LA MORTE IN TV FRA RIMOZIONE E SPETTACOLARIZZAZIONE
“Dite, dite pure, ma
dite adesso, finchè siete in vita e in buona salute. Ve ne accorgerete se
questi erano temi astratti, da perdigiorno, quando anche voi - come capita a
tutti: la morte è la sola cosa sicura della vita - varcherete quelle porte
misteriose e senza ritorno e vi troverete faccia a faccia col Mistero”. (Blaise Pascal)
QUANDO LA MORTE BUSSA ALLA “CASA”
“Non potrei
guardare in faccia i miei cugini se non uscissi da qui”. Con queste parole
Fedro Francioni, il ragazzo di Terni ha lasciato la casa del “Grande Fratello 3” per raggiungere la sua famiglia.
Solo due ore prima aveva saputo della morte
per infarto della zia, sorella della mamma e alla quale era molto
legato. Nel reality show per eccellenza si squarcia il sipario della finzione e
la realtà, la vita vera irrompe prepotentemente. Floriana, Victoria, Pasquale,
Claudia, Marianella e Luca , quelli che sono rimasti nella casa del “Grande
Fratello” sotto l’occhio delle telecamere, lo hanno guardato attoniti. “Nella
morte il ritorno alla vita- scrive il critico Aldo Grasso - Ormai la casa del
“Grande Fratello” è diventata la metafora della nostra insensatezza, il luogo
per eccellenza delle emozioni fittizie che hanno espulso quelle reali, tutt’al
più l’esaltazione di sentimenti pietistici che recuperano veridicità, in
maniera parodistica, nel momento dell’esclusione di un concorrente con lacrime,
pianti, sofferenza.(1). La morte irrompe nel luogo massimo dell’apparire,
costringe i protagonisti a dissolvere
il loro delirio di onnipotenza, quasi di
immortalità determinato dall’essere in presa diretta per 24 ore al giorno.
Neanche la notizia dello scoppio della guerra in Irak li aveva scossi più di
tanto. Questa volta invece uno di loro era stato colpito in un affetto privato
e la partecipazione al dolore è (sembra) sincera. Del resto anche in
quest’ultimo periodo con le quotidiane immagini degli eccidi in Irak , la Tv ci ha abituati a vedere la morte (
degli irakeni non degli americani) ma quasi sempre è assente la sofferenza e il
dolore ( dei feriti, dei familiari delle vittime). Che per parlare del dolore
provocato dalla morte ci fosse bisogno del “Grande Fratello” è uno dei paradossi della rappresentazione mediatica della modernità.
L’IMMAGINE IMMORTALE
Nella nostra società
c’è il tentativo di fuggire dalla morte, di tenerla nascosta. Nella
società arcaica la morte era vissuta come evento collettivo. Si moriva
circondati dall’affetto e dalle preghiere dei familiari, degli amici. Oggi l’esperienza
del morire è soprattutto un fatto individuale, legato alla tecnologia medica (
In Italia ogni anno muoiono 250mila persone, il 70% in ospedale). Vi sono al
massimo 2 o 3 persone accanto al paravento per non disturbare troppo i malati a
fianco. A far da corollario al processo di solitudine del morente c’ è fra l’altro “ la riluttanza degli adulti
a parlare della morte ai bambini e a parlare in generale della morte in
pubblico…. l’imbarazzo che si prova di fronte al moribondo..la tendenza a ritrarsi
di fronte al morire altrui e l’incapacità di trovare parole o comportamenti
adeguati di fronte al limite estremo della vita” (2 ).
La morte rischia di essere la prova di quanto sia fragile
l’impalcatura mitologica del moderno. Tutte le immagini del sistema
mass-mediale sono immagini di bellezza.
Anche l’anziano è vitale, mai con un
dente cariato, magari con una bella e bianca dentiera. Più spesso l’immagine è
associata alla gioventù. I mass media, come la società, infatti celebrano il trionfo del corpo sano e giovanile e
rigettano tutto ciò che è richiamo della fine. E il 2 novembre, giorno
tradizionalmente dedicato alla memoria
dei morti, i telegiornali riescono a proporre al massimo un servizio
sull’aumento dei prezzi dei crisantemi! Non a caso per il sociologo Jean Baudrillard (3 ) la morte resta l’unica
pornografia della modernità, perché è l ’ultimo tabù. Un film per soli
adulti. Il problema è che i mass media
sono afoni rispetto alla morte. Contraddice i loro valori che sono
principalmente l’accumulazione delle cose e l’individualismo. La comunicazione
di massa si rivolge infatti al singolo individuo, lo sollecita al consenso e al
consumo. E tuttavia non riesce a parlare
dell’unica esperienza realmente singolare: la morte. Ma nella morte –sottolinea
il filosofo tedesco Martin Heidegger (4)- il soggetto non è mai sostituibile.
