modalità di adesione a una cultura del volontariato, per cui la frase che sta sulla bocca di molti (“è più quello che ricevo, rispetto a quello che posso dare”), un tempo espressione sincera di una profonda umiltà e utile antidoto contro ogni malsana forma di orgoglio, rischia di diventare la vera leva motivazionale di alcuni, fin quasi a tradursi in espressioni meno nobili, forse mai pronunciate ma talora presenti nel cuore delle persone (possiamo sintetizzare tale atteggiamento con frasi del tipo: “ma a me che cosa ne viene”?). Anche la pubblicità televisiva alla scelta dell’anno di volontariato cerca di “motivare” alla scelta prefigurando il quadro di un’esperienza positiva, che aiuta a crescere ... ma anche “utile” sul versante delle competenze spendibili in prospettiva professionale.

Al di là delle soggettive motivazioni ad aiutare il prossimo vi sono anche delle motivazioni più complesse che entrano nell’orizzonte operativo dei volontari a partire dalla percezione o meno di certe emergenze culturali. Le associazioni ambientaliste, per esempio, si sono accorte da tempo di una certa insensibilità diffusa a livello di cura dell’ambiente e - più in generale - di quei beni che sono “di tutti”, ma - proprio per questo - rischiano di non avere nessuno che se ne prenda carico. Le radici cultuali di tale insensibilità si possono ricercare in diversi fattori, ma ci sembra importante sottolineare come l’infatuazione positivista per il mito del progresso illimitato (da cui ci si attendevano meravigliose sorti progressive) abbia portato ad un calo di sensibilità nei confronti della tutela dell’ambiente, considerato spesso come un “prezzo” da pagare ai benefici del progresso. Col tempo non solo gli ambientalisti hanno iniziato a rendersi conto che tale prezzo poteva essere anche troppo alto e talora imporre - per riparare ai guai provocati - costi più alti dei benefici che ne erano derivati. Si è così aperto un dibattito - oggi molto attuale - sui temi dello “sviluppo sostenibile”, sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista ambientale, che coinvolge anche il dibattito bioetico[1][1].

Chi si occupa della vita e della salute delle persone vede bene a sua volta come certi comportamenti che causano effetti di cui il volontario deve poi prendersi cura, dipendono spesso da una visione complessiva della vita e della qualità della vita che mostra oggi lo stesso grado di insensibilità ai valori più profondi che alcuni anni fa si registrava nella cultura ambientale. Oggi siamo più sensibili nei confronti dell’ambiente, ma non abbiamo fatto ancora lo stesso passo rispetto al valore della vita che spesso viene ridotto alla valutazione della sua “qualità”: in questo campo siamo ancora figli di quel mito positivista che in altri campi siamo riusciti a superare.

Per questo una maggiore consapevolezza in campo bioetico può offrire a chi si occupa - come volontario, ma anche come professionista - della tutela della vita, della salute e dell’ambiente potenti leve motivazionali che possono dare forza al suo impegno e spessore alla maturità culturale con cui lo compie. Quanto più la scelta di un impegno ha radici profonde, tanto più ci si potrà aspettare che esso abbia stabilità e costanza nel tempo.

 

 

Il volontariato nel campo della vita, della salute e dell’ambiente

 

Un legame profondo tra bioetica e volontariato si può individuare a partire dalle azioni concrete di aiuto ai bisognosi, tra cui vi sono quelle che riguardano ambiti che hanno a che fare con le tematiche di cui ci si occupa in bioetica. Se la bioetica ha come punto di riferimento le azioni compiute dall’uomo nei riguardi di altri esseri umani, in ordine alla sua vita fisica e gli interventi di tipo terapeutico sulla sua salute, allora vi sarà un legame stretto tra tale disciplina e le azioni di volontariato che riguardano la tutela del diritto alla vita e alla salute di ogni persona umana, con l’aggiunta di un’importante emergenza che concerne l’ambiente, in quanto condizione di sopravvivenza dell’intera umanità. I Centri di Accoglienza Vita, per esempio, svolgono un’azione di volontariato che si configura come una sorta di “bioetica applicata”, ovvero di applicazione pratica delle conseguenze di un certo modo di intendere il valore della vita di ogni essere umano e la necessità di difenderla fin dal concepimento. Allo stesso modo chi si occupa di malati e sofferenti svolge spesso un’azione di supporto e talora anche di supplenza rispetto a quanto fanno o dovrebbero fare le strutture sanitarie.

