Il corpo femminile e i suoi simboli. Una provocazione alla bioetica.

 

 

Ogni essere umano – lo si sa – inizia la sua vita “abitando” all’interno di un altro essere umano, una donna, così che i due corpi sperimentano insieme – nei nove mesi, tanto dura la convivenza – che la carne che ci costituisce non è soltanto soggetto di esperienza, ma di principio, inizio di un corpo che viene alla vita, vita ospitata nella casa di un altro corpo. Bisognerebbe essere capace di riudire in noi il rumore della nostra nascita, quando in principio si porta in sé la percezione dell’essere donati alla vita, in quel lampo dell’inizio che siamo venuti nel mondo.

Allora la nostra carne non è il corpo opaco che ognuno trascina con sé dopo la nascita, corpo che ci accompagnerà per tutta l’esistenza, senza sorpresa, ma forse con rassegnazione, visto quei segni incancellabili che ci costituiscono e che nessuna correzione chirurgica elimina: noi siamo quegli occhi, quel volto, quello sguardo…

Vale la pena, perciò, ascoltare il linguaggio del corpo, così da “sviscerare” l’essenza, cogliendone cioè dall’inizio quell’essenza che parte dalle “viscere”. Invece che dai concetti o dalle rappresentazioni  (il corpo non è mai allegoria della mente), conviene seguire i tempi e i ritmi del corpo della donna, – visto che è lei la nostra prima casa – corpo sempre mosso, in un movimento costante di sistole e diastole, vero simbolo universale che garantisce spazio comune ad una ragazza araba o cinese, ad un’adolescente australiana, a una studentessa italiana, ad una diciottenne indiana. Conviene allora individuare alcuni tratti di questa storia comune, legata all’esperienza del “corpo vissuto”, là dove è possibile riscoprire la forza dell’identità nella trama di una narrazione entro cui liberare parole autonome e vive.

Si possono al riguardo scoprire tre aspetti, a cui la carne femminile rimanda: 1. Il corpo – flusso. 2. Il corpo – abitazione. 3. Il corpo – mondo. Si potrà anche vedere come queste tre modalità rimandino ad una loro traduzione nella vita sociale.

 

1. Il corpo – flusso: dopo l’infanzia, la donna è un corpo dal quale si vede fluire regolarmente e periodicamente “sangue di vita”. E’ un corpo – flusso che ha una regolazione di tempo ritmico, tempo mobile, alternante, mai fermo, luogo liquido che compresso nella materialità della carne si tramuta in tempi alterni e per un lungo periodo di vita in sangue, e, in momenti particolari, anche in latte. Entrambi stanno in relazione con la vita; vita che si annuncia e vita che si alimenta, si nutre.

Anche nello spazio interiore restano tracce di questi fluidi. Intanto nella distensione del tempo che nelle sue alternanze, nei suoi ritmi più lenti, più rapidi si rende come visibile, con il suo alto valore simbolico. A misura che trascorre il tempo, infatti, le conseguenze di diventare corpo abitato – con la gestazione di un nuovo inizio, il figlio – si vanno facendo più intense: vedrò arrivare da allora un momento nel quale il tempo compiuto apre un cammino perché il dentro – il bambino – si apra all’esterno, alla frontiera del mondo.

Dopo la rottura e l’allontanamento necessari, il corpo femminile scopre che all’esterno è tanto capace di nutrire come all’interno, in uno spostamento che va dal ventre al petto: il liquido rosso si fa bianco, diventa  latte che nutre il figlio, ormai vita autonoma, fuori di lei. Il latte, cibo liquido è relazione nutriente, unione tra due corpi, comunicazione materiale e psichica, comunione che potenzia sempre più l’ormai avvenuta separazione.

Giunge poi il tempo in cui tutto questo cessa, il corpo femminile entra con il passare del tempo in un altro ritmo; la fecondità fisica finisce, ma per annunciare un’altra tappa, un’altra maternità che si inserisce nella storia del tempo, dove tutto nasce ed è alimentato ad un altro livello. Questo spiega perché non è meno donna chi, per scelta o per condizioni personali non è abitata dalla vita e non allatta, intanto perché, comunque, in quanto donna è simbolicamente abitabile, ma perché il tempo della generazione e del nutrimento è aperto e traducibile nei tanti gesti delle relazioni interpersonali, quando queste si fanno profonde; come dire, incarnate.

 

2. Il corpo – abitazione: il corpo femminile è uno speciale “contenitore”. Dopo l’incontro di intimità corporea di una coppia umana, la donna può diventare lo spazio entro cui la vita si autogenera in quella straordinaria parabola che si nutre di legame interdipendente: due esseri vivranno in perfetta comunione e in perfetta alterità. Nello spazio dilatato, affinché l’altro maturi e cresca nella sua vita autonoma, si apra –quando il tempo si compie- un sentiero che permette il cammino verso fuori. Dal trauma della rottura e della separazione con l’altro essere vivente, la madre sa che la vita, una volta generata, può, deve essere conservata ma anche consegnata, perché ricerchi da sé la verità della  sua manifestazione nel mondo.