E’ l’unica situazione in cui l’individuo è protagonista assoluto e non può
essere sostituito da nessuno. L’individuo morente viene dunque affidato alla
tecnica ed impacchettato per essere sottratto alla comunità. Resta l’immortalità dell’immagine nell’epoca della
riproducibilità tecnica ( 5 ) dalle prospettive sempre più sofisticate. In
“Minority Report” di Spielberg il padre,
alla sera, rivede il figlio ucciso che gli parla proiettato con un effetto
tridimensionale. Del resto nella lotta fra l’originale e le copie, queste
ultime saranno sicuramente migliori dell’originale. E a noi piace conservare
per gli altri (o meglio speriamo che gli
altri conservino) la nostra immagine migliore. Sempre più infatti noi siamo il
giudizio degli altri. Ma se per
Heidegger la tecnica riduce l’uomo a cosa, facendolo un ingranaggio del Grande Apparato, per Baudrillard le persone e le cose scompaiono sostituite dalle
loro simulazioni. Nella modernità c’è
dunque il “delitto perfetto”. Non c’è più un Grande Fratello come in
Orwell (1984) che domina dal suo luogo nascosto. Oggi il Grande Fratello è “l’Immagine” mentre tutto è immateriale,
scorporato, scambiabile. E Internet
propone le forme più varie per esorcizzare la morte: dai cimiteri, dove poter
far tumulare i cari scomparsi per la modica cifra di 10 dollari con tanto di
immagini, voci e suoni (aperto 24 ore su 24), collegabile ovviamente da ogni
parte del mondo, ai tariffari per la mummificazione (con prezzi, dato il
tema, faraonici), alle compagnie che
mettono in orbita le ceneri. Il passeggero più illustre di questo mito del
viaggio ultraterreno pulviscolare è (stato)
il creatore di “Star Trek” Gene Roddenberry. I fedeli della scienza
preferiscono invece farsi ibernare, confidando (come nel film “Il dormiglione”
di Woody Allen) in un risveglio in
un’età più evoluta. E per sfuggire
all’ansia della morte c’è perfino una ditta di Boston che produce
“bare tecnologiche con aria condizionata autoregolabile, minibar,
cellulare, monitor Tv, computer, cd, dvd “ (6) mentre l’energia per far funzionare tutto viene da un pannello solare. Anche
questo è businnes dell’immortalità
virtuale. Mentre la morte (reale) della pecora Dolly per invecchiamento precoce ha inferto un duro
colpo a chi, oltre alla conservazione della propria immagine, magari
tridimensionale, voleva mantenere anche
la corporeità. Insomma, siamo ben lontani dal grande Bach che morendo
bisbigliò:” Finalmente si va ad ascoltare la vera musica”.
LA
MORTE FRA REALTA’ E FINZIONE
Si dice spesso che la Tv è specchio della realtà. Ma non è
sempre così. Nella vita, fortunatamente, non
vediamo tanti morti quanti in Tv.
Secondo uno studio di un paio di anni fa, presentato da “Telefono Azzurro” ed
Eurispes, i ragazzi prima della fine della scuola dell’obbligo hanno già assistito a circa 18mila omicidi davanti al
piccolo schermo. Per lo psichiatra Vittorino Andreoli “la percezione della morte
da un lato viene evitata dalla cultura contemporanea, mentre dall’altro è
spettacolarizzata: tra media, film, videogiochi un adolescente vede in media
40mila morti nell’arco di un anno” (7). La morte viene dunque mostrata, a volte
anche con inutile insistenza, nelle sue varie forme. Prevale ovviamente la
fiction ma anche l’informazione (dalle news ai documenti storici) non è da
meno. E’ una morte spesso drammatica, per uccisione (forse la sequenza più
celebre è quella dell’assassinio di John
Fitzgerald Kennedy realizzata da un cineamatore ) o per incidente ( le immagini della famosa finale di Coppa dei
Campioni a Bruxelles, sui ring della
boxe o sui circuiti di Formula Uno. Chi non ricorda a Imola Ayrton Senna?) o la
morte epica, quasi spettacolare (come quella dei sette astronauti del “Columbia”).
Ma la sequenza che rimarrà nella storia per la sua drammaticità è senz’altro
l’attacco alle Torri Gemelle di New York. Un racconto tutto drammaticamente in
diretta mondiale. Con lo squarcio provocato dai due aerei, le fiamme, la gente che si getta dai due grattacieli in cerca di
un’inutile scampo. E infine il grande
crollo con le sue oltre 3mila vittime. Per giorni la Tv ha svolto il compito di “elaborare
il lutto” , ponendo molte domande rimaste perlopiù inevase. Fra le tante,
quella del differente rapporto con la morte fra la cultura occidentale e
l’Islam. (8) Così come drammaticamente in diretta fu, oltre 20 anni fa, la
morte di Alfredino Rampi che ha tenuto davanti al televisore l’Italia intera.