Il passaggio dall’azione nel volontariato alla riflessione bioetica è dunque lineare e - per certi settori - quasi “obbligato”: i diritti di cui si promuove la tutela sociale vengono talora conculcati in nome di precise idee (o ideologie) che trovano la loro espressione formale esplicita nel dibattito bioetico. Per esempio chi si occupa di assistenza in emergenza agli immigrati stranieri in condizioni di povertà, vive in genere con disagio le espressioni culturali e politiche delle diverse forme di xenofobia. Allo stesso modo ragiona chi consapevolmente opera nel campo della tutela della vita, della salute e dell’ambiente: non basta fronteggiare le emergenze concrete a cui ci si trova di fronte, ma bisogna cercare di aggredire i mali alla radice. Talvolta la radice è di tipo sociale e dipende dalle inadempienze della comunità civile, che si ritrae di fronte ai propri doveri di solidarietà connessi alla tutela complessiva del bene comune, talvolta la radice dei problemi è di tipo culturale e dipende da pregiudizi che generano comportamenti non corretti. Da sempre chi si trova ad agire “in frontiera” sente il bisogno di denunciare le inadempienze sociali e politiche che generano i problemi di cui ci si assume - temporaneamente - la “supplenza”, ma più ancora dovrebbe essere forte il desiderio di combattere i pregiudizi culturali che possono stare a monte delle scelte dei decisori politici: se prevale, in una certa società, una mentalità disponibile ad accettare la soppressione fisica (o limitazioni gravi nell’assistenza) delle persone più deboli, si correrà sempre il rischio di veder promulgare delle leggi che ratifichino i pregiudizi della cultura dominante.

 

 

Il contributo sociale e culturale del volontariato alla bioetica

 

 Il rapporto tra bioetica e volontariato è “a doppio senso”: non dobbiamo concepire il mondo del volontariato solo ed esclusivamente come “fruitore” di contenuti culturali di argomenti bioeticamente rilevanti, ma anche come “soggetto attivo”, protagonista di un’evoluzione culturale in cui la cultura del volontariato può portare un contributo significativo al dibattito bioetico.

In realtà chi opera come volontario nei settori a cui stiamo facendo riferimento (vita, salute, ambiente), ha già una sua “consapevolezza implicita” di alcuni valori importanti: per esempio non può occuparsi seriamente e serenamente delle persone sofferenti chi non è convinto che la vita di una persona abbia valore anche nella sofferenza, anche se la sua “qualità”[2][2] può essere - in certi momenti - più bassa. In altri termini è come dire che il volontario che si occupa di persone sofferenti, anziane, malate ha maturato quasi degli “anticorpi culturali” che lo rendono un po’ più immune di altri rispetto a certi pregiudizi culturali, come ad esempio quello per cui ha valore solo la vita di coloro che la vivono con una certa “qualità”. Tali anticorpi culturali potrebbero e dovrebbero essere diffusi, come una sorta di benefico virus, nella speranza di “infettare” progressivamente anche chi si è rassegnato ai pregiudizi della cultura dominante.

Per fare questo i volontari e le associazioni di volontariato devono, da un lato, acquisire maggiore consapevolezza della “portata culturale” delle loro convinzioni e, dall’altro lato, strutturarsi per avere in senso attivo un impatto più incisivo sulla cultura dominante, anche in quegli ambiti - apparentemente teorici e lontani dall’impegno quotidiano - in cui si articola il dibattito bioetico, che potrà esserne beneficamente influenzato.

 

 

Prof. Andrea Porcarelli – Docente di Pedagogia generale e sociale all'Università di Padova, Presidente del Centro di Iniziativa Culturale (Bologna), Direttore scientifico del Portale di Bioetica]

 



[1][1]  Ricordiamo che la bioetica nasce come disciplina “globale”, che si pone in modo esplicito il problema della sopravvivenza dell’umanità. Leggiamo alcune parole di Van Potter nella sua prefazione al testo che può essere considerato il capostipite di tutte le pubblicazioni in tema di bioetica: “Il proposito di questo libro è di contribuire al futuro della specie umana, promuovendo la formazione di una nuova disciplina, la disciplina della bioetica. Se vi sono ‘due culture’ che non sembrano in grado di parlarsi - la scienza e le discipline classiche - e se ciò fa parte del motivo per cui il futuro sembra in dubbio, allora potremmo forse costruire un ‘ponte verso il futuro’ ponendo la disciplina della Bioetica come ponte tra le due culture. (…) Ciò che noi dobbiamo ora affrontare è il fatto che l’etica umana non può essere separata da una comprensione realistica dell’ecologia in senso più ampio. (…) Noi abbiamo grande bisogno di un’etica della terra, un’etica della flora e della fauna, un’etica della popolazione, un’etica del consumo, un’etica urbana, un’etica internazionale, un’etica geriatrica, e così via” (Van Rensselaer Potter, Bioetica. Ponte verso il futuro - ed. orig. New Jersey, 1971 -, tr. it. di R. Ricciardi, Sicania, Messina 2000, p. 33).

[1][2]  L’idea che abbia un valore solo la vita di cui si possa riconoscere un certo grado di “qualità” (in termini di benessere, forza ed efficienza fisica, serenità psicoaffettiva, ecc.) è il pregiudizio tipico di una cultura utilitarista ed efficientista in cui la dimensione dell’avere prevale su quella dell’essere. Si tratta anche di una precisa posizione che si colloca nel dibattito bioetico e che si ritrova nell’impostazione di pensiero di tipo pragmatista e utilitarista di quella che si autodefinisce “bioetica laica”.