Il parto e la nascita diventano in tal senso la metafora più realistica dell’avventura umana sulla terra che comincia, cresce, si sviluppa a tutti i livelli: da quello individuale a quello collettivo, sociale e cosmico.

Il miracolo dell’inizio, quello che apre il mondo all’accoglienza di ogni nuovo nato, si imprime così in ogni contesto vitale, diventa parto alle relazioni umane: la nascita di un’amicizia, di un amore porta il sigillo di questo incredibile evento; affidati al visibile (alle tante espressioni della nostra corporeità) percepiamo ogni giorno la rivelazione dell’invisibile, quale presenza nascosta e reale della vita che ricomincia quando diventa ospitalità e dimora dell’altro.

 

3.Il Corpo – mondo: dentro le tante voci del suo corpo, la donna si apre al mondo. O meglio diventa metafora del mondo. Sono le sue viscere a impiantare un fondamento sicuro sulla terra, che di generazione in generazione ridice il bene dell’essere al mondo. Ma bisogna essere più precisi: noi non siamo nel mondo, come dice Heidegger e molta filosofia contemporanea che pensa la vita guardando ai concetti. Certo, con la nascita entriamo nel mondo, ma per diventare noi stessi mondo. Luogo cioè in cui rientrare le traiettorie del desiderio, le spinte della libertà, le aspirazioni al bene, la voglia di legami forti e caldi dentro quel nucleo di verità che è suggerito proprio dal linguaggio del suo corpo. Là dove il tempo ciclico, ordinato secondo i ritmi e i vuoti, momenti di fecondazione e attimi di sospensione chiede e pretende rispetto e custodia, invece che violenza e indifferenza. Un tempo che va accompagnato, perché si prepari e maturi alla luce di una intenzionalità che non può essere alterata per capriccio. Un tempo che ridica la disciplina dell’attesa, per dar tempo al tempo senza prevaricazioni e inutili scappatoie. Così che tutta la persona, nella sua triplice scansione di corpo, psiche e spirito, maturi dentro questo tempo che già porta in sé i frutti maturi della propria identità.

Proprio come accade nel corpo – abitazione, che nella paziente attesa che il tempo realizzi il compimento, si rivela anche come metafora sociale: le porte della casa – corpo non sono chiuse se non per abitare alla vita autonoma che non diventa in seguito  (o non lo dovrebbe mai diventare) una figura separata ed estranea, ma l’inizio simbolo di relazioni comunitarie segnate dalla reciprocità, dall’interdipendenza, dal rispetto, dalla compartecipazione.

Si può facilmente immaginare quali possono essere le conseguenze bioetiche di questa esperienza del corpo – casa – mondo all’interno della vita sociale. Cosa succederebbe se in questa società, che fa l’esperienza di versare il sangue per l’odio e la violenza, si accogliesse l’esperienza del corpo della donna che versa il sangue per dare la vita e lasciare crescere l’altro fino a che ne ha bisogno?

In una società, come la nostra, nella quale l’economia è basata sul consumo delle cose e che consuma anche le vite, si potrebbe anche passare ad un’economia dove realmente e per tutti il mondo diventi una casa abitabile. La donna ha la memoria simbolica del proprio corpo come una “casa” ed anche l’esperienza storica della gestione della “casa” della famiglia; è forse arrivato il tempo in cui la donna, con il suo modo specifico di essere “mondo”, esca finalmente al mondo, per fare di questo mondo una casa abitabile per tutti. Chiamo qui in causa la ragazza araba, l’adolescente australiana, la studentessa toscana e quella indiana: che non sia che, attraverso il loro corpo, possiamo ripensare nuove modalità per custodire la via in modo inedito, oggi, in questa nostra storia? Quasi che non sia il pensiero a darci il vero accesso alla vita, ma al contrario è la vita che permette al pensiero di accedere a sé, dal momento che la verità della carne lancia il suo messaggio, forte e chiaro, a chi ha a cuore il destino del mondo. Se la donna sperimenta nel suo corpo la lenta maturazione e trasformazione della materia, là dove una cellula arrivi a costituire un essere umano, c’è da sperare che il tempo, dentro il travaglio della storia, sia in grado di partorire -  a tempo dovuto – nuove e sorprendenti manifestazioni di amore per il mondo.

 

Paola Ricci Sindoni

prof.ssa di Filosofia morale all'Università di Messina.

 Membro del Comitato Nazionale di Bioetica