“la lunga diretta sul “buco” di Vermicino ha sicuramente aperto la strada ad
una nuova consapevolezza del mezzo e ad una nuova concezione e pratica del
linguaggio televisivo (9). E’ mancato l’happy end che tutti aspettavano. Si è
capito che non è possibile scrivere sceneggiature sulla realtà, perché il reale
è imprevedibile e costringe la Tv a trasformare anche la morte in
spettacolo. La morte infatti viene spesso mostrata, ma quasi mai raccontata,
spiegata. E quando si deve parlare di
morte, si cerca la veggente che parla coi defunti per vendere libri oppure
qualche rara volta si affronta il tema
dell’eutanasia o delle “cure palliative”. Ma in genere la Tv
“falsifica” la morte per
l’intrattenimento, come è nella lunga tradizione della fiction . Semplificando
un po’ si può tentare una classificazione:
LA
MORTE EROICA: con l’eroe che muore in piedi. “Non è malattia, è salute, salvezza. Muore in una
azione che ritiene giusta. Contro un nemico e per una causa necessaria. E’
vitalità affermativa. (10). Ma è anche la morte non cercata, ma affrontata con
coraggio. Come fu, nella realtà, quella di Salvo D’Acquisto, immolatosi davanti
ai nazisti per salvare degli innocenti. Come purtroppo è successo per
Fabrizio Quattrocchi,dipendente di una agenzia di sicurezza, ucciso in
Iraq. Nel filmato girato dai suoi assassini, Fabrizio Quattrocchi, mentre tenta di togliersi la benda dice
:”Così muore un italiano”. Poi il colpo alla nuca. Frase che gli è valsa la medaglia d’oro
concessa dal presidente della Repubblica Ciampi.
LA
MORTE TRAGICA: nasce dallo scontro non più
risolvibile fra individuo e società. “Tragedia che si contrappone alla pace
irrispettabile degli altri. Morte che non si identifica nelle convenzioni della
morte. Sacrificio a un Dio Sconosciuto e di cui la vita quotidiana si fa
complice crudele ma non spiegazione.”(11)
LA
MORTE MERITATA: è quella del malvagio o del nemico per il quale non esiste pietà. “
Il folle che precipita nel vuoto o cade
fra gli ingranaggi di una macchina. Il perverso che si irrigidisce nella morsa
dell’infarto. Mani che annaspano nel vuoto. Alla morte del
malvagio corrisponde lo sguardo vendicatore o la professionalità civica
o il sorriso liberatorio di chi ha ucciso il colpevole. Il soldato mitragliato
non emoziona più di tanto quando è quello nemico. Tutto ciò che conferisce orrore e compassione nella
morte eroica o sentimentale o tragica, viene automaticamente cancellato nella
messa in opera della morte meritata (12) Del resto, ognuno di noi ha esperienza
del “tifo” per i cow boys contro gli
indiani. Ci sono voluti film come “Soldato blu” o “Il piccolo grande uomo” a
ristabilire un nuovo “ordine” fra chi
erano le vittime e chi gli aggressori.
LA
MORTE COLLETTIVA: è innervata nella
natura dello spettacolo. Esempio tipico è il cinema catastrofico. Vi possono essere catastrofi naturali come i
terremoti o artificiali come i disastri ecologici. “Dighe che franano, squali o
sciami d’api che uccidono, grattacieli che si incendiano, aerei che
precipitano, navi che si inabissano: vi è sempre una ragione artificiale nello scatenamento “vendicativo”
delle forze della natura….La morte collettiva indica le contraddizioni o
l’immaturità dello sviluppo. Il progressivo slittamento dalla catastrofe
naturale a quella artificiale o ad una loro fusione, ad una loro interdipendenza.
Mette in luce l’orizzonte comunque tecnologico in cui ci muoviamo, affida
all’uomo ciò che era di Dio o torna ad affidare a Dio ciò che l’uomo ha avuto
la presunzione di sottrargli. Il fuoco rubato agli Dei non rigenera più la
comunità ma la distrugge” (13).
LA
MORTE DELL’EROE RIBELLE: la società dello spettacolo, soprattutto per i più
giovani, produce sempre nuovi riti e nuovi miti. Il mito dell’eroe ribelle
spesso si coniuga con l’immagine di personaggi morti giovani :da James Dean a
Jim Morrison a Kurt Cobain dei “Nirvana” passando magari per Che Guevara . Non è certo più il mito della
bella morte, esaltata da D’Annunzio “I bersaglieri, i più veloci a tramutarsi
in croci” ma certo rimane una mistica della morte, una forma di eroismo (un
uomo vale per come sa morire) che fra i
più giovani in realtà spesso nasconde
difficoltà di controllare i propri cambiamenti e la propria identità. E non
sarà un caso se l’anticipazione dei
tentativi di suicidio che denunciano gli studiosi dei fenomeni giovanili, pone
drammatici interrogativi alla società. Si moltiplicano infatti gli atti
autodistruttivi, non solo i tentati suicidi ma anche quelli di natura inconscia
come gli incidenti, le automutilazioni, l’uso di droghe.
L’EFFETTO WERTHER : La sociologia infatti ha ampiamente
dimostrato con varie ricerche che, soprattutto fra gli adolescenti, ci possono
essere fenomeni imitativi legati a fatti di cronaca con forte impatto
mediatico. Nel caso di suicidi per imitazione si parla di “effetto Werther”
ricordando il gran numero di suicidi che
si verificarono in Germania all’indomani della pubblicazione del romanzo di
Goethe “I dolori del giovane Werther “(1774). In seguito alla traduzione del
libro effetti analoghi si registrarono anche in Francia e Inghilterra. “Il problema dei suicidi per imitazione è
tuttavia riemerso con prepotenza negli Stati Uniti a partire dall’inizio degli
anni sessanta. All’indomani del suicidio di Marylin Monroe si è notato infatti
nella città di Los Angeles un netto incremento di suicidi…Lo stesso fenomeno si
determinava anche quando i notiziari o gli speciali delle reti televisive
riferivano di casi di suicidi di adolescenti”(14).In genere i media tendono a
non dare notizie di suicidi a meno che non si tratti di persone note oppure se
vi è un carattere toccante che l’episodio può rivestire. All’inizio degli anni
novanta tre ragazzi di Prato allo Stelvio, in provincia di Bolzano si uccisero
con i gas di scarico dell’auto e lasciarono una lettera con scritto “questa
vita non ha prospettive”. L’episodio ebbe vasta eco sui media e nelle settimane
successive si segnalarono altri casi di suicidio con le identiche modalità.
Ma fenomeni imitativi, fortemente
collegati alla comunicazione televisiva,
possono trasformarsi in aggressività non solo verso se stessi ma anche
verso gli altri. E’ il caso dei sassi dal cavalcavia o dell’avvelenamento delle
bottiglie d’acqua nei supermercati. In entrambe le situazioni si è visto che,
cessata la comunicazione, cessava il fenomeno imitativo.
LA
MORTE IN
DIRETTA: l’esempio più noto di morte in diretta è “Nick’s movie” il film di Wim
Wenders mette in mostra una morte vera. Lo spettatore sa che assiste davvero ad
una morte reale, non simulata. Normalmente anche nelle scene Tv più crude non
viene mai mostrato il momento del “trapasso”, vi è una sorta di autocensura per
il momento più “intimo” della vita. E tuttavia
“una esplicita pulsione verso la morte in diretta si fa fortemente
presente nelle più recenti estetiche televisive, nate dal crollo della sua
dimensione spettacolare classica, dal logorio dei generi televisivi di più
largo consumo”(15) . Un tragico esempio
di morte in diretta è rappresentata dal filmato dell’esecuzione dell’americano
Nick Berg messo in onda su Canale 5 nel programma “Terra” e scaricabile,
insieme ad altre drammatiche esecuzioni capitali, sui siti internet. L’epoca
della riproducibilità elettronica chiede a tutti un supplemento di serena
riflessione. Forse può essere d’aiuto ciò che scriveva nell’ormai lontano 1958 Andrè Bazin, fondatore dei prestigiosi
“Cahiers du Cinèma” e padre spirtuale
della “Nouvelle Vague”. Per Bazin “
filmare la morte significa commettere un atto contrario alla Creazione, come se
il cineasta si caricasse di un privilegio, quello di rendere eterna la morte.
Una sorta di sfida a Dio, insomma come nel film ‘2001,Odissea nello spazio’”
(16). Per Bazin la rappresentazione della morte reale è un’oscenità metafisica
“Non si muore due volte. La fotografia su questo punto non ha il potere del
cinema, essa non può rappresentare che un agonizzante o un cadavere, non il
passaggio impercettibile dall’uno all’altro….Prima del cinema si conosceva solo
la profanazione dei cadaveri e la violazione delle tombe. Grazie al film si può
violare oggi ed esporre a volontà il solo nostro bene temporalmente
inalienabile. Morti senza requiem, eterni ri-morti del cinema!” ( 17). E Gad
Lerner, riflettendo sulla vicenda dei pedofili in Tv che gli costò l’incarico
di direttore del Tg1 su “Il Regno Attualità” 18/22 aggiunge “C’è un Male che ci
attraversa tutti, che ci prende quando noi trasmettiamo un atto, un gesto,
qualcosa di Male, noi ne trasmettiamo anche la forza. E quel che più inquieta è
che in quel momento aumenta anche l’ascolto. La gente ne resta in qualche modo
presa, come incantata. Incantata e avvelenata” . (18) C’è in sostanza un
rischio di complicità nel trasmettere il Male. “E c’è l’illusione che parole
forti di condanna possano annullare la forza del Male che viene da quelle
immagini. Ma l’immagine del Male è più forte delle parole con le quali si
vorrebbe esorcizzarlo, annullarlo. Poiché ciò che designa il linguaggio
televisivo è soprattutto l’immagine e poi la parola. Né vale l’assurda logica
della contabilità dell’orrore: alle sevizie americane contrapponiamo le
decapitazioni. Nella storia la logica dell’occhio per occhio (sia pure per
immagini” non ha mai portato a nulla di buono”( 19).
IL VIDEOCALVARIO DELLA PICCOLA TERRY
Dopo 13 giorni dalla decisione dei giudici di staccare i
macchinari che la alimentavano, Terry Schiavo è morta. Era il 31 marzo
2005. Per settimane l’abbiamo vista in
Tv con lo sguardo assente, il corpo rattrappito, qualche debole movimento,
insieme alle foto col volto sorridente e paffuto di bambina, di teenager e quindi
di sposa. Poi gli appelli disperati dei genitori e di tanti manifestanti. Tutto
inutile. Terry Schiavo era entrata in
coma nel 1990, in seguito ad un arresto cardiaco che
le devastò il cervello per anossia cioè
fame di ossigeno. La causa? Forse l’altalena micidiale di anoressia e bulimia,
che la portava in poche settimane a guadagnare e perdere decine di chili. A
decidere il distacco della spina, il marito Michael Schiavo che aveva
dichiarato di voler seguire quella che
era la volontà della moglie. Inutili le testimonianze di chi sottolineava che
Terry, cattolica praticante, non avrebbe mai né detto né pensato una cosa
simile. I giudici hanno creduto al marito che manteneva il diritto di
custodirla, nonostante convivesse da anni con una donna che gli ha dato due
figli. E i genitori di Terry inutilmente
hanno ripetuto al mondo che il marito si è ricordato del desiderio della moglie
solo dopo aver vinto la causa che gli ha fruttato quasi 2 milioni di dollari
contro i medici che avevano in cura Terry . Insomma, una storia ghiotta dove
c’è la vita, la morte, i soldi, gli affetti, la pietà, il cinismo. Una trama da
“Dallas”. Infatti i network americani, e di conseguenza il circuito mondiale
televisivo, hanno succhiato il sangue di
Terry mettendone in onda il lungo
Calvario. Un essere completamente indifeso viene, per settimane, continuamente
violato nella sua dignità, esposto nella sua Passione. Con il pubblico diviso
che alzava lo share: perchè la storia di Terry Schiavo ha appassionato le
platee televisive come un processo alla Perry Mason. Eppure per una Terry
Schiavo in mondovisione ve ne sono migliaia a cui viene staccata la spina nel
silenzio più assoluto. Ma il pubblico delle Tv non reggerebbe tante dolorose
croci nel cuore. “Terry occupa gli schermi della Tv da mattina a sera,invade l’anima
di chi non sia sordo o disumano, ma nessuno parla di Sun, di Annette, di Spiro
o dei 18mila americani senza nome e senza soldi condannati a morire ogni anno
per assenza di cure mediche, come calcola l’Istituto Nazionale di Medicina, un
centro di ricerche non politico. (20 ) Eppure , pur nella sovreccitata
esposizione mediatica, la vicenda di
Terry Schiavo costringe a toccare un punto fondamentale: ci sono persone che
possono decidere se la vita di altri è meritevole di essere vissuta o no? Ed è
anche l’interrogativo che pone il cardinal Carlo Caffarra, arcivescovo di
Bologna “Chi decide quali sono le
persone che hanno il diritto di giudicare se altri meritano o non meritano di
avere una vita degna di essere vissuta? Sono questioni di una importanza radicale
nella convivenza umana. L’Occidente è arrivato ad affermare che ogni singolo
individuo umano ha un valore assoluto a prescindere dall’età, dal sesso, dalla
religione, dal colore della pelle…attraverso un cammino anche molto faticoso e
di gravi sofferenze. Attenzione, l’affermazione della dignità assoluta di ogni
persona umana,che è il nostro patrimonio culturale più prezioso, lo si può
anche perdere. E non è necessario essere né profeti, né figli di profeti per
capire quali conseguenze ciò possa avere. Siamo appena usciti da un secolo che,
al riguardo, ci deve fare molto riflettere”. (21 )
COME IN UN FILM
Esiste una vasta letteratura parapsicologica, paranormale,
occultista che sin dall’Ottocento ha trattato il tema dei ricordi della morte.
Persone cioè che hanno vissuto un tempo sospeso fra la vita e la morte per poi
tornare in vita. La maggior parte di questi testimoni concordano su un
punto: “l’individuo vede, come in un
film, i momenti più importanti della sua vita. Sono luoghi, situazioni, corpi,
immagini, voci, suoni, che muoiono nella sua coscienza di vivo e rinascono, con
un senso diverso, nella sua condizione di trapassato, nel suo nuovo mondo”(22).
Su questo genere di ricordi, la Tv ha spesso costruito talk a volte
rispettosi ma anche, a volte, di dubbio gusto.
LO SPETTACOLO DELL’ULTIMO VIAGGIO
Nelle società moderne la morte si è sempre più desocializzata diventando anche spettacolo da
contemplare nelle esecuzioni pubbliche. La folla urbana che si raccoglie nella
piazza per le esecuzioni capitali assiste alla morte dell’altro “assaporandola”
ad una distanza spettacolare. “E’ un nuovo rito che celebra ad un tempo la
trasgressione e la legge. Questo sacrificio umano ricompone in unità la folla
divisa. Così è anche per la massa che accorre a verificare l’esposizione di
cadaveri eccellenti o i funerali illustri” (23).
I funerali in
Tv sono diventati l’espressione
più visibile del potere postumo. Ne ricordiamo tanti. Fanno parte ormai dell’ immaginario collettivo.
Sono ormai trascorsi più di 40 anni dai funerali di Kennedy. Immagini un po’
sgranate, in bianco e nero. La vedova, i figli, la bara con la bandiera
sull’affusto di un cannone. Ma anche i funerali di Martin Luther King. E dietro
migliaia di persone. Il funerale Tv più agghiacciante: quello di Aldo Moro.
Funerale senza bara, Le vere esequie si tennero nella chiesetta di Torrita
Tiberina. Moro venne commemorato
dall’amico Paolo VI nella basilica in San Giovanni in Laterano. Le
telecamere scrutarono i volti atterriti
degli uomini politici che non riuscirono a salvare la vita dello statista
democristiano. Ai due estremi il funerale di Vittorio Bachelet, assassinato
dalle Br . Un funerale quasi lieto, contrassegnato dalle parole di perdono del
figlio. Dall’altro i molti, troppi funerali per vittime di mafia in Sicilia.
Sono gli anni terribili delle stragi, con i ministri insultati, i parenti, le
mogli in lacrime ai microfoni. Lo stesso presidente Scalfaro ,
ad un funerale, fu “protetto” dal capo della polizia Parisi in mezzo ad una indescrivibile calca. Ci sono
poi i funerali Tv dei politici: da quello di Berlinguer, un grande evento
massmediologico e politico con un mare di gente mai più rivisto fra cartelli, bandiere rosse, striscioni con
parole semplici “Ciao Enrico” segni di
croce e pugni chiusi (siamo nell’estate del 1984) a quello di Bettino Craxi,
nella cattedrale di Tunisi, con il lancio di monetine ai ministri del governo
D’Alema.
Fra i tanti, segnaliamo due grandi funerali nazionali,
proposti dalla Tv. Quello di Gianni
Agnelli e di Alberto Sordi. Del primo si
ricorderà il lungo addio di Torino, con l’imponente folla ( centomila fra le
rampe del Lingotto) che sfila nella
camera ardente e, per la prima volta, stringe la mano ad un componente della
famiglia Agnelli, ne riceve uno sguardo, un sorriso, intrattiene un rapporto
con quello che, in condizioni normali, è un mondo che appare solo attraverso i
media. Più “festoso” l’omaggio ad Alberto Sordi con la folla prima in Campidoglio dov’era la camera
ardente e poi con i funerali nella basilica di san Giovanni con proiezioni di
brani di film e testimonianze. Il senso della giornata così è riassunto dal
sindaco di Roma Walter Veltroni “ Si era pensato anche alla possibilità di
proclamare una o più giornate di lutto cittadino. Ne ho parlato con la sorella
di Sordi, Aurelia, e insieme abbiamo convenuto
che ad Alberto non avrebbe fatto piacere una Roma triste”(24). E la
diretta Tv si è così adattata allo spirito del funerale.
DAVANTI ALLA TV PER L’ADDIO AL PAPA
Vi sono poi
funerali che si trasformano in grandi eventi mediatici. Come la morte di
Giovanni Paolo II. A milioni di uomini
rimarrà per sempre nella mente l’immagine di quelle pagine svolazzanti del
Vangelo posato sulla bara di cipresso. Un’inquadratura che da piazza San Pietro
ha fatto in diretta il giro del mondo. “Più di 90 televisioni collegate per
seguire i funerali. Utilizzate 60 telecamere di cui 22 solo in piazza San
Pietro, più 2 elicotteri per le riprese aeree. Senza contare i 1.800 cameraman
e fotografi accreditati dal Vaticano per realizzare servizi sulla cerimonia.
Nel mondo si calcola che abbiano assistito al saluto a Karol Wojtyla circa tre
miliardi di persone. Il papa che si è fiduciosamente consegnato ai media
nei suoi quasi 27 anni di pontificato riceve in cambio l’aura elettronica,
quasi un nuovo tipo di intimità consentita dalle moderne tecnologie. Qualcosa
di simile all’aureola con la quale i pittori del Medioevo e del Rinascimento
distinguevano i Santi dai comuni mortali”(25).
Forse anche per questo motivo lo acclamano “Santo” nella grande piazza
che i media amplificano e rendono elettronica. E le migliaia di foto scattate
con i telefonini alla salma del Papa, non sono altro che moderne reliquie
digitali. Dentro l’hard disck, la prova di un lungo e faticoso pellegrinaggio.
Del resto tutto il pontificato è avvenuto sotto l’occhio delle telecamere.
Compresa l’esposizione del corpo.
Qualcosa di indicibile per la Tv. La morte irrompe nel luogo massimo
dell’apparire e costringe anche i Grandi della Terra a dissolvere, almeno per
due ore, il loro delirio di onnipotenza.
LA
PICCOLA SUORA E LA PRINCIPESSA TRISTE
Non sempre il
racconto dei media corrisponde alla volontà iniziale. E’ il caso del funerale
di lady Diana. E’ stato un grande evento popolare come testimoniato dalle
grandi manifestazioni di affetto e commozione di quei giorni ma anche una
grande cerimonia mediale. Emerse subito
il contrasto fra la Corona che voleva una manifestazione in
sintonia con il tradizionale riserbo
inglese e l’interpretazione dei
media che, nell’assegnare alla Monarchia
il ruolo di co-responsabile o quantomeno di insensibile testimone di questa
morte, accentuò le emozioni esibite. “La
stessa cronaca Tv del funerale era rivolta ad orientare le emozioni attraverso il
tono commosso e partecipe dei commentatori, le inquadrature dei protagonisti e
dei personaggi celebri, gli stacchi per catturare i sentimenti della gente
comune” ( 26). Il funerale dell’eroina
viene presentato come la sua definitiva vittoria o come hanno scritto,
esagerando, i giornali, la sua definitiva immortalità, ricca della suggestione
anche della canzone di Elton John per Lady D. “Candle in the wind” , candela
nel vento. Quando i grandi leader
politici come Kennedy o Indira Ghandi muoiono assassinati, il funerale
diventa la celebrazione degli ideali per i quali hanno lottato. Per Diana i
valori intorno a cui si è riunita l’immensa folla non sono stati quelli della
sfera politica ma quelli dell’espressività individuale, della preminenza della
persona sul ruolo, del sentimento sul dovere, della libertà agli imperativi
sociali, del cuore sulla regola. Nella costruzione del mito mediale Diana è
anche artefice di gesti di solidarietà, di impegno per i poveri e i malati.
Infine, il funerale di Diana è coinciso anche con l’incoronazione del
principino William, l’altro protagonista al centro della scena “così
somigliante alla madre”. Forse Carlo ha capito quel giorno che non sarebbe mai
diventato re. La folla e i mass media avevano infatti incoronato il figlio. Di
ben diverso taglio il funerale avvenuto pochi giorni dopo di Madre Teresa
nello stadio “Netaji Indoor” di Calcutta. Si è trattato insieme di una
cerimonia politica, mediale e religiosa.
“Il corpo di Madre Teresa è stato preso in consegna dall’esercito,
avvolto nella bandiera indiana, trasportato al luogo della cerimonia
sull’affusto di cannone che servì a portare le salme di Gandhi e Nehru. La
presenza dello Stato, con i suoi rituali e i suoi simboli, è stata fin
dall’inizio molto marcata, tanto da suscitare un duplice sentimento. Il più immediato è stato uno sgradevole
senso di appropriazione, il tentativo cioè del potere politico di ricondurre
l’evento entro il proprio codice: la costruzione e il mantenimento del
consenso. Il culto pubblico di un personaggio stimato ed amato dalla gente è
un’operazione utile a trasferire qualcosa del suo carisma, della sua “evidente”
autorità, sui rappresentanti del potere politico. Poi c’erano gli occhi del
mondo puntati sull’India e la preoccupazione di proporre un’immagine di decoro
e ordine. Tutta la cerimonia è apparsa così avvolta da un alone di
“asetticità”, imprigionata nel rituale di uno stadio ricolmo di dignitari,
ufficiali e membri della ‘buona società’ indiana”(27). Anche in questo caso vi è stato un conflitto
interpretativo fra i protagonisti da un lato, gli organizzatori istituzionali e
i media. La dimensione religiosa e affettiva ha infatti faticato ad imporsi
contrastata dalla preoccupazione del cerimoniale politico del governo. I
funerali di Lady Diana e di Madre Teresa
sono stati due grandi fenomeni comunicativi. Hanno riproposto il mondo come “villaggio globale “ . Lady Diana
per certi aspetti è rimasta vittima di
un fenomeno massmediologico in parte alimentato da lei stessa. Di fatto milioni
di persone hanno realmente sofferto per la scomparsa della “principessa
triste”, un personaggio più immaginario che reale. Razionalmente tutti
comprendiamo che Madre Teresa è molto più importante di lady Diana. E tuttavia
la morte della principessa ha impoverito il mondo dell’immaginario, la morte della piccola suora ha impoverito il
mondo reale. Ma al sistema della comunicazione interessa più il primo mondo del
secondo. Per Filippo Ceccarelli “ Averli
osservati anche sul video, in fondo, ha voluto dire sentirsi partecipi alla
storia che scorre. E’ anche un po’ aver
intuito la verità segreta e a volte perfino inconfessabile che nasconde ogni
rito. La separazione aiuta a riflettere su se stessi e sugli altri. Oggi basta
premere un pulsante per accogliere barlumi di verità, anche sulle vicende di un
Paese” (28).
LA
NICCHIA
‘ INFEDELE ’
Timidi segnali di controtendenza. E’ il caso del programma
“L’Infedele” di Gad Lerner. Mercoledì 15 marzo 2006 chi si è sintonizzato sul
“La7” ha assistito ad oltre due ore di
un dibattito sulla morte. Un’esperienza non nuova per un programma che
volutamente vuole essere di nicchia ma anche di qualità, senza eccessive
preoccupazioni di share e soprattutto senza urla, “nani e ballerine”. L’occasione era offerta dalla presenza in studio di Folco
Terzani, figlio del giornalista Tiziano Terzani morto nel luglio 2004 dopo aver
scelto la via orientale dell’ascesi. L’esperienza del distacco terreno del
padre, Folco l’ha raccontata in un libro “La fine è il mio inizio” edito da Longanesi”,
sintesi di quattro mesi di quotidiane conversazioni col padre. Libro che fa
seguito al successo (oltre 350mila copie”) del precedente “Un altro giro di
giostra” in cui Tiziano Terzani si pone le domande finali sul senso della vita
dell’uomo. Al dibattito intervengono fra
gli altri il filosofo della scienza Giulio Giorello che da non credente e
positivista non riesce a trovare altra via che quella della disperazione:la
morte dice, è la fine di tutto“la morte è come l’ergastolo, la vita è libertà”.
Più cauto il filosofo Emanuele Severino che cita Spinosa “di tanto in tanto
l’uomo avverte di essere eterno“ e aggiunge
”ogni uomo, anche chi si dice scettico sull’immortalità, avverte che la
morte non ha l’ultima parola” mentre il
priore della comunità di Bose, il monaco Enzo Bianchi propone la prospettiva cristiana con la
resurrezione dei corpi e l’incontro con un Dio che è amore. Insomma, una scelta
controcorrente. Nel giorno successivo al duello Berlusconi-Prodi, fra partite
di calcio e reality, può esistere una televisione rivolta ai grandi temi. E
“alla fine, curiosamente, ci si alza dalla poltrona con una confortante
sensazione di vitalità” ( 29 ).
UN APPLAUSO VI SEPPELLIRA’
Infine un’annotazione. Sempre più spesso si applaude ai
funerali. La prima volta fu per quelli di Anna Magnani, (30) ma si trattava
appunto dell’omaggio ad una attrice. Spesso gli applausi coincidono con
l’accensione delle telecamere. Chiunque nella vita sia stato sfiorato dalla
celebrità più o meno effimera, ha come ricompensa il battimani come viatico per
l’ultimo viaggio. Per la gente comune poco importa se era un servitore dello Stato morto in
servizio, un pontefice amato da milioni di persone, un importante imprenditore
o l’incolpevole vittima di un palazzo crollato. Lo scoppio di applausi è una
certificazione di notorietà. Insomma, anche nei funerali siamo nei paraggi del
varietà televisivo. Non dovrebbe dunque stupire se qualcuno, dotato di
buongusto, nel proprio necrologio prima o poi farà scrivere “ né fiori né applausi
ma solo ed esclusivamente opere di bene”.
Giorgio Tonelli
[ giornalista alla Rai di Bologna,
segretario nazionale dell’Ucsi, Unione cattolica stampa italiana e docente di
“Teorie e tecniche del linguaggio radiotelevisivo” all’università del Molise].
Note:
1) A. Grasso,”Se
la morte sfiora questa vita artificiale”, Il Corriere della Sera 8 aprile 2003,
p. 40
2) S. Martelli,
Nei luoghi dell’aldilà, Franco Angeli, 2005, p. 31
3) J. Baudrillard, “Il delitto perfetto. La televisione ha
ucciso la realtà?”, Raffaello Cortina,
Milano,1996 .
4) M.
Heidegger,”Sentieri interrotti”,La
Nuova Italia, Firenze, 1968.
5) W.
Benjamin,”L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”,
Einaudi,Torino, 1966.
6) C. Masi, “Una
bara ‘high tech’ extralusso con video,computer e cellulare”,Il Riformista, 8
febbraio 2003, p. 4.
7) M. Spinelli “I
nuovi tabù dei giovani: morte, futuro e desiderio”, Sempre, Rimini, aprile 2003, p. 7.
8) J. Baudrillard,
“Power Inferno” Raffaello Cortina, Milano, 2003
9) A. Abruzzese e
A. Cavicchia Scalamonti “La felicità eterna” Nuova Eri, Roma, 1992, p. 89.
10) A. Abruzzese,
op.cit. p. 189.
11) A. Abruzzese,
op. cit. p.192.
12) A. Abbruzzese,
op. cit. p.194.
13) A. Abruzzese,
op. cit. p.196.
14) G. Gili, La
violenza televisiva, Carocci, Roma, 2006, p. 140
15) A.Abruzzese,
op. cit. p. 198.
16) A. Aprà in
A.Bazin “Che cosa è il cinema”, Garzanti, Milano, 2000 p.XIV
17) A. Bazin op. cit. p.32.
18) cit. in G. Tonelli
“Informazione ed etica,fra buone e cattive notizie”Desk,Roma 3/2002 p.47.
19) G.Tonelli,
“L’orrore in Tv? Così si è complici del Male”, Vita, 4 giugno 2004, p. 21
20) V. Zucconi,
Poveri, vecchi e bambini le Schiavo che la Tv non vede, La
Repubblica, 26 marzo 2005
21) Intervista al
card. Carlo Caffarra, trasmissione
“Dedalus” su “E’ Tv” del 13 maggio 2005 da www.caffarra.it
22) A. Abruzzese,
op. cit. p. 201
23) A. Abruzzese,
op. cit. p. 86
24) B.
Bertuccioli,”Popolo e potenti salutano l’ultimo re di Roma”, Il Resto del
Carlino, 28 febbraio
25) G.Tonelli, “La Tv come un’aureola”, Vita, 12 aprile 2005 p.2126)
26) G. Gili, Il
problema della manipolazione: peccato originale dei media?,Franco Angeli,
Milano, 2001 p. 231.
27) G.Gili, op.
cit.233.
28) F.
Ceccarelli,”L’addio ai grandi.Un rito che svela tante verità segrete”,La
Stampa,
Torino 26 gennaio 2003, p. 9.
29) N. Rangeri, “Il
tabù della morte nella nicchia Infedele”, Il Manifesto 17 marzo 2006 p. 18
30) A. Nesi “Quando
battere le mani” www. noveporte